sabato 2 agosto 2008

Storia di Chiaiano - 2^ punt/ Vie di comunicazione


Capitolo Sesto




Chiaiano dopo l’unità d’Italia


Fino a che non fu costruita la Strada Provinciale Santa Maria a Cubito, il comune di "Chiaiano ed uniti" era considerato solo un borgo agricolo attraverso il quale si accedeva alla capitale del regno, Napoli, per andare a vendere i prodotti agricoli ed altre mercanzie, trasportate da villici, sia del borgo medesimo, che quelli dei vicini comuni della zona nord, Mugnano, Marano, Calvizzano.
Il viaggio avveniva attraverso viuzze, percorse da carri e carretti, a piedi col barroccio, od in groppa ad un asino, ad un mulo od ad un cavallo facendo frequenti soste presso taverne, ubicate lungo il percorso, (la più nota era “ Taverna del Portone " al Furlone) giacché il viaggio, per raggiungere il centro, era lungo, tortuoso e stancante.
. Verso la metà dell’Ottocento, le stesse vie per giungere a Napoli, iniziarono ad essere solcate da qualche diligenza per i signori padroni o dagli sciaraballi (carri senza copertura con posti a sedere fatti con panche di legno) per i meno abbienti, contadini, plebei, artigiani e spaccapietre.
La Strada S. Maria a Cubito fu progettata ed ultimata per interessamento dei Re Borboni, quale prosecuzione verso nord dell’avvenuta costruzione del Corso Amedeo di Savoia (prima noto come Corso Napoleone, voluto da Re Gioacchino Murat nel 1807 per giungere da piazza de Plebiscito alla Reggia di Capodimonte), che terminava all’altezza del bosco e proseguiva scendendo verso i casali di Miano - Piscinola e congiungendosi a quello di Secondigliano per poi arrivare attraverso Melito ad Aversa, a Capua e infine a Roma.

Tratto della Via s.Maria a Cubito dal Bosco di capodimonte fino a Chiaiano



La sua inaugurazione avvenne nel 1861, quando ormai era già stata proclamata l'Unità d'Italia, misurava 30 Km, ed aveva 40 ponti, iniziava dal Garittone e terminava a Sessa Aurunca come indica la storia del tracciato riportata, in latino, su un marmo a forma di edicola, che tutt’ora si può ammirare sul muro di fronte al Deposito del Garittone dell’ A.N.M. (ex A.T.A.N.) dove è riportato quanto segue :

 
Via nuova san Rocco a Capodimonte
( tratto di fronte il deposito ex ATAN, il Garittone)
in curva è posta su muro l'edicola marmorea















Deposito tranviario di Capodimonte detto " Garittone"

Di fronte al deposito tranviario di Capodimonte, detto Garittone, esiste un edicola marmorea  costruita nel muro di una antica villa dove è riportata una targa commemorativa dell'apertura della strada:





Targa commemorativa dell'apertura della S. Maria a Cubito





VIAM HEINC AD MONTEM USQUE
DRAGONIS PAR MILLE PASS - XXV CUM
TRIENTE ET CASCANUM
APUD SESSAM
PER XXX PASSUUM MILLIA
STRATAM ABSOLUTAMQUE.
ANNO MDCCCLXI
VIATOR VIDES
QUAE
PONTIBUS ARCUATIS XXXX INTERIECTIS
COMMODO PUB INSIGNI
VIAS VIII COMMUNES APTE SECAT
PARS OPERIS COSPICUA
AQUOR COERCITIONES ALVEI


INFER – VOLTURNI
QUAE SUBFECIT ANTE AEQUORA CAMPI
LATE PASSUM DABANT






La traduzione letterale dell’epigrafe sta a significare che fu posta per ricordare:


Questa Via che va da Capodimonte
fino a Mondragone per circa 25 Km.
e giunge a Cascano presso Sessa Aurunca.
Per 30 miglia è una strada lastricata perfettamente completa.
Nell’anno 1861 -
O Viandante - vedi (osserva che)
Furono edificati 40 ponti arcuati ad intervalli per adattare il terreno d'attraversamento per farne un tragitto di pubblica utilità,
unendo otto Comuni
ed intersecandoli convenientemente per una cospicua parte.
Sono state imprigionate le acque dell’alveo inferiore del Volturno
rendendo quei terreni acquitrinosi una perfetta pianura.



La denominazione di questa strada sarebbe derivata per la presenza di un'antica chiesuola di campagna, a cui fu dato il nome di S. Maria a Cubito, perché si vuole che durante una battuta di caccia in quella zona Carlo II, Re di Napoli,  e  noto anche, Carlo il saggio ) nel 1297 venne a conoscenza che suo zio Ludovico, meglio conosciuto come San Ludovico d'Angiò, morto trenta anni prima, era stato canonizzato per divenire poi “ San Ludovico dei Francesi” e per la somma gioia CUBAVIT SE (s’inginocchiò, o si prostrò) e baciò la terra della chiesetta. (aneddoto riportato dallo studioso D. Chianese nel suo famoso libro “ I casali antichi di Napoli “). è dal momento si denominò " la Chiesa di Santa Maria a Cubavit, e poi in S. Maria a Cubito.
Attualmente ha preso vari nomi nel tratto  cittadino dei quartieri  di Napoli, che attraversa. Nel tratto da Capodimonte a San Rocco,   si chiama  "Via nuova San Rocco ".  Dal Furlone lambendo Marianella fino a Chiaiano  si chiama Via Emilio Scaglione. Dall'incrocio di Via G. Antonio Campamo fino all'altezza del Bivio di Mugnano, riprende il suo nome originale Via S. Maria a cubito, mentre ,quando attraversa il corso principale di Marano, prende il nome di Corso Europa.
E' denominata ancora strada provinciale S. Maria a Cubito, quando collega attraversandoli  molti  comuni  della Zona Nord,  quali ( Calvizzano, Villaricca, Giugliano, Qualiano, Villa Literno e Cascano di Sessa Aurunca).










