mercoledì 25 marzo 2026

Buon giorno – Buon Mercoledì 25 Marzo 2026

 

Buon giorno – Buon Mercoledì 25 Marzo 2026

---San Quirino–Sant’Annunziata–San Pelagio –

 

Le ultime innovazioni tecnologiche, hanno modificato le nostre abitudini di vita, come l’utilizzo dei cellulari di ultima generazione, con il “What-Up”, dei televisori con applicazioni computerizzate, facendoci credere che la nostra vita quotidiana sia migliore di prima.  Prima l’incontro fisico tra le persone. sia con parenti e amici, con i quali si scambiavano le nostre esperienze e si commentavano le ultime novità. non esiste più.

Intanto nel mondo, attraverso i telegiornale si conoscono le tante news di guerre, che metteno in risalto solo differenze sociali, facendo cessare la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza e la giustizia uguale per tutti

Questa mia riflessione è il mio saluto sincero di amicizia, care amiche e stimati amici , e come faccio sempre, vi invio a leggere un’altra mia ennesima curiosità, per non pensarci, più del dovuto..

Dalle curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

Un altro termine napoletano particolare e la sua etimologia..

Brioscia

La Brioscia, è ìi piccolo dolce, soffice, leggero e saporito, a base di farina, burro,(un tempo lo strutto animale) latte, zucchero e lievito di birra (la cosiddetta pasta brioche), d’uso segnatamente francese, che viene cotto in forno in varie forme, di cui la più tradizionale è quella di una mezza sfera sormontata da un’altra  mezza sfera più piccola,.

In Italia la “Brioscia”, piú comune, è quella a forma di mezzaluna, chiamata al nord anche cornetto, spesso farcito di crema o marmellata, mentre al sud, la vera Brioscia o Brioche, è un dolce lievitato, cotto al forno e a volte farcito, come quella di origine francese.[ con  il suo impasto (detto "pasta brioche"), caratterizzato da tre fasi di lievitazione, si compone di farina, uova, burro o strutto animale, lievito e latte. Per la farcitura della brioche, le creme più usate sono la confettura della marmellata, della crema pasticcera e

 della crema di cioccolato.

Il termine “Brioche”, tradottto in italiano in "Brioscia", deriva dal normanno brier, ossia "impastare" (in francese, broyer). La stessa radice nel nome pain brié, che indica un pane tradizionale della Normandia.

Il termine, Brioscia, appare per la prima volta in un giornale napoletano del 1866, in un contesto nel quale si capisce che è un dolce che si consuma in caffetteria In Francia si sviluppò come «una sorta di pane arricchito fin dall'antichità da generazioni di panettieri, poi di pasticceri... con un po' di burro, un po' di uova, zucchero venuto dopo... si sviluppò dal pane benedetto [pain bénit] che via via divenne di migliore qualità, sempre più costoso, sempre meno pane; fino a diventare la gustosa brioche

La Brioscia Siciliana è una versione di brioche detta “Brioscia cû tuppu” , dalla protuberanza, di cui è dotata al pari della brioche à tête (tuppu significa chignon, mentre tête significa testa). Secondo alcuni autori la Brioche parigina sarebbe stata introdotta nel Sud Italia ai primi dell'Ottocento, al tempo delle guerre napoleoniche e poi adattata e dalla tradizione siciliana. La versione siciliana si differenzia dalla brioche à tête per alcuni ingredienti e per la preparazione, che la rende con gli alveoli più compatta. Originariamente la brioscia era preparata con lo strutto, poiché il burro era un ingrediente troppo costoso, quindi utilizzato solo dalle famiglie benestanti. Oggi invece è più normale trovarla a base di burro, dato che questo è più leggero e meno grasso dello strutto.

La più celebre citazione della brioche francese è stata falsamente attribuita a Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena, che, a proposito del popolo, sollevato nella cosiddetta "Guerra Delle Farine", causata dalla scarsità del raccolto dei grani dall'alto prezzo, avrebbe esclamato: «Se non hanno pane, che mangino brioches!»: in realtà la frase fu scritta da Rousseau nelle Confessioni,

A Napoli poi in senso traslato “le Brioschie” sono il seno della donne o il sesso femminile, ed è presente nell’inteso popolare, che non vi è nulla di più dolce del sesso femminile, ed è presente in una icastica anche se becera espressione popolaresca , che afferma, giocando con numerose assonanze:’A vita, bbella mia, è ‘na brioscia,….. ……….e po ttutto fernesce! la traduzione è solo un facilissimo intendimento. semantico.

