venerdì 9 ottobre 2026

La chiesa del Gesù Nuovo                                o della Trinità Maggiore

La chiesa del Gesù Nuovo, o della Trinità Maggiore, è una chiesa basilicale di Napoli, sita nel quartiere San Giuseppe, in piazza del Gesù Nuovo di fronte all'obelisco dell'Immacolata e alla basilica di Santa Chiara.

Si tratta di una delle più importanti e vaste chiese della città, tra le massime concentrazioni di pittura e scultura barocca, alla quale hanno lavorato alcuni dei più influenti artisti della scuola napoletana.

All'interno è custodito il corpo di “San Giuseppe Moscati”, canonizzato da papa Giovanni Paolo II° nel 1987.

In origine insisteva in quell'area (invece dell’attuale Chiesa Basilica ddel Gesù Nuovo) il palazzo antico dei Sanseverino, progettato e ultimato nel 1470 da “Novello da San Lucano” per espresso volere di “Roberto Sanseverino”, principe di Salerno. Come è riportat su una targa al centro del Bugnato della facciata, l'epigrafe marmorea posta nella facciata dallo stesso Novello.

L’epigrafe marmorea è scritta (latino) come segue:

«Novellus de Sancto Lucano Architector Egregius Obsequio Magisquam Salario Principi Salernitano Suo Et Domino Et Benefactori Precipuo Has Aedes Edidit Anno MCCCCLXX»

Dal significato tradotto in italiano
«Novello da San Lucano, architetto egregio, per più ossequio che per mercede innalzò questo palazzo al Principe di Salerno, suo signore e precipuo benefattore, l'anno 1470.»

Da Roberto I° poi, l'edificio passò al figlio Antonello che, per contrasti con la Corte aragonese (essendosi posto a capo della Congiura dei baroni fu costratto ad andare in esilio.

Ai tempi del figlio di Roberto II*, “Ferrante Sanseverino, e della moglie Isabella Villamarina”, il palazzo era celebre per la bellezza dei suoi interni, le sale affrescate e lo splendido giardino. Era inoltre un punto di riferimento per la cultura napoletana rinascimentale nella persona di ”Bernardo Tasso”, segretario di don Ferrante Sanseverino.

Ferrante, reduce che aveva partecipato alla spedizone delle imprese d'Africa con  Re Carlo V°(con la conquista di Tunisi), (quando nel 1536 lo stesso re.Carlo V°venne a Napoli)  lo accolse nel suo palazzo, organizzando in suo onore una festa sfarzosissima rimasta celebre nelle cronache dell'epoca.

Ma durante il viceregno di “Don Pedro di Toledo”, nel 1547, (quando Napoli era dominata dagli Spagnoli,) fu tentato di introdurre a Napoli “ l'inquisizione spagnola”. Il popolo si ribellò e Ferrante Sanseverino sostenne l'opposizione popolare e pur riuscendo ad impedire questa grave iattura per Napoli, tuttavia egli non poté evitare la vendetta degli spagnoli, che gli confiscarono tutti i beni e lo obbligarono nel 1552 ad andare in esilio.

Quindi i beni dei Sanseverino (almeno riguardo al ramo dei principi di Salerno), passarono allora al fisco e furono messi in vendita per volontà di Re Filippo II°

Per questo motivo nel 1584 il palazzo con i suoi giardini fu acquistato dai “Gesuti”, grazie anche all'interessamento del nuovo viceré spagnolo, don Pedro Girón, duca di Osuna.

I gesuiti, tra il 1584 ed il 1601, riadattarono l'edificio civile a chiesa, istituendo poi, in quell'area, la cosiddetta "insula gesuitica", cioè il complesso di edifici ospitanti la compagnia di Gesù, composta, oltre che dalla chiesa, anche dal Palazzo delle Congregazioni (1592) e dalla Casa Professa dei Padri Gesuiti (1608).

Entrati in possesso del palazzo, i gesuiti incaricarono della ristrutturazione di tutto il complesso i loro confratelli Giuseppe Valeriano e Pietro Provedi. Essi sventrarono completamente il sontuoso palazzo, non risparmiando né le splendide sale né i giardini; le uniche parti che si salvarono furono la facciata a bugne (riadattata alla chiesa) ed il portale marmoreo rinascimentale. I lavori furono finanziati dalla principale benefattrice dei gesuiti di Napoli: Isabella Feltria Della Rovere, principessa di Bisignano (in quanto moglie di Niccolò Bernardino Sanseverino, ultimo esponente del ramo dei Sanseverino principi di Bisignano). Il nome della principessa, insieme a quello di Roberto I Sanseverino, è ricordato nell'iscrizione racchiusa in un cartiglio marmoreo presente sull'architrave del portale principale. Il cartiglio fu apposto nel 1597, come indica la data in fondo alla stessa iscrizione, che corrisponde all'anno in cui la chiesa fu aperta al culto.

La consacrazione avvenne invece il 7 ottobre 1601 e la chiesa fu intitolata alla Madonna Immacolata, patrona del casato del viceré don Pedro Girón, come riconoscimento per la sua mediazione nella vendita dell'antico palazzo ai gesuiti.

Tuttavia, la nuova chiesa fu fin da subito chiamata correntemente "del Gesù Nuovo", per distinguerla dall'altra già esistente, divenuta ormai "del Gesù Vecchio".

.Tra il 1693 e il 1695 si procedette così ai lavori di ricostruzione e completamento della chiesa:dopo che  la cupola interna dela chiesa crollò causata dal terremoto del 1688 e fu ricostruita da Arcangelo Guglielmelli.

Inoltre, nel 1695, l'originale portale marmoreo rinascimentale fu arricchito con due colonne, un frontone spezzato, quattro angeli e lo stemma della Compagnia di Gesù.

Nel 1717 tutto il complesso fu rinforzato su progetto di Ferdinando Fuga, con l'erezione di contropilastri e sottarchi.[5] Paolo De Matteis inoltre dipinse nell'intradosso della cupola ricostruita una Gloria della Vergine, affresco che, tuttavia, fece rimpiangere il perduto Paradiso del Lanfranco. Nel 1725 il cantiere del Gesù Nuointerna della chiesdavo si può dire concluso.

Descrizione: https://thumb.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/2/2c/Cupola_Ges%C3%B9.JPG/250px-Cupola_Ges%C3%B9.JPG?utm_source=it.wikipedia.org&utm_campaign=parser&utm_content=thumbnailInterno della cupola così come fu ricostruita nel 1786

Nel 1767, dopo che i gesuiti furono banditi dal regno di Napoli, la chiesa passò ai francescani riformati, provenienti dai conventi di Santa Croce e della Trinità di Palazzo[6], che diedero alla chiesa il nome di Trinità Maggiore[7]. I francescani, però, rimasero poco a causa dell'incerta statica dell'edificio. Infatti, nel 1774, in seguito ad un secondo parziale crollo della cupola, questa fu totalmente abbattuta, mentre la chiesa rimase chiusa per circa trent'anni. Nel 1786 l'ingegnere Ignazio di Nardo si dedicò alla nuova copertura della chiesa: la cupola fu sostituita con una falsa cupola a calotta schiacciata ("scodella") che oggi si presenta dipinta con un trompe l'oeuil a cassettonato prospettico. Le navate ed il transetto invece furono provviste di un tetto a capriate.

Nel 1804 i gesuiti furono riammessi nel Regno, ma nuovamente espulsi durante il periodo napoleonico, dal 1806 al 1814. Rientrati i Borbone, nel 1821 la chiesa tornò in possesso della Compagnia di Gesù. Tuttavia, nel 1848 e 1860 i gesuiti furono nuovamente allontanati. L'8 dicembre del 1857, l'altare maggiore ideato dal gesuita Ercole Giuseppe Grossi fu ultimato e la chiesa dedicata all'Immacolata Concezione. Nel 1900 l'ordine dei gesuiti poté rientrare definitivamente.

La chiesa subì gravi danni durante gli attacchi aerei su Napoli della seconda guerra mondiale. Durante uno di questi bombardamenti, una bomba cadde proprio sul soffitto della navata centrale rimanendo miracolosamente inesplosa. Oggi la bomba, resa inerte, è esposta nei locali attigui alla navata destra della chiesa, dedicati a san Giuseppe Moscati.

