domenica 31 maggio 2026

Buon Giorno Buona Domenica 31 Maggio 2026

 

Buon Giorno Buona Domenica 31 Maggio 2026

--- San Silvio – San Vitale -- Sant’ Onorio ---

 

Oggi, dopo avervi ringraziato per i vostri auguri per la meravigliosa ricorrenza del mio 52 anniversario  di matrimonio , desidero mettere in risalto la non importanza del denaro, credendo che con esso si può ottenere ogni cosa. ma non, però, comprare il sentimento, l’amore, che da gioia e contentezza di vivere, questa nostra esistenza,

Sperando stamane di non ascoltare dalla TV, i vari notiziari, che informano degli avvenimenti disastrosi, causati dal perdurare dei tanti conflitti, che creano solo trepidazioni,  e non fanno vivere  la nostra esistenza, su questo nostro meraviglioso, Pianeta, vivendo in pace   

 

Dopo questa mia riflessione, vi posto, miei carissimi amici lettori e lettrici, una curiosità mitologica, che inneggia all’amore, sentimento che fa superare ogni ostacolo nella nostra vita..

Dalle Curiosità mitologiche di Sasà ‘o Prufessore

 Il mito di Amore e Psiche

Noto, da quando gli ”Dei”, immortalarono il mito dell’amore e dell’anima, riferitoci da Apuleio nelle Metamorfosi.

Tale mito è rappresentato nella pittura pompeiana (dove Psiche è una bambina alata, che simboleggia l’anima ed è simile ad una farfalla, e come una libellula giocava con alcuni amori anch’essi alati senza fermarsi) e raffigurato nel celebre gruppo marmoreo del Canova e nel dipinto di Francois Gerard, i quali sono esposti a Parigi al museo del Louvre, dove Eros (Cupido, dio dell’Amore) è raffigurato in un bellissimo giovane alato, che abbraccia spasmodicamente Psiche (Anima), una leggiadra fanciulla con armoniose fattezze quasi sovrumane.

Iniziamo col dire:.

Psiche era figlia di un Re di un antichissimo popolo Berbero, ed era la più piccola d'altre due sorelle. Tutte e tre erano bellissime, ma Psiche era incredibilmente dotata di una bellezza sovrumana paragonabile a Venere (la greca dea della Bellezza, Afrodite) tanto che venivano da tutte le parti per ammirarla.

Venere, infastidita, da tanto clamore per la beltà della fanciulla, chiamò suo figlio Eros, pet i tomani (Cupido) e gli ordinò di far innamorare Psiche con un mostro orrendo, per vendicarsi dell’affronto.

 Il padre di Psiche per mezzo di un oracolo, che aveva interrogato, venne a conoscenza che la Giovinetta sarebbe dovuta essere portata sulla montagna sacra, prospiciente la reggia, per andare in sposa ad un mostro orrendo viviparo, che svolazzava alato nei cieli. Un vento dolcissimo (Zefiro) la sarebbe venuta a prendere, per portarla nell’alcova del mostro, costruita interamente di marmo bianco, immersa in una gran valle, dove sorgeva un prato d’erba tenera lussureggiante.

Tra pianti e sofferenze con un corteo, quasi funereo, la fanciulla fu condotta ai piedi della Montagna sacra, affinché l’oracolo s’avverasse. Alla fine del viaggio, Psiche lasciata sola, dolcemente s’addormentò, anche perché colpita dalla freccia dell’innamoramento scoccatale da Eros (Cupido).

 Nel lanciare il dardo, Eros (Cupido) per il troppo impeto si ferì e l’effetto del dardo prese anche lui e inconsapevolmente s’innamorò anch’egli della bella Psiche.

Prima si svegliarsi dal dolce sonno, Psiche, fu sollevata dal suolo da un leggero venticello, che la depositò nel giardino di una reggia tutta d’oro ed argento, che era situata di là della montagna sacra. Fu svegliata dal dolce brusio di leggiadre ancelle, che l’accolsero con gaiezza e le dichiarano che erano a suo completo servizio e che l’avrebbero servita con la massima dedizione.

Le giornate nella reggia scorrevano serenamente per la bella fanciulla, assistita dalle fedeli ancelle e terminavano con calar del sole, poiché non v’erano lanterne, torce o qualcos’altro, che potessero illuminare e rischiarare le buie serate e le scuri notti.

Le ancelle le affermarono che il loro padrone, non amava farsi vedere, e sarebbe venuto a trovarla nella sua stanza solo con il buio della notte senza neanche il chiarore della Luna.

La notte fatidica sopraggiunse e nell’ombra della stanza apparve qualcuno, che senza tanti convenevoli entrò nel letto della bella Psiche e la fece sua. L’indomani Ella fu vista dalle proprie ancelle tutta raggiante e piena di dolcezza, poiché durante la notte aveva assaporato le gioie inimitabili del vero amore, che portano al raggiungimento della terrena felicità inappagabile. Senza vederlo Psiche s’innamorò del suo notturno visitatore, tanto che percepiva che fosse bellissimo e non il mostro profetizzatole dall’oracolo.

La felicità raggiunta da Psiche non era completa, perché doveva poterla condividere con qualcuno, specie con tutta la sua famiglia (i genitori, le sorelle), sia per tranquillizzarli, sia per renderli partecipi a cotanto stato di grazia sublime.

Nei successivi incontri notturni, Psiche chiese al suo sconosciuto amante di poter ospitare nella reggia le sorelle, per mostrare loro la condizione di serenità e felicità, che era riuscita ad ottenere.

Eros (Cupido) in un primo momento cercò di metterla in guardia, affinché l’unico modo di conservare quello stato di felicità era di non farlo mai conoscere a nessuno, ma Psiche non volle sentire ragioni e pretese che le sorelle potessero raggiungerla nella reggia.

Il desiderio insistente fu esaudito da Eros (Cupido), che per mezzo di Zefiro (il vento dolce) fece sì che le tre sorelle s’incontrassero nello splendido palazzo, dove viveva la bella Psiche. L’incontro fu commovente e pieno d’affetto, finché l’invidia e la gelosia da parte delle sopraggiunte sorelle non presero il sopravvento.

Dopo una serie di domande da parte delle sorelle, Psiche le informò che non conosceva il volto del suo amante, poiché l’incontrava solo di notte al buio.

Le sorelle allora la convinsero a dipanare l’alone di mistero, che avvolgeva il suo amante e le procurarono una lampada ad olio ed una spada, in modo che quando si sarebbero di nuovo incontrato, l’avrebbe così potuto vedere in viso e conoscere cosi la fonte della sua immensa felicità.

Psiche accettò il suggerimento delle sorelle malvolentieri, anche perché, avvertita dallo stesso suo amante sconosciuto, era consapevole che il loro idillio sarebbe finito per sempre nel momento in cui l’avrebbe scorto in viso, anche per un solo istante, perché l’estasi d’Amore, quello che lui rappresentava, non era possibile guardare in faccia.

Una notte Psiche appena Eros (Cupido) s’addormentò, si avvicinò e lo guardò in faccia al chiarore della lampada e lo trovò bellissimo, più di quanto l’avesse immaginato, e cercando di dargli un ulteriore bacio, involontariamente gli fece cadere una goccia d’olio bollente della lampada sulla spalla.

Eros (Cupido), svegliatosi improvvisamente ed arrabbiatissimo, volò via senza profferire parola. Riavutosi dopo un po’ dall’affronto subito, perdonò Psiche, dopo aver ascoltato che non era stata una sua iniziativa, e punì le cognate perfide, inducendole a lasciarsi cadere nel vuoto dalla montagna sacra se avessero voluto provare anche loro il suo amore.

