domenica 19 febbraio 2012

la Zesta

  La Zesta


Dopo aver consultato ogni sorta di dizionario, dai più celebri e famosi, non esiste in italiano un vocabolo, che può definire cos' è questa cosa. 
Eppure se è divenuta una parola utilizzata per  divulgare la pratica culinaria, vuol dire che esiste. 
Dopo parecchie ricerche finalmente ho trovato, ecco il suo autentico significato:

La zesta non è altro che un ingrediente utilizzato nella cucina di alta classe,
In poche parole, è la buccia di limone  o scorzetta di limone  grattuggiata oppure la stessa finemente tagliuzzata a listelle. ( vocabolo trovato  nel dizionario culinario italiano francese con la voce " Zesta o Zeste)


Zeste (listelli di buccia Non trattati)



La zesta , quindi non è altro che una scorzetta o buccia di limone spesso grattugiata, che dà alle pietanze un profumo fragrante ed un sapore inconfondibile.
Una di queste pietanze è un piatto tipico sardo, “ il culurgiones",culurgionis (culurxionis o culurgiones o culingionis) sono uno dei piatti tipici della Barbagia, dell’Ogliastra e di Seulo. Tipicamente è una specie di raviolo con un cuore di patate e menta, ma il ripieno varia molto a seconda della zona della Sardegna; possiamo trovarli quindi anche con aglio, formaggio o basilico con aggiunta di zesta.
culurgionis_chiari_ric.jpg La forma oblunga a mezzaluna, dovuta alla chiusura dei bordi effettuata pizzicandoli con le dita, è una lavorazione che dona al prodotto la particolare forma di una spiga.
Un tempo venivano preparati per le festività di tutti i santi. 

Oggi, invece, vengono preparati per ogni ricorrenza importante. 
I  Culurgiones sono i ravioli  sardi  o meglio, un ripieno di pastasfoglia con un impasto di patate misto a formaggio pecorino con una grattugiata di scorze di limone, (non trattato) la famosa Zesta, senza la sottoparte bianca della buccia, impreziosito infine da alcune listelle della medesima ,


Come si sbuccia un limone per fare le zesta





Si tratta per lo più della buccia degli agrumi e deriva dal francese “zeste”. 
Si ottiene eliminando la parte bianca (albedine), amara dalle bucce degli agrumi e solitamente si scottano in acqua per attenuarne il sapore forte e si essiccano al  calore della fiamma,  Si possono candire  e si usano per dare colore e aroma alle preparazioni in cucina.
Nella versione della frutta candita, la zesta si usa molto nella preparazione di molti dolci  e dessert, viene infine, utilizzara molto nella crema pasticciera ed altro













E' chesta è  'A Zesta


Spero di essere stato esaustivo, accontetatevi





giovedì 16 febbraio 2012

‘A purpetta ‘e Pastenache " La festa di san Valentino "

‘A purpetta  ‘e Pastenache
La festa di San Valentino 


Purpette 'e pastenache fritte di san Valentino



Incominciamo  a parlare dall’inizio:  e diciamo che l'origine della Festa di San Valentino prende il nome dal martire cristiano, nominato poi santo  “ San Valentino da Terni, e venne istituita nel  496 da Papa Gelasio  per  sostituire nella stessa data la precedente festa pagana delle  “Lupercalia. ;


Lupercalia ( rito orgiastico pgano)






  ( antico rito pagano propiziatorio per ringraziarsi il dio Fauno, affinché proteggesse  le pecore e le capre dai lupi affamati, mediante una supplica, che veniva implorata nel bosco, dedicato alla Dea Giunone, ( la dea della fertilità) dalle giovine donne, che desideravano diventare gravide, perciò era permesso accoppiarsi orgiasticamente ai  loro maschi in questo periodo).