Nel 1975 la chiesa è stata nuovamente restaurata sotto la direzione di Paolo Martuscelli. I lavori sono stati seguiti anche dal padre gesuita Antonio Volino, che ha provveduto, tra l'altro, all'ennesima riparazione della pseudocupola.

Descrizione

Esterno

La caratteristica facciata di palazzo Sanseverino fu conservata quale facciata della sovrimposta chiesa. Essa è caratterizzata da particolari bugne in forma di massicce piramidi aggettanti (dette "diamanti"), consuete nel Rinascimento veneto. Le piramidi presentano dei criptici segni incisi dai tagliapietra napoletani addetti alla sagomatura del piperno, durissima pietra locale, segni interpretati come identificativi delle diverse squadre di lavoro[8].

Descrizione: https://thumb.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/a3/ChiesadelGes%C3%B9Napoliparticolareportone2.jpg/250px-ChiesadelGes%C3%B9Napoliparticolareportone2.jpg?utm_source=it.wikipedia.org&utm_campaign=parser&utm_content=thumbnailParticolare del portale dopo le aggiunte barocche

Anche la parte centrale del portale marmoreo appartiene al vecchio palazzo Sanseverino e risale agli inizi del XVI secolo. Tuttavia, nel 1695 i gesuiti apportarono alcune modifiche aggiungendo bassorilievi barocchi alle mensole su cui poggia il fregio superiore e al cornicione: prolungando la cornice del portale, essi aggiunsero lateralmente al portale due colonne corinzie di granito rosso e, sopra, un frontone spezzato sormontato dallo stemma della Compagnia di Gesù - con due cherubini in marmo nell'atto di sorreggere lo stemma - e altri due angeli più grandi, sempre in marmo, uno su ciascun lato del frontone. Ciascuno di questi due angeli tiene un braccio alzato e poggia l'altro braccio sul frontone. L'angelo di sinistra tiene alzato il braccio sinistro con la mano aperta, quasi in segno di saluto, mentre l'angelo di destra tiene alzato il braccio destro, indicando con l'indice lo stemma dei gesuiti. Gli angeli e il frontone furono realizzati da Pietro e Bartolomeo Ghetti. L'emblema dei gesuiti all'interno di uno scudo ovale, comprende la croce con la famosa abbreviazione "IHS" del nome di Gesù[9] e, al di sotto di essa, i tre chiodi della crocifissione di Cristo. Al centro del frontone, appena sotto il basamento dello stemma gesuitico, che è ornato da volute, vi è una decorazione marmorea in altorilievo, raffigurante una testa di cherubino con ai lati due grandi ali. Alle ali sono sovrapposte delle volute, che racchiudono la testa dell'angioletto, mentre immediatamente sotto ciascuna ala si trova un motivo decorativo in forma di mucchio di frutta. Il fregio è poi completato lateralmente da volute molto più grandi. Fu inoltre scolpita una testa di cherubino con due piccole ali su ciascuno dei due basamenti che sorreggono il frontone, e che poggiano su altri due basamenti, a loro volta sovrapposti ai capitelli corinzi delle colonne. Sui due stipiti del portale, accanto ai capitelli delle due colonne, furono apposti gli stemmi dei Sanseverino e dei Della Rovere che, in dimensioni maggiori, sono riprodotti anche sulla sommità dell'estremo margine destro e sinistro della facciata, nelle parti prive di bugne, mentre sull'architrave fu aggiunto un altro fregio con cinque testine che sorreggono quattro festoni di frutta. Da ogni testina si dipartono dei nastri che formano curve e volute, mentre i quattro festoni sono sormontati da altrettanti emblemi, corrispondenti sempre agli stemmi dei Della Rovere e dei Sanseverino (ma in versione ridotta), alternati da due corone (la testina centrale, purtroppo, è ormai completamente scomparsa).

I finestroni e le porte minori furono disegnati da un altro architetto gesuita, il Provedi. Il Valeriano, del palazzo patrizio, riuscì a preservare solo la facciata a bugne, sacrificando il cortile porticato, le ricche sale affrescate e i giardini. È da notare come la superfetazione barocca del portale della chiesa, sebbene di pregio, non armonizzi con l'eccezionale bellezza del raro bugnato a diamanti dell'antico palazzo rinascimentale; la combinazione degli elementi determina un duplice effetto architettonico: disomogeneo sul piano puramente formale, ma estremamente originale sul piano dell'esito artistico.

I portali minori sono cinquecenteschi: la decorazione dei battenti con lamina metallica fu eseguita a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Sulla sommità della facciata, appena sopra il grande finestrone centrale, si trova un riquadro con la scritta "NON EST IN ALIO ALIQUO SALUS" ("Non c'è salvezza in nessun altro [all'infuori di Gesù Cristo]").

Il mistero dei segni sul bugnato

Nel Rinascimento esistevano a Napoli alcuni maestri della pietra che si credeva fossero in grado di caricarla di energia positiva per tenere lontane le energie negative. Gli strani segni incisi che si riconoscono sulla facciata ai lati delle bugne "a punta di diamante" (disposti in modo che sembrasse si ripetessero secondo un ritmo particolare che lasciasse intuire una “chiave” di lettura occulta) hanno dato luogo ad una curiosa leggenda.

La leggenda vuole che chi fece edificare il palazzo (che a questo punto bisogna presupporre sia stato Roberto Sanseverino), avesse voluto servirsi in fase di costruzione di maestri pipernieri che avevano anche conoscenza di segreti esoterici, segreti tramandati solo oralmente e sotto giuramento dai maestri agli apprendisti, capaci di caricare la pietra di energia positiva. I segni misteriosi graffiti sulle piramidi della facciata, secondo la leggenda, avevano a che fare con queste arti magiche o conoscenze alchemiche; essi dovevano convogliare tutte le forze positive e benevole dall'esterno verso l'interno del palazzo. Per imperizia o malizia dei costruttori, queste pietre segnate non furono piazzate correttamente, per cui l'effetto fu esattamente opposto: tutto il magnetismo positivo veniva convogliato dall'interno verso l'esterno dell'edificio, attirando così ogni genere di sciagure sul luogo.

Questa sarebbe la ragione per cui nel corso dei secoli tante sventure si sono abbattute su quell'area: dalle confische dei beni ai Sanseverino, alla distruzione del palazzo, dall'incendio della chiesa, ai ripetuti crolli della cupola, alle varie cacciate dei Gesuiti, e così via.

Nel 2010 però, lo storico dell'arte Vincenzo De Pasquale e i musicologi ungheresi Csar Dors e Lòrànt Réz hanno identificato nelle lettere aramaiche incise sulle bugne, note di uno spartito costituito dalla facciata della chiesa, da leggersi da destra verso sinistra e dal basso verso l'alto. Si tratta di un concerto per strumenti a plettro della durata di quasi tre quarti d'ora, cui gli studiosi che l'hanno decifrato hanno dato il titolo di Enigma. In questo lavoro certosino, allo storico dell'arte sono stati di supporto le conoscenze matematiche di Assunta Amato, quelle architettoniche di Tullio Pojero e quelle legali di Silvano Gravina.[10][11]

Questa interpretazione è stata messa in discussione dallo studioso di ermetismo e simbologia esoterica Stanislao Scognamiglio, che ha sostenuto che i segni sulle bugne non siano caratteri dell'alfabeto aramaico, ma che invece possano essere sovrapponibili ai simboli operativi dei laboratori alchemici in uso fino al Settecento.[12]

Interno

Pianta

Descrizione: https://thumb.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/3f/GesuNuovo3255.JPG/250px-GesuNuovo3255.JPG?utm_source=it.wikipedia.org&utm_campaign=parser&utm_content=thumbnailParticolare del bugnato della facciata; al centro l'epigrafe marmorea di Novello da San Lucano

Chiesa

Altare maggiore

Tra 1629 e il 1634 fu eretta una prima cupola con lavori diretti dal gesuita Agatio Stoia su progetti del Valeriano e del Provedi e nel 1635-1636 Giovanni Lanfranco affrescò la cupola con uno stupefacente Paradiso da tutti ammirato. Nel 1639 la chiesa, a causa di un incendio, fu sottoposta a lavori di restauro che furono diretti da Cosimo Fanzago. Nel 1652 Aniello Falcone fu incaricato di affrescare la volta della grande sacrestia.

 

 

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