mercoledì 8 aprile 2026

Buon giorno Buon Mercoledì 8 Aprile 202

 

Buon giorno Buon Mercoledì 8 Aprile 2026

--- San Timoteo – San Diogene – San Macario ---

 

.Nella vita è Importante accettare anche le avversità della vita, in quanto ci fanno sentire vivi, dopo averle superate, perchè ci fanno capire che tutto sommato la nostra esistenza è bella, in quanto con pazienza, con amore, con prudenza e con determinazione, tutto si risolve, senza lamentarsi, ne deprimersi, per assaporare anche sbrazzi di felicità.

Dopo questa mia considerazione giornaliera, vi posto come al solito, una delle tante mie curiosità, questa volta riguardante la nascia dei  casali , da cui si sono avuti i Comuni r la Provincia

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

I Casali di Napoli

 

Cosa sono ed erano i cosiddetti “ Casali “ e  cosa hanno a che fare con la città di Napoli  per essere ricordati nel famoso detto:    “ Cammina Napoli e 36 casali” o

“Gira pe’  Napule e pe’  36 casale”

Tale antico detto stava a significare una persona che va in giro  per tutta Napoli e sui 36 casali. 

 Il termine "Casale" deriva dal latino medievale, e sta ad indicare un gruppo di case rurali, un villaggio di case coloniche rustiche, formatosi in zone di campagna dedite alla coltivazione di cereali  (grano, patate),  ed alla produzione di olio e vini.
 Il termine casale fu usato, anche, come elemento di toponimi famosi e tuttora esistenti come città importanti in tutto il territorio italiano, le più note sono:

Casal Monferrato (in provincia di Alessandria);

Casal Pusterlengo (in provincia di Lodi);

Casal Grande (in provincia di Reggio Emilia);Casal Bordino (in provincia di Chieti);Casal di Principe (in provincia di Caserta);

Casal Nuovo (in provincia di Napoli);Casal Buono (in provincia di Salerno); Casal Velino (in provincia di Salerno);

L’origine dei casali è molto antica si può far risalire attorno al 100 a. C. o addirittura all'epoca successiva alla seconda guerra punica, quando Roma espropriò il fertile AGER CAMPANUS e fece sorgere su tutta la pianura napoletana  numerose ville rustiche, dedite alla coltivazione di cereali e legumi ed in seguito anche alla piantagione di piante per  ottenere la produzione di frutta varia, olive, uva per ottenerne, poi, olio ed eccellente vino.

Il termine Casale, compare nel Mezzogiorno esattamente nell’XI° secolo ed in seguito nel XIII°, come conseguenza dell’abolizione della servitù della gleba e l’introduzione del contratto dell’enfiteusi ( cioè quando il proprietario di un terreno agricolo, non desidera interessarsi direttamente e quindi lo cede ad altri il godimento, ottenendo come contropartita l’obbligo di farsi pagare un canone e di apportarne eventuali migliorie dall'affittuario).

Tale antica organizzazione prese corpo dalle forme di struttura di proprietà,  introdotte dalle comunità Benedettine Cistercensi, e consisteva in  una organizzazione del lavoro di tipo autarchico volto allo sfruttamento intensivo di grandi estensioni di terreni agricoli .

I casali insomma  erano delle case sparse. Villaggi di fondi rustici vicini alle mura della città, mentre quando erano insediamenti lontani erano detti “ Oppida” o  “Castra”, in quanto dovevano in qualche misura  assicurare, sia pure per tempi brevi, la difesa delle genti che li popolavano
Gli antichi romani chiamavano Oppidum o Castrum (plurale latino: Oppida  o  Castra) una città fortificata  priva di un confine sacro (il pomerio = delimitazione non costruita) proprio invece dell'urbe,  e vennero così individuati come “Oppida  o Castra” gli insediamenti cittadini fortificati, più grandi del semplice Vicus, (borgo) ma non ancora abbastanza estesi per essere indicati come Civitas (città) ).