La celebrazione della festa, come s’intende oggi, ossia centrata sullo scambio di messaggi d'amore e regali fra innamorati, risale probabilmente all’alto Medioevo e potrebbe essere in particolare riconducibile al circolo dello scrittore e poeta inglese , Geoffrey Chauer  che inaugurò la forma romantica della celebrazione della festa, da cui  prese forma la tradizione dell' Amore Cortese



Statua di San Valentino  venerato a Terni


Essa si diffuse  in Francia ed in Inghilterra per mezzo dei monaci benedettini, in quanto a quell’epoca erano sparsi in tutta europa con  i loro numerosi monasteri,  anche perché ad essi era stato affidato  la  custodia della Basilica di San Valentino da Terni a fine del secolo VII.

Soprattutto  in tali  paesi  era usato durante la festa di San Valentino e per imitazione anche altrove,  è lo scambio dei cosiddetti  valentine, bigliettini d'amore spesso sagomati nella forma di cuori stilizzati o secondo altri temi tipici della rappresentazione popolare dell'amore romantico (la colomba, l'immagine di Cupido con arco e frecce, e così via)
. A partire dal  1800, questa tradizione è diventata   una produzione industriale e se ne è fatta una tale commercializzazione su vasta scala di biglietti d'auguri

Cuoricini di san Valentino, Bigliettini di auguri
 EROS con il dardo dellìamore, Bigliettini di auguri










dedicati a questa ricorrenza con frasi ad effetto come:
 “Per san Valentino fiorisce lo spino “ , “Per san Valentino la primavera sta vicino “,  >>A san Valentino, ogni "Valentino" sceglie la sua "Valentina" <<.
In definitiva  la festa di San Valentino, il 14 febbraio, è la ricorrenza dedicata agli innamorati, giorno in cui, chi si ama,  concede del tempo per festeggiare il loro amore, attenzioni da dimostrare con gesti, frasi, lettere, messaggi e regali. Giorno in cui, in una sola parola, si festeggia l’amore.






In Campania dopo  1863  in atto l’unificazione e d il passaggio al  Regno d’Italia, il Comune di San Valentino, in provincia di Salerno; assunse la denominazione attuale: divenne, cioè,  San Valentino Torio.
 L'aggiunta della parola "Torio" venne sancita per Regio Decreto (RDL del 22 gennaio 1863) su proposta del consiglio comunale per distinguere il comune dalla città abruzzese di San Valentino in Abruzzo Citeriore.
Alla fine del XIX secolo il comune di San Valentino partecipò finanziariamente alla costruzione della ferrovia Circumvesuviana e tra la fine del 1899 e l'inizio del 1900 fu approvato il progetto della nuova stazione di San Valentino, inaugurata nel 1904.
Nel 1936 grazie all'allora vescovo della Diocesi Sarno-Cava, il mons. Pasquale dell'Isola, la città di San Valentino Torio detiene alcune reliquie del Santo Patrono degli Innamorati, ed è a partire da allora che San Valentino viene proclamato Santo Patrono del Comune di San Valentino Torio.
 
E' il piatto tipico di San Valentino Torio( SA), tradizionalmente realizzato per la festa del Santo patrono. ,. Che poi è diventato una sagra conosciuta in tutto il mondo  è:
‘A Purpetta ‘E Pastenache ( polpetta di carote)

Per la sua Preparazione  occorrono:

1kg di carote dell'agro sarnese nocerino,     1kg di pane a mollica grande       ( cafone napoletano),     6 Uova,         300gr formaggio Pecorino Romano, prezzemolo, pepe e sale quanto basta.

Preparazione  è bella e fatta :
 lasciare bollire. le carote..nel mentre preparare il pane


  togliere tutta la mollica dal ( pane cafone) e sminuzzare





Lessare, il giorno prima della preparazione delle polpette, le carote.


Mentre si prepara il pane, questa operazione è meglio farla mentre le carote stanno bollendo (circa un'ora) le carote saranno ben cotte , quando la prova forchetta sarà ok:
 







Lasciare le carote in un colapasta fino al giorno dopo per asciugare tutta l'acqua.