Le poverette credendo di poter volare, come la prima volta, (quando erano state prelevate dalle loro case e trasportate nella reggia dorata di Psiche) si lanciarono nel vuoto, ma senza l’aiuto di Zefiro (il vento dolce) si sfracellarono al suolo. Psiche non ricevendo più notizie d’Eros (Cupido) andò in cerca di lui girando per il mondo, ma il suo amante non poteva né udirla, né scorgerla, perché un fortissimo bruciore (procuratogli dalla goccia dell’olio bollente) lo percuoteva tutto e deluso e depresso si era rinchiuso nella stanza da letto della madre (Venere) e si rifiutava persino ad andare in giro a svolgere il suo compito fatale (far innamorare i mortali, scagliando loro incontro le frecce dell’amore). La notizia, che nessuno più s’innamorava, arrivò a Venere, che stava in vacanza nuotando felicemente nell’Oceano. Gliela portò un gabbiano, che l’informò anche che tutto era colpa del proprio figlio Eros, che piangeva notte e giorno a causa di una mortale (Psiche), di cui s’era innamorato perdutamente. Venere arrabbiatissima corse nella sua dimora tutta dorata immersa in mezzo all’oceano e redarguì il suo rampollo severamente minacciandolo che se continuava a rimanere in quello stato, l’avrebbe sostituito con un altro figlio, magari adottivo, al quale avrebbe consegnato il suo arco e le frecce dell’innamoramento, perché non poteva esistere il mondo senza innamorati. Infine emise un bando affinché le fosse condotta ai suoi piedi la bella Psiche, ben legata, in caso di successo della richiesta sarebbe stata prodiga di un premio unico, concesso dalla stessa Venere, consistente nel ricevere sette baci di cui uno prelibatissimo con la lingua in bocca (bacio che avrebbe trasmesso il dono della bellezza). Tutti desideravano catturare Psiche, ma sola una donna vi riuscì, trascinandola per i capelli davanti alla Dea della Bellezza. Alla presenza della sovrumana bellezza di Psiche, Venere ordinò alle sue ancelle di fustigarla a sangue e di renderla irriconoscibile, facendogli strappare i capelli e sfregiandola in viso. Psiche non invocò pietà, ma mormorò solo di poter rivedere Eros (Cupido), che era diventato l’unico motivo della sua esistenza, altrimenti desiderava morire.

Venere, apprezzò il coraggio della giovinetta e la sfidò a superare quattro prove e sol così avrebbe rivisto Eros (Cupido), in caso contrario sarebbe stata punita con una tremenda morte.

La prima prova richiedeva la separazione in vari gruppi secondo il tipo di un immenso mucchio di semi tutti mischiati di grano, ceci, lenticchie, fagioli, arachidi. Psiche doveva effettuare il tutto durante il tempo che Venere avrebbe impiegato nell’andare ad una festa su nell’Olimpo e fatto ritorno. La Giovinetta non tentò minimamente l’impresa data l’enorme difficoltà, ma una formica, che si trovò a passare di lì, ebbe pietà per la sfortunata ed andò a chiamare le sue compagne e, in meno che non si dica, divisero tutti i semi, com'era richiesto.

Al ritorno della Festa Venere, non credette ai suoi occhi, in ogni modo, soddisfatta, dovette complimentarsi e proporre la prova successiva.

La Seconda Prova

La seconda prova prevedeva la raccolta di un po’ di lana d'alcune pecore, che pascolavano di lì appresso e, che avevano il vello color d’oro. Psiche pensando che sarebbe stato facile la raccolta, immantinente si lanciò verso le pecorelle, ma una Canna di bambù, che cresceva nella vallata, la fermò, intimandogli di non affrontare quell’apparente mansueto gregge, perché in realtà erano belve feroci, che l’avrebbero sicuramente dilaniata. La Canna anzi le consigliò di attendere la sera e di scuotere i cespugli, dov’erano passate le pecore e raccogliere la lana che vi ci s’era impigliata.

Facendo come le era stato consigliato e consegnato i cirri color d’oro alla futura Suocera, s’apprestò a soddisfare la terza prova.

La Terza Prova

La terza prova consisteva nel sapersi arrampicare sulla cima di un alto monte, dove sgorgava un’acqua di una fonte sacra e riempirne un’ampolla. La sottoposta alle prove si dette da fare in un baleno e partì di corsa verso il monte, ma giuntovi ai piedi del versante dove sfociava il torrente, capì che l’impresa era impossibile per la ripidità delle pareti. Scoraggiata e quasi rinunciataria, fu improvvisamente avvicinata da un’aquila, che le strappò l’ampolla di mano e gliela riportò colma della preziosa acqua.

Terminata con successo anche questa terza prova, l’innamorata Psiche s’accinse con determinazione ad affrontare la quarta ed ultima prova.