Il numero dei casali non è stato mai fisso nel secoli, perché alcuni,(quelli più piccoli) scomparivano in quanto assorbiti da quelli più grandi, come avvenne per Arcus Pintus e villa Cantarelli, incorporati da Afragola; Porzanum e Lanzasinum da Arzano; Pollanella e S. Severinum  da Miano; Sirinum e S. Ciprianus da Barra; Balusanum e Turris Marani da Marano; Tertium da Ponticelli; Malitelllum e Carpignanum  Da Melito (Malitum); Grambanum e Capitanumad S. Jeogium, incorporati  da S. Giorgio a Cremano; Sola e Calastum  da Turris Octava che divenne poi Torre del Greco.

 

Il primo documento che parla di quantità di casali di pertinenza del territorio intorno a Napoli è un cedolare angioino riguardante la riscossione delle imposizioni fiscali, dette collette (tale imposta era dovuta secondo il numero dei fuochi, cioè nuclei familiari, che risiedevano nell’insediamento rustico ed era  denominata per questo “ Focatico”) in cui sono registrati  43 casali come la trascrizione dello storico dell’epoca, il Chiarito

Si dovrà giungere infine a poter affermare che la definita  istituzione dei Casali, fu il 26 febbraio 1266 , dopo che l’esercito francese di Carlo d’Angiò, sconfitti gli Svevi nella battaglia di Benevento, ebbe la via libera per Napoli, e per ringraziare la cittadinanza per l´aiuto e la devozione, che gli fu dimostrata, diede alla popolazione delle concessioni prima di partire per Palermo, (come è riportato nella fonte storica “ Liber donationum “). Una di queste concessioni fu quella di istituire i casali, che venivano detti anche “vichi” o “paghi”(dal Latino) nell’antica divisione ed organizzazione del territorio romano.                                                                                     Infatti sia i Vichi, che i Paghi, erano indicazioni antiche di un  territorio rurale, distante dal centro abitato della città.

( I Vichi , (dal latino Vicus) stava per «quartiere, borgata» e quindi «centro abitato, villaggio»]Tale termine è stato poi adoperato in riferimenti storici, come  elemento di parecchi toponimi ( Vico Equense , Vico Pisano, Vicovaro , Lago di Vico , ecc.).

I Paghi, (dal latino Pagus)  – erano nell’antico territorio di Roma (e anche nel territorio gallico), dei distretti campagnoli; il pago era considerata l’unità territoriale fino a quando mantenne il suo  solo carattere  rurale..)

Con l´avvento di Alfonso d´Aragona, il 28 febbraio 1443 il Re dispose un censimento a fini fiscali detto numerazione dei focolai. Da questo censimento vennero esonerati i casali, creati dagli angioino, evitando cosí di pagare “li 42 carlini a fuoco”, previsti dal censimento, godendo gli stessi privilegi, prerogative ed immunitá della cittá di Napoli.

Senza calcolare Torre del Greco, che nonostante rientrasse nel territorio di Napoli, non era considerata casale, ma castello ben munito, i casali erano 36, e divisi in 4 zone:

8 lato mare, 10 entro terra, 10 nella montagna di Capodichino, e 8 appartenenti al monte Posillipo :

Quelli del lato mare – la costiera destra sotto il Vesuvio erano -

 

Torre Annunziata, Resina, Portici, San Sebastiano, San Giorgio a Cremano, Ponticelli, Varra di Serino, San Giovanni a Teduccio.

Quelli del lato terra – dell’entroterra -

 

Fraola, Casalnuovo, Casoria, San Pietro a Patierno, Fratta Maggiore, Arzano, Casavatore, Grumo, Casandrino, Melito.

Quelli del lato montagna di Capodichino –Lato Nord-Est

 

Marano, Mongano, Panecuocuolo, Secondigliano, Chiaiano, Calvizzano, Polvica, Piscinola, Marianella

 

Quelli del lato montagna di Posillipo –Lato Ovest

 

Antignano, Arenella, Vomero, Torricchio, Pianura, S. Strato, Ancarano, Villa Posillipo.

 

I nomi di certi casali si riconoscono anche oggi, e tra quelli che oggi sono quartiere di Napoli, troviamo:

Varra di Serino, che oggi é il quartiere Barra.
S. Strato, borgo di Posillipo con la sua chiesa dedicata al Santo sulle rovine di un vecchio tempio Romano, proprio nell´anno dell´istituzione dei casali, 1266.
Polvica o Pollica, la sua ubicazione é segnalata a occidente sul monte dei Camaldolesi, quindi è stato incorporato come pure i Camaldoli nel quartiere di Chiaiano.