 Le foto sottostanti sono:

La Brioscia tipo classico;

La brioscia siciliana con tuppo:

 



 

martedì 24 marzo 2026

Buon giorno – Buon Martedì 24 Marzo 2026

Buon giorno – Buon Martedì 24 Marzo 2026
--- San Romolo – Sant’ Oscar -- San Secondino ---
Consentitemi di gioire per la schiacciante vittoria nel Referendum sulla giustizia, dove il “No” ha prevalso sul SI con il sistema di votazione detto “Tatarelum” cioè con la maggioranza più uno dei Votanti.
Con la vittoria del No, il popolo italiano ha voluto dimostrare che la Costituzione Repubblicana, non si deve cambiare, poiché è un sistema di leggi, voluto dal popolo, invidiato da tanti paesi democratici occidentali.
Intanto continuando a descrivere oltre a termini particolari napoletani esistono anche espressioni specifiche , non traducibili in italiano, che riescono
a far capire il perché di qualcosa fatta senza impegno.
Dalle Curiosità storiche di Sasà ‘o Professore
"A vienetenne"
Infatti, spesso si sente dire una “Espressione Napoletana”, quando è stato realizzato qualcosa senza cura, con poca attenzione, come quella: “A Vienetenne”
"A vienetenne" è un modo di dire napoletano, usato per definire e descrivere un lavoro fatto in modo frettoloso, superficiale e senza impegno.
L'espressione indica trascuratezza, simile a "fare una cosa tanto per fare".
Si utilizza , specie quando un compito non è svolto con la dovuta precisione, come nell'espressione colloquiale ”alla sanfasò" (o sanfason), , diffusa in molte regioni italiane come Campania e Sicilia, che significa fare qualcosa in modo sbrigativo, trasandato, alla carlona o senza cura. Deriva dal francese sans façon, che letteralmente significa "senza maniere" o "senza cerimonie"
A volte si dice anche (Parlà a vvienetenne), che Indica a un modo di parlare confuso, ambiguo o che nasconde i veri scopi del discorso, costringendo l'ascoltatore a seguirlo attentamente per capirne il senso
Esiste anche una celebre canzone napoletana, intitolata
"Vienetenne a Positano" (Vieni teco a Positano) cantata, tra gli altri, da Sergio Bruni e Roberto Murolo
Potete ascoltare la celebre canzone 'Vienetenne a Positano' nella versione di Sergio Brun. in cui interpreta la bellezza della località (Positano), dove può nascere un vero grande amore. Ascoltatela su “ you tube”, è veramwte bella

 

Buon giorno- Buon Lunedì 23 marzo 2026

 


Buon giorno- Buon Lunedì 23 marzo 2026
--- Santa Rebecca, -- Sant’Edmondo –San Vittoriano –
Anche oggi si vota per il Referendum ed in attesa del risultato finale, vi posterò una mia curiosità, oltre che storica, riguarda anche alcuni termini napoletani, come quello di un legume particolare e la wua etimologia.
Dalle Curiosità storiche di Sasà ‘o Professore
‘E Nemmecchele
‘E Nemmecchele, termine napoletano, che nella lingua dell’idioma italico, non sono altro che ” le Lenticchie”, che sono i semi di “Ervum lens”, una pianta della famiglia delle leguminose Papillionacee. Le lenticchie, quindi, sono un legume molto antico, è da sempre considerato la “carne dei poveri” per l’alto contenuto di proteine e ferro rispetto agli altri alimenti di origine vegetale. In Italia ne esistono moltissime varietà, caratterizzate da importanti sfumature di sapore e da differenti colori, dall’arancione al grigio, passando per molte tonalità di marrone.
Tra le più famose ricordiamo le lenticchie di Onano (Viterbo), le lenticchie di Castelluccio di Norcia (Perugia), ma le più pregiate sono le “Lenticchie di Ventotene”.
‘O Nemmicchelare, di un tempo, non era altro che il venditore d’ ‘e nemmicchele (che altro non sono che le lenticchie).
‘e Nemmicchele (le lenticchie) sono un legume antichissimo, coltivato già nell’antichità, tanto che se ne parla nella Bibbia a proposito del “Profeta Esa”, (che per un piatto di lenticchie cedette la primogenitura a “Giacobbe”). Le migliori qualità
d’ ‘e nemmicchele si possono comprare sfuse nei negozi do’ “Vrennajuole”, negozio specializzato, noto a Napoli e dintorni, il solo, che vendeva generalmente “ Mangimi”, come ‘a vrenna, (la crusca), ‘e sciuscelle (le carrube), ‘e fasule a ucchietielle (i fagioli con gli occhietti) ed ‘e Nemmicchele (le lenticchie).
A Napoli si è soliti mangiare 'e nemmicchele (lenticchie) come segue :
Zuppa ‘e lenticchie, utilizzando per l’occorrenza
lenticchie di Ponza e di Ventotene, con aglio, pepe, sale e qualche pomodoro pelato
Pasta ‘e lenticchie, minestra, fatta utlizzando le lenticchie prima cotte a fuoco lento con olio ed aglio e poi aggiungendo acqua fino a farla bollire immettendovi la pasta (generalmente spaghetti spezzati o tubetti)
Le foto sottostanti sono:
La zuppa di lenticchie di Ponza;
Le lenticchie dell’isola di Ventotene;
la pasta e lenticchie alla Napoletana.
Sperando che piaccia questa mia curiosità salutare, di una buon primo piatto specie a pranzo.
Vi auguro una serena e gioiosa giornata. Lasciate un vostro commento e ve ne sarò ampiamente grato, Alla prossima!
 