Capitolo Settimo





Il BRIGANTAGGIO A CHIAIANO






La selva di Chiaiano ( zona Collinare)








la selva di Chiaiano ( zona si accesso da Via Pendino)




Una delle grotte  nella selva di Chiaiano, detta del Brigante




















Da fanciullino nelle passeggiate durante l’estate chiaianese insieme ai miei coetanei negli anni del dopoguerra, guidate dalle assistenti, (reclutate tra le giovani dell’Associazione cattolica locale, le signorine, Melina Pennino e Teresenella ‘e copp’ ‘o barone, Teresa Maione), che facevamo nelle calde giornate estive, sotto l’egida delle colonie per i ragazzi, (indette dalla parrocchia di San Nicola di Bari a Polvica e finanziate con i soldi, che attraverso la Pontificia Assistenza e per conto dell’ERP(Ente della Ricostruzione Europea, furono stanziati dal Piano Marshal americano), per far trascorrere il periodo estivo ai molti ragazzi, che altrimenti sarebbero vissuti per strada, come tanti lazzari. Procacciatore di quest'iniziativa assistenziale fu il sacerdote pro tempore della parrocchia,  don Angelo Ferrillo. La maggior parte della giornata della cosiddetta colonia si trascorreva negli spazi contigui della chiesa o facendo nella mattinata lunghe passeggiate nella vicina Selva o meglio (dint’ ‘a Severa) percorrendo Via Croce, Via Margherita, lo spiazzale della Saurella e poi scendevamo ancora per la discesa della terricciolla ‘e Zi-Matalena , costeggiando la grande Cava profonda circa 100 metri, (o’ Monte de’ cane) e ci immettevamo nella strada sterrata, detta (Mieze ‘e tre vie), ombrosa per alcuni tratti per i lunghi rami degli alberi di castagno, che la coprivano, in modo da farla apparire quasi un tunnel. Ricordo che spesso ci fermavamo nei pressi del
(’O Monte do’ Brigante), anch’essa una grande Cava, che a noi ragazzi appariva come una grossa Spelonca, perforata nella roccia della collinetta sovrastante.
A quei tempi le cave si facevano al chiuso, dove si estraevano pietre di tufo giallo, e solitamente poi erano utilizzate per rifugi durante i mesi invernali, quando avvenivano abbondanti piogge e per l’altro validissimo motivo, quello di lasciare il bosco circostante rigoglioso di castagneti e per far continuare alla flora e alla fauna locale il loro ciclo vitale.
Quella grossa spelonca c’era indicata come “la Grotta del Brigante”, qualcuno per sentito dire, affermava che ci avesse soggiornato il brigante Musolino, e, noi ragazzi lo confondevamo con Mussolini, il dittatore fascista, per il fatto che ancora se ne sentiva parlare nelle nostre famiglie, si era negli anni cinquanta.


 
LA GROTTA DEL BRIGANTE A CHIAIANO


Solo ora, dopo aver raggiunto sessanta anni, sono venuto a conoscenza di chi veramente c’è vissuto in quel nascosto ricovero, divenuto famoso negli anni appena dopo l’unità d’Italia, poiché ospitò i patrioti del disciolto esercito borbonico, (i cosiddetti Briganti) che lì trovarono rifugio sottraendosi alle rappresaglie sabaude, indette dal generale Cialdini per volere dell’usurpatore Piemontese, il savoiardo Vittorio Emanuele II-
Di ciò che andrò a narrare e confermato dai racconti citati nel libro “I figli della Selva” scritto dal Generale Giovanni Baiano, parlando della grotta del brigante con aneddoti raccontatogli dal proprio nonno, Vicienzo ‘o Vurpiciello, che in quei luoghi visse dal 1880 al 1957, ed anche se non li conobbe personalmente, delle sue gesta sicuramente ne sentì parlare e tramdandò ai figli ed ai nipoti la storia degli abitanti della Grotta del Brigante della Selva di Chiaiano,e dallo storico Maranese, Domenico Barberi nel suo libro “il Brigantaggio post-unitario a Nord di Napoli” e riportato nei suoi scritti storici sugli antichi casali del nord di Napoli di Carmine Cecere.


   il ponte dei Gesini sulla strada  " Mieze 'e  tre Vie "


                                         

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Chi era nella realtà il Brigante della Selva di Chiaiano, è subito svelato :
Era un certo, Alfonso Cerullo, il capo banda di un manipolo di uomini, circa una cinquantina ed in seguito un centinaio, ex soldati del disciolto esercito borbonico, che, non volendo sottostare alle vessatorie condizioni di resa dopo Gaeta, (siglate da Re Francesco II delle Due Sicilie, alias Francischiello ed il Generale Cialdini, per conto del re sabaudo, Vittorio Emanuele II), si dettero alla macchia, altrimenti sarebbero stati rinchiusi nelle galere, sparse in tutto il territorio Italiano, specie in quello piemontese, che erano dei veri lager, come quelli, che divennero famosi, le famigerate “Finestrelle”, dove, che, se non si faceva atto di sottomissione alla sovranità ed alla sudditanza alla casa Savoia, si veniva massacrati senza pietà.
Questa crudeltà era dettata per evitare qualsiasi tentativo di far riorganizzare il disciolto esercito di Francischiello, e per tale motivo furono commessi genocidi ad intere popolazioni meridionali: come dimenticare “ PonteLandolfo e Casalduni il 14 agosto 1861” e tanti altri innumerevoli massacri a popolazioni inermi.
Alfonso Cerullo, nacque nelle fertili campagne di Marano di Napoli nel 1837 da padre contadino, Cerullo Salvatore, e da Angelamaria Napolano, casalinga.
Si arruolò giovanissimo nella Reale Gendarmeria Borbonica a cavallo, che aveva compiti d'ordine pubblico, forza armata della giustizia e vigilanza e sicurezza del territorio, ed all’età di ventisette anni rivestì il grado di caporale, che assolse con perizia e carisma, tanto che dopo la capitolazione di Gaeta, con il suo reparto, che era di stanza nella regione Abruzzi, ripiegò a Cisterna e da lì si diede alla macchia, non volendo sfruttare l’opportunità avuta di continuare il servizio militare nell’esercito di un nuovo Sovrano, di un altro Re.
Tornato nella sua Marano e conosciuto un sostenitore del deposto Regime, un certo Macedonio di Maria, che esercitava il mestiere di sarto e che asseriva che Re, Francesco II, sarebbe ritornato presto al suo posto, si fece convincere da quest’ultimo ad organizzare una rivolta per resistere all’esercito occupante piemontese.
Una prima banda di circa venti uomini a cavallo, il Cerullo la raggruppò fra gli ex soldati sbandati del circondario dei casali del Nord di Napoli, rimasti fedeli al loro giuramento e nostalgici del regno borbonico, e con essa iniziò a depredare i posti della guardia nazionale di Marianella, di Polvica, di Mugnano, prendendo i fucili e abbattendo lo stemma dei Savoia e distruggendo i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi.
Per rendere più clamorose le sue sortite, obbligava agli uomini di guardia dei presidi, che sorprendeva di gridare :“ Viva Francesco II e Maria Sofia, i veri reali di Napoli”
Questi inaspettati attacchi alle caserme ed ai presidi del disciolto Reale Corpo dei Carabinieri, che nel 24 gennaio del 1861 si trasformò in Arma dei Carabinieri, dislocati nel territorio, resero necessaria l’istituzione di un tour de fource, di più uomini, costituito dalla Guardia Nazionale in collaborazione con reparti speciali di Bersaglieri e di soldati della Guardia Mobile per setacciare il Nord di Napoli, dove operava la banda Cerullo.
Più che un Brigante, il nostro Alfonso Cerullo, era un autentico partigiano borbonico, tanto che osò sfidare l’esercito piemontese con un manipolo di compagni, innalzando su un albero nel bosco della collina dell’Eremo Camaldolese il Vessillo Gigliato dell’antico Regno, donatogli da alcuni affiliati, che l’avevano requisito ad abili tessitrici mugnanesi, e tanto era grande, che era ben visibile dai paesi sottostanti della collina.
Vessillo gigliato del regno borbonico di Napoli