Il Casale del Vomero invece, ci viene descritto come una contrada sulla collina di Napoli verso oriente, dove i Napoletani nel mese di ottobre concorrono in folle, per godere di quell´aria, della veduta, e del vago orizzonte. 
Piscinola, Piscinula, sotto la corte Angioina, era conosciuta per la sua produzione di lino, canape, vino, e frutta.
Secondigliano, addirittura segnalato in provincia di terra di Lavoro, come casale, era conosciuto per la sua produzione di grano, legumi, canapa, e pregiatissimi lini. 

Pianura, villaggio con la popolazione dedita all´agricoltura ed al trasporto di piperno.
Torricchio, che oggi é il quartiere Materdei, (Gaetano Nobile nella sua descrizione di Napoli, scrive che sino a cader del secolo XVI°, questo luogo veniva chiamato il Torricchio, da una piccola Torre Baronale, che sorgeva dalla sommitá della contrada).

Tra i casali che sono diventati cittá autonome abbiamo Fraola e Mongano, che diventano Afragola e Mugnano, mentre Panecuocuolo era un villaggio, dove oggi sorge Villaricca

A. Summonte nella sua “Historia della Cittá e Regno di Napoli” descriveva cosí i casali di Napoli:

“Questi casali sono abbondantissimi di frutti, dei quali se ne gode tutto il tempo dell´anno, ancora sono fertilissimi di vini preziosi e delicati, di frumento, di lino finissimo, e canapa di gran qualitá, di bellissime sete, vettovaglie di ogni sorta, selve, nocellami, polli, uccelli,

In definitiva, i casali, appartennero interamente al cosiddetto “ Regio Demanio”, e godettero di esenzioni fiscali. Successivamente quando il regno di Napoli era sotto la dominazione spagnola ed i Viceré presero l'abitudine di vendere i casali demaniali per impinguare le casse dello stato iberico. Tale vessazione vicereale  (la vendita dei casali) creò numerose proteste, fino a che Carlo V° sali al trono ed accordò nel 1536                 lo " JUS PRAELATIONIS " (il diritto di prelazione), ovvero la facoltà dei casali  di riscattarsi; tuttavia, l'ordinanza ebbe un effetto deleterio sulle finanze locali e a molti casali mancò la possibilità economica di esercitare il riscatto; altri invece furono costretti a rivendersi per liberarsi dai debiti contratti.               L'ordinanza di vendere i casali demaniali continuò fino  al 1637, quando vi furono tante  proteste armate, che esplosero definitivamente  unendosi, poi, alla storica  rivolta di Masaniello, da parte prima tra alcuni casali e poi in tutto il regno. Con l'abolizione del Feudalesimo i casali divennero comuni autonomi, ma il legame con la città  di riferimento rimase inalterato, con la quale condivideva consumi ed osservava gli stessi obblighi giuridici e amministrativi, divenendo così l’istituzione territoriale detta “ Provincia”..

 

martedì 7 aprile 2026

Buon giorno Buona Martedì 7 aprile 2026

 

 

Buon giorno Buona Martedì 7 aprile 2026

--- Sant’ Enrico – Sant’Ermanno – San Pelusio ---

 

Approfitto stamattina, per inviare oltre il solito saluto augurale quotidiano, con tanto affetto ai cari amici e alle stimatissime amiche, che leggono le mie curiosità, per rinsaldare la nostra amicizia, quale sentito privilegio, imperante tra gli esseri umani, che si stimano e si rispettano.  Vivere la normalità della vita anche, se è contagiata dai continui notiziari, che ci affliggono, purtroppo, per i conflitti territoriali in atto, per i terremoti, per i cambiamenti climatici e ultimamente con l’aumento  dei carburanti, che non consentono un’esistenza serena senza dover sopportare privazioni e umiliazioni.

Intanto vi posterò un’altra mia curiosità. per farvi conoscere, quando s’improvvisano alcuni mestieri, per sopravvivere e sbarcare il lunario.