 

domenica 22 marzo 2026

Buon giorno – Buona Domenica 22 Marzo 2026

Buon giorno – Buona Domenica 22 Marzo 2026

- San Basilio–Santa Lea--San Callinico e Basilissa -

 

Dopo essere andato a votare con grande sacrificio, aiutato da mio figlio e dalla consorteper esercitare il diritto dovere, come previsto nela nostra Costituzione, mi accingo come ogni mattina, oltre ad aungurarvi, carissimi miei lettori, buona domenica, a postarvi un mio post, riguardante, alcuni Proverbi napoletani e la loro etimologia.

L’efficace, infatti, di alcuni proverbi, specie quelli napoletani, sono frutto proveniente dall’esperienza, che ha trovato riscontro nella vita quotidiana delle varie generazioni, (appunto il nome di proverbio deriva dal latino: (probatum verbum =proverbu) (parola provata)).   I proverbi fanno parte di quella complessa impalcatura di vita , che poggia nella cosiddetta filosofia partenopea.. Uno  di essi riguardante la bevanda naturale, il Vino-

Dalle Curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

O Vino:

Tavula senza vino, jurnata senza sole!

Una tavola imbandita senza il vino è pari ad un giorno senza sole.

Infatti una giornata senza sole è come un desco, che fosse imbandito senza il sacramentale vino, perchè sarebbe triste ed uggiosa, come una giornata nuvolosa. ‘A meglia mmericina? Vino ‘e campagna e purpette ‘e cucina!

Letteralmente: La migliore medicina? Vino preparato artigianalmente nell’adatto periodo stagionale di attività agricola in campagna e polpette preparate domesticamente (per mano di massaia).

Nel doppio consiglio dal genuino vino prodotto non industrialmente, ma artigianalmente in campagna, e come medicina naturale rappresentata altresí da polpette preparate domesticamente per mano di massai, secondo ricette familiari.

‘Na bbona mmericina? Pinnule ‘e pullaste e Sceruppo ‘e cantina!

Letteralmente: Una buona medicina? Pillole di pollastro e sciroppo di cantina.

Anche in questo proverbio si evince l’opportunità di ricorrere, per guarire dai proprî malanni, ad una medicina naturale rappresentata da un genuino vino vecchio, prodotto non industrialmente, ma artigianalmente in campagna e definito efficacemente sciroppo di cantina, ossia vino invecchiato in botte, nonché da polpette, fatte per mano di massaia, secondo ricette familiari, come i gustosi bocconi di carne di pollastro;

Vino, Carne e Maccarune songo ‘a cura p’’e purmune.

Vino e maccheroni sono la cura (per le malattie) dei polmoni. Fu antica convinzione popolare, che il cosiddetto mal di petto, dovesse essere curato con adeguato nutrimento, rappresentato dalla classica unione di maccheroni, carne e vino (genuino)

Maccarune, carne e Vino a cannata, buonu sanco pe tutt’’a jurnata!

