martedì 6 maggio 2008

Processo a piazza del plebis/ 3^ puntata


Terza Puntata

Ancora dibattimento processuale

Piazza del Plebiscito a Napoli
(

Dopo l’edotta arringa di Antonio Gramsci, mi fu consegnato una nota dal Giudice a latere Paolo Emilio Imbriani, in cui mi si informava che tra gli spalti c’era una rappresentanza della città di Genova, (che trovandosi per motivi sportivi in città per festeggiare il gemellaggio per il ritorno nella massima divisione delle competizioni agonistiche del giuoco del calcio), desiderava voler testimoniare contro l’odiato re Vittorio Emanuele II, poiché anch’essi si stavano prodigando per far rimuovere un’altra sua statua nella loro città, in quanto per i genovesi il suo ricordo, rappresentato anche se da un monumento, è un'offesa a quanti si ribellarono alla cosiddetta causa dell’unità e furono uccisi e trucidati nel 8 aprile del 1849 e di essi non si ha nessun ricordo, neanche sui libri di storia.

Questi genovesi si presentarono come militanti dell’ARGE Associazione Repubblica di Genova) e testimoniarono che si stavano battendo,

 
Statua di Vittorio Emanuele II
a Genova in piazza Corvetto



  per dare lo sfratto dal centro della Piazza Corvetto di Genova alla statua equestre del Primo Re d’Italia, con una richiesta avanzata alla Regione , alla Provincia ed al Comune firmata da migliaia e migliaia di cittadini liguri. Tale richiesta era mossa dal fatto che Genova non può ricordarsi ogni giorno di Vittorio Emanuele II, la cui arroganza fu capace di uccidere con una dura repressione i patrioti liguri,











Targa commemorativa
 in ricordo dei cittadini crudelmente uccisi a Gevova 8 aprile 1849
Per volontà di Vittorio Emabuele II di savoia

















che si batterono a centinaia per la loro autonomia e non desideravano affatto far parte del regno piemontese, tanto che lo stesso definì (I genovesi? 
Una razza vile di canaglie), mentre vorrebbe ricordare quelle povere vittime massacrate l’8 aprile del 1849 con una lapide con tutti i nomi e cognomi per simboleggiare attraverso i secoli, che la forza, l’autorità non unisce, affratella, invece, il dialogo, la cooperazione e lo spirito di non sopraffazione di un popolo o di una razza sull’altra.
Terminata la testimonianza della delegazione dei Genoani presenti nella piazza, tra la folla che assisteva a quell’improvvisato processo si commentò con un’indignata convinzione con frasi di questo genere a viva voce: “ Ma chistu Savoia ere veramente ‘nu piezze ‘e fetente, ( Vittorio Emanuele II) comm’ aimme fatte a suppurtà’ a ‘sta specie ‘e rignanti e tutte ‘a razzimme llora! So’ state mariule, hanne fatte accidere ‘a tante giuvene nuoste pe’ ghì a fa guerre, ca ‘nce ‘nteressavene! S’è sapute ca vulessene turnà ‘n’ata vota a Napule, da do se ne partettene doppe ‘o Referendum do 2 giugno do 1946! Ma chiste so’ pazze! Nun ‘e vulimme manche comma turiste!” Qualcuno si permise di contrastare che i Savoia, che sarebbero venuti a Napoli, sono il figlio (Vittorio Emanuele IV ) e il nipote (Emanuele Filiberto) dell’ultimo Re Umberto II (il cosiddetto re di maggio) e che nulla avevano a che fare con I Savoia, che avevano effettivamente regnato per circa 100 anni dal 1860 al 1946). Ottenuto il silenzio della folla mi permisi di leggere alcune considerazioni di un eminente giornalista napoletano, che pur accettando malvolentieri il rientro dal forzato esilio, voluto dalla maggioranza di centro destra del signor Berlusconi e dall’avallo della legge promulgata dal Presidente della Repubblica Ciampi, non si può assolutamente dimenticare che, gli antenati di questi discendenti Savoia, furono degli invasori, dei saccheggiatori, dei massacratori e degli annientatori della nostra memoria storica e delle nostre radici, verità che
sono ancora oggi opportunamente nascoste, per ciò non devono essere ricevuti con onori e cerimonie riservate al loro vecchio lignaggio, ma essere accolti soltanto come privati cittadini della Repubblica Italiana.
Prima di far proseguire il dibattimento con le deposizioni d'altri testimoni a favore e contro, mi permisi di esprimere un mio pensiero sull’opportunità dei vari pregi del popolo di Napoli, a proposito dell’Ospitalità, “ Noi napoletani siamo persone molto accoglienti. Abbiamo ereditato dai Greci il senso della sacralità dell’ospite. Esprimiamo la nostra cordialità sia verso i potenti, che verso le persone comuni. Aiutiamo tutti e sentiamo il forestiero come una persona di famiglia. Lo rispettiamo senza, però, sottometterci.”
Le testimonianze d’ascoltare erano tante, allora, decidemmo d’accordo col Giudice a latere Paolo Emilio Imbriani di aggiornare la seduta all’indomani mattina verso le dieci tempo permettendo invitando tutti i presenti e così si procedette.
L’indomani era una meravigliosa giornata di primavera con un venticello marino, che attutiva i caldi raggi del sole, per cui assistere al prosieguo del processo risultava cosa abbastanza piacevole ed interessante.