 
Terminate le proficue incursioni nelle varie masserie della zona, si rifugiava nella Selva di Chiaiano, nella famosa Grotta del Brigante, antica cava ben nascosta dalla folta vegetazione, per sfuggire ad un’eventuale cattura e da cui poi ripartiva per altre e nuove scorribande per procacciarsi viveri e vettovagliamenti per la sua banda.



La banda del Cerullo era anche in contatto con altri gruppi di briganti, anch’essi operanti nell’entroterra della Provincia di Napoli, come quella di Crescenzo de Matteo nel aversano, la banda di Salvatore Reppe nella zona di Qualiano Quarto, la banda di Salvatore D’Alterio detto “‘o Squarcione” in quella di Giugliano e tanti altri gruppi e tutti insieme formavano il comitato insurrezionale dell’area nord di Napoli, che aveva come disegno strategico militare, il ritorno, appena possibile, del Re Borbone.
Queste bande Partigiane Borboniche divennero padrone incontrastate del territorio e spaziavano dai Camaldoli al Lago di Patria fino a Soccavo e Pianura e per il numero sempre crescente d'esse, costrinsero a Vittorio Emanuele II, ad ordinare al Generale Cialdini di procedere ad una massiccia repressione.
Si misero taglie sulla testa dei più noti capibanda e così iniziò una vera caccia ai cosiddetti briganti di casa nostra. Scesero in campo circa cinquemila uomini armati per stanarli oltre alle forze locali ed ai carabinieri.
Il nostro eroe, Alfonso Cerullo, fu preso nei pressi della Taverna del Portone, vicino al posto di Dogana al Furlone sulla Strada Santa Maria a Cubito, tradito da un certo Lucchesi Michele, la sera del 28 novembre del 1864.
Interrogato l’indomani, il 29 novembre 1864, dall’Ispettore Federico Sbarri della Questura di Napoli, com'è riportato dallo storico maranese Barberi nel suo libro, il Cerullo “giustificò la sua ribellione, non volendo sottostare al nuovo regime e dichiarò che non si era mai macchiato né lui, né i componenti della sua banda, di nessun crimine, specie ,quello addebitatogli, dell’assassinio del carabiniere Maurizio Gorelli, avvenuto il 16 maggio 1863, che gli era attribuito, dichiarando altre sì che non si era mai scontrato con l’arma, anzi la rispettava, essendo stato lui stesso un gendarme per il passato”.
Con un processo sommario fu richiuso in Castel Capuano e dovette scontare una pena di 25 anni di galera.
Scontata la pena all’età di 53 anni il 29 marzo del 1890 morì a Marano.
Alfonso Cerullo esempio di uomo leale, rispettoso del giuramento fatto al suo Re, fu per più di un secolo dimenticato, e poiché la storia, molto spesso la fanno i vincitori, fu facile per i conquistatori piemontesi (passati alla storia come i liberatori del Regno delle Due Sicilie) decretare il nostro eroe e tanti altri martiri, che si batterono contro la tirannia savoiarda per difendere la loro patria nel rispetto delle proprie idee, dei briganti malfattori, coprendoli d’ignominie

Via fragolara nei pressi del ( ex Monte de' cani)
                                     


Continuerà appena possibile con altri capitoli
se possibile scrivete un commento per incoraggiamento a continuare

martedì 13 maggio 2008

La Storia di CHIAIANO 1^ punt/ le Contrade




Storia di Chiaiano Dalle origini a l’anno 2000

-Introduzione -

Andrò a descrivervi una breve storia, che si riferisce alla nostra “Chiaiano”, uno dei quartieri più periferici della Città di Napoli, distante dal Centro 7 Km. a Nord-Est. dalle origini fino al 1943, l’anno, in cui sono nato, che è solo ricerca bibliografica, trasposizione di racconti e leggende tramandatemi. Fino agli anni 1926 Chiaiano era un Comune autonomo, ciò è avvalorato dal fatto che, tutti coloro che sono nati prima di quel periodo, hanno il Codice Fiscale specifico del Comune di nascita - Chiaiano e cioè C906, mentre Napoli è F839. Dal 1943 al 2000 al contrario è memoria vissuta dal sottoscritto e corredata da esperienze dirette da chi ancora può testimoniare, ciò che descriverò verificatosi in questo lasso di tempo.



