mercoledì 15 agosto 2012

'o diavule 'e Mergelline

'0 Diavule 'e Mergellina



Finalmente ci sono riuscito ad andarlo a vedere da vicino, il famoso volto della donna raffigurante il diavolo di Mergellina, dipinto su tela del pittore Leonardo Grazia da Pistoia. 
E’ stata una calda domenica d’agosto, la città era quasi deserta e quindi si potette facilmente attraversare l’amata metropoli (la mia città Napoli) da un capo e all’altro senza ingorghi, e cosi senza fretta , perchè avevo necessità di non fare tardi per la visita prefissatami
 ( andare a vedere il famoso quadro “ ’o diavole ‘e Mergellina “), 
per il fatto che si trattava di far visita in una chiesa, che aveva un orario fisso da rispettare per la celebrazione delle messe domenicali. 
Faceva molto caldo fin dalle prime ore del mattino, era una di quelle domeniche soleggiate dell’estate napoletana, che invitano ad andare al mare od a sdraiarsi su qualche arenile ad abbronzarsi a prendere il sole. Il desiderio di osservare da vicino il bellissimo viso del diavolo di Mergellina era tanto che mi sobbarcai anche l’onere di  sopportare quel caldo torrido, che sfiorava la temperatura di 36 – 38 gradi, ma ne valse la pena.  

la chiesa di santa Maria del Parto di Mergellina

La chiesa vista dalla sottostante Via mergellina


Il quadro è esposto nella cinquecentesca chiesetta di Santa Maria del Parto, ubicata su una panoramica terrazza, nei pressi della celebre baia di Mergellina,( come punto di riferimento i famosi chioschi, divenuti poi di tipo di bar, e noti ora come gli chalet del celeberrimo borgo di Mergellina).
Non dissertiamo, andiamo al dunque, stiamo dicendo della famosa tela raffigurante
 “ ‘o Diavole ‘e Mergellina “.
Dopo aver parcheggiato con il grattino di un'ora e più nelle apposite striscie blue la macchina nell’omonima via Mergellina , senza  saperlo mi trovavo proprio  sotto la chiesetta e mediante un’ ascensore, che era posto proprio sulla  stessa strada qualche metro più avanti, al civico 9/bis, si accedeva direttamente nell’androne della famosa chiesa, che custodiva oltre alla celebre tela, anche, il magnifico sepolcro e tomba del poeta Jacopo Sannazaro, che era stato proprietario dell’immobile, aveva desiderato testamentariamente  essere sepolto nella  chiesa da lui voluta ed edificata e poi intitolata, dal suo poema , “De Partus Virginis” , (Il parto della Vergine da cui la chiesetta prende il nome).
Guardando il quadro “ il diavolo di Mergellina” si rimane estasiati dalla bellezza voluttuosa del bel viso con il quale il pittore leonardo da Pistoia , seppe raffigurare il diavolo con l’aspetto di un orribile mostro con il corpo a somiglianza di un immondo drago.

Dipinto  " 'o Diavule 'e Margellina"
Opera di Leonardo Grazia di Pistoia
originale nella chiesa di S. Maria del Parto


La storia inerente il quadro è presto narrata, e si rifà ad una leggenda napoletana relativa ad una storia veramente avvenuta, riportata e scritta dalla giornalista e scrittrice, Matilde Serao e ripresa poi dal letterato e storico, filosofo Benedetto Croce, per affermare il concetto e per definire ancor oggi  una donna che reca solo guai  è :
 “Bella come il Diavolo di Mergellina”.
La leggenda o meglio la storia, narra che:il vescovo di Ariano, Diomede Carafa, ottenne una schiacciante vittoria sulla tentazione di una nobildonna napoletana identificata in donna Isabella, Vittoria d’Avalos. Messer Diomede era follemente innamorato di donna Isabella, bellissima nobile della Corte Vicerale, per la quale scriveva infuocate lettere d’amore, ma lei cha aveva fama di donna crudele e disamorata non faceva che sorridere delle sue lettere, giocava con lui come il gatto col topo, lo illudeva, lo blandiva con le sue arti, poi d’impeto lo cacciava nel più profondo sconforto “abituata a questi sottili e malvagi godimenti, ella si compiaceva stringere quel cuore in una mano di ferro,lo soffocava a poco a poco e poi ridandogli la vita carezzandolo con mano leggiera e vellutata, si dilettava a far sussultare di dolore quell’anima, gittandola bruscamente nella disperazione……Il mondo le maledice, le disprezza, ma il mondo le ama, l’uomo le ama, così è, sempre, così, sempre, sarà” (cosi descrive la storia la Serao).
 Donna Isabella dopo un anno di schermaglie disse di amarlo e al povero Diomede sembrò di raggiungere l’estasi, ma breve fu la stagione dell’amore, poco tempo dopo lo abbandonò per altri uomini. Diomede, cieco pazzo d’amore non comprendeva, soffriva e si ubriacava di quella sofferenza. La passione lo dilaniava, giorno e notte; alla fine si decise ad ordinare un quadro al suo amico pittore Leonardo grazia da Pistoia, che avrebbe dovuto dipingere un mostro orribile con il volto  angelico della sua Isabella, insieme  ad un immondo demone tentatore,
 e così ogni volta che l’avesse guardata avrebbe  provato solo ribrezzo ed orrore, e così guarì. Sotto la tela vi fece apporre il motto ”Et fecit vittoriam halleluja” alludendo sia al trionfo di San Michele che al suo.
 Il viso della donna è dipinto  così bene da apparire bello ed  con un aspetto tanto voluttuoso che i napoletani, come riporta Benedetto Croce in “Storie e Leggende Napoletane” edito nel 1919, ne rimasero affascinati a tal punto che ancor oggi  definiscono una donna, che reca solo guai è  “Bella come il Diavolo di Mergellina”. Una copia della tavola, attribuita allo stesso Leonardo da Pistoia, è esposta presso il Museo – Convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali di Folloni frazione di Montella in provincia di Avellino. 
Copia del famoso dipinto " 'o diavule 'e mergellina"
Museo – Convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali di Folloni
 frazione di Montella in provincia di Avellino.
Diomede Carafa, era vescovo di Ariano Irpino divenne in seguito cardinale , perchè nominato da papa Paolo IV (suo zio), che  l'elevò al tale rango, (Cardinale-prete del titolo di San Martino ai Monti nel Concistoro del 20 Dicembre 1555). Morì  a Roma l'11 dicembre 1568 e lì fu sepolto nel suo titolo..

mercoledì 8 agosto 2012

Il Gronchi Rosa

Il Gronchi Rosa


Il famoso francobollo "il Gronchi Rosa"

Vuoi conoscere la storia vera del "Gronchi rosa ":
Eccola!


Il Gronchi rosa è un raro francobollo emesso dalle Poste Italiane il 3 aprile 1961 per accompagnare il viaggio in Sudamerica del presidente della Repubblica dell'epoca, Giovanni Gronchi. Il corso di validità legale sarebbe dovuto iniziare il 6 aprile 1961, data di partenza del presidente, ma la validità fu sospesa e il francobollo fu sostituito con il Gronchi grigio.
La realizzazione di questo francobollo per essere utilizzato per la posta aerea, diventò un vero e proprio incidente diplomatico, perché chi realizzò l’opera filigranata commise un errore, ( l’aereo, raffigurato, che infatti va dall’Italia al Perù vede da lontano uno Stato, quello appunto del Perù, che nel 1961 non aveva più quei confini segnati sul valore bollato. Nella raffigurazione in stampa rosa, infatti, erano indicati i vecchi confini, che erano rappresentati sulle precedenti carte geografiche prima della guerra dello stesso Perù con l’Ecuador. 
Di fatto, dopo questa guerra, il Perù si annesse un vasto territorio nel bacino del Rio delle Amazzoni e questa acquisizione è da allora rappresentata nelle carte geografiche; l'errore derivò dall'uso di un vecchio atlante geografico che fu fornito erroneamente al disegnatore, Renato Mura.
Il francobollo in questione faceva parte di un trittico di fracobolli del valore di 205 lire, proprio per il Gronchi rosa, di 170 lire per un secondo esemplare che ricordava anche del viaggio in Argentina e di 185 lire per quello dedicato all’Uruguay, fu venduto nel numero di 70.625, poi venne ritirato dalla vendita postale. Gli originali furono stampati filigranandoli di grigio, ma la frittata era bella e che fatta.
Attualmente I Gronchi rosa, nuovi senza il timbro postale in circolazione, possono raggiungere cifre, per gli amanti collezionisti, che variano dai 500 ai 1000 euro, mentre per francobolli che sono riusciti ad essere affrancati ed a viaggiare la quotazione può arrivare fino a 30.000 euro.

lunedì 6 agosto 2012

La Reggia di Caserta


La Resa di Caserta

Nel salone di palazzo Borbone, (la Reggia di Caserta), a sinistra i delegati tedeschi, di fronte l'estensore del verbale delle tre firme e l'interprete tedesco, a destra il Generale Morgan e alle sue spalle anche il Generale Kislenko (con gli stivali)


Le procedure di resa [modifica]

A Caserta il 28 aprile  del 1945, in un salone di quel palazzo che era stata la Reggia dei Borbone, il Capo di S.M. William Morgan de Rimeer con i vice Lemnitzer, americano, e Airey, britannico, e locali rappresentanti della Marina (Parker) e dell'Aeronautica (Cabel) ricevette alle ore 18:00 Schweinitz e Wenner, ai quali chiese di presentare le credenziali: il primo disse che la sua delega era condizionata al modo di intendere la resa da parte di Vietinghoff, mentre il secondo, privo di limitazioni da parte di Wolff, aggiunse che aveva anche la delega di Graziani.
I due tedeschi, in abito civile, avendo accettato nel successivo incontro delle ore 21:00 le condizioni ultimative consegnate da Morgan nel pomeriggio, l'indomani alle ore 14:00 poterono firmare l'atto di resa. Il documento, controfirmato da Morgan e redatto in inglese e in tedesco, fissava alle ore 12:00 (in italia alle ore 14:00) del 2 maggio 1945 il cessate il fuoco. All'incontro delle ore 21:00 e alla cerimonia finale, sempre nello stesso salone degli incontri del 28 aprile, assistette come osservatore il generale sovietico Aleksei Kislenko, espressamente incaricato dal Comando Militare URSS e da tempo dislocato a Roma.












V

sabato 2 giugno 2012

Le statue di carlo V a Napoli

Non tutti sanno che L'imperatore Carlo V d'asburgo, imperatore del sacro romano impero, fu incoronato, appena 16nne al trono di Spagna dei suoi possedimenti  con il titolo di Carlo II
La Statua di  Re Carlo II a Napoli


Fontana di piazza Monteolivito con la statua di Carlo II sedicenne
La fontana di Monteoliveto detta anche del re Carlo II è situata in piazzetta Trinità Maggiore a Napoli.

I lavori della fontana iniziarono nel 1668 dai marmorari Bartolomeo Mori e Pietro Sanbarberio con la supervisione dell'architetto e ingegnere Donato Antonio Cafaro; nel 1671 il Mori morì e a lui subentrarono Dionisio Lazzari e Giovanni Mozzetti. Giunta all'ultimazione, vennero affidati i lavori per la realizzazione della statua di Carlo II in bronzo agli scultori Giovanni Maiorino e Giovanni D'Auria; tuttavia i due non terminarono l'opera scultorea, la cui esecuzione venne affidata a Francesco D'Angelo, che la terminò nel 1673.La struttura si presenta con una vasca polilobata a tre bracci, con al centro un piedistallo di eguale forma, con tre leoni che reggono, fra le zampe, gli stemmi del re, del viceré e della città, alternati ad aquile che hanno, sulla base esterna, tre vaschette a forma di conchiglia sorrette da una voluta. Al centro c'è un basamento a forma di obelisco piramidale sormontato dalla statua eseguita da Francesco D'Angelo su disegno di Cosimo Fanzago.

La fontana di Carlo II in via Monteoliveto


La statua di Carlo V famosa per la famosa storiella  creata dai Napoletano , dove L'imperatore pare che dic:
" chi ha orinato ( pisciato) chi per terra ".