Vollero testimoniare per conto dell’accusa alcuni eminenti studiosi e storici come L’onorevole Francesco Saverio Nitti,

  
On. Francesco Saverio Nitti




che pur non risultante un filo Borbone, iniziò col dire: “prendo la parola per dimostrare che spesso dalle apparenze e dalle errate convinzioni, bisogna stare molto attenti per poi emettere giudizi affrettati ed ingiusti. Gli avvenimenti storici vanno letti dall’angolazione prettamente economica, che è sempre poi quella, che muove il mondo. E come sempre ci troviamo al solito interrogativo “Cui Prodest”.
Non si può alcunché discutere che il Reame dei Borboni, nel 1860 ero lo stato più ricco di tutta la penisola, tenuto conto della quantità di circolante e del rapporto di conversione
Lira – Oro di 1 : 1 e non era secondo a nessuno in Italia per innovazioni industriali, commerciali, medico sociali, agricolo-manifatturiere. Insomma era uno stato all’avanguardia in Italia e in Europa. Non sto inventando nulla, ci sono documenti e scritti, che dicono ciò che sto affermando, le riserve del Banco di Napoli e quelle del Banco di Sicilia erano, di gran lunga, le più cospicue di tutti gli altri stati d’Italia messi insieme.
Il potere d’acquisto del Ducato (Moneta d’oro circolante a quel tempo nel regno delle Due Sicilie) valeva 4 volte e ½ la Lira (Moneta d’oro circolante nel regno di Sardegna).
La tassazione dei Borboni era permanente ricondotta alla fondiaria, a quella del registro, a quella sul lotto, alla posta e naturalmente quella delle tasse indirette che comprendevano i tabacchi, le carte da gioco, la dogana, la polvere da sparo per la caccia ed il sale.
La tassazione dei Savoia era insopportabile anzi se ne inventavano una al giorno, come quella sulla manomorta, sulla successione, sulla donazione, sui mutui, sulle adozioni, sull’emancipazioni, nonché quella sulle spese per la salute (ora si sarebbe chiamata tickets su farmaci, sulle analisi). Quindi ad onor del vero a conti fatti I sudditi del reame borbonico pagavano ogni anno a Francischiello 14 lire pro Capite, mentre i sudditi dei Savoia (piemontesi, liguri, sardi) almeno il doppio.
Tutto questo che sto dicendo è stato per un secolo e più tenuto nascosto e si è mistificato la realtà, perciò la verità, che coloro che credettero in buona fede, come il sottoscritto, alla favola dell’unità, fu scientemente coartata con protervia e acrimonia da quelli che machiavellicamente se ne servirono per gli interessi propri, occultando e facendo scomparire documenti contabili.”
On save’, avite viste sto ‘n’ata vota cca, stammatine! So ccose veramente ‘mpurtante, ca s’hanne sapè’! agge fatte venì’ pure a ‘sta amica mia, ca è ‘ngnurante, ‘a puverelle nun è jute maje ‘a scola, ma è assale ‘nteliggente e tene tanta curiosità ‘e conoscere ‘a storia e ‘a verità.” Il buon don Saverio sorridendo rispose: Avite fatte buone, cheste so cose ca s’hanne sapè’ e s’anne dicere pure all’ati ggente, nun s’hanne tenè’ nascoste!|

Mo stammece zitte! O si no, nun se capisce niente!.”
Anche se non fu un grande oratore, comunque fu un gran principe del foro, e per la sua onestà, umiltà e preparazione giuridica, fu scelto come primo presidente della nascente Repubblica Italiana, prima provvisorio durante i lavori dell'Assemblea Costituente e poi definitivo dopo l’approvazione della Costituzione repubblicana dal 1 gennaio 1948, italiana, fu invitato a rendere comprensibile il suo autorevole pensiero.
Penso che si era capito, si sta parlando


Il Primo Presidente della Repubblica
            Avv. Prof:.
Enrico De Nicola



                             


                                                
dell’Avv. Professore Enrico De Nicola, che subito esordì affermando :
“ Ho vissuto in prima persona il trapasso dalla Monarchia alla Repubblica e mi dovete credere ho dovuto sudare sette camice per convincere il vecchio re Vittorio Emanuele III, a lasciare il trono dopo l’impatto formale della sconfitta a seguito dello sbarco degli alleati in Sicilia, convincendolo a lasciare la corona senza abdicazione e nello stesso tempo agevolare il passaggio del potere dalle sue mani mediante la creazione dell’istituzione della figura del Luogotenente, che sarebbe stato affidato al figlio Umberto II di Savoia.” “Dopo il Referendum popolare e la proclamazione della Repubblica, fui eletto Presidente, avrei potuto farmi promotore di far procedere a cancellare ogni traccia del passato sistema monarchico, come si era soliti fare in queste occasioni, abbattendo statue, monumenti, cambiando nomi a piazze, a strade, ad istituzioni, che portavano nomi dei Savoia; non lo proposi, perché il passato è storia e come tale va studiata, analizzata, criticata, ma non si può cancellare, rimane impressa nella memoria delle genti, è la cultura di un popolo. Lo fecero i primi regnanti sabaudi è fu un grave errore, perciò non sono sicuro che abbattendo nell’ottava nicchia del palazzo di questa splendida piazza la statua di Vittorio Emanuele II , rendiamo un buon servizio alla storia di questa città e lasciamo tutto come sta e pensiamo solo a non ripetere gli stessi errori e perdoniamoli, ormai sono morti, quelli che ci hanno fatto del male.”