Andiamo allora per ordine, I primi abitanti di Chiaiano erano - Oschi (od Osci) dei quali, parte dominante erano gli Aurunci, i Volsci e gli Equi, che risiederono nei Campi Eburnei; poi divennero Greci, Cumani, e dopo la sconfitta di quest’ultimi da parte dei Sanniti nel 438 a.c., Sanniti ed infine Romani, non furono mai assoggettati agli Etruschi.

Chiaiano, è nota già dall’antichità soprattutto per le cave di pietra del tipo Tufo giallo, che era estratto dalle montagnole, formatesi a seguito di depositi provenienti da colossali eruzioni esplosive delle innumerevoli bocche vulcaniche della zona Flegrea (la nota Ignimbrite Campania), culminante in una colonna eruttiva di particelle solide (pomici, ceneri e frammenti litici). Tufo della migliore grana di color giallo leggero (non ponteche, cioè senza impurezze d’elementi ferrosi) facilmente lavorabile per farne ottime pietre per costruzioni levigate, resistenti e durature. I più famosi monumenti napoletani quali il Maschio Angioino, Palazzo Reale di Piazza del Plebiscito e quello di Capodimonte sono stati costruiti nelle parti frontali e decorative con pietre provenienti dalle cave di Chiaiano. Attualmente negli Indici di qualche Atlante geografico, nei presidi degli Uffici Postali e nell' elenco dei Comuni d’Italia è indicato come Chiaiano ed Uniti ( rifacendosi alla vecchia fusione voluta nella costituzione dei vari territori circostanti Napoli in Comuni e sancita dal Regio Decreto del 1807 in Comuni Riuniti di Chiaiano – Pelvica – Santa Croce)
 

il logo del Comune di Chiaiano, quando furono costituiti i Comuni nel 1807


 cioè comprendente le località di Polvica, Chiaiano, (al centro)- Tirone, Casaputano, (a Nord Est) - Toscanella, Ponte Caracciolo, Santacroce,(a Nord Owest) - Nazareth, Guantai, Camaldoli, Cappella Cangiani, (a Nord) Terravicina e La Vialletta (a Sud).
Perché di quest’agglomerato di Contrade e borghi, è presto detto, anzi sarà la nostra trattazione in questa breve storia cercando di giusticare il Perché e il loro ripopolamento.
Avremo cosi Vari capitoli del periodo Antico, Medio Evo, Rinascimento, Risorgimento, Unità d’Italia, la 1^ guerra Mondiale, ed infine quello dal 1943 al 2000.


La cava di Chiaiano



      

Le cave di Chiaiano





Cave di Chiaiano, dove è stata aperta la discarica



Cave di Chiaiano, dove è stata aperta la discarica

















Capitolo I



Chiaiano nell’Antichità


Chiaiano, le sue origini non sono Etrusche, né Volsce, nè Eque, bensì Osche e i suoi primi abitanti parlavano la lingua Osco-Sabellica (un linguaggio molto affine a primordiali vocaboli latini). Il suo territorio fu riserva di prodotti agricoli e di sorgenti d’acqua per i vari popoli, a cui apparteneva man mano, che gli avvenimenti di conquista si succedevano in quel tempo antico, perché era lontano dalla costa e nascosto dalla collina dei Camaldoli e da una fitta boscaglia, la ben nota Severa (ricca di rigogliosa vegetazione, con fauna selvatica addomesticabile e con una lussureggiante flora).


Mappa del parco delle Colline di Napoli ( selva di Chiaiano)

Zona boschiva di Chiaiano  ( la selva)










stradine della selva di Chiaiano



 Chiaiano, fu dunque territorio Cumano e poi Sannita e rimase tale fino a che sconfitti i Sanniti, nel 326 a.c., divenne come tutta la Campania, territorio Romano.
Tracce archeologiche di tutto ciò non sono più visibili nel suo perimetro territoriale, ma sono state invece riscontrate in alcuni siti della confinante Città di Marano e nel quartiere vicinoro di Marianella Piscinola, quando si sono sterrati i terreni per nuove costruzioni, (sia nel Comune di Marano nelle contrade di S. Rocco, del cimitero), sia nel Quartiere di Piscinola, quando è stato costruito negli anni sessanta (1960), il rione della cosiddetta 167 .
I primi abitanti di Chiaiano costruirono le proprie abitazioni sfruttando Il metodo dei primi Colonizzatori greci, ossia perforando il sottosuolo ricco della pietra tufacea (sottostante il luogo da edificare) ed estraevano blocchi grandi per le mura e meno grandi per le pareti delle loro case. Il nucleo abitativo più antico di Chiaiano si regge per lo più su un territorio bucherellato con caverne, vasche sotterranee, pozzi artesiani per captare le sorgenti d’acqua. Testimonianze di queste affermazioni si possono ammirare scendendo attraverso i pozzi esistenti nel palazzo della Paratina nella contrada di Polvica 


Villa Paratina,  a Polvica in via Barone
(un tempo ospitava l'attività produttiva
dello stilista, Livio De Simone) ora
in completo stato di abbandono.








e fino agli anni 1950 nel Palazzo del Barone al civico 19, ed in quasi tutte le vecchie abitazioni ubicate nel territorio. Tali vestigia attualmente sono andate perdute per distruzione per motivi di sicurezza e per cattiva opportunità abitativa abusiva (spesso giustificata da ingegnieri sprovveduti e senza cultura di amor patrio) eliminando spesso i pozzi e tutto ciò, che era antico con la scusante di vecchio ed inutile per la modernità.








Capitolo 2°





Chiaiano, il suo toponimo deriva dal Latino ?