Carote tritate  e passate attraverso lo schiacciapatate, pronte per l'amalgama
Unire le carote tritate o tagliuzzate alla mollica di pane, uova , formaggio, pepe, sale e prezzemolo.

Mollica di pane e carote tritate per iniziare l'amalgama



 uova,parmigiano,sale,pepe,prezzemolo e romano
ed eccoci pronti per amalgamare tutto:









L'impasto finale ottenuto con l'amalgama de l pane delle carote del pecorino delle uova prezzemolo, sale e quanto basta pepe





Polpette mentre friggono in olio abbondante


Impastare le polpette e friggerle in olio abbondante.
  E dopo che vi mangiate , non c’è carne , ed è una leccornia  - Viva San Valentino

 Le polpette fritte di carote di San valentino Torio





lunedì 13 febbraio 2012

Le 366 Fosse o campusante dei Trivece

  Le 366  Fosse o campusante dei Trivece

Struttura muraria coperta del cimitero delle 366 fosse

Il cimitero è articolato in forma di quadrato perimetrato da una muratura che sul lato di ingresso ospita un edificio rettangolare destinato ai servizi. Il portale d'ingresso è sormontato da un timpano nel cui interno è raffigurato un simbolo mortuario. Ai lati dell'ingresso due grandi lapidi che narrano l'apertura del sepolcreto voluto dal re.

 Che cosa erano Le 366 Fosse ed
il cimitero dei Trivece?


Svelo subito la curiosità.


Il Cimitero di Santa Maria del Popolo (ma comunemente noto come Cimitero delle 366 Fosse, anticamente chiamato anche Cimitero dei Tredici) per la deformazione del   nome del comandante delle truppe Francesi di stanza nella zona, sulla collina di Poggioreale, durante la guerra franco – asburgica comandate dal Visconte Odetto de Foix Lautrec, che fu napolanizzato prima in Lautrecco, poi più semplicemente Lo Trecco ed infine divenne  per bocca del popolo definitivamente Trivece,  per essere poi italianizzato in Tredici)  è il più antico cimitero di Napoli, oggi dismesso.
Il  cimitero  Napoletano, vero e proprio, fu aperto il 1762 e lo volle Re Ferdinando IV, che lo commissionò all’architetto Ferdinando Fuga, (quello noto per il Real Albergo dei Poveri),  che realizzò   l’opera  con l’introduzione di criteri di razionalizzazione delle sepolture del tutto coerente con lo spirito della "epoca dei lumi".
 Fu il primo cimitero per i poveri, che sostituì la pratica di sotterrare i morti nelle cavità di ospedali, chiese e grotte, in particolare l'uso di gettare  le salme in  una grande cavità, sotto il  complesso ospedaliero  degli "Incurabili", ospedale tuttora operante, chiamata Piscina, (nota per il suo utilizzo e per l’eliminazione dei morti durante l'epidemia di peste del  1656).
Argano utilizzato per il seppelimento 
delle salme nel Cimitero delle 366 Fosse
Le modalità d'inumazione, nei primi momenti, furono  quelle di “gettare” il corpo del defunto a mano, nella sua rispettiva buca, mentre fu poi adottata un attrezzo per adagiare la salma nello spazio sottostante, in modo  che venisse adottata una prassi, che rispettasse il ritegno dovuto: Il macchinario in ferro, consisteva in un argano, che rese la sepoltura meno traumatica ed indimenticabile. Tale trabiccolo, l'argano,    venne donato nel 1875 da una baronessa inglese, che aveva perso la figlia colpita da un'epidemia di colera e per facilitare le operazioni di sepoltura, lo consegnò definitivamente in affidamento all’Arciconfraternita di Santa Maria del Popolo degli incurabili, che allora gestiva il complesso funerario. La donna, rimasta particolarmente scossa dalle rozze pratiche di tumulazione, adottate nel cimitero, fece costruire dalla migliore fonderia napoletana questo geniale meccanismo di deposizione, ancora oggi visibile nello spazio interno del santuario funerario,(come si vede nella foto) attraverso cui il defunto, adagiato in una bara in ferro, veniva calato verticalmente tramite una carrucola. Quando il feretro toccava l’estremità dello spazio, un meccanismo apriva uno sportellino e il corpo della salma si adagiava così sul piano della fossa per essere degnamente custodito nei meandri dell’eternità.
Il cimitero delle 366  fu concepito dall'architetto del regno, Ferdinando Fuga, realizzando il grande complesso cimiteriale, in linea alle teorie razionali delle costruzioni illuministiche. Fece delineare un vasto recinto perfettamente quadrangolare, cinto da alte mura. All’interno lo spiazzo a cielo aperto venne così adibito alla corte della morte: 366 fosse comuni. Tutte coperte da una lastra segnata con un  numero arabo inciso a mano, sono disposte tramite un coerente reticolo geometrico, che si imposta sul piano lastricato e ripartito da 360 fosse allineate in numero di diciannove per diciannove file. Le rimanenti sei fosse, invece, erano posizionate nello spazio rettangolare antistante il cortile, sotto l’atrio coperto.