Ha parlate, parlate, ma c’accucchiate, se puteve risparmià, nun m’ha convinte pe’ niente e allora, pecché se sta facenne ‘stu pruciesse! Eppure ere ‘nu personaggio importante ‘stu De Nicola, agge sapute ca rifiutaje ‘o stipendie da capo do’ stato, a chell’epoca erene 12 milione ‘e lire all'anne ('n'operaie pigliave 10mila lire 'o mese) ere modesto, umile e nun apprufittaje d’ ‘a carica pe’ se accuncià’ ‘e fatte suoje, comma fanne mo’!” Donna Concettà rivolta poi a Don Saverio ‘o pensiunate. continuò esclamando tutta scocciata “ Chisti Savoia ‘nce hanne fatte sule guaje, senza penzà po’ ‘a fatica,. ca nun nce ne stà’, manche pe’ chille c’hanne studiate! ‘Nu giovene, si vo' magnà o si vo’ criarse ‘na famiglia, comma fa ad accaterese ‘e mobbele? Comme fa a fittarese ‘nu quartine? se ne addà ‘ì’ sule fore!”
Don Saverie le rispose tutto agitate: “ e
hanne emigrà’, però s’hanne mettere l’anema ‘npace, ca si vonne turnà a Napule, ‘nce tornene viecchie e rimbambite, pe’ venì’ sule a murì!. Comme facettere ‘e nonne nuoste doppe l’unità d’Italia, ca jettene in America, in Australia, in Argentina, in Brasile, e 'a' maggioranze ‘e llore non è cchiù turnate. Doppe l’urdeme guerra speravame ca l’emigrazione fosse fernute, invece, fecettere ‘a stessa ccosa, facettere ‘o stesse ‘e valigge ‘e cartone e se ne i

jettere in Germanie, in Belgie, in Francia, in Svizzera, in Inghilterra, insomma aro ‘nce steve ‘nu poche ‘e fatiche, pe’ nun murì’ ‘e famme, là si ieve. Onna Cunce’ ! pure mo’! è ‘a stessa cosa! “ “ ‘Nce contene chiacchere una continuazione, accuminciajene ‘e rignante piemuntese, po’ so venute ‘e guvernante da ripubbliche, Democristiane, Libberale, Sucialisti, pe’ fine ‘e Cumuniste, ‘a storia nun è cagnate, appene s’assettene ‘ncoppa a chelli seggie a cumannà', se scordene do passate e de’ prubbleme da' povera ggenta e penzene sule ‘e fatte llore!”
Ascoltando questi insigni persononaggi, che avevano preso parte al dibattimento, mi convincevo che siamo stati un popolo, che ha subito più di tutti, (senza andare troppo in là con le generazioni) spesso invasioni militari straniere, alle quali anche se ci si opponeva in modo valoroso, ugualmente  si era costretto a subire decine di migliaia di morti, mortificazioni e sopprusi di ogni genere. In molti casi per sfuggire all’angherie dei sopraffattori e per non sottomettersi alle loro imposizioni, in moltissimi preferirono emigrare per terre assai lontane.






Quanto prima ci sarà un'altra puntata prima del verdetto

domenica 4 maggio 2008

Il Processo a piazza del plebis/ 2" puntata




    Seconda Puntata

Il Dibattimento fuori Palazzo Reale nella piazza

Piazza del Plebiscito a Napoli fuori Palazzo Reale
 
Palazzo reale , di fronte Piazza del Plebiscito

Uscendo dall’androne verso la grandiosa piazza del Plebiscito, quasi come mi era capitato spesso nella mia vita reale, quella di partecipare ed assistere a grandi manifestazioni pubbliche con grandissimi oratori in occasione d'elezioni politiche e di scioperi generali per rivendicazioni sociali ed economiche, quasi come per incanto, intravidi apparire verso l’emiciclo del colonnato all’altezza delle statue a cavallo di Carlo III e Ferdinando IV, un grande palco montato, come una sorta di Aula di tribunale all’aperto, con banconi per i giudici, tavole e sedie a destra ed a manca per l’accusa e per la difesa e sotto il palco in mezzo a delle transenne, la giuria, che sedeva su tre fila di scanni, circa 50 persone mischiate tra donne ed uomini, che rappresentavano il popolo in ogni sua scala sociale senza alcuna distinzione, erano presenti Benestanti, Indigenti, Imprenditori, Dirigenti, Operai, Impiegati, Professori, Intellettuali, Professionisti, ex Senatori e Deputati, Ex Ministri, Poeti, Musicisti, insomma c’erano tutte le categorie sociali del vero popolo napoletano, ai lati su gradinate di legno a forma di anfiteatro, sedevano tanta gente incuriosita per assistere ad un inusitato spettacolo.

Sul palco in
piedi a presiedere momentaneamente l'improvvisato tribunale,





Don Giuseppe Pignone del Carretto




Don Giuseppe Pignone del Carretto
principe d'Alessandria, marchese di Oriolo
(fu sindaco di Napoli dal 1857 al 1860)


c’era l’ultimo Sindaco del Regno di Napoli, (Don Giuseppe Pignone del Carretto, il principe d'Alessandria, nonchè marchese di Oriolo che,


Don Liborio Romano


Ultimo Ministro degli Interni Borbonico

insieme Don Liborio Romano, l’ultimo Ministro degli interni all’epoca di Re Francischiello), andò a consegnare le chiavi della città al generale Garibaldi a Salerno, dopo la fuga del Re Borbone il 7 settembre del 1860), che mi chiamò e mi invitò ad insediarmi come Giudice-Moderatore di quel fantastico processo.


 
                                              

Nelle file della giuria notai gli ex Senatori e deputati d'appartenenza Savoiarda,

Senatore Filosofo Benedetto Croce


Senatore  De Sactis francesco





Ministro della Pubblica Istruzione del primo governo del Regno d?italia











Ministro della pubbklica istruzione del  1° regno d'Italia
    Senatore    Ruggero Bonghi





come il filosofo Benedetto Croce, che era stato uno storico di elevata cultura, c’erano i Ministri della pubblica istruzione dei primi governi del regno d’Italia, come Francesco de Sanctis, Ruggero Borghi, quest’ultimo era stato un ottimo filologo e professore di storia antica e moderna in varie Università Italiane e vi erano tanti altri illustri napoletani, i giornalisti scrittori:

Eduardo Scarfoglio
Matilde Serao

 
Salvatore Di Giacomo
Ferdinando Russo

Raffaele Viviani


Eduardo Scarfoglio, Matilde Serao, i poeti Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani e tanti musicisti illustri, che avevano fatto conoscere Napoli con le loro melodie e canzoni in tutto il mondo. C’era la crema, il fior fiore dei migliori napoletani, mischiati al popolino più vero, quello dei vicoli, dei rioni, On Saverio ‘o putecare, ‘On Rafele ‘o cusetore, Onna Rosa ‘a baccalajola, Onna Cuncetta ‘a sanzara: Un po’ preso alla sprovvista, un po’ timoroso di presiedere un cotanto dibattimento, mi feci prendere dal panico, però, lusingato per essere stato scelto a svolgere tale incarico, (vuoi per le mie conoscenze storiche della città partenopea, vuoi per l'intraprendenza personale a parlare in ogni modo e dovunque della storia di Napoli, quando capitava l’occasione o quando qualcuno mi chiedesse di farlo. Accettai e così.

Dopo aver fatto zittire il pubblico, che, (man mano che passava il tempo), andava riempiendo gli spalti e l’intera piazza, perchè curioso di conoscere come sarebbe andata a finire la vicenda della rimozione della Statua), procedetti a far iniziare il dibattimento, facendo leggere, in primo luogo, il motivo di quella solenne assise al Giudice a latere, il dott. Avv. Paolo Emilio Imbriani.
                                         


Avv. Paolo Emilio Imbriani
Sindaco di Napoli e Senatore del Regno d'Italia






La richiesta dell’esposto, consegnatomi dalla regina Marita Sofia di Baviera, ultima Sovrana del Regno di Napoli, affinché si procedesse alla rimozione dell'Ottava Statua dal Frontale di Palazzo Reale, giacché il Re rappresentato, Vittorio Emanuele II, non poteva considerarsi come re di Napoli, mentre al suo posto era più giusto collocarvi una statua dell’ultimo Re di Napoli, Francesco II di Borbone.
L’esposto fu commentato rumorosamente, con frasi di questo genere:
Gesù! Maje nisciune ‘nce aveve fatte case! Teninne tante prubbleme, guarde ‘nu poche ‘nce avimme ‘nteressà ‘e luvà ‘na statua e metterne ‘n’ata!”
Qualcuno gridando affermava
“ E’ proprie ‘na strunzata, ma stammece zitte e vedimme comme va a fernì ?”

A destra dei banconi della Presidenza c’era il collegio della Difesa, formato da avvocati di chiara fama e soprattutto simpatizzanti del Regno unitario d’Italia dei monarchi Savoia. Avevano rivestito cariche istituzionali, come Andrea Colonna e suo figlio Giuseppe, che grazie alla loro fede monarchica e all’amicizia del conte Camillo Benso di Cavour, furono i primi due sindaci della città di Napoli, dal Settembre del 1860 al 7/5/1864, il Conte Guglielmo Capitelli, (che fu Sindaco di Napoli dal 17/4/1868 al 24/9/1870), il Duca di Sandonato,Gennaro Sambiase Sanseverino,(Sindaco da12/7/1876 - 27/4/1878),
Infine
                          
                                  



Avv. comm. Nicola Amore (il Sindaco  di Napoli del Risanamento)





l’Avv. Comm. Nicola Amore, (che fu il Sindaco del Risanamento nel periodo che va dal 18 settembre del 1883 al 18 novembre del 1889).


Ognuno di essi volle prendere la parola per osannare l vari regnanti di Casa Savoia , iniziando col dire, se possiamo definirci, noi Napoletani, Fratelli d’Italia, lo dobbiamo esclusivamente al Re Savoia Vittorio Emanuele II, che a pieno titolo si poté fregiare della corona di Re d’Italia, perché con sagacia, seppe costruire l’Unità dell’intera Nazione, grazie anche all’abilità dei suoi Ministri, Massimo D’Azeglio e Camillo Benso di Cavour, quest’ultimo, poi, stratega incomparabile, riuscì ad ottenere l’appoggio diretto dei francesi ed indiretto degl’inglesi nella realizzazione dell’Impresa, avvalendosi soprattutto del condottiero Giuseppe Garibaldi, il generalissimo, che liberò Napoli e l’intero regno delle Due Sicilie dalla dominazione borbonica, che tanti lutti aveva procurato alle sue genti. Non si può non ricordare le stragi, le fucilazioni e le decapitazioni dei martiri della Repubblica napoletana del 1799, le repressioni dei morti del 1820 e del 1821, nonché le barricate e le barbarie subite dagli insorti per ottenere la costituzione nel Maggio 1848, divenute famose, come l’espressione “si nun 'a fernite, facce succedere ‘o Quarantotto”



Tutto ciò fa sì che la statua dell’ottava nicchia del frontale spetta a Vittorio Emanuele II , che a giusto titolo fu definito il Re Galantuomo ed alla sua morte “ il Padre della Patria “


La statua fu voluta dal figlio Umberto I,





Umberto I di Savoia , Re d'Italia
                             
Margherita di Savoia, R
                                                                                                                                                      



che insieme alla moglie (la regina Margherita per la quale la Pizzeria Brandi, dedicò la sua fortunata pizza tricolore, con pomodoro, mozzarella e basilico, da cui poi ha preso il nome “ La Pizza Margherita) soggiornò nella nostra città spesso, perché n’era innamorato e si prodigò tanto per alleviare le sofferenze della povera gente durante le nefaste vicende del Colera del 1874 e col suo volere si dette vita al cosiddetto Risanamento Napoli, che consistette nello smembramento della città di inutili vicoli malsani, che sfociavano in sozzi palazzi e casupole per depositi, utilizzate invece per dormitori ed abitazioni, che prive di servizi igienici, s’impregnavano di un fetore insopportabile. (Erano per lo più situati questi dormitori nelle vicinanze del porto ( i cosiddetti Fondaci in napoletano ‘e Funnache ).



Re Umberto I, amante dell’arte, abbellì la città arricchendola d'imponenti Statue di marmo e di bronzo di personaggi famosi, sia per imprese storiche o, che si erano distinti in opere pubbliche e sociali, che fece erigere su imponenti piedistalli da illustri scultori dell’epoca e collocare in ogni spazio e nelle varie piazze importanti della città.



Terminate le arringhe della difesa si udirono voci tra la folla, intanto, che gremiva la piazza con espressioni di questo genere :



Comma hanne parlate belle! On Save’!  So tutte Avvucate, me pareve ‘e assistere a ‘nu vere pruciesse! Pecchè ’a vonne luvà ‘a statua ‘e chiste Re Vittorio Emanuele II, a me nun me pare ca ha fatte male a coccherune, vuje ca site jute a scola e cunusciute tanti ccose, spiegateme pecchè se sta a fa ‘stu pruciesse?



Don Saverio il pensionato replicò :”Onna Cuncè! Manche je ‘nce capisce niente, ma si se sta facenne ‘stu pruciesse, cocchecosa ‘nce addà stà 'a sotta; se so' scummedate tutte ‘sta ggente ‘mpurtante, Sinneche da ajere, Avvocate ’mpurtante, gente ca sape ‘a storia veramente, no chella, ca ‘nce hanne ‘mpapucchiate a nuje, pirciò , stamme a sentì e verimme comme va a ferni!”



Onna Rosa, ‘a baccalaiola, s’introdusse nella discussione dicendo:” On Saverie parle bbuone, Isse ‘e pensiunate! Nun tene niente ‘a fa! Po’ aspetta!, ma nuje femmine tenimme ‘o che fa’, ‘nce avimme ritirà a casa, avimme priparà a cena pe’ stasera, chi ‘o sente a mariteme quante arrive e vo’ magnà’!, Le diche nun agge priparate niente, pecchè so’ state a sentì' ‘o pruciesse a piazza Plebbiscite!” Cuncettì! , me stonghe ‘nu poche e po’ me ne vache!, Comme va a fernì’ mo faje sapè tu! Statte bbona!



Intanto il dibattimento continuò, viene chiamato ad esporre il presidente del collegio dell’accusa, che era rappresentato dall’illustre avvocato,


On. Gaetano Salvemini
                                             




Gaetano Salvemini, ex parlamentare socialista dell’inizio di fine Secolo Ottocento, nonché libertario e rivoluzionario repubblicano, che nel prendere la parola inizio a dire : “ Ci troviamo davanti ad un’ingiustizia storica, che da buon meridionalista, desidero, che si ricorra ai ripari; Primo, perché, rimuovendo la statua dell’usurpatore del Regno delle Due Sìcilie, Il cosiddetto Padre della Patria, Vittorio Emanuele II di Savoia, rendiamo giustizia ai tanti morti di guerre, che si sono immolati per la grandezza di Napoli e per i principi quantomeno onorevoli e importanti, come la Libertà, la Giustizia, l’Uguaglianza, che non esistevano nel quotidiano comportamento del personaggio in discussione, che nella sua triste esperienza di Re non seppe mai coniugare, perché fece continuare i privilegi della Nobiltà, della Chiesa, che accumularono ingenti patrimoni immobiliari ed immensi latifondi, a danno dei lavoratori, dei contadini e di tutti coloro, che si battevano per questi sacrosanti diritti.


Al suo posto propongo che sia collocata una statua di un vero eroe napoletano degli ultimi tempi, (lontano dai Borboni e dai Savoia) il Prof. Antonino Tarsia in Curia, che capeggiando il popolo nei tristi giorni delle famose,

   
Gennaro Capuozzo
     scugnizzo soldato delle 4 giornate

                                                  


                                         

Quattro Giornate di Napoli” liberò la città dal vessatorio giogo tedesco del suo comandante colonnello Schol e dalle barbarie nazifasciste, che opprimevano la città nel fine settembre del 1943, (dal 27 al 30 settembre del 1943) dopo che, via radio, si seppe della proclamazione dell’armistizio di Cassibile, firmato 8 settembre dal generale Castellano, per conto del governo italiano presieduto da Badoglio, e dal generale Bedel Smith, per conto del comandante delle truppe alleate Angloamericane, generale Eisenhower. Non solo seppe coordinare gli insorti, ma insieme al capitano Stimolo, riuscì a far liberare coloro che erano stati razziati e fatti prigionieri per rappresaglia, (perché rei non essersi presentati spontaneamente per andare a lavorare in Germania), ed erano tenuti nello stadio del Vomero (l’attuale stadio Collana) mentre appena dopo la cacciata dei Tedeschi fu chiamato a ben ragione stadio della Liberazione.