Maccheroni, carne e vino a garganella, buon sangue per l’intera giornata!

Anche in questo caso, come nel precedente proverbio, ci troviamo a che fare con un’antica convinzione popolare per la quale un abbondante nutrimento rappresentato nella fattispecie dalla classica unione di maccheroni, carne e vino (genuino) bevuto abbondantemente a garganella, produce effetti salutari (produzione di sangue) per l’intera giornata.

Vino ‘a copp’ â Menesta e ‘o Miereco resta â Fenesta

Vino (bevuto) sulla minestra ed il medico resta alla finestra. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un proverbi, che compendia un consiglio salutista, consiglio che prevede l’opportunità di bere (abbondante) vino dopo d’aver consumato un piatto di zuppa di verdure in brodo; costringendo il medico a restarsene inoperoso alla finestra!

Catarro? Vino cu ‘o carro!

Catarro? Vino in abbondanza!

Altro perentorio consiglio riguardante la salute; in caso di grave raffredore, l’unico rimedo efficace è il consumo abbondantissimo di vino, che deve essere tanto che per il suo trasporto deve necessitare addirittura di un carro!

 il vino infatti produce sangue e salute, mentre la fatica fa buttare il sangue

L’acqua fa male e ‘o vino fa cantà. Letter l’acqua porta danni, mentre il vino mette allegria (dimostrata con il canto).Mi piace sottolineare la perentorietà di questo proverbio secondo il quale l’acqua è dannosa, al contrario del vino che è ritenuto vantaggioso, utile, proficuo;– affermando il medesimo concetto – quando si dice che

(l’acqua ‘nfraceta ‘e bastimente a mmare (corrode le navi) ), l’acqua è apportatrice di tristezza, scontentezza, malinconia, malumore, mestizia, avvilimento; al contrario bere del vino genera contentezza, buonumore, gaiezza, gaudio, vivacità, leggerezza inducendo addirittura al canto.

Acqua a’ fraveca e vino e’ fravecaturi. Letteralmente:

Acqua alla fabbrica (edificio) in costruzione) e vino ai muratori. Per far progredire un’opera in costruzione occorre fornir di acqua la malta dell’impasto o i muri in erezione , mentre occorre conferire vino ai muratori affinché rinfrancati si applichino con maggior solerzia al lavoro!

‘O vino fa sanco e ‘a fatica fa jettà ‘o sanco!

Il vino genera sangue, mentre il lavoro ne fa perdere! Proverbio giocoso, che mette in relazione la qualità benefica e salutare dell’assunzione di vino, con le deleterie conseguenze delle attività lavorative intese nocive per la salute dell’essere umano.

Vino viecchio e cantenera ggiovane

Ad litteram: vino vecchio ed ostessa giovane. Ammiccante proverbio che offre due consigli; per il primo si raccomanda il vino vecchio, cioè quello stagionato che à già avuta la soddisfacente trasformazione degli zuccheri (ancóra presenti nel vino giovane vino pertanto meno gradevole e salutare del vino stagionato) il secondo consiglio è quello di soddisfare oltre che il gusto (assumendo vino vecchio) anche altri appetiti, facendosi servire da un’ostessa giovane!

‘O Vino te fa Guappo, ‘o Barbiere te fa Bello e ‘a Femmena te fa Fesso!

Letteralmente: Il vino ti rende sfrontato, il barbiere ti rende bello e la donna ti inganna!

Gustoso ed ammiccante proverbio spudoratamente misogino nato in epoca tardo ottocento allorché a Napoli erano in auge la figura del guappo, quella dell’acconciatore maschile che svolgeva spesso anche funzioni di cerusico, (salassatore); sia il guappo che con la sua arroganza e sfrontatezza spesso si ergeva a paladino dei derelitti, che i barbieri (per la loro doppia funzione di acconciatori e furono ritenute figure positive al contrario della donna ritenuta sempre e comunque soggetto inaffidabile da cui attendersi solo inganni e/o tradimenti!

Quann’ uno s’à dda ‘Mbriacà, è mmeglio ca ‘o ffa cu ‘o Vino buono.

Quando uno decide d’ubriacarsi è meglio che lo faccia con vino buono. Oltre l’ovvio significato che consiglia anche nel caso di ubriacatura di assumere del vino buono e non di quello scadente. Quest’ultimo proverbio sul vino (che chiude questa piccola narrazione di detti sul vino) è un pregnante significato, che è il seguente: Se c’è da perdere la testa è piú opportuno farlo per chi o per qualcosa per cui ne valga la pena.

 

Sperando che piaccia questa mia curiosità salutare, di una buona bevuta di vino, speccie a pranzo.

Vi auguro una serena e gioiosa giornata. Lasciate un vostro commento e ve ne sarò ampiamente grato, Alla prossima!



 

 

sabato 21 marzo 2026

Buon giorno – Buon Sabato 21 Marzo 2026

 

Buon giorno – Buon Sabato 21 Marzo 2026
-- San Giustiniano--Santa Benedetta--San Giacomo –
Per tenere sempre viva la nostra sincera amicizia, anche oggi vi posto un a mia curiosità oltre che storica, di alcuni significativi termini Napoletani: comr.
.‘O Paccare o (Pacchere)
•il termine Paccare (più cottettamente si dice e si scrive (Pacchere) è uno dei tanti tipi di percosse, fatte con le mani, purtroppo non traducibili nell’idioma italiano. Possiamo definirlo un colpo sferrato con la mano aperta sulla guancia o sulla faccia di un'altra persona.
" ‘O Pacchero" è un termine cosi bizzarro, che deriva dal greco antico (πας, “tutto", e χειρ, "mano") e viene utilizzato nella lingua italiana, come “pacca", cioè “schiaffo a piena mano. In italiano si traduce appunto con schiaffone, ceffone o una percossa data a mano aperta. Quindi Indica uno schiaffo sonoro spesso ricevuto sulla guancia. A Napoli esistono moltissimi modi per definire le percosse. Oltre al paccaro, si usano termini come “Papagno” (uno schiaffo più forte) o “Cinchefronne”.
Nella cucina partenopea il termine, Paccare, è pure un tipo di pasta, che generalmente è abbinato ai sughi di pesce (pensiamo al pacchero con le cozze), ai sughi di carne (pensiamo al pacchero alla genovese), al ragù, o riempiti di ricotta.
Si rammenta che un tipo di pasta campano:. “Gli Schiaffoni” - Pasta Garofalo - Pasta di Gragnano IGP.
I Paccheri campani, quelli di grano, sono lisci o rigati, fatta con la farina di semola di grano duro. Hanno una forma, che ricorda molto quella dei maccheroni, ma di taglia gigante. Anticamente era il formato di pasta più consumato dai meno abbienti (pensate che pochi paccheri saziavano anche i più affamati).
A Napoli i Paccheri, questo tipo di maccheroni, simile a uno schiaffo, che fanno quando vengono versati dalla pentola nel piatto o rimescolati nella zuppiera pieni di salsa.
Una curiosità storica riguardante questo particolare tipo di pasta, il nome è associato ad aneddoto molto divertente. Si racconta che un giovane apprendista pastaio di un pastificio di Gragnano, (per partecipare ad una gara di Pastai della zona), sbagliando il taglio dell’impasto, creò una grande penna di pasta gigante, e così, che diede vita a questo nuovo formato, oggi ritenuto tra i più buoni e famosi. Ma, essendosi trattato di un errore, per la sua negligenza il ragazzo ricevette uno schiaffo dal mastro pastaio. Da quel momento nacque il nome, che noi buongustai oggi conosciamo. Nel linguaccio comune napoletano, come è riportato nel Dizionario, inedito, Napoletano di un certo Sasà ‘o professore, è riportato anche speciali paccheri, in senso figurativo: tipo ”Pacchere a “Mana smerza” In italiano Manrovescio), Paccariato (schiaffeggiato, Ceffonato, nonché senza soldi, squattrinato).
Spero che la curiosità sia piaciuta, lasciata per tanto un vostro commento, in modo che ve possa narrare delle altre. grazie a risentirci.
Le immagini sottostanti sono:
Uno Pacchero (schiaffo) dato a un bambino
Vari tipi di pasta come il Paccheri (gli schiaffoni)


 

venerdì 20 marzo 2026

Buon Giorno, buon Venerdì 20 Marzo 2026

 

Buon Giorno, buon Venerdì 20 Marzo 2026

---- Sant’Alessandra -- san Claudia -- Sant’Eufemia

 