La Quarta Prova

La quarta prova invitava la bella Psiche a recarsi agli Inferi da Proserpina, e chiederle di mettere un po’ della sua bellezza in un vaso per superare la prova e coronare così il suo sogno d’amore. Non sapendo come fare la Giovinetta, pensò di raggiungere gli Inferi suicidandosi, ma mentre s’accingeva a fare ciò, una Torre parlante la fermò e gli indicò come doveva comportarsi per la soluzione della difficile prova.

Le assicurò che in una città lì vicina esisteva un cunicolo, che penetrava nel sottosuolo e che portava direttamente agli inferi. Le ordinò di recare con se due focacce mielate e di mettersi in bocca ugualmente anche due monetine, che rappresentavano il pedaggio da pagare per giungere nella dimora di Proserpina.

Durante il tragitto incontro un asinaio zoppo, che guidava un asino come lui anch’esso claudicante, che le avrebbe indicato il percorso verso il fiume Stige.

Senza ringraziare il viandante Psiche dopo in po’ arrivò al fiume infernale, dove incontrò Il vecchio Acheronte, il traghettatore delle anime dei morti, e come consigliatole dalla Torre parlante, gli consegnò una prima moneta per essere portata all’altra sponda del fiume. Durante l’attraversamento dello Stige incontrò un vecchio, che desiderava salire sulla barca, cui non dette ascolto perché improvvisamente si trovò di fronte un mostro, rappresentato da un cane con tre teste (Cerbero), che era a guardia della reggia di Proserpina. Buttò una delle due focacce meliate, come le era stato detto, e riuscì così indenne ad arrivare alla presenza della Regina degli inferi.

Fattosi consegnare il vaso della bellezza per diventare più bella di prima. La torre parlante le aveva intimato di non aprire mai il vaso, altrimenti sarebbe morta. La curiosità però fu tale e Psiche sfidando la sorte aprì il vaso, ma il contenitore di porcellana era vuoto, e le procurò solo un sonno profondo, che le fece stramazzare al suolo, quasi come morta.

Intanto Eros, ripresosi dalla depressione e rimessosi a lanciare i dardi amorosi dall’alto del suo girovagare e scorta Psiche, le corse in aiuto e rinchiuse il sonno, l’effetto procuratole che l’attanagliava, nel vaso da cui era uscito e punse l'amata con un‘altra sua freccia, finché non si risvegliò completamente. Avendo superato tutte le prove Venere, allora permise ad Eros di portare la bella Psiche su nell’Olimpo. Alle insistenze d'Eros, Zeus (Giove) concesse di far bere un bicchiere d'ambrosia (il nettare dell’eternità, di cui si cibavano i soli Dei) a Psiche, che divenne così immortale e poté con pari dignità soggiacere liberamente nel talamo d'Eros. Trascorso un po’ di tempo Psiche partorì una bellissima piccina, che chiamò Voluttà (il piacere assoluto) e con Eros visse felice e contenta aiutandolo nella sua missione (l’innamoramento dell’umanità)

 

Questa favola mista di mitologia c'insegna che il vero amore non conosce ostacoli, non ha fisionomia uguale per tutti, quindi s’accetta senza condizionamenti, qualunque esso sia, specie se vissuto con tutta l’anima

Le immagini sottostanti sono:

1) Amore e psiche , scultura di Antonio Canova;

2) Amore e Psiche, dipinto di Francois Gerard;

3) Psiche scopre l’identità dell’amante e fa cadere una ….goccia di olio bollente dipinto di Jacopo Zucchi;

4) L’estasi tra Eros E Psiche, opera di Van DicK. 