Varie ipotesi sono state elaborate per definire il nome di Chiaiano, la più attendibile e la più logica deriva sicuramente dai Romani.
I romani infatti denominavano i primi insediamenti stabili in Oppidum o Castrum e per meglio identificarli anteponevano il nome del suo Primo insediatore, la qualità orografica della zona e spesso la distanza dal centro dell’Urbe (della Città). Col tempo Castrum e Oppidum si apocoparono in Anum e divenne il suffisso da aggiungere al nome del primo colonizzatore.
Quindi l’insediamento di Mario divenne per i Romani Marano (ossia Marius + anum), Giugliano (Giulius + anum), Calvizzano (Calvitius + anum) Antignano (Antinus+ anum), Chiaiano (Caius + Anum = Caiano e poi volgarizzato foneticamente in Chiaianum) o come detto dal tipo orografico della zona dell’insediamento, (Chiana - Plaja – Ghiaja + anum = Chiananum- Plajanum- Chioanum). I molti cedolari dei vari Duchi di Durazzo e dei Vicerè spagnoli nelle mappe antiche Chiaiano è indicata Plajanun- Chiaianun- Chiaiana. Oltre al nome, come detto alcuni siti invece come Miano, Secondigliano, Milano, il loro toponimo deriva dalla loro distanza dal centro dell’urbe; così Miano, poiché dista circa un miglio dal Centro (Milia + anum = Milianum), finché apocopato in Mianum ed infine Miano, lo stesso vale per Secondigliano (secondo miglio dal centro) o Milano (Mediolanum), ossia in medio, (in mezzo) della città , dell’accampamento).
Gli altri nomi delle contrade, Polvica, Tirone, Camaldoli, S, Croce, Cappella Cangiani, Ponte Caracciolo, Nazareth, la Vialletta, Terravicina e Campodisola hanno avuto una denominazione del tutto singolare, forse per soddisfare particolari situazioni economiche o religiose, che andremo innanzi a descrivere per appagare la curiosità.



Chiaiano ( corso Chiaiano) ex corso Umberto I
visto dalla strada S.Maria a cubito




















chiaiano_provincia




Corso Chiaiano  ( Ex Corso Umberto I )
vista dall'ex Municipio della circoscrizione







Chiaiano scorcio di via napoli
       



Borgo di Chiaiano , via chiesa

Chiaiano -Chiesa di S.Giovanni Battista
  

                                                                                                                         



                    







Capitolo 3°




Le Contrade


Polvica 







Polvica - Chiaiano  Chiesa di San Nicola di Bari
Dove c'è l'epigrafe di Pomponia Saturnina











Epigrafe rimana trovata ulla tomba di una certa Saturnina    


Iscrizione scoperta nel !960, durante i lavori di ristrutturazione, voluta dal Parroco dell'epoca don Angelo Ferrillo, e si capì che tutta la zona della chiesa  sorgeva su una antica necropoli romana.
Tale epigrafe su un marmo salmastro, fu murata ed attualmente si può  ammirare  nell'accesso alle scale, che portano al campanile, e si legge a malapena  quanto segue:






D M
POMPONIAE L F
SATVRNINAE ET
BLAESIANO F EIVS
ET PLOCAMO MARITO
LIBERTIS LIBERTABVSQ
ET [E]IS QVOS A PLOCAMO
MANUMITTI
VOLVIT


«(Sacrum) D(is) M(anibus) Pomponiae L(iciniae) f(iliae) Saturninae et Blaesiano f(ilio) eius et Plocamo marito libertis libertasbusq[ue] et [e]is quos a Plocamo manumitti volvit»


La traduzione interpretativa dal latino di



(G. D’ISANTO, Scheda n. 8 in G. CAMODECA (a cura di), in «Puteoli Studi di Storia antica» VI (1982), pp. 153-156, fig. 7.)


«(Sacro) agli dei Mani di Pomponia Saturnina, figlia di Licinia. E a Plocamo suo marito e a suo figlio Blesiano, ai liberti e alle liberte la cui mano­missione ella concede a Plocamo»






Polvica, Quindi, è uno dei più vecchi casali, che sono situati nel territorio di Chiaiano.

 
Palazzo Angiulli a Polvica













 Il campanile della chiesa di San Nicola di Bari 
a Polvica-Chiaiano



 Il suo nome deriva da Pelvi, (bacino idrografico), zona di terreno le cui acque scorrono lungo l’alveo di un canale torrentizio, sottostante ad un altopiano o montagnola, nel nostro caso, l’alveo dell’ altopiano dei Camaldoli.
Da Pelvi si è passato a Pelvica poi a Publica come è citata nel proclama di Belisario, il famoso Generale di Costantinopoli, nel reclutamento obbligatorio (la nascita della Coscrizione - la chiamata alle armi obbligatoria) di uomini validi dell’entroterra Napoletano, dai casali di Piscinola, Plajano e Publica, nel 536 d.c. per ripopolare l’esercito imperiale, decimato da una pestilenza. Su un diploma del Re Roberto Guiscardo fu trascritta come Plubica (nel 1076), mentre Pulvica era indicata sui diplomi dei Re Angioini. Infine fu riportata come Polvica e con tale toponimo è giunta fino a noi, da quando fu data in feudo dal Viceré Conte di Monterrey a Giovan Battista Salernitano nel 1631.







 
Vico Croce a Polvica - Chiaiano(Cappella raffigurante la croce del Calvario
per dare l'ultimo saluto ai defunti verso il cimitero)






Chiaiano ( località Tirone vista dal Pendino)



Tirone, località appartenente al territorio di Chiaiano, zona situata su una collinetta, (rappresentante il limitare del Comune di Napoli), dalla quale scollinando, si giunge nel Comune di Marano, in località Poggio Vallesana. Proprio dalla vicina località Vallesana è avvalorata il toponimo di Tirone.
Tirone, schiavo di Cicerone, divenuto poi Liberto, quale dono ricevuto per i servigi a Lui espletati, come lo scrivere tutte le sue orazioni ed i suoi discorsi fatti nel Senato, in una forma sintetica, ma precisa, inventando così i primi embrioni della scrittura stenografica.
Tirone, malato di tisi era venuto a curarsi in una villa, donatagli dallo stesso Cicerone in quella zona, già nota ai Romani come salubre e miracolosa per guarigioni di quel male, nota come Vallum Sanun Attualmente è divenuta località turistica in quanto è uno dei siti gastronomica con il rinomato Agriturismo “Il Ciliegio”.
e "della masseria Fioretti".