Un Eroe di tale grandezza venne dimenticato velocemente ed il suo nome esiste nella toponomastica cittadina, però relegato in una viuzza dietro il Castello dell’Ovo, perché non se ne poteva fare a meno.



Non finì la sua arringa che anche se non napoletano, volle prendere la parola e continuare l’accusa il noto studioso della questione Meridionale


l’On. Antonio Gramsci,

    

On. Antonio Gramsci
                                                  



 che esordì affermando che i Savoia, ed in primo luogo Vittorio Emanuele II , altro che liberatore, fu un Regnante feroce, che mise a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di Briganti. Alla luce di tutto ciò che accadde all’indomani del 1860, per mera colpa di questo sovrano, non si può parlare di padre della patria, ma piuttosto di un invasore, come non c’erano stati precedentemente, che annettendo, spoliando, in una parola, distruggendo tutto ciò che era patrimonio e ricchezza di un paese florido e gioioso di vivere, costrinse un popolo, che non desiderava per niente essere liberato, ne annesso, come poi è stato scritto, con un farsesco plebiscito popolare, avallato e legalizzato da scrutatori camorristi, come Tore ‘e Criscienzo e Totonne ‘e Porta ‘ e massa.
L’accusa di Gramsci stava facendo scivolare il dibattimento verso l’ipotesi che la dinastia dei Savoia non era stato altro, che un male inaccettabile, che aveva causato tantissimi morti prima e dopo l’annessione, nel nome di quella Unità d’Italia, e proseguito con la Prima guerra Mondiale, quando intere classi di giovani (i famosi ragazzi del 1899) prevalentemente provenienti dal Sud Italia, perirono per conquistare la Venezia Giulia ed il Trentino al grido di Avanti Savoia.
A volere tutto ciò fu il Sovrano Vittorio Emanuele III, figlio di'Umberto I, nipote di Vittorio Emanuel II, il cosiddetto Re soldato, che con l’avventuriero Benito Mussolini, c'indusse ad allearci con il dittatore Nazista Hitler, per coronare il sogno di diventare Imperatore. Anch’egli per inusitate manie di potere fece uccidere migliaia e migliaia di'esseri umani, utilizzando armi come il gas nelle impari conquiste dell’Eritrea e della Somalia, dell’Albania.



 Quanto prima ci sarà un'altra puntata

giovedì 1 maggio 2008

Processo a piazza del plebiscito


Cosa mi capitò a piazza del plebiscito



1^ puntata

Palazzo reale  a Napoli  ( c/o Piazza del Plebiscito)


Dopo una lunga passeggiata da Piazza Dante fino a Piazza Trieste e Trento e dopo aver sorseggiato uno squisito caffè presso l’antico Bar-Cenacolo                       “Il Gambrinus”, m’accinsi solitario ad immettermi nell’ormai famosissima Piazza del Plebiscito per godermi da napoletano le bellezze architettoniche, che in essa sono racchiuse, che rappresentano in sintesi la frastagliata e variegata storia di Napoli e della sua grandezza.
Mirando il Palazzo reale e le statue degli antichi Re,                                  


che hanno governato Napoli nel passato, pian pianino leggendo l’etichetta sotto il piedistallo che le sorregge, mi sembrò di rivivere il tempo vissuto da quegli illustri personaggi. Sono rappresentati i più importanti Re del passato, sono otto statue, ognuno una dinastia, un’epoca bella, brutta, ricca d’avvenimenti, di ribellioni, di feste, d’epidemie, di terremoti, che rispecchiano il popolo invitto e mai domato dei napoletani, che riuscirono a farsi capire dai Normanni, dagli Svevi, dai Francesi, dagli Spagnoli, dagl’Inglesi, dagli Americani, dai Marocchini, pur non parlando le loro lingue, comunicando con essi, utilizzando le mani, facendo gesti o mimando con il corpo un atteggiamento o torcendolo con una mossa.

Ottava nicchia del palazzo reale di napoli
             Vittorio Emanuele II


Attraversando la piazza mi parve di ascoltare le enormi statue, che discorrevano tra loro e parevano che si scambiassero sensazioni per quello che erano costrette a vedere sotto i loro occhi e non potevano intervenire, altrimenti……………………………
La mia mente, allora, fu presa da quel vociare indistinto dei Re, che parevano sul punto di azzuffarsi a dire: “ non lo vogliamo con Noi, non è giusto, non ha fatto nulla per questa città, né l’ha conquistata, l’ha solo depredata delle sue ricchezze, fine a ridurla, una colonia da sfruttare.
Il Vociare continuava: “Non è giusto, Professore, ci state ascoltando, voi che amate, la storia della nostra Napoli, rendeteci giustizia, ci sentiamo offesi! …………………… Durante la nostra esistenza abbiamo dato e fatto tanto per questa città, pur non essendoci nati, quindi il posto, che occupiamo sul frontale di questo palazzo reale, ce lo siamo guadagnato e giustamente siamo ben voluti da ogni napoletano ed ammirati sempre da migliaia di turisti, provenienti da ogni angolo del mondo, che ci guardano con stupore e con gran meraviglia, sia per le nostre gesta, sia per l’onore e la grandezza, che abbiamo profuso per Napoli ed al rispetto, che siamo riusciti a fargli conseguire come Regno, tanto che era temuto ed apprezzato dai governanti di tutto il mondo, che a quei tempi contavano.

Fra me e me, pensai, ma con chi ce l’hanno! Non capisco chi è l’intruso!
“Non fate lo Gnorri, avete capito benissimo!” altrimenti che professore siete!” Intanto continuavano a bisbigliare: “ Professore se non l’avete capito, allora siamo espliciti! Ci riferiamo alla statua di Vittorio Emanuele II –‘O CAMPAGNUOLE, avite viste comm’ è vestute, tene ‘nu cazone tutte sgualcite, cu ‘na palandrana ‘ncuello comm’‘a ‘Nu ZAMPUGNARE. – Si chille è ‘Nu Re ! Allora amici miei, (riferendosi agli altri re) jammuncenne, chiste è ‘nu posto pe’ Rignante sule comm’ a nuje. Chille ‘nce ‘nguaje ‘a piazza! Nui sule simme è vere RE ‘e Napule, ma chi nce l’ha mise, chi nce l’ha mannate a ‘stu RAPUONZE!.”
Cercavo di dare loro una storica risposta con il mio pensiero, facendo un ragionamento circa l’opportunità della maestosa Statua, situata alla fine delle varie Dinastie, che hanno regnato su Napoli, perciò anche i Savoia, come re d’Italia, spettava una collocazione, ormai che Napoli, anche se era stata una Capitale di un suo regno, ormai faceva parte della nascente nazione Italia o meglio del Regno unito d’Italia.
Procedendo nella mia passeggiata entrai involontariamente sotto i portici del palazzo, dal lato dove ci sono le antiche garitte di pietra, ormai vuote, un tempo vietavano l’accesso al palazzo e tutto preso nei miei pensieri e riflettendo su quanto avevo ascoltato pensai : “ Forse hanno ragione, ma come si può ottemperare all’errore storico di equiparare come re di Napoli, Vittorio Emanuele II, e spostare poi la sua statua dalla nicchia, dove attualmente è posta? Diventa un’impresa difficilissima e chi se la piglia la responsabilità della rimozione?”


                                                              


L'ultima Regina del Regno di Napoli
          Maria Sofia di Baviera
       (m
oglie di Re Francischiello)





Guardandola meglio, la riconobbi e fra me e me, dissi :” è Maria Sofia di Baviera, l’ultima Regina di Napoli, la moglie di Francesco II di Borbone, (il nostro amato re Francischiello), la sorella d’Elisabetta di Baviera, (Sissi) l’imperatrice d’Austria”, che con fare altezzoso mi consegnò un esposto in nome di tutti i soldati, martiri della difesa del regno delle due Sicilie, caduti durante le battaglie del Volturno e di Gaeta, che invocavano giustizia per il sopruso subito, perché dimenticati, (non erano neanche stati rappresentati tra i leoni, simbolo di tutti i martiri della libertà, nella famosa Piazza dei Martiri).
“Maestà, il vostro esposto è sacrosanto”, le risposi subito con una prima risposta .
“Vi ringrazio che vi siete rivolto al sottoscritto, ma io posso fare ben poco! Mica ho il potere di intentare un processo per dare soddisfazione alle vostre richieste e poi a chi mi rivolgo?
Non so’ proprio a chi rivolgermi, Voi non conoscete la Burocrazia che c’è adesso, ai vostri tempi era tutto più facile!”
Nell’esposto, che la regina Maria Sofia mi aveva consegnato, si intimava che la statua di Vittorio Emanuele II doveva essere rimossa ed al suo posto doveva essere collocata quella di Suo marito, il Re Francesco II, Francischiello, che era stato, a suo dire, il vero ed ultimo Re di Napoli, che, amando Napoli ed il suo popolo, evitò che la città subisse un inutile spargimento di sangue, perciò si rifugiò a Gaeta , (lontano dall’operosità della gente comune e per evitare strage d’innocenti), con il suo esercito per difendere il Regno dall’avventuriero Garibaldi e dai suoi mercenari.




La lettera denuncia, recava la firma di Maria Sofia, l’ultima regina di Napoli, di Francesco II di Borbone e dai familiari dei soldati caduti nella difesa del regno di Napoli.
Dopo averla attentamente letta, cercai di rasserenare la bellissima regina facendole intendere che me ne sarei comunque interessato, ma sott’ occhi vidi apparire vestito con il suo solito staffilo nero, l’esile figura di Giuseppe Mazzini,