Per tenere sempre viva la nostra sincera amicizia, anche oggi vi posterò una mia curiosità, oltre che storica, riguarda anche un termine, “Quiz”, il cui  significato nella nel linguaggio comune italiano indica un gioco o un test, che richiede la risposta a domande su vari argomenti

Dalle Curiosità storiche di Sasà ‘o Professore

Il termine QUIZ, la sua etimologia

Non esiste un numero totale esatto e definitivo dei quiz radiofonici e televisivi prodotti in Italia, a causa dell'enorme quantità di programmi andati in onda dal secondo dopoguerra a oggi. Tuttavia, si tratta di

migliaia di edizioni, che hanno segnato la storia del costume., come sono riportati negli archivi Rai e sulla storia della TV:

La storia dei “Quiz Televisivi” inizia ufficialmente il 19 novembre 1955 con il programma"Lascia o Raddoppia" di Mike Bongiorno. Da allora, ci sono stati format, come "Rischiatutto", "Il pranzo è servito", "La ruota della fortuna", "Chi vuol essere milionario?", "Affari tuoi" e "L'Eredità" (quest'ultimo tra i più longevi, in onda dal 2002) hanno dominato il palinsesto.

I Quiz Radiofonici, invece, hanno preceduto quelli televisivi con la rubriche più longeve "L'approdo" (dal 1945 al 1977), ma i quiz radiofonici (come "Il Gambero") hanno distribuito premi fin dagli ann

I Quiz o Game Show rappresentano uno dei generi più popolari, evolvendosi nel tempo, in termini di quiz nozionistici, di fortuna o di abilità. 

In italiano il termine “Quiz” viene spesso utilizzato con un significato molto vicino a quello di indovinello, quesito o domanda.

Il termine quiz è un prestito linguistico dall'inglese, nel linguaggio comune italiano indica un gioco o un test, che richiede la soluzione di enigmi o la risposta a domande su vari argomenti. 

Il Quiz  si definisce pure una serie di domande o indovinelli, che i concorrenti devono risolvere, spesso per vincere premi (telequiz) o per testare conoscenze (quiz a quiz, test di cultura generale).

Utilizzati anche nei questionari per un concorso occupazionale o per ottenere un’autorizzazione per svolgere qualche speciale attività, esempio con ottenere la patente.                                                              Il quiz si differenzia  da un indovinello, che spesso è una frase in versi o metaforica da sciogliere, mentre un quiz è più spesso inteso come un test, un questionario o un enigma (talvolta a scelta multipla).                Origine: del termine “Quiz” deriva da una parola inglese, attestata nel significato di "indovinello" dall'inizio del XIX secolo, è talvolta associata a un'interessante, anche se incerta, leggenda di Dublino, secondo la quale sarebbe stata inventata da un impresario teatrale per scommessa.                                In definitiva il quiz significa una serie di domande o indovinelli, che i concorrenti devono risolvere, spesso per vincere premi (telequiz) o per testare conoscenze (quiz a quiz, test di cultura generale).

Origine: La parola inglese, attestata nel significato di "indovinello" o "quiz" dall'inizio del XIX secolo, è talvolta associata a un'interessante, anche se incerta, leoggenda di Dublino, secondo la quale sarebbe stata ii proposito inventata da un impresario teatrale per scommessa. 

A proposito di Quiz , va ricordata pure la figura della “Valletta”, la cui presenza è stata impersonificata da giovani  donne, come la “EDy Campagnili” che fu la prima valletta, che affiancò  Mike Bongiorno nel programma a Quiz televisivo 'Lascia o Raddoppia?' , che andò in onda tra il 1955 ed il 1956 sulla rete televisiva italiana.

Infine La valletta Sabina Ciuferri, Il cui ruolo accanto a Mike Bongiorno fu innovativo: fino ad allora, infatti, le collaboratrici del presentatore, come Edy Campagnoli, non avevano mai preso la parola durante le trasmissioni, e fu nomata “la Valletta Muta”, ma con Rischiatutto furono coinvolte nei dialoghi. La svolta non si limitò al solo confronto dialettico, ma fu anche di costume: la Ciuffini indossava la minigonna, di moda tra i giovani all'epoca, ma assolutamente inedita fino ad allora nella puritana Rai. La Ciuffini affiancherà il conduttore italoamericano per tutte e cinque le edizioni del quiz, dal 1970 al 1974,e poi anche alla conduzione del Festival di Sanremo 1975.