Carlo V (imperatore Sacro Romano Impero) e 
Re Carlo II di Sicilia e Re Carlo VI di Napoli



 Carlo V della casa d'Asburgo. Suo nonno materno era Ferdinando II di Aragona, sua madre era Giovanna la Pazza. Re di Napoli come Carlo IV. Re di Sicilia come Carlo II. Imperatore del Sacro Impero Germanico come Carlo V e Re di Spagna come Carlo I. Per le colonie che ha in ogni parte del mondo si dirà che nel suo impero non tramonta mai il sole.


sabato 28 aprile 2012

Il Certificato di congruità


 Il Certificato di Congruità


Il certificato in questione serve a stabilire che una persona in caso si omonimia o errore di trascizione della data di nascita, errore  del cognome o nome errati,  è  detto  “ il certificato di Congruità “ che è rilasciato dall’ufficio anagrafe del solo Comune di nascita,    (ovvero dal comune, dove la persona è stata dichiarata e trascritta negli appositi registri Anagrafici).
La formula  prevista fa riferimento a:

Visto l’art. 450, 3° comma, del C.C., 
Visto l’art. 5 del R.D. 9 luglio 1939, n. 1238, 
ai sensi della nota del Ministero di Grazia e Giustizia, Dir. Gen. AA.CC LL.PP. n. 1/150 – F.G. (67) 6330 del 30 novembre 1967, e
Visto il registro degli atti di nascita di questo Comune, anno _________ Parte ______ Serie___________________ n. ___________e
D  I C H A R A che il sig. _Tizio_ AAA____Nato in _XXXX___ il _11111__ e  il sig.    Tizio  AAA___ Nato in   XXXX_il  12111_______
 SONO LA MEDESIMA PERSONA FISICA
E che le esatte generalità dello stesso, ai sensi della nota del Ministero di Grazia e Giustizia, Dir. Gen. AA.CC.I.L.PP. n. 1/150 – FG. (67) 6330 del 30-11-1967, sono:
nato in ______________________________________il ______________ Si rilascia in Carta  semplice_ per gli usi consentiti dalla legge.
 XXXX lì __________________                                          
L’UFFICIALE DELLO STATO CIVILE





venerdì 27 aprile 2012

il mito della sibilla Cumana


 La sibilla Cumana ( nota come Amaltea)

La Sibilla Cumana ( nota come Amaltea)





 Dopo i tanti racconti pervenuti a noi attraverso grandi scrittori sia greci, che latini, tra i quali spiccano, Omero e Virgilio, nelle loro grandi opere, come: Iliade, Odissea, ed Eneide,  necessita far chiarezza per definire chi era la “Sibilla Cumana “, un mito o una leggenda.
Si diceva nell’antichità che esistevano circa nove Sibille, credendo che ogni qual volta  che si verificasse un tragico avvenimento, era già stato predetto o vaticinato da una invasata sacerdotessa del Dio Apollo. Queste Sibille erano sparse un po’ dovunque in tutta l’area di insediamento umano,  che affacciava sul mediterraneo.  Tra le più note erano citate la Deifica, la Libica, la Samia, l’Ellespontica, la Frigia, la Persica, la Eritrea, la Tiburtina, tutte più o meno sacerdotesse  vergini consacrate ai riti sacrali al dio Apollo, che secondo gli antichi, deteneva il potere di conoscere il "Futuro" ed annunziarlo ai mortali per mezzo di queste sue predilette vestali.
La più  importante di tutte è, forse, quella  nostrana “l’italica Sibilla Cumana", originaria dell’Eritrea, nota pure come Deifobe, Erofile, Demifele o Amaltea, che visse circa 1000 anni durante 10 generazioni, per questo girovagò lungo tutta la costa mediterranea, finché non si stabilì definitivamente a Cuma in un anfratto scuro, divenendo così  la "Vergine Nera",  sacerdotessa di Apollo dove emetteva Vaticini,  su precise richieste di conoscere il futuro.
A Cuma a testimoniare la sua presenza vi è un cunicolo buio a forma piramidale, detto appunto “ l’Antro della Sibilla”, dove se interpellata  la "Vergine scura", emetteva profezie  spesso incompremsibili, che erano vergate su foglie di palma.