domenica 12 febbraio 2012

I Cavalli di Frisia

Che cosa sono i Cavalli di Frisia ?



L'arma di ostacolo detta de "I Cavalli di Frisia"



L’arma contrapposta all’assalto della cavalleria sono i cosiddetti, “Cavalli di Frisia “
Il cavallo di Frisia è un ostacolo difensivo d'epoca antica, quando gli eserciti si fronteggiavano a piedi o a cavallo su estese praterie. Esso era  costituito da un telaio portatile, a volte un semplice ceppo di legno, coperto con lunghi chiodi in ferro o legno, o anche vere e proprie lance, e spesso era rivestito da filo spinato per farne una barriera invalicabile.
Ostacoli costruiti con cavalli di frisia e filo spinato





 Il suo nome deriva dalla regione olandese, detta Frisia, dove questa arma bellica fu usata per la prima volta nel 1594 per difendere la città di Groninga dall'assalto della cavalleria spagnola. Per tale ragione i cavalli di Frisia sono chiamati in tedesco e nelle lingue scandinave  anche “ I Cavalieri spagnoli.

Cavalli Frisia utilizzati sulle spiagge di Calais nella II guerra mondiale

 Nel secolo scorso sono stati massicciamente usati, ancora, lungo le coste della Normandia per ostacolare lo sbarco delle truppe alleate, infine furono utilizzati come sbarramenti stradali del Vallo Alpino in Italia e più recentemente lungo il Muro di Berlino. I cavalli di Frisia si sono rivelati particolarmente efficaci negli scenari di guerriglia urbana, dove anche un solo pezzo può essere sufficiente a sbarrare punti di passaggio obbligato e bloccare una strada.

mercoledì 8 febbraio 2012

I cavalli di Bronzo

 La storia dei Cavalli di Bronzo di Napoli


'E Cavalle 'E Bronze - a palazzo Reale di Napoli

Il destriero , pare scuotere nell'aria la sua criniera e nell'ansia di ripartire
A  Napoli  sono chiamati “ 'e Cavalle 'e bronze” ,  monumentali sculture equestri che sovrastano la cancellata dei giardini di Palazzo Reale nella zona prospiciente Castel Nuovo . In realtà la loro vera denominazione è “Cavalli russi” perché furono donati alla città di Napoli  dallo Zar Nicola I  nel 1846., dopo che con la propria consorte Aleksandra Fёdorovna,  aveva soggiornato nella splendida città partenopea e , dove la zarina beneficiò ottimi risultati dal clima temperato e  giovamenti efficaci al suo debole stato di salute.  Il Dono inaspettato rinsaldò l'amicizia tra le due famiglie reali e per la bellissima  accoglienza e dall'ospitalità ricevuta, i sovrani russi pensarono nel regalo delle statue di controcambiare e ringraziare così tutto il popolo napoletano e  nello stesso tempo consolidare gli ottimi rapporti  commerciali  che già esistevano tra i due stati,  e rafforzare quelli politici con il potente regno delle Due Sicilie: ( essendo in quel momento tra gli stati più importanti dell'Europa che contavano) .  IL dono del ringraziamento, inviato  per via mare, consistette nelle due monumentali sculture, in due gigantesche statue dei Domatori di cavalli, opera dello scultore russo, Pietro Giacomo Clodt Von Jurgensburg, che furono inaugurate e messe in bella mostra davanti palazzo reale, il  giorno dell'onomastico dello Zar Nicola I   6 dicembre 1846.
I sovrani napoletani e l'intero popolo rimasero esterefatti  per la bella manifattura delle statue di due giovani nudi, che frenano per il morso due cavalli impennat - Copie identiche degli stessi gruppi, opera dello stesso artista, si trovano tutt'ora che ornano un ponte Anickov a san PIetroburgo.