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

Carciofi arrostiti sulla brace

Eppure è vero, alcuni vecchi mestieri ritornavano per far guadagnare qualche soldo a chi, ogni giorno perde il lavoro, e per tirare a campare, si arrangia e si improvvisa venditore ambulante di qualcosa. come “Carciofi Arrostiti Sulla Brace”, come si era solito incrociare la domenica mattina, agli angoli dei trivi o bivii delle strade principali.  specie quando si era obbligati a fermarsi per evitare di far intasare il corso principale. Nel giro di una mezzora nascevano all'improvviso queste improvvisate postazioni, che erano dei classici ambulanti di strada. Questi novelli venditori ambulanti, che iniziavano per prima cosa a piazzare un modesto banchetto con a fianco un trabiccolo, che preso dal bagagliaio della propria macchina, conteneva nella parte sovrastante un braciere con una graticola, e sulla quale con un’abile maestria, dopo aver acceso dei carboni, e soffiandovi sopra con un ventaglio di cartone, appena la brace diventò bianca, vi poneva dei carciofi per farli arrostire. (le cosiddette “Carcioffole Arrustutu”).                          

Guardandoli pensavo, “chi sono costoro, che s’improvvisavano venditore di quale misteriosa verdura cotta all’istante per strada?"

Si sono loro (pensavo tra me e me), i classici Venditori ambulanti di “Carcioffele Arrustute

Immantinente m’assalìva un irresistibile profumo dei carciofi arrostiti per strada, che promanava dal braciere di quel novello cuoco ambulante, vestito di bianco con un Mantesino (un grembiule da cucina) dello stesso colore, per apparire, come simbolo di nettezza e di igienicità.

Assorto nei miei pensieri, osservai la rapidità con cui l’improvvisato venditore di carciofi arrostiti, aveva allestito il tutto, ivi compreso un grosso ombrellone di tela per difendersi dal sole, che in quell’ ultimo squarcio di estate, (la tarda estate di San Martino) ancora riscaldava le strade e faceva sudare, mentre la brace accesa procedeva incessantemente alla cottura della richiesta verdura cotta "(‘E Carcioffele Arrustute)" .

Il prezzo di questi “Carciofi Arrustute” era modesto, offerto in vassoietti di stagnola standard, con prezzi fissi, (quando contenevano 5 teste costava solo 5 euro, mentre se ne conteneva 2 solo 2 Euro.

Vediamo un po’ perché tanta voglia di carciofi arrostiti?

Iniziamo a dire che il carciofo è la più misteriosa delle verdure, perché, come si presenta, ha degli accorgimenti. come fosse una pudica femmina.

Le verdure, che rappresentano il sesso maschile,  sono rappresentate, jnvece, dal Cetriolo, dal Porro o dall’Asparago, che non si vergognano ad esibire, ai quattro venti, la loro arrogante virilità, mentre il carciofo, al contrario, per pudore innato, se non per civetteria, fa di tutto per nascondere la propria intimità sotto sottane e merletti, pieghe e panneggi.

Per conoscere (la sua squisita bontà), i suoi gustatori, per prima cosa, la devono liberare di tutti questi fronzoli, (le foglie merlettate od appuntite) a uno a uno, delicatamente, lentamente. prendendosi il tempo necessario. Dopo questa operazione il carciofo offre il suo cuore carnoso ai suoi amatori, quella parte che i francesi, in epoche pudibonde, chiamavano “Cut”, perché designavano molto appropriatamente, tutto ciò, che aveva una consistenza setosa e la forma arrotondata.

In Francia, poi, durante l’epoca della regina madre in persona, Caterina de’ Medici, si racconta che era affascinata da questo tipo di ghiottoneria, il carciofo, che la cui coltivazione era riuscita nel XVI° secolo ad attraversare le alpi dall’Italia, e per questo la rendeva assai incline a qualche scappatella.