L'Antro della Sibilla Cumana



Il leggendario "Antro della Sibilla", fu interamente scavato nel tufo dalle popolazioni  delle prime colonie greche dei Calcidesi ed Euboiesi, con tradizioni cretesi- micenee, ed a prima vista affascina, impressiona e fa paura, per l’alone di mistero che in esso si respira.
L’intero complesso archeologico di Cuma, comprende, oltre all’Antro della Sibilla, resti del tempio d'Apollo, che era collegato ad esso attraverso un cunicolo, ed anche resti del tempio di Giove, nonché vestigia romane, come la  piazza del foro, il Capitolium, il tempio di Demetra, l’anfiteatro e resti di edifici termali risalenti a circa VIII  secolo a. C..


Cunicolo che collegava l'Antro della Sibilla con il Tempio d'Apollo





Resti del Tempio di Apollo  a Cuma





Cuma  (Parco archeologico - Tempio dedicata a Demetra)



Il Capitolium del Foro di Cuma


Arcate dei complessi termali romani di Cuma

resti del Tempio di Apollo  a Cuma




resti del Tempio di Giove a Cuma


Solo nel 1932 si arrivò ad identificare la dromos , situata nei pressi del Lago Averno , vicino Napoli ( forse il luogo più suggestivo  di tutta la zona flegrea e da questo lago Enea e Ulisse scesero negli Inferi).
Nel 1925,  A. Maiuri  credette di riconoscere erroneamente lo speco oracolare in una galleria, da lui scoperta, che attraversava il monte di Cuma (la cosiddetta Crypta romana).


il Lago d'Averno, nei pressi di Cuma
sulle sue sponde si riteneva vi fosse l'ingesso all'Ade(gl'Inferi)



la Pseudo - grotta della Sibilla sul Lavo d'Averno


 
  Il mitico “Antro”  fu scoperto, infine, lontano dal lago nella parte alta di Cuma, nei pressi del tempio del Dio Apollo, e si determinò che si trattava  realmente  della residenza, dove era vissuta Amaltea, la leggendaria Sibilla di  Cuma.

L’Antro della Sibilla di Cuma, non è altro che una grotta a forma trapezoidale, databile intorno all' IV secolo a.C. quasi un corridoio, che misura ben 131 m. , è illuminato da 6 fenditure e termina in una grande nicchia a volta, dove seduta su un arcaico trono di pietra,  la divina Amantea pronunciava le sue profezie.
Entrata attuale dell'Antrio della Sibilla Cumana


 L’ultimo ambiente dell'Antro è un vestibolo rettangolare con tre celle a croce, 
dove si vuole che la Sibilla vaticinasse i suoi oracoli.



La sala interna dell'Antro, dove la Sibilla cumana  prediceva il futuro




Tutta la zona circostante Cuma ha, un non so che di misterioso e tetra atmosfera, vuoi per i fenomeni vulcanici, che si susseguivano lì intorno, come le fumarole della solfatara, l'aria mefitica, che era impregnata nel civettuolo laghetto d'Averno, dove non passava sul suo specchio d'acqua nessun  volatile, vuoi per quel fenomeno noto, come il Bradisismo, che si assisteva in quella vulcanica terra  dei Campi Flegrei.
I più accreditati scienziati hanno precisato che le cause del Bradisismo si devono ricercare nei profondi strati sotterranei di roccia porosa.
"L'acqua che vi è intrappolata viene surriscaldato dall'attività vulcanica e genera pressioni enormi. Quando la pressione raggiunge i massimi valori, il suolo si solleva (bradisismo negativo); quando la pressione diminuisce si abbassa lentamente (bradisismo positivo). E' stato così scientificamente provato un fenomeno che per gli antichi era oggetto di culto pensando che tale fenomeno fosse causato da divinità. Tutt'oggi costatiamo gli effetti prodotti dall'attività vulcanica e' stata infatti, registrata un'ultima inversione delle oscillazioni bradisismiche nel 1840. A prova di ciò il tempio di Serapide si sta innalzando di qualche millimetro le ripercussioni di tali fenomeni si rovesciano sulla cittadina che è stata spostata verso l'entroterra di alcuni chilometri dove oggi sorge la nuova cittadina di Monteruscello. Sono stati istituiti particolari centri di ricerca dove viene esaminato attimo per attimo questo affascinante processo naturale per portare alla luce i lati ancora oscuri alla scienza "