Cavalli di Bronzo sul Ponte Anickov di San Pietroburgo




Confronto delle copie autentiche dei cavalli di bronzo



Confronto della Copie utentiche dei Cavalli di Bronzo


martedì 7 febbraio 2012

La storia di " 'A Vecchia 'O Carnevale "

  La storia di " 'A Vecchia  'O Carnevale "


Maschera doppia di Pulcinella e   " 'a Vecchia ' carnevale "



E' un rito propiziatorio, è il ballo effettuato, noto come  ‘A Vecchia ‘O Carnevale, ancora  oggi rappresentato nelle zone agricole campane,
Il Ballo è data dalla maschera di Pulcinella a cavallo a la Vecchia, simbolo dell’anno trascorso, che propiziava così l’inizio della festa del Carnevale. 
Il rito è rappresentato da una maschera doppia, nel senso, che il medesimo interprete rappresenta sia Pulcinella e al tempo stesso una donna anziana, che lo porta sulle spalle; e lo fa sovrapponendo all’abito bianco classico, una gonna lunga  di stoffa  color rosso, e innestando la testa e la parte superiore del busto di una donna anziana (fatte di paglia o stoppa insaccate) all’altezza dello stomaco, con braccia anch’esse false, che mostrano di reggere le gambe spalancate, pure di paglia o stoppa, di Pulcinella, che si trova così a inforcare la nuca della Vecchia.
Tradizionalmente la maschera doppia era accompagnata nelle sue uscite da una orchestrina di Pulcinella (di solito quattro piccoli pulcinella) con la maschera alzata, che suonavano il “putipù”, il “triccabballacco”, le “castagnelle” e la “canna.


'A Vecchia 'O carnevale

 Il personaggio femminile che regge Pulcinella è una versione specifica della Vecchia di Carnevale, presente nel folklore campano e rappresenta la vecchia del grano, (in vario modo  la natura appassita, l’anno trascorso, la vecchiaia, il passato individuale e collettivo, la somma di negatività che ha segnato il tempo precedente, e, per un altro verso, configurandosi come simboli propiziatori, perché portano in sé i semi della vita futura.
Queste valenze della maschera, legate alle feste agrarie e ai riti di primavera, erano scomparsi dalla consapevolezza della gente già nel secolo passato.
 Anticamente, a cavallo della Vecchia, Pulcinella, le dava schiaffi, il che provocava l’applauso e le risate della gente, oltre a cio’, recitava formule augurali e raccoglieva le offerte, che erano i cibi rituali del “buon augurio”.
Le uscite della maschera erano calendarizzate, compariva tutti i giovedì “grasso” ed attraversava le vie storiche della città, quelle con più negozi, cantine ed abitazioni, per ricevere un più ricco bottino.

 era accompagnata nelle sue uscite da una orchestrina di Pulcinella (di solito quattro piccoli pulcinella) con la maschera alzata, che suonavano il “putipù”, il “triccabballacco”, le “castagnelle” e la “canna.




venerdì 13 gennaio 2012

la leggenda della storia di Marianna 'a capa ' e Napule

La Leggenda della  statua marmorea denominata
“ Donna Marianna ‘a Cap ‘ ‘e Napule”