La regina, Caterina de Medici (era risaputo) aveva dunque una passione per tutti i cibi creduti, a torto o a ragione, stimolanti, appunto, come i cuori di carciofo e le creste di gallo, tanto che, nel 1575, durante un banchetto di nozze rischiô di scoppiare. Questo episodio non bastò comunque ad ostacolare l’esaltante carriera del carciofo, tanto che, è ricordato per esempio che a Parigi, sotto Enrico IV°, i venditori ambulanti di frutta e verdura ne vantavano ancora le incomparabili virtù afrodisiache.

Ora parliamo della preparazione, che il novello cuoco ambulante di "Carciofi Arrustute" deve attenersi, prima di presentarsi sul luogo individuato per la vendita, e questo lo fa precedentemente nella propria casa da solo o aiutato dalla consorte.

Infatti sfilate da un mazzo contenente ognuno circa 25 teste di carciofi, acquistate il giorno prima al mercato, inizia la necessaria preparazione, lascia circa due centimetri di gambo e tutte le foglie esterne . Della necessaria mondatura del prodotto pronto per l'arrostimento, ne riempiva un bel sacco e si avvia così alla postazione prefissata per la cottura e la vendita domenicale dei suoi prelibati carciofi.

Dopo l’installazione della postazione iniziava a condire l'interno dei carciofi, tra una foglia e l'altra, con abbondante sale, pepe nero, prezzemolo grossolanamente tritato ed un generoso spicchio di aglio tagliato in due e schiacciato.

Intanto i carciofi si cuociono sulla brace, non troppo viva, per circa 15-30 minuti in dipendenza dalla forza del fuoco, e così i Carciofi Arrustute sono pronti per essere venduti all'avventore domenicale di turno.

Le foto sottostanti sono le immagini di :

Carcioffole arrustute all'istante per strada;

Venditore Ambulante nel mentre sta arrostendo le Carciofi;

Carciofo (verdura che rappresenta e nasconde le virtuù femminili)

Il Cetriolo (verdura che rappresenta il sesso maschile Gli asparagi (verdura che rapprJk esenta il sesso maschile)

Il Porrro (verdura che rappresenta il sesso maschile)

Il cuore de carciofo








 

lunedì 6 aprile 2026

Buon giorno Buon Lunedì 6 aprile 2026

 

Buon giorno Buon Lunedì 6 aprile 2026

--- San Prudenzio – San Celestino – Santa Galla ---

 

Invece di utilizzare le poche risorse finanziarie  a risolvere gli annpsi problemi ( come la ssanità o la chiusura di molte attività produttive si vuole utilizzarle per aumentare le spese militari, che produrranno solo distruzioni di opere di edifici abitativi e l’eliminazione degli esseri umani da questo meraviglioso nostro pianeta. come sta avvenendo per gli attuali conflittti.


 


Intanto stamane nell’ augurato buona Pasquetta, (0 meglio  Lunedì in Albis2), alle tante carissime amiche e ai tanti amici, che leggono le mie curiosità,   ne posterò un’altra per farvi conoscere l’origine dell’altro speciale prodotto campagnolo di Marano,  dal sapore   inconfondibile  e piacevole al palato.

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

La famosa ciliegia "Arecca" di Marano:

(un tempo, assieme ai piselli erano i prodotti tipici di Marano.

La ciliegia "Arecca"



 

Del dominio dei nobili delle terre del Casale o meglio del “Comune Di Marano” che l’acquistarono durante l’Occupazione Spagnola, ora  interessiamoci della famosa Ciliegia "Arecca" uno dei orodotti agricoli maranesi e della sua prima produttrice.Caterina Manriquez.

Ma chi era esattamente Caterina Manriquez, la prima produttrice della famosa Ciliegia  Arecca  coltivata  sulle collina dei Camaldoli  nei versanti di  Marano e  di Chiaiano. .

Caterina Manriquez, denominata la Reginella di Marano, ufficialmente poteva fregiarsi del titolo  di principessa, poiché l’era stato conferito dal re spagnolo dell’epoca , Filippo IV d’Asburgo, dopo che la fece allontanare dalla corte di Madrid, per volontà della Regina, la sua prima moglie, Elisabetta di Francia, che aveva scoperto la tresca amorosa, che intratteneva con lui.

