martedì 11 settembre 2007

La fine di Ercole

Vuoi conoscere come morì Ercole?

 Ti incuriosisce la fine che fece? 
Diciamo subito le gesta eroiche di Ercole sono un mito, specie le dodici fatiche,(le tratteremo a parte, ognuna con uno speciale episodio mitologico) e non la sua morte anche se rappresenta l’espiazione terrena per spogliarsi degli elementi mortali, dovuti dalla madre Alcmena (che era una mortale) per diventare, poi, per volere di Giove,(suo padre) un dio olimpico.

 Ercole bambino strozza i serpenti
 sotto lo sguardo di Giove e Alcmena






Ercole ( statua marmorea collezione Farnese)

 La fine di Ercole fu causata da un atto di Gelosia, che Deianira (la sposa dell’eroe) fu presa, quando venne a conoscenza 

Ercole e Deianira  (scultura di Filippo Tagliolini)

 da Lica (compagno di Ercole) che suo marito ( Ercole) stava per tradirla con Iole, dimenticandosi di Lei .
Lica in verità era andato da Deianira per ordine di Ercole, per farsi consegnare un vestito nuovo da indossare per la cerimonia della consacrazione di un altare al sommo padre Giove in ringraziamento della vittoria su Eurito e la conquista di Ecalia.
Ercole e lica ( gruppo marmoreo di AntonioCanova)





Prima di consegnare la tunica richiesta, Deianira la immerse nel filtro d’amore che aveva confezionato su consiglio di Nesso (il Centauro)





Deianira, rapita dal Centauro Nesso)

  che tentò di stuprarla e che venne ucciso da Ercole) dal sangue delle sue ferite aggiungendovi il seme sparso dallo stesso durante il tentativo di violenza 

 
Ercole che lotta contro il Centauro Nesso




Ercole, non sospettando niente, indossò la tunica, che al contatto del suo corpo fece sprigionare un veleno, cosi violento, che faceva si che il tessuto s’incollava al suo corpo e la carne veniva via a brandelli.
Il dolore era insopportabile e con una nave fu trasportato a Trachis da Deianira, che compreso ciò che era accaduto per la disperazione si uccise.
Ercole a causa di quella tunica ai raggi del sole si sarebbe incendiato, per cui si gettò in un ruscello annegando.
Il ruscello da quel momento era rimasto caldo e dette origini alle Termopili, dove c’è ancora una sorgente calda.
 La fonte di questo ruscello è una sorgente calda. che si trova nel famoso passo delle Termopilii. Nei tempi antichi le sorgenti creavano una palude



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lunedì 10 settembre 2007

La fine di Atteone


 Chi era Atteone


Il parco della Reggia di Caserta


Vuoi conoscere che era e la brutta fine, che fece ATTEONE, il guardone dell’antichità, immortalato nella vasca principale, che raccoglie le acque della cascata artificiale della Reggia di Caserta con la raffigurazione scenica di statue di marmo a grandezza naturale. ?



EccoVi ……..accontentato.


Artemide (Diana) con Calisto e le sue ninfe dei boschi mentre fa il bagno
 dimostrare che, tutto ciò che era vietato e non permesso, se contravvenuto veniva punito senza esclusione di sorta, né era previsto perdono.
Atteone, figlio di Aristeo (a sua volta figlio di Apollo) e di Autonoe (a sua volta Figlia di Cadmo) fin da bambino fu affidato al Centauro Chirone, che gli insegnò l’arte della caccia ed il saper girovagare per i boschi sapendosi mimetizzare tra gli alberi.
Un giorno ad una sorgente Atteone sorprese Artemide (Diana) mentre nuda faceva il bagno con l'inseparabile ninfa Calisto, sua accompagnatrice preferita.



Artemide (Diana) era considerata vergine ed eternamente giovane, ed era interessata solo alla caccia, per cui nello scorgere Atteone, che la mirava di nascosto, tutta nuda, andò su tutte le furie, e lo punì trasformandolo in un cervo, che subito fu assalito dalla muta di cinquanta cani, che come cacciatore portava sempre al suo seguito.


Atteone trasformato in cervo. assalito dai suoi cani

I cani, aizzati dalla Dea e non riconoscendo il loro padrone, s'inferocirono al punto tale d'azzannare Atteone, divorandolo.
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Questa leggenda mitologica c'insegna che la trasgressione, qualunque essa sia, comporta rischi tali, che provocano sanzioni difficilmente prevedibili e  a volte con pene insopportabili.

domenica 9 settembre 2007

La fine di Ulisse


Come morì Ulisse?

Hai mai saputo come morì Ulisse ?
 Ti incuriosisce la fine che fece?
 



Le sue gesta eroiche sono giunte fino a noi come un mito, non la sua morte anche se fu causa della nascita dell’italica gente.
Iniziamo a dire che, dopo tantissime avventure vissute durante il suo viaggio di ritorno, dopo venti anni ritornò finalmente nella sua Itaca. Infatti ne aveva trascorsi, 10 anni nell’ assedio e conquista di Troia, e 10 anni nel peregrinare per tutto il Mar Tirreno, compreso il tempo passato ad oziare presso Circe, che non voleva per nulla al mondo lasciarlo ripartire.


Ulisse incontra Circe e rimane per diversi anni ad oziare presso la sua isola





Come per tutti i naviganti la sua morte venne dal mare, incidentalmente per mano del proprio figlio “TELEGONO” (Figlio Nato lontano), nato dalla sua unione con la maga, Circe.

 
Telegono ed il fratello Telemaco




Statua di Circe , rivenuta nei pressi del Circeo nel 1932
La statua di Circe qua sopra ha gioielli, corona, uno scettro che sembra un lituo etrusco ed è nuda come una Venere. Che fosse davvero una Dea? Anche perchè alla base del monte Circeo c'è una stradina che è intitolata a un santuario di Venere. Che abbia a che fare?
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La statua di Circe qua sopra ha gioielli, corona, uno scettro che sembra un lituo etrusco ed è nuda come una Venere. Che fosse davvero una Dea? Anche perchè alla base del monte Circeo c'è una stradina che è intitolata a un santuario di Venere. Che abbia a che fare?
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La statua di Circe qua sopra ha gioielli, corona, uno scettro che sembra un lituo etrusco ed è nuda come una Venere. Che fosse davvero una Dea? Anche perchè alla base del monte Circeo c'è una stradina che è intitolata a un santuario di Venere. Che abbia a che fare?
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Telegono, spinto dalla madre (Circe) alla ricerca del Padre, sbarcò a Itaca. Gettato dalla tempesta sull'isola di Itaca, credendo che fosse l'isola di Corcira (l'attuale Corfù), per sfamare l'equipaggio si diede a saccheggiare il paese e a razziare una parte del bestiame (non sapendo che  era di proprietà prettamente del signore dell'isola) ed ignaro di trovarsi proprio sulla terra del padre, incomincio a predare le greggi.
Ulisse venne informato della razzia da un servo, mentre riposava stanco dopo una giornata ormai dedita solo ai lavori nei campi. Inferocito, corse verso la riva per proteggere il bestiame e per punire il ladro, vi scagliò contro frecce con il suo arco d’argento. Telegono per difendersi vibrò a sua volta la sua lancia, che aveva ricevuto dalla madre, quale dono di Vulcano, la cui punta era fatta col pungiglione di una razza, e uccise il proprio genitore, 

Telegono riconosciuto il padre, lo pianse a lungo e tornò da Circe insieme a Penelope, portandosi dietro il cadavere di Odisseo. 

Penelope, mