martedì 7 aprile 2026

Buon giorno Buona Martedì 7 aprile 2026

 

 

Buon giorno Buona Martedì 7 aprile 2026

--- Sant’ Enrico – Sant’Ermanno – San Pelusio ---

 

Approfitto stamattina, per inviare oltre il solito saluto augurale quotidiano, con tanto affetto ai cari amici e alle stimatissime amiche, che leggono le mie curiosità, per rinsaldare la nostra amicizia, quale sentito privilegio, imperante tra gli esseri umani, che si stimano e si rispettano.  Vivere la normalità della vita anche, se è contagiata dai continui notiziari, che ci affliggono, purtroppo, per i conflitti territoriali in atto, per i terremoti, per i cambiamenti climatici e ultimamente con l’aumento  dei carburanti, che non consentono un’esistenza serena senza dover sopportare privazioni e umiliazioni.

Intanto vi posterò un’altra mia curiosità. per farvi conoscere, quando s’improvvisano alcuni mestieri, per sopravvivere e sbarcare il lunario.

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

Carciofi arrostiti sulla brace

Eppure è vero, alcuni vecchi mestieri ritornavano per far guadagnare qualche soldo a chi, ogni giorno perde il lavoro, e per tirare a campare, si arrangia e si improvvisa venditore ambulante di qualcosa. come “Carciofi Arrostiti Sulla Brace”, come si era solito incrociare la domenica mattina, agli angoli dei trivi o bivii delle strade principali.  specie quando si era obbligati a fermarsi per evitare di far intasare il corso principale. Nel giro di una mezzora nascevano all'improvviso queste improvvisate postazioni, che erano dei classici ambulanti di strada. Questi novelli venditori ambulanti, che iniziavano per prima cosa a piazzare un modesto banchetto con a fianco un trabiccolo, che preso dal bagagliaio della propria macchina, conteneva nella parte sovrastante un braciere con una graticola, e sulla quale con un’abile maestria, dopo aver acceso dei carboni, e soffiandovi sopra con un ventaglio di cartone, appena la brace diventò bianca, vi poneva dei carciofi per farli arrostire. (le cosiddette “Carcioffole Arrustutu”).                          

Guardandoli pensavo, “chi sono costoro, che s’improvvisavano venditore di quale misteriosa verdura cotta all’istante per strada?"

Si sono loro (pensavo tra me e me), i classici Venditori ambulanti di “Carcioffele Arrustute

Immantinente m’assalìva un irresistibile profumo dei carciofi arrostiti per strada, che promanava dal braciere di quel novello cuoco ambulante, vestito di bianco con un Mantesino (un grembiule da cucina) dello stesso colore, per apparire, come simbolo di nettezza e di igienicità.

Assorto nei miei pensieri, osservai la rapidità con cui l’improvvisato venditore di carciofi arrostiti, aveva allestito il tutto, ivi compreso un grosso ombrellone di tela per difendersi dal sole, che in quell’ ultimo squarcio di estate, (la tarda estate di San Martino) ancora riscaldava le strade e faceva sudare, mentre la brace accesa procedeva incessantemente alla cottura della richiesta verdura cotta "(‘E Carcioffele Arrustute)" .

Il prezzo di questi “Carciofi Arrustute” era modesto, offerto in vassoietti di stagnola standard, con prezzi fissi, (quando contenevano 5 teste costava solo 5 euro, mentre se ne conteneva 2 solo 2 Euro.

Vediamo un po’ perché tanta voglia di carciofi arrostiti?

Iniziamo a dire che il carciofo è la più misteriosa delle verdure, perché, come si presenta, ha degli accorgimenti. come fosse una pudica femmina.

Le verdure, che rappresentano il sesso maschile,  sono rappresentate, jnvece, dal Cetriolo, dal Porro o dall’Asparago, che non si vergognano ad esibire, ai quattro venti, la loro arrogante virilità, mentre il carciofo, al contrario, per pudore innato, se non per civetteria, fa di tutto per nascondere la propria intimità sotto sottane e merletti, pieghe e panneggi.

Per conoscere (la sua squisita bontà), i suoi gustatori, per prima cosa, la devono liberare di tutti questi fronzoli, (le foglie merlettate od appuntite) a uno a uno, delicatamente, lentamente. prendendosi il tempo necessario. Dopo questa operazione il carciofo offre il suo cuore carnoso ai suoi amatori, quella parte che i francesi, in epoche pudibonde, chiamavano “Cut”, perché designavano molto appropriatamente, tutto ciò, che aveva una consistenza setosa e la forma arrotondata.