Re Filippo IV di Spagna, per non contrariare sua moglie, la regina Elisabetta, fu dunque  costretto a  spedire la bella Caterina presso la famiglia  di lei a Marano, proveniente  da Salerno dove risiedeva nel  feudo di Cirella, inizialmente assegnato.    Il padre di Caterina,  Don Antonio Manriquez, nominato marchese  di Cirella ,  accolse la  figlia  a ben volere, perchè pensava di usarla per imparentarsi  con altri nobili feudatari, e, cosi poteva,  come era  in uso a quel tempo, espandersi territorialmente e contare di più nel nuovo mondo nobiliare del Regno Napoletano.

Il buon Don Antonio Manriquez, partecipava  ad accaparrare quanti più città o casali  del regno di Napoli, messi in vendita dal Vicerè, il conte  di Monterrey per ringraziarsi il potere insaziabile del Regno spagnolo . 

Caterina raggiunse via mare Salerno e dopo un breve soggiorno, conobbe Il barone Serbellone e venne a vivere con lui nel casale di Marano , che il padre, Don Antonio Manriquez le aveva  acquistato nel 1630  tra i vari casali del demanio reale di Napoli, messi in vendita.

Caterina  a Marano, si stabili con il marito nel castello di Scilla nei pressi di via recca e da li governava tutte le  zone di campagna e le masserie annesse e da perfetta padrona dava disposizioni ai coloni, che erano alle sue dipendenze, come  piantare nuovi alberi  da frutta e ortaggi vari, che aveva portato con se dalla Spagna.

La bella Caterina portava, infatti, nel cuore, coi sogni giovanili, anche  il ricordo delle albe e dei tramonti di fuoco, che l'avevano incantata, fin da bambina, nel lontano territorio collinoso madrileno, con i profumi intensi dei mirti, ed il sapore inconfondibile dei deliziosi  frutti assaggiati, come le fragranti ed inconfondibili ciliegie rosa-pallide.

Si racconta  che si era portato o aveva importato al suo seguito, quando lasciò la terra spagnola, alcuni alberelli di ciliegio, che fece piantare nelle campagne della Collina di Marano, la sua nuova residenza.

 

 Nella nuova dimora la sposina volle dopo aver fatto piantare gli alberelli di quei frutto prelibato, la ciliegia , che aveva portato dalla terra natia spagnola e lo nomò  ricca con il nome della famiglia del colono, Gaspare Ricca,  che aveva prodotto per primo  tale eccellenza di frutto o come dice lo storico locale ( ciliegia regale, da cui deriva recale ed infine recca) 

Per deformazione fonetica e labiale la qualità di tale ciliegia è divenuta, poi : la ciliegia Arecca.

Il prodotto, la ciliegia Arecca, incrementò a Marano anche il mestiere dei cestari, i quali per dividerlo per qualità, lo  sistemavano dopo la raccolta nelle "Varriate", ceste rettangolari che potevano contenere fino a venti chili di ciliegie (le sporte). Poi vennero altre ceste più pratiche, chiamate "Cerasare", anch'esse rettangolari e da quindici chili netti. Le più pregiate erano messe nel "cestino", che  era usato per regalare le ciliegie primizie alla propria fidanzata

Altro mestiere  fu impegnato per le ciliegie è fu quello  degli scalari, che crearono e si dettero da fare per fornire una scala  pratica funzionale per raccogliere tale specialità le ciliegie senza sciuparle e lasciare sui rami i germogli futuri fino alla cima  dell'albero.
La scala inventata, che permetteva di salire sull'albero di ciliegio, che può raggiungere anche i venti metri di altezza in sicurezza, era "lo Scalillo", che allora  si usava ed  ancora oggi si usa. Lo scalillo, è prodotto da sempre a Marano,  è un scala lunga e stretta, formata da un minimo di dieci ed un massimo di trenta scalini, distanti tra loro cinquanta centimetri. Ogni piolo dello scalillo è largo trenta centimetri e presenta al centro un'intaccatura nella quale il raccoglitore, appoggiando il ginocchio, resta libero di usare entrambe le mani senza perdere l'equilibrio.

 Le immagini sottosttanti sono:

Lo scalillo per raccogliere le ciligie

Le ciligie la Arecca

Il re di spagna Filippo IV