Giuseppe Mazzini
                                                                
Il  1° Presidente del Consiglio del Regno Unito d'Italia
   Conte Camillo Benso di Cavour








che mi intimò :“veramente nella nicchia usurpata dal Savoia, avrebbe dovuto trovar posto la statua del mio discepolo, Giuseppe Garibaldi, l’unico vero liberatore di Napoli, che sottraendola alla nefasta e tirannica dinastia monarchica borbonica, dopo averla liberata, fece la grande fesseria di consegnarla nella braccia della dinastia dei Savoia, pentendosi in seguito, poi amaramente.” “Carissimo professore, con quale coraggio volete dare ascolto alla lamentela di questa signora, che da straniera, ha regnato con il suo consorte su questo meraviglioso popolo senza mai calarsi nella vita reale, fatta di stenti e affanni a cui questo meraviglioso popolo era continuamente afflitto”.
Continuò poi tutto concitato (Riferendosi a Maria Sofia) : “ Si è dimenticata che quando era al potere, la sua unica attività, era quella di andare a cavallo, a caccia, a tirare di scherma, a farsi fotografare in atteggiamenti per quell’epoca provocanti, tanto da compiacersi nel tuffarsi nelle acque del vicino porto, fregandosi delle miserie e delle indigenze, in cui era sprofondato il popolo laborioso ed attivo di Napoli. Gli avvenimenti della storia, però, ebbero il sopravvento e spazzarono via il regno dei Borboni con tutta la sua inutile corte, grazie soprattutto all’intrepido Peppino Garibaldi e alle sue camice rosse. Il posto della ottava nicchia, perciò, spetta a Lui, all’eroe dei Due mondi, anche perché ha governato per ben un anno su tutto il regno Napoletano, emanando leggi e editti nella attesa di consegnare l’intero territorio conquistato alla indegna ed usurpatrice dinastia Savoiarda.” Lasciamo perdere, con quale faccia tosta viene a recriminare un posto nel frontale di questo glorioso palazzo?”
Avrei voluto interferire con Lui, anche perché tutto sommato aveva ragione, la sua tesi affermava una verità indiscussa, (La conquista del regno di Napoli da parte di Giuseppe Garibaldi e le su camicie rosse).
Non finì il buon Mazzini l’ultima parola, che dallo scalone, che porta al piano superiore, apparve con il suo incedere elegante con gli occhialini inconfondibili, un signore alquanto robusto sulla sessantina, ben vestito con una sorta di redincotte marrone, che mostrandosi come quasi il governatore e padrone dello storico Palazzo, con un accento piemontese senza essere interpellato, s’introdusse nella discussione affermando:” “Guarda un po’ cosa devono ascoltare le mie orecchie. La collocazione della statua di Vittorio Emanuele II è giusta , è sacrosanta! A ben ragione fu fatta scolpire e voluta dal figlio il Re Umberto I, il re Buono, il re galantuomo, che volle riempire il frontale di questo palazzo reale con tutte le altre statue dei Re direttamente o indirettamente di Napoli. E’ stato un omaggio alla storia della città di Partenope rispettando il valore dei suoi regnanti per dinastia succedutosi nelle varie epoche dalla nascita del suo regno fino alla sua annessione a quello unitario del Regno d’Italia “

                                                                          




E’ inutile che vi dica chi era il personaggio, sicuramente s’era capito, infatti era il Conte Camillo Benso di Cavour, Primo Ministro del regno dell’Italia Unita, che con incedere persuasivo continuò: “La regina Maria Sofia, sbaglia quando afferma che una statua del marito, Francischiello, doveva occupare il posto di quella di Vittorio Emanuele II di Savoia.
Il marito Francesco II, prima di tutto, non era stato un Re capostipite, poi, come suo nonno Ferdinando IV, appena ravvisò il pericolo di battaglie e di tumulti in città, prese la via della fuga per mare per la salvaguardia sua e della corte presso lidi più sicuri, lasciando Napoli ed il suo popolo senza difesa alla mercè dei nemici senza combattere in prima linea. Non poteva essere rappresentato sul portale un Re, senza gloria, nè onore”.
“il mio amato amico don Peppino Gavibaldi, per quanto mi riguarda “, professore! “dite a Don Peppe Mazzini, che centra lui, non può fare il difensore del nostro generale? Non desidero spartire nulla con lui, né colloquiare, è solo un ciarlatano rivoluzionario repubblicano, che non capisce alcunché di politica e strategia diplomatica. Era solo un fomentatore di piccole imprese di rivolta, sparse un po’ qua , un po’ là, per dividere l’Italia e non per unirla e per costruire solo tante repubblichette. Il buon Don Peppino Gavibaldi l’abbiamo comunque sistemato: gli abbiano dedicato, in questa splendida città, una piazza tutta per Lui, la piazza della stazione ferroviaria, che si chiamava Piazza dell’unità Italiana in suo onore mutata in piazza Garibaldi, dove troneggia una sua statua di bronzo su un maestoso piedistallo in granito rosso di Baveno, mentre ai lati sono raffigurate le sue imprese e così chiunque quando arriva a Napoli può ammirarlo e apprezzare le sue gesta”
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Piazza Garibaldi a Napoli
















Nei miei pensieri avrei voluto rispondere ad ognuno di questi miei fantastici interlocutori, per mettere su una discussione appropriata e per fare una volta per tutte un giusto processo agli avvenimenti citati e per appurare al meglio la verità storica ed emettere una sentenza definitiva, visto che c’erano tutti i presupposti per un vero dibattimento con tanto d'Incolpati, d'Avvocati difensori, di Pubblica Accusa, e poi c’era anche lo spazio, la piazza, per contenere il popolo, che si sarebbe assiepato per partecipare e per assistere. Con un’eventuale votazione segreta, (un referendum semmai), poi si sarebbe potuto emettere il richiesto verdetto (consistendo nella rimozione e sostituzione della Statua di Vittorio Emanuele II nell’Ottava nicchia o lasciare tutto come sta).


quanto prima ci sarà un'altra puntata