In Francia, poi, durante l’epoca della regina madre in persona, Caterina de’ Medici, si racconta che era affascinata da questo tipo di ghiottoneria, il carciofo, che la cui coltivazione era riuscita nel XVI° secolo ad attraversare le alpi dall’Italia, e per questo la rendeva assai incline a qualche scappatella.

La regina, Caterina de Medici (era risaputo) aveva dunque una passione per tutti i cibi creduti, a torto o a ragione, stimolanti, appunto, come i cuori di carciofo e le creste di gallo, tanto che, nel 1575, durante un banchetto di nozze rischiô di scoppiare. Questo episodio non bastò comunque ad ostacolare l’esaltante carriera del carciofo, tanto che, è ricordato per esempio che a Parigi, sotto Enrico IV°, i venditori ambulanti di frutta e verdura ne vantavano ancora le incomparabili virtù afrodisiache.

Ora parliamo della preparazione, che il novello cuoco ambulante di "Carciofi Arrustute" deve attenersi, prima di presentarsi sul luogo individuato per la vendita, e questo lo fa precedentemente nella propria casa da solo o aiutato dalla consorte.

Infatti sfilate da un mazzo contenente ognuno circa 25 teste di carciofi, acquistate il giorno prima al mercato, inizia la necessaria preparazione, lascia circa due centimetri di gambo e tutte le foglie esterne . Della necessaria mondatura del prodotto pronto per l'arrostimento, ne riempiva un bel sacco e si avvia così alla postazione prefissata per la cottura e la vendita domenicale dei suoi prelibati carciofi.

Dopo l’installazione della postazione iniziava a condire l'interno dei carciofi, tra una foglia e l'altra, con abbondante sale, pepe nero, prezzemolo grossolanamente tritato ed un generoso spicchio di aglio tagliato in due e schiacciato.

Intanto i carciofi si cuociono sulla brace, non troppo viva, per circa 15-30 minuti in dipendenza dalla forza del fuoco, e così i Carciofi Arrustute sono pronti per essere venduti all'avventore domenicale di turno.

Le foto sottostanti sono le immagini di :

Carcioffole arrustute all'istante per strada;

Venditore Ambulante nel mentre sta arrostendo le Carciofi;

Carciofo (verdura che rappresenta e nasconde le virtuù femminili)

Il Cetriolo (verdura che rappresenta il sesso maschile Gli asparagi (verdura che rapprJk esenta il sesso maschile)

Il Porrro (verdura che rappresenta il sesso maschile)

Il cuore de carciofo








 

lunedì 6 aprile 2026

Buon giorno Buon Lunedì 6 aprile 2026

 

Buon giorno Buon Lunedì 6 aprile 2026

--- San Prudenzio – San Celestino – Santa Galla ---

 

Invece di utilizzare le poche risorse finanziarie  a risolvere gli annpsi problemi ( come la ssanità o la chiusura di molte attività produttive si vuole utilizzarle per aumentare le spese militari, che produrranno solo distruzioni di opere di edifici abitativi e l’eliminazione degli esseri umani da questo meraviglioso nostro pianeta. come sta avvenendo per gli attuali conflittti.


 


Intanto stamane nell’ augurato buona Pasquetta, (0 meglio  Lunedì in Albis2), alle tante carissime amiche e ai tanti amici, che leggono le mie curiosità,   ne posterò un’altra per farvi conoscere l’origine dell’altro speciale prodotto campagnolo di Marano,  dal sapore   inconfondibile  e piacevole al palato.

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

La famosa ciliegia "Arecca" di Marano:

(un tempo, assieme ai piselli erano i prodotti tipici di Marano.

La ciliegia "Arecca"



 

Del dominio dei nobili delle terre del Casale o meglio del “Comune Di Marano” che l’acquistarono durante l’Occupazione Spagnola, ora  interessiamoci della famosa Ciliegia "Arecca" uno dei orodotti agricoli maranesi e della sua prima produttrice.Caterina Manriquez.

Ma chi era esattamente Caterina Manriquez, la prima produttrice della famosa Ciliegia  Arecca  coltivata  sulle collina dei Camaldoli  nei versanti di  Marano e  di Chiaiano. .

Caterina Manriquez, denominata la Reginella di Marano, ufficialmente poteva fregiarsi del titolo  di principessa, poiché l’era stato conferito dal re spagnolo dell’epoca , Filippo IV d’Asburgo, dopo che la fece allontanare dalla corte di Madrid, per volontà della Regina, la sua prima moglie, Elisabetta di Francia, che aveva scoperto la tresca amorosa, che intratteneva con lui.

Re Filippo IV di Spagna, per non contrariare sua moglie, la regina Elisabetta, fu dunque  costretto a  spedire la bella Caterina presso la famiglia  di lei a Marano, proveniente  da Salerno dove risiedeva nel  feudo di Cirella, inizialmente assegnato.    Il padre di Caterina,  Don Antonio Manriquez, nominato marchese  di Cirella ,  accolse la  figlia  a ben volere, perchè pensava di usarla per imparentarsi  con altri nobili feudatari, e, cosi poteva,  come era  in uso a quel tempo, espandersi territorialmente e contare di più nel nuovo mondo nobiliare del Regno Napoletano.

Il buon Don Antonio Manriquez, partecipava  ad accaparrare quanti più città o casali  del regno di Napoli, messi in vendita dal Vicerè, il conte  di Monterrey per ringraziarsi il potere insaziabile del Regno spagnolo . 

Caterina raggiunse via mare Salerno e dopo un breve soggiorno, conobbe Il barone Serbellone e venne a vivere con lui nel casale di Marano , che il padre, Don Antonio Manriquez le aveva  acquistato nel 1630  tra i vari casali del demanio reale di Napoli, messi in vendita.

Caterina  a Marano, si stabili con il marito nel castello di Scilla nei pressi di via recca e da li governava tutte le  zone di campagna e le masserie annesse e da perfetta padrona dava disposizioni ai coloni, che erano alle sue dipendenze, come  piantare nuovi alberi  da frutta e ortaggi vari, che aveva portato con se dalla Spagna.

La bella Caterina portava, infatti, nel cuore, coi sogni giovanili, anche  il ricordo delle albe e dei tramonti di fuoco, che l'avevano incantata, fin da bambina, nel lontano territorio collinoso madrileno, con i profumi intensi dei mirti, ed il sapore inconfondibile dei deliziosi  frutti assaggiati, come le fragranti ed inconfondibili ciliegie rosa-pallide.

Si racconta  che si era portato o aveva importato al suo seguito, quando lasciò la terra spagnola, alcuni alberelli di ciliegio, che fece piantare nelle campagne della Collina di Marano, la sua nuova residenza.

 

 Nella nuova dimora la sposina volle dopo aver fatto piantare gli alberelli di quei frutto prelibato, la ciliegia , che aveva portato dalla terra natia spagnola e lo nomò  ricca con il nome della famiglia del colono, Gaspare Ricca,  che aveva prodotto per primo  tale eccellenza di frutto o come dice lo storico locale ( ciliegia regale, da cui deriva recale ed infine recca) 

Per deformazione fonetica e labiale la qualità di tale ciliegia è divenuta, poi : la ciliegia Arecca.

Il prodotto, la ciliegia Arecca, incrementò a Marano anche il mestiere dei cestari, i quali per dividerlo per qualità, lo  sistemavano dopo la raccolta nelle "Varriate", ceste rettangolari che potevano contenere fino a venti chili di ciliegie (le sporte). Poi vennero altre ceste più pratiche, chiamate "Cerasare", anch'esse rettangolari e da quindici chili netti. Le più pregiate erano messe nel "cestino", che  era usato per regalare le ciliegie primizie alla propria fidanzata

Altro mestiere  fu impegnato per le ciliegie è fu quello  degli scalari, che crearono e si dettero da fare per fornire una scala  pratica funzionale per raccogliere tale specialità le ciliegie senza sciuparle e lasciare sui rami i germogli futuri fino alla cima  dell'albero.
La scala inventata, che permetteva di salire sull'albero di ciliegio, che può raggiungere anche i venti metri di altezza in sicurezza, era "lo Scalillo", che allora  si usava ed  ancora oggi si usa. Lo scalillo, è prodotto da sempre a Marano,  è un scala lunga e stretta, formata da un minimo di dieci ed un massimo di trenta scalini, distanti tra loro cinquanta centimetri. Ogni piolo dello scalillo è largo trenta centimetri e presenta al centro un'intaccatura nella quale il raccoglitore, appoggiando il ginocchio, resta libero di usare entrambe le mani senza perdere l'equilibrio.

 Le immagini sottosttanti sono:

Lo scalillo per raccogliere le ciligie

Le ciligie la Arecca

Il re di spagna Filippo IV 





 

 

domenica 5 aprile 2026

Buon giorno Buona Domenica 5 aprile 2026

 

Buon giorno Buona Domenica 5 aprile 2026

--- San Vincenzo – Sant’ Irene – Sant’ Alberto ---

“La santa Pasqua”

 

Oggi ricorre oltre la festività della santa Pasqua, anche l’onomastico dei Vincenzo, nome utilizzato, perchè  imposto, specie nel napoletano, per omaggiare San Vincenzo Ferreri, il santo, che a Napoli è considerato uno dei 50 protettori della città.

Chi porta tale nome, Vincenzo, detto anche con vari diminutivi: come Enzo, Enzuccio, Enzino, Vicenzino, Enzuccenielle, Cenzino, Cenzucce, è considerato una persona affabile, sempre disponibile, come il santo protettore, San Vincenzo, il santo monaco, che faceva miracoli con una semplicità impressionabile, già in vita.

.Intanto attualmente abbiamo bisogno di pace e gioia di vivere per continuare la nostra esistenza su questo nostro meraviglioso pianeta, la Terra,

Dopo aver augurato buona Pasqua ai tanti amici lettori e buon onomastico agli amici con il nome Vincenzo, anche oggi, posterò un’altra mia curiosità di uno speciale prodotto campagnolo dal gusto squisito.

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

I Piselli “Santa Croce” di Marano:

I famosi piselli, qualità “Santa Croce” di Marano

un tempo,  assieme alle ciliegie della Recca, erano il prodotto tipico di Marano. Se ne producevano decine di migliaia di quintali all’anno. Oggi, si vedono solo su qualche fazzoletto di terra, che, degradando dalla collinetta della Recca, scende fino a Castello Monteleone.

I piselli della qualità “Santa Croce, prendono il nome della località, il borgo Santa Croce, che domina la collina dei Camaldoli fino alla conca di Quarto, da sempre ricercatissimi dai buongustai per la forma ultrafine e per il sapore dolcissimo.

.I piselli “Santa Coce” di Marano erano precocissimi e invadevano i mercati di tutta Italia fin dal giorno di San Giuseppe e sparivano quando le altre qualità ancora non erano giunte a maturazione. Era, quindi, il primo prodotto dell’annata.

La produzione, fiorente fino a una decina di anni fa, è crollata, da quando le industrie conserviere si sono rivolte ad un prodotto più “grosso”, o all’estero per gli acquisti.

Era il tempo in cui a Marano più della metà dei suoi ventiseimila ettari di terreni era seminata a piselli, l’oro “Verde”, che produceva ricchezza fin dalla metà di marzo. Allora,infatti,  i carri delle varie masserie produttive facevano la spola incessantemente tra Marano e la stazione ferroviaria di Napoli, per spedire tonnellate di  piselli “Santa Croce” alle più importanti industrie conserviere del Nord.

A quell’epoca i migliori piselli in assoluto erano quelli prodotti dal massaro, Castrese Carandente, ed Il suo segreto consisteva nel seminare i piselli “Santa Croce” tra le piante di una particolare qualità di prugne bianche, che solo lui aveva...

Ora il motivo per cui ogni anno il bilancio agricolo di Marano si chiude sempre in modo più drammatico. ecco perché in un contesto del genere appare scontata la scelta dei giovani di abbandonare i campi agricoli.

A proposito dimenticato la nota espresione sui piselli, diventata un modo di dire, quando si vuole dilazionare un pagamento, che è: A PPESIELLE PAVAMMO oppure A PPESIELLE NE PARLAMMO. Letteralmente significa- al tempo dei piselli pagheremo, oppure ne parleremo. Locuzione con la quale si tenta di rimandare la soluzione dei debiti o dei problemi a momenti migliori.

La locuzione fu detta la prima volta da un contadino, che voleva dire: pagherò i miei debiti al tempo della raccolta dei piselli, quando farò i primi guadagni della stagione;