Borgo di Santa Croce -Chiaiano
                                            



Santa Croce, è il borgo a nord- Est di Chiaiano, e la sua nascita, rispetto alle altre contrade, è la più recente. L’unica fonte della sua formazione ci è data dagli archivi ecclesiastici, in cui si parla di una antica cappella di S.Croce ad Orsolona, quando dipendeva giurisdizionalmente dalla Chiesa di S. Maria delle Grazie di Capodimonte. Nel 1688 fu costruita l’attuale Chiesa anch’essa intitolata alla Santa Croce, sullo stesso terreno (noto come Orsolona) della vecchia cappella. Il territorio della nuova parrocchia fu ampliato, comprendendo altre cappelle (Cappella dei Cangiani e quella della Reginae Paradisi ai Guantai) nonché tutta la zona di Nazareth.
Con la fine del feudalesimo e la nascita dei Comuni, il borgo di S.Croce entra a far parte (nel 1807) del territorio dei Comuni Riuniti di Chiaiano, Polvica e S.Croce. Subì così tutte le vicende politiche e amministrative dei Comuni Riuniti facendo parte del
Circondario di Marano, mentre come giurisdizione ecclesiastica apparteneva alla Diocesi di Pozzuoli. Infine nel 1926 durante il periodo fascista divenne insieme a tutti i Comuni riuniti quartiere di Chiaiano e Uniti, facente parte della Grande Napoli.
Ingresso del  Parco dei Camaldoli








Interno della chiesa dei Camaldoli
    







Eremo dei padri camaldolesi ai Camaldoli
                                                   

Camaldoli, è il borgo, che agglomera l’antica Osteria della Decima, la località Nazareth ed al culmine dell’altopiano la zona dell’eremo dei Padri Camaldolesi. Questa parte di territorio è nota soprattutto per l’eremo e per il panorama, che si scorge dall’alto, da dove si possono mirare i quartieri di Pianura, Fuorigrotta, fino a raggiungere la vista Bagnoli ed il mare. La collina ha origini antichissime, Tommaso dell’Erba nel suo libro (Camoldoli, il Colle delle leggende dei dintorni di Napoli) dice che fu abitata dai primi colonizzatori greci (gli Elleni), che per propiziarsi gli Dei olimpici eressero templi un po’ dappertutto sul collinoso territorio partenopeo.
Edificarono un tempio ad Zeus Pausillipe (Giove) sulla collina del Capo di Posillipo ed un altro a Hera (Giunone) sul punto più alto dell’estesa collina vomerese (esattamente 459 metri s.l.d.m.), che s’affacciava sui campi flegrei, e fu chiamato Hermon, (monte consacrato ad hera) tra boschi folti di querce, di pini e castagneti. In seguito la collina dei Camoldoli fu descritta nella pubblicazione (Descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze) a cura di Gaetano Nobile (Napoli 1855) era conosciuta come Monte Prospetto fin dal 453, vale a dire dalla fondazione della Cappella sul Monte Prospetto e di un monastero, voluta da San Gaudioso, il Vescovo Di Napoli di quell’epoca, noto per le famosissime catacombe a Lui consacrate nel rione della Sanità.
La collina dei Camaldoli, oltre ad essere il punto più alto di Napoli, è soprattutto nota per l’aria salubre e per le famose scampagnate del Martedì in Albis, che si facevano nella selva circostante l’eremo. La zona dei Camaldoli è stata poi immortalata dalla ben nota canzone (Tarantelluccia) quella che dice…

……” ’Na casarella pittata rosa ‘ncoppa ‘e Camaldole vurrià tenè, “
 per osannare l’amenità del luogo, che tanto benessere riceveva chi vi soggiornava o vi abitava già nell’antichità, tanto che era luogo rinomato di villeggiatura nel secolo scorso.

Palazzo antico del borgo nazareth ai Camaldoli



 Tra i più famosi villeggianti si annovera il poeta Giacomo Leopardi, che fu lungamente ospite nel castello dell’ultimo conte dei Camaldoli, Don Francesco Ricciardi, uomo colto ed illustre dotto, amante della botanica, tanto che nei giardini circostanti il maniero erano coltivate piante rare, veri, tesoro della botanica.



Antica PIazza di Cappella Cangian













 
Tela raffigurante la Madonna di Cappella Cangiani




Cappella Cangiani, borgo sorto a ridosso dell’omonima chiesa, nota come Cappella dei Cangiani. In un primo momento la località era nota come limite di confine tra il Territorio dei Comuni Riuniti di Chiaiano, Polvica e S.Croce, per cui v’era il cosiddetto muro daziario e la barriera doganale, ancora oggi visibile all’incrocio di via Mariano Semola. Fu contesa, come borgo, sia dai Comuni Riuniti ed il Comune di Napoli. La controversia fu vinta nei confronti del Comune di Napoli dai Comuni Riuniti solo verso il 1831. All’apertura della strada Arenella - Cangiani oggi via Domenico Fontana e Via Mariano Semola e con la costruzione dei vari Ospedali (Monaldi - Cardarelli – Cotugno – Pascale) e da una proliferazione di Costruzioni di civili abitazioni senza un controllo di programmazione, Cappella Cangiani è divenuta molto popolata tanto, che è divenuta una delle più affollate zone della città.






Piazzetta ponte caracciolo a Chiaiano


Ponte Caracciolo, nato come borgo rurale, ossia come masseria, appartenuta ai Principi Caracciolo e poi trasferita ai conti Bisogni.
Il toponimo deriva dal fatto che nella zona, nota come la selva Caracciola, per accedere meglio alla località dello Scudillo fu costruito un ponte ancora esistente per superare l’alveo naturale e torrentizio del Vallone del Furlone. E’ divenuto un crocevia importante negli ultimi tempi per la sua vicinanza agli ospedali (Cardarelli - Policlinico e Cotugno), in quanto è collegato con Chiaiano, per mezzo della via Toscanella e continuando con la tangenziale Est chiaianese all’ Asse Mediano; a mezzo l’ex via Miano Agnano al Furlone, tagliando la strada Provinciale S. Maria a Cubito; a mezzo poi, via Orsolona ai Cangiani si unisce biforcandosi alla via Scudillo e alla via M. Semmola.



Nazareth,                             

Palazzo antico del borgo nazareth ai Camaldoli





Borgo antico risalente all’incirca nel 1100/1200 per la datazione approssimativa degli affreschi, che sono collocati nell’omonima chiesetta di S. Maria a Nazareth ed attorno alla stessa come di consueto in quegli anni fu costruito, ad opera dei signori Diano che ne divennero i padroni incontrastati di questo piccolo feudo, un primo manipolo di casette rurali per i loro servi e contadini, che erano dediti alla raccolta delle castagne ed al taglio della legna della selva circostante. Dopo i Diano il Feudo passò ai Capece, signori di Antignano e di S.Giovanni a Teduccio, tra cui il celebre Scipione Capece che volle edificare una chiesa dedicandola a S. Giovanni Battista, vicino alla prima. Il villaggio passò ai Signori Capuano, ed anche essi edificarono una terza chiesa dedicata al Salvatore, che divenne nota col nome di Salvaturiello, per distinguerla dalla più grande, che era localizzata più sull’ estremo altopiano 




“S. Salvatore. a Prospetto” . Infine il borgo con tutto il circondario fu acquistato dal Patrizio Giambattista Crispo, illustre giureconsulto, che ritiratosi dalla vita pubblica per motivi di salute, vi si stabilì definitivamente e vi fece costruire una villa regale (con giardini,orti, fontane, laghetto) che nulla aveva da invidiare alle antiche ville romane di Mario e Lucullo.




Alla sua morte per usurpazione divennero Signori di Nazareth i Luguzio, che vendettero il borgo ai Patrizio (Conti di Pianura) ed infine con l’eversione feudale (1806) che confiscò il patrimonio feudale ed i beni ecclesiastici, che divennero Demanio. La zona fu acquistata poi da Francesco Ricciardi, (dei principi di S. Arcangelo) e nel 1814 da Giacchino Murat ottenne, per i servigi resi alla corona, di fregiarsi del titolo di Conte di Camaldoli. Francesco Ricciardi (il conte dei Camaldoli e principe di S. Arcangelo) che vi soggiornò fino alla morte (abitando nella villa che fu del giudice Giambattista Crispo).ospitando molti uomini illustri, desiderosi di trascorrere ore liete nel verde della selva camaldolese.


La contea passò infine ai Marchesi Verusio, che smembrarono l’intero feudo in tanti appezzamenti di terreno e furono proprietari ultimi fino quasi ai nostri tempi, come ricorda un lapide dedicata a Francesco Verusio, che nel 1927 donò ogni diritto sulla chiesetta di S.Maria a Nazareth alla comunità locale, in essa conservata .


Mausoleo Torricelli  Lungo Via Vecchia Chiaiano -Piscinola
      




Mausoleo Torricelli  Lungo Via Vecchia Chiaiano - Piscinola                                    
 a Vialletta, località, situata a valle della circoscrizione di Chiaiano o meglio ai confini del comune di Mugnano di Napoli e del quartiere di Piscinola, è contrassegnata dalla via Antica di Chiaiano, che partendo dalla via Spinelli scende parallelamente al viale Bunel biforcandosi con un ramo verso sinistra passando vicino al mausoleo Torricelli della omonima masseria, e quella più famosa masseria del Marchese di Campodisola, mentre verso destra, sorpassando il vecchio e stretto ponte della ferrovia di Piedimonte d’Alife, giunge attraverso campi pianeggianti nella nuova località di Scampia (la zona della 167 ,una volta territorio di Piscinola). Attualmente la zona è nota per come il Parco Spinelli con una serie di alloggi popolari edificati a seguito del terremoto del 1980 e noti come 135 alloggi e poi si è arricchita dei campi di pallone San Francesco e di varie villette a schiera ai margini propria della Via Antica Chiaiano.












Terravicina, Borgo noto come “‘a Cantina ’e Cape ‘e Ceccio” che era situata nella parte che affaccia sull’attuale S.Maria a Cubito verso Il comune di Mugnano, nell’antica Masseria di San Gaudioso che apparteneva già dal 1600 ai marchesi Lucina ( divenuti dal 1600 al 1700 signori incontrastati di Chiaiano, possedendo vari palazzi e terreni del Casale) mentre prima era dei Marchesi San Felice, che l’edificarono sopra un convento dei monaci Basiliani. 


 
 Il portale di piperno di San Gaudioso
della Masseria di Terravicina
sulla via S. Maria a Cubito, dove un tempo
esisteva il convento dei monaci Basiliani



 
Chiaiano , località Terravicina
niota come "  'A Cantina 'e Cape 'e Cecce"




 Durante l’ultima conflitto mondiale a Terravicina avvenne la cattura di un soldato Tedesco e l’uccisione di un altro, che transitavano con un sidie-car per la via S.maria a Cubito diretti a Mugnano, dai partigiani Chiaianesi durante le 4 giornate di Napoli. ( la storia della vicenda sarà narrata nel capitolo Chiaiano nella II^ guerra mondiale). Da Terravicina attraverso la Purchiera (la parte agricola della Masseria dove si allevavano porci (Maiali) 
la masseria " la Purchiera" alle spalle di Terravicina



si accedeva al Fondo rustico , noto come Masseria Campodisola , chiamata dai locali in dialetto (Campuriseme).


Borgo di Campodisola
Masseria di Campodisolacome si presenta oggi









Facciata esterna della cappella della
          chiesetta di Campodisola
Interno della Cappella della Chiesetta Di campodisola






Campodisola, Più che un Borgo, Campodisola era un tempo una masseria,

Masseria di Campodisolacome si presenta oggi


 che sorse come rifugio provvisorio dei braccianti impegnati nella coltivazione degli estesi campi a cui facevano capo territorialmente ed infeudati ad un unico Signore (come lo erano tutte le masserie della zona).
La Masseria una volta era collegata direttamente al Comune di Chiaiano da un viottolo di campagna che attraversando la Purchiera, zona agricola adibita all’allevamento dei porci (maiali) in dialetto napoletano (puorche), si raggiungeva via Ponte del Castagneto (ora Via Aldo Cocchia) e da lì via chiesa di Chiaiano, via Tiglio e piazza Margherita.