 

 

sabato 30 maggio 2026

Buon Giorno Buon Sabato 30 Maggio 2026

 

Buon Giorno Buon Sabato 30 Maggio 2026

-Santa Giovanna d’Arco–San Ulpia Candida–San Mattia –

. Oggi, 30 maggio, desidero festeggiare non solo  coi i miei cari, (Consorte . Figlio, Nuora e Nipotino), anche con voi, virtualmente, amiche e amici carissimi, che mi leggerete, un anniversario importantissimo, dopo 52 anni, il mio matrimonio con la donna, che ho amato con tutta l’anima,

Non potendo festeggiare ancora una volta questo evento per i miei acciacchi, ma non potrò dimenticare quest’evento meraviglioso, ricordando anche che la prima uscita con la mia sposa  andammo a pranzare nel rinomato ristorante, la Grigliata nel meraviglioso lungomare di Bacoli. rinomato già In epoca romana, poichè era un luogo di villeggiatura                                Dopo il ricordo  di questa mia ricorrenza, anche oggi vi posto una mia curiosità , non mitologica , ma paesaggista ricordando quella località, fra le tante bellezze naturali della costa campana.                              Dalle Curiosità mitologiche di Sasà ‘o Prufessore,

 .                                        Bacoli                                     Bacoli (Vàcule in napoletano; Vàcula in dialetto bacolese) è un comune italiano della città metropolitana di Napoli in Campania. Il comune di Bacoli è coinvolto pienamente nel fenomeno del bradisismo dei Campi  Flegrei, trovandosi all'interno della caldera vulcanica attiva. Sebbene l'epicentro del sollevamento principale sia storicamente localizzato a Pozzuoli, Bacoli subisce in modo diretto gli effetti dell'attività sismica correlata. Fenomeni archeologici: Il sollevamento del suolo e le variazioni del livello marino hanno fatto riemergere antiche strutture murarie di epoca romana, visibili nell'area del Lago Fusaro e di Baia                                      Bacoli è il primo comune a nord ovest della penisola flegrea il cui litorale è situato nel Golfo di Gaeta e nel Golfo di Pozzuoli, comprende le antiche località greco-romane di Baia, Fusaro, Miseno, una parte di Cuma, nonché Miliscola (da militum schola), sede della flotta pretoria degli imperatori romani. Il comune ospita anche il lago Fusaro con la casina Vanvitelliana.

L'area del comune di Bacoli è di origine vulcanica. Appartiene al sistema dei Campi Flegrei e si è formata dai crateri e resti di crateri di:Tre vulcani più antichi che si datano nel passato primordiale. Bacoli fu fondata dagli antichi romani che la chiamarono col nome di Bauli. In epoca romana era un luogo di villeggiatura rinomato quasi quanto la vicina Baia.

Lo Storico romano,  Simmaco, disse di Bauli:

«Lasciai quel luogo perché c'era pericolo che se mi fossi affezionato troppo al soggiorno di Bauli, tutti gli altri luoghi che mi restano da vedere non mi sarebbero piaciuti»

Dell'antica Bauli si conservano a tutt'oggi i resti delle Cento Camerelle, della Piscina Mirabile, del cosiddetto Sepolcro di Agrippina. Nell'età augustea Bacoli diventò addirittura il principale avamposto militare e capitale elettiva della politica, della cultura e della mondanità insieme alla vicina Baiae.

In seguito alla caduta dell'Impero romano la città di Bacoli decadde anche a causa di alcuni fenomeni geologici come il bradisismo e le erosioni.

.L'attuale comune, riconosciuto con R.D. 19 gennaio 1919 n. 111, comprende oltre l'odierna Bacoli, anche i resti dell'antica Bauli, le antiche città romane di Baia (i cui resti si estendono fino a Fusaro), e ancora Miseno con l'annessa Miliscola (da militum schola), sede della flotta pretoria degli imperatori romani, e infine ancora una piccola porzione dell'antica città greca di Cuma.

Lo stemma del Comune di Bacoli, ufficialmente rappresentato sul gonfalone, sul sigillo e su ogni altro documento, è stato concesso con decreto del presidente della Repubblica del 28 marzo 2007.

Lo stemma è uno scudo tripartito, esso reca nella sezione inferiore un'imbarcazione in navigazione preceduta da una colomba in volo, rappresentazione simbolica dell'origine di Cuma. Le due sezioni superiori riportano, in senso orario, la “B” iniziale del nome del comune e cinque stelle, che rappresentano il capoluogo Bacoli e le quattro frazioni

Il gonfalone è un drappo di bianco con la bordatura di azzurro.