Dopo questa breve e  doverosa digressione sulla terra che  circonda Cuma, ricca di una particolare fenomologia, ecco a raccontare della mitica leggenda che parla della Nostra Sibilla cumana, Amaltea. La sua nascita avvenne in una grotta del monte Corico, (porto turco non distante dall'attuale Silifke) e fin dalla nascita manifestò il dono della profezia, tanto che ancora adolescente si mise a vaticinare in versi. I suoi genitori , il padre Teodoro e la madre un nota ninfa,  timorosi e devoti al Dio Apollo, la consacrarono  contro la sua volontà, a Lui, facendola diventare una delle sue più celebri sacerdotesse. Una delle prime profezie che la rese subito famosa, come quella che vaticinò che sarebbe morta, uccisa da una freccia dal suo stesso Dio Apollo, a cui era stata consacrata. Visse nove generazioni di vite d'uomo, ognuna di 110 anni, quindi circa 10 secoli.
 La figura della Sibilla, pur essendone stata accertata l'esistenza in epoca storica, rimane, ancora oggi, misteriosa ed affascinante. Molto probabilmente si trattava di una donna epilettica, infatti questa malattia veniva considerata nell'antichità "morbo sacro" e coloro che ne erano affetti erano temuti e rispettati .
Il mito racconta che il Dio Apollo, invaghitosi di Lei, come dono, le offrì la possibilità di poter realizzare ogni suo desiderio. La minuta sacerdotessa accettò l’offerta e chiese di voler vivere tanti anni, quanti erano i granelli di sabbia, che poteva racchiudere nel proprio pugno della mano. La realizzazione del dono divino, infatti, si attuò, tanto che Amantea, diventò una longeva vecchina rinsecchita, che non volle più farsi vedere in pubblico, anche se nella realtà  v’erano più di una vestale, che alimentavano l’alone di mistero della longevità della  Sibilla Cumana, sostituendosi a lei spesso al suo posto nel buio Antro, ingannando così generazioni e generazioni.  
 I suoi vaticini erano incomprensibili a prima vista, perché profferiti con un linguaggio  locale, un misto greco latino del tipo Osco-Sabellicoe se riportati, vergati su fogli di palma, occorreva per decifrarli una interpretazione fatta dai soli sacerdoti custodi dei templi sacri, conoscitori del credo  religioso pagano.

Il Mito della sibilla cumana, infine, come racconta la storia riportata degli storici romani,  Plinio e Marrone, fa cenno ad una vecchia profetessa, che un giorno  recatosi a Roma con nove libri oracolari, scritti di proprio pugno per offrirli  al Re Tarquinio il Superbo per farseli acquistare. Questi ritenuto troppo oneroso il prezzo richiesto, rifiutò l’offerta. La vecchia Oracolista, offesa, dopo averne distrutto tre,  rioffrì al Superbo Sovrano, richiedendo per i sei libri rimasti lo stesso prezzo. Nemmeno per i sei libri rimasti Tarquinio era propenso ad acquistarli, tanto che  la  profetessa venditrice degli oracoli, arrabbiata, ne bruciò alti tre per cui  intimò al Re di Roma, che se avesse almeno voluto gli ultimi tre libri,  con fare minaccioso  desiderava in cambio lo stesso prezzo iniziale,  come aveva richiesto per tutti i nove.  Tarquino cedette infine, convinto dai suoi sacerdoti, che erano libri importanti ritenuti sacri, scritti dalla profetessa, ma che l’erano stati dettati dallo stesso Dio Apollo, per dare istruzioni utili  per fronteggiare crisi future. Dopo averli acquistati, il sovrano li fece sistemare in un contenitore di pietra nascondendoli nei sotterranei del tempio Capitolino. Le accorte precauzioni nulla poterono, però, durante la guerra civile del ’83 a.C. e andarono distrutti. L’imperatore Augusto, ritenendoli utili al suo potere da suoi sacerdoti, inviò  ambasciatori fidati a Cuma ed ottenne una nuova  lista di un migliaio di versi profetici vergati dalla Sibilla e questa volta vennero depositati nel ricostruito "Tempio Capitolino" e servirono a sancire il suo potere divino, derivante dalla famiglia Giulia  e della sua discendenza, di cui faceva anch’egli parte.                       
La sibilla Cumana tanto era nota ai suoi contemporanei, che ebbe l’onore di essere effigiata  su alcune monete di bronzo. Sono state ritrovale alcune monete, indicate  con il nome di denari, due in particolare come vedesi nella fotosottostante:


Denari Romani con effigi della sibilla Cumana Anno 69 a.C.



 La prima moneta , specificata come soldo, pesa 3,90 gr. ed ha un diametro di 18 mm, mentre la seconda pesa 3,94 gr. ed ha un diametro di 19 mm. Sul diritto delle monete è raffigurata la testa della Sibilla, riprodotta con i capelli raccolti sulle tempie e sulla nuca, segno evidente del suo "stato di virgo". 
L'espressione del volto è serena ed è possibile intravedere un piccolo simbolo, in corrispondenza della nuca,.
Un tipico elemento sibillino, delle due monete è il ramo di alloro, che appare nel primo denaro ed  è appena visibile, mentre nella seconda è molto più evidente e rappresenta la funzione di profetessa della Sibilla. 
 Un particolare che differenzia le due monete è il cordoncino, che avvolge i capelli della profetessa, che su una, sta sulla fronte e ricade sul collo dividendosi in due nastri accompagnati da una ciocca di capelli. Sul rovescio delle monete è raffigurato il tripode, con sopra un'anfora tra due stelle, simbolo del dio Apollo, che sta ad indicare il rapporto tra la divinità e la Sibilla.
Un pittura parietale scoperta, durante gli scavi di Ercolano è quella che ritrae Apollo e la Sibilla, (conservata attualmente nel Museo Nazionale di Napoli), è dominata da atteggiamenti antitetici come quello manifestato  dall’umiltà della Sibilla rispetto alla divinità


 Raffigurazione parietale trovata negli scavi di Ercolano
Della Sibilla Cumana e del Dio Apollo 


Guardando poi le monete e la raffigurazione della pittura si notano caratteristiche comuni, delle quali la principale è l’aspetto giovanile della Sibilla Cumana. 
La data di composizione dell’opera di Ercolano, sta a rappresentare un’importante testimonianza della Sibilla nella cultura del mondo antico e della sua effettiva esistenza. Guardando attentamente, infine, il quadro  si nota la figura di Amantea separata dal dio da una colonna posta al centro, emblema questa della diversa natura, mortale della Sibilla  e divina quella  del Dio


La Sibilla Cumanaè uno dei più curiosi e misteriosi personaggi raccontati in versi dalla letteratura antica e rinascimentale,  quale semimitica figura legata per lo più al  culto del Dio Apollo e dalle sue origini arcaiche legate all'antica dea madre, come si evince dal suo nome greco, la mitica Amaltea . 

La Sibilla Cumana, come lei stessa aveva profetizzato, morì uccisa toccando il pezzetto di argilla che fermava una missiva ricevuta dai suoi conterranei di Eritrea, che la invitavano a ritornare  nella sua città natia, in questo modo l’incantesimo della sua longevità fini.
 Negli ultimi tempi era divenuta piccola e rinsecchita tanto da apparire come una cicala e per questo fu rinchiusa in una gabbietta e fu appesa nel tempio di Apollo a Cuma. Visse con quelle sembianze ancora per tre secoli, dove come dice lo scrittore Petronio, era schernita dai fanciulli, che l’andavano a visitare, ed ella invocava la morte, cosa che non le era ancora concessa, tanto che Plutarco dirà di lei, che le restò solo la voce, che neanche dopo la morte smetterà di vaticinare.
E’ inquietante avventurarsi nella dimora di questa donna “ il famoso Antro della Sibilla", che le leggende narrano ancora viva, ancora nell'attesa della sua fine.



Dipinto di Michelangelo della sibilla Cumana