Cappella dei Conti Lucina attigua al palazzo dei Lucina




Originariamente pare fosse appartenuta ai “Conte Lucina” che l’aveva avuta assegnata dal Tribunale a seguito di una causa nel lontano 1649 togliendola alla famiglia dei Caracciolo, già proprietari di diversi fondi e palazzi nel casale di Chiaiano. Nel 700 passò alla famiglia dei Conti Desiderio, i quali imparentatesi con la famiglia D’amore ne ereditarono la proprietà e la detengono ancora attualmente. Del rapporto di parentela dei Desiderio e dei D’amore è testimonianza e prova la cappella gentilizia che si erge nel cimitero di Chiaiano, che reca l’intestazione appunto di Desiderio-D’amore, dove riposano i corpi appartenenti alle due famiglie fin dall’edificazione del Cimitero avvenuto completamente nel 1855.
La Masseria di Campodisola (‘o meglio nota come Campuriseme) fin dall’unificazione del regno d’Italia era anche sede di una prima forma di Scuola elementare pubblica, che terminò la sua funzione durante la I^ guerra Mondiale, anche perché dopo la costruzione della Nuova Casa Comunale (avvenuta esattamente nel 1889) e completata nel 1926 l’attività scolastica fu trasferita nell’intero piano inferiore a livello di strada della stessa, sia come scuola Maschile e Femminile elementare, mentre il piano superiore fu adibito esclusivamente alla sola amministrazione Municipale.








Capitolo 4







Chiaiano nel Medio Evo






Dopo il periodo romano e particolarmente quello imperiale, i primi insediamenti di famiglie nei territori posti a nord della città di Napoli dietro le colline di Capodichino e Capodimonte ( Chiaiano – Polvica. S.croce- Camaldoli) avvenivano con scopi prevalenti per lavorare i campi o rivolti ad attività silvo-pastorali. Tali insediamenti nel tempo si organizzarono in centri abitati, qualificati con mulino, forno, taverna e Chiesa, divenendo così Casali, (la parola deriva da casati, contadini terziari o parzionari, a cui i monasteri, proprietari dei terreni, affidavano la coltivazione e lo sfruttamento agricolo degli stessi con l’obbligo di risiedere sul posto).
Questi centri abitati, per mancanza di efficienti strutture stradali, erano sparsi tutt’attorno alla cinta muraria della città di Napoli e rappresentarono la Provincia di Napoli nel 1806, mentre prima era nota come la Terra di Lavoro, (la Liburia) territorio tra le note città di Nola, Capua e Pozzuoli.
La nascita dei Casali rappresentò un enorme gettito fiscale, per i regnanti, in quanto alle popolazioni del casale era imposta una tassa annuale, detta Focatico del valore di circa 186 once. Con la venuta degli Angioini i casali furono considerati terre del ”Regio Demanio” e dovettero soggiacere a maggior peso fiscale degli altri sudditi del Regno pagando un supplemento di 3 Tareni ( plurale di Tarì – moneta d’oro dell’epoca ) all’anno alla Regia Corte.
Nel periodo del Vicereame Spagnolo per estorcere denaro a beneficio dei Re spagnoli furono messe in vendita tutte le terre demaniali, compresi i casali, concedendole in feudi. Per questo motivo sotto il viceregno del Viceré Manuel de Acevedo y Zunigo – Conte di Monterey, la nostra zona, che all’epoca si estendeva da Capodimonte fino alla collina dei Camaldoli, fu concessa nel 1631 in feudo come Baronia a Don Giovan Battista Salernitano, padre del Principe Francesco Salernitano, la cui salma fu seppellita nella chiesa di S.Maria delle Grazie a Capodimonte, che rientrava a quell’epoca nel suo feudo.
Alla sua morte il feudo fu diviso in varie zone, il Feudo di Polvica fu acquistato da Nicola Salinas, che divenne il primo Barone di Polvica, mentre quello di Chiaiano, che era rimasto “Regio Demanio” fu concesso alla famiglia Caracciolo di Castagneto. 

Ponte , che univa il palazzo dei Caracciolo di Castagneto 
con la tenuta agricola di Campodisola


Nel 1709 il feudo di Polvica fu venduto a Don Girolamo de Aloisio e da questi al Barone Don Giuseppe Manni, che infine lo cedette ai Marchesi Mauri nel 1761. L’ultimo feudatario del Feudo di Polvica, si ha notizia certa, fu il Marchesino Carlo Mauri, eroe e martire della Repubblica Partenopea del 1799, che fu giustiziato il 14 dicembre del 1799 con la decapitazione e il suo palazzo e le sue terre furono confiscate.





Del Marchesino Carlo Mauri, (oltre ai Diari napoletani dal 1798 al 1800 di Carlo De Nicola, una bibliografia attenta e minuziosa ci è stata fornita dalle ricerche del prof. Domenico De Luca), sappiamo che fu un insigne Comandante del Primo Battaglione della Guardia Nazionale della Repubblica Partenopea del 1799, fu membro effettivo di diverse Commissioni, quella dei Dodici Probi Cittadini , quella della Municipalità e di quella della Toponomastica .




Capitolo  quinto







Chiaiano durante il Risorgimento






Definito comune, dopo l’eversione feudale avvenuta il 1806 e operante nel 1807 con decreto del Re dell’epoca, Giuseppe Bonaparte, il territorio di Chiaiano è denominato “ Comuni Riuniti di Chiaiano Polvica e Santa Croce.
Il nuovo comune Iniziò un periodo d'autonomia amministrativa rientrando nel Circondario di Marano, mentre ecclesiasticamente apparteneva al Distretto della Diocesi di Pozzuoli.
La Giustizia Civile era amministrata da un Giudice Conciliatore comunale, mentre quella Penale dal Giudice del Circondario.
L’istruzione pubblica era gestita prevalentemente da una giunta residente nella capitale, a Napoli; che provvedeva per tutta la Provincia napoletana alle dirette dipendenze del rispettivo Ministro dell’istruzione, nominato dal Re. In un primo momento anche per la distanza tra i veri centri logistici dei comuni riuniti si crearono tre distinte scuole pubbliche, una a Chiaiano nel casale di Campodisola, una a Santa Croce nel borgo Orsolona ed una su a Nazareth  nel borgo Camaldoli e diverse succursali, che furono ubicate nelle contrade dei Calori di sotto, del Tirone ed a Ponte Caracciolo per le esigenze della platea scolastica sparsa nelle diverse masserie, e casali del vasto territorio.