In precedenza l'emblema del Comune era costituito dall'unione di quattro immagini naturalistiche, ciascuna rappresentante una delle frazioni storiche della città: Ercole con in mano una clava, affiancato da un bue[9] (Bacoli); il Tempio di Venere (Baia); l'antro della Sibilla (Cuma) e una lapide su cui erano poggiati il corno e la pagaia appartenuti a Miseno (Miseno).

Le imagini sono:                                                                     la cittadina di Bacoli;                                                           lo stemma del comune di Bacoli ed il suo gonfalone.

la casina Vanvitelliana




 

venerdì 29 maggio 2026

Buon Giorno – Buon Venerdì 29 maggio 2026

Buon Giorno – Buon Venerdì 29 maggio 2026

--- San Riccardo – San Rolando -- San Paolo VI –

 

Come è bello provare un grandissimo piacere e tanta gioia, nel ricordare la nostra passata esistenza. come la fanciullezza, l’adolescenza, la maturità, specie quando  incontri coetanei di vecchia data, di ambo i sessi., facendo, poi, il raffronto con essi, delle nuove generazioni, che sono molto diverse dalla nostra,

Infatti, mentre noi eravamo poveri, con poche disponibilità, ma eravamo ricchi di stima, di inventiva e ci si voleva un sacco di bene e ci si aiutava, quando necessitava; quella attuale, avendo tutto senza sforzarsi, non pensa a vivere al meglio  il futuro.

Ai nostri tempi, per incontrare l’altro sess,  inventammo “i balletti fatti in casa”, non essendoci né discoteche, né sale da ballo, comprendendo  però  che solo con lo studio, saremmo stati capaci di affrontate e vivere il futuro nel modo migliore..

Non si può accendere la tv, specie quando si viene a conoscenza “all’ennesimo femminicidio:, fenomeno, che sta dilagando e aumentando velocementein questi ultimi tempi, e non capendo, che la vita è bella e non sciuparla con atti violenti per imporre il proprio desiderio di amore di chi con te, non vuole condividerlo.

 Dopo questa amara riflessione e constatazione vi posterò anche oggi una curiosità mitologica, riguardante appunto il sentimento meraviglioso, che è l’amore, e le sue iante storie finite in tragedie.

Dalle Curiosità mitologiche di Sasà ‘o Prufessore, .

La Leggenda dell'albero del Gelso, che mette in risalto “l’amore con  la storia d'amore di Tisbe e Piramo

Agli albori della Civiltà nei pressi della Città di Babilonia, tanto, ma tanto tempo fa, in due case contigue nacquero, Piramo, un bambino bellissimo, e Tisbe, una splendida bimba.

 I due bimbi, data la vicinanza, ebbero modo di conoscersi e tra loro nacque una fraterna amicizia.      Col tempo l’amicizia si tramutò pian pianino in amore e si sarebbero uniti sicuramente in giuste nozze, se non ci fosse stata la proibizione dei loro padri.

La proibizione non riuscì ad allontanarli, anzi più forte nacque tra i due un’infatuazione reciproca, che divampò in un amore irrefrenabile.

Non potendo amarsi liberamente alla luce del sole i due giovani s’accontentavano di parlarsi a cenni ed a gesti, quando si scorgevano da lontano.   La notte, poi, comunicavano attraverso una fessura, che esisteva nel muro, che separava le loro case.

Tale fessura fu scoperta dai due innamorati (cosa non scopre l’amore) e, attraverso essa comunicavano il loro amore con dolci frasi e languide parole appena appena sussurrate. Non potendo darsi baci, se la prendevano col muro dicendo : “ Muro cattivo, perché ostacoli il nostro amore, perché non ci permetti di unirci con tutto il corpo? “.Una sera, infine, dopo il consueto incontro amoroso e dopo un’effusione di baci (che non sarebbe mai arrivata di là della fessura), che ciascuno dei due innamorati dava sulla sua parte di muro, decisero l’indomani di lasciare le loro abitazioni durante la notte, quando le loro famiglie si fossero addormentate.

Decisero, poi, che si sarebbero incontrati lontano dall’abitato nei pressi del sepolcro di Nino, che era stato un vecchio patriarca molto onorato dalla loro gente, dove c’era anche un albero di gelso sull’orlo di una freschissima fonte.