Donna Marianna 'a cap' 'e Napule


 Entrando nello storico Palazzo San Giacomo a che affaccia a Piazza del Municipio  ( attualmente sede degli uffici comunali e della Stanza del Sindaco e della relativa Giunta del Comune di Napoli), tra le due rampe di scala che portano ai piani superiori , si scorge su un piedistallo  una testa di epoca greca, da sempre considerata raffigurante Partenope,  che è diventata l’emblema della città. La famosa “ erma della Sirena Partenope, che è stata definita a furore di popolo
“ Donna Marianna ‘a Cap’  ‘ e Napule”

la facciata di Palazzo San Giacomo,  sede del comune di Napoli

La Statua rappresenta un capo, cinto da un’acconciatura arcaica dei capelli, tipica dello stile dei caratteri stilistici di una classica scultura tardo-ellenistica.

La statua dI marianna come appariva su una cartolina del XX secolo nella zona della Marina


 Fu rinvenuta all’incirca nel 1594 - anno in cui secondo alcuni studiosi nella zona dell'Anticaglia, (nel decumano superiore prevalentemente greco della città) e si affermò, da quel momento, che fosse il busto marmoreo  di quanto rimaneva di un'antica statua raffigurante Partenope..
La statua, durante la rivolta di Masaniello, era collocata nelle vicinanze di Piazza mercato e  subì alcune mutilazione, dal popolo in rivolta e  fu deturpata gli  fu staccato il naso e poi oltraggiata dalle soldataglie spagnole inferocite, che si scagliarono contro i rivoltosi,  contro la città ed i suoi simboli. 
La statua di Marianna con il  naso rotto durante la rivolta di Masianello



Venne predisposto dalle autorità dell’epoca, agli inizi del XVII secolo il restauro e gli venne rifatto il naso, ma il nuovo look non gli rese giustizia, perchè l'intervento fu eseguito con pesanti intonacature e verniciature rozze; per sua fortuna  col passare del tempo questo suo nuovo,   rimaneggiato stato, svanì  e si dovette ricorrere a mani più esperte..


La statua di Marianna  vicino la chiesa di San Eligio



Nei secoli successivi  il naso fu ricostruito a regola d’arte  si ebbe nel 1879 ad opera di  un anonimo cittadino, un certo Alessandro di Miele; che a lei molto affezionato, e cosi la statua marmorea tornò ad avere il suo antico volto, come lo si conosce ora, acquistando la sua originale fisionomia.
I guai non erano finiti, perché durante il secondo conflitto mondiale la zona della Marina e le vicine strutture portuali, ( dove erano stata ubicata dopo il restauro, esattamente a pochi metri dalla Chiesa di San Giovanni a Mare nelle prossimità di piazza Mercato, più precisamente all'incrocio tra via Sant'Eligio e via Duca di San Donato , costituirono un importante obiettivo per i bombardieri, che sganciavano sulla città il loro carico di morte e distruzione. Destino atroce: l'antica statua pagò la sua secolare vicinanza alla nevralgica zona del porto subendo altri danneggiamenti a causa degli scoppi e dei crolli.. Finalmente nel 1961  la statua di  "Donna Marianna" entrò a far parte della Collezione del Museo Filangieri. Dopo poco fu trasferita a Palazzo San Giacomo, dove si trova attualmente, mentre il 24 giugno 2003, sull'entrata della Chiesa di San Giovanni a Mare,  fu posta una copia dell'originale, cosi "Donna Marianna" torna  al suo antico quartiere.
. Il suo nome Donna Marianna sicuramente le fu imposto, (si può ipotizzare che le   fu  attribuito durante la repubblica napoletana del 1799), come somiglianza dell’altra più nota Repubblica, quella Francese, nata dalla rivoluzione popolare parigina, e dove  con il nome di “  Marianne “ fu battezzato il simbolo femminile  di tale nuova repubblica.