Non appena calò la notte, Tisbe, avvolto il viso con un velo, lasciò la propria abitazione e con una torcia s’incamminò verso la meta stabilita. Giunta per prima, si sentiva ardimentosa, ma all’improvviso nella vicina boscaglia intravide una leonessa, che dopo aver fatto strage di buoi, si dirigeva verso la fonte, che le stava accanto. Incominciò ad aver paura e senza capire più nulla, pensò di fuggire e nascondersi nel sepolcro lì accanto. Nella fuga perse il velo, che fu preso dalla leonessa, che v’inciampò sopra e strappandolo lo sporcò con il sangue, che gli sgorgava dalle fauci. Piramo, giunto poco dopo, scorse anch’egli la leonessa, che stava allontanandosi e riconoscendo il velo di Tisbe, strappato, pensò che la fanciulla fosse stata sbranata e mangiata, perciò folle di dolore, invocò la terra e l’albero di gelso di accogliere anche il proprio sangue. Giacché non era stato capace di difendere il suo amore, si cacciò nella pancia il pugnale che portava al fianco e cadde supino sprizzando in alto il suo sangue, che finì sul suolo e sull’albero antistante.

I frutti della pianta, spruzzati di sangue da bianchi, divennero scuri, mentre le radici si tinsero di rosso. Tisbe, ignara di ciò che era avvenuto, calmata la paura, tornò sui suoi passi ed appena s’accorse della tragedia e capendo il perché a causa del velo insanguinato, iniziò a piangere ininterrottamente riempiendo la ferita di Piramo, che stava morendo, di lacrime struggenti, che si mescolarono al sangue caldo del suo amato

A questo punto Tisbe baciandosi il suo Piramo morente. Invocando anch’essa la morte, disse : "La mano e quell’amore che ti hanno ucciso, daranno la forza anche a me di seguirti per sempre anche nella morte", e così brandito lo stesso pugnale, si uccise.

Il sangue di Tisbe si mescolò a quello di Piramo e penetrò nelle radici della pianta e gli dei commossi fecero sì che i frutti di gelso da bianchi, quando diventano maturi sono neri , come se fossero a lutto e grondante di rosso, come il sangue quando si consumano.

Questa antichissima leggenda orientale divenne ai tempi dei romani un classico trattato nelle famose metamorfosi di Ovidio e fu ripreso nel Medio Evo come un classico letterario, da cui attinse sicuramene, Shakespeare, per il  romanzo " Giulietta e Romeo

Per completezza sull’albero del gelso (In napoletano è detto : “l’albero de Ceveze”) riporto anche un'altra antichissima leggenda sul gelso, ambientata nel Salento:

Quando alla fine del 1400 i turchi sbarcarono a Hidruntum e fecero strage di Cristiani, un gruppo di questi riuscì a sfuggire riparando nell'entroterra dove rigogliosi crescevano antichissimi alberi di gelso. Sopravvisero per alcune settimane cibandosi dei dolci frutti bianchi, finché scoperti da alcuni Saraceni in perlustrazione, furono massacrati senza pietà- Da quel momento i gelsi cominciarono a dare frutti rosso bruno. Tuttora i gelsi mori otrantini sono tra i migliori per dolcezza grossezza, succosità.

Essi ricordano nel nome un capitolo doloroso della storia di Otranto, quella dell'assalto dei Mori, appunto, e nel succo sanguigno il martirio dei pacifici e innocenti idruntini.

Sono tante le storie tragiche di innamorati che morivano entrambi per amore. Peccato che ora siano più frequenti i casi in cui uno (quasi sempre una) muore ucciso dall'altro "per amore".

 

 Le immagini sottostanti sono:

1) Tiscbe amoreggia attraverso la fessura nella parete

2) La città di Babilonia coi i suoi minareti all'epoca della leggenda ….di Tisbe e Piramo fuori le mura, si scorge la leonessa, che ….va verso la fonte per abbeverarsi

3) Dipinto di Tisbe e Piramo sotto l'albero di Gelso

4) l'albero di gelso nella prima fioritura prima della tragedia di …..Tisbe e Piramo

5) Frutti di gelso diventati maturi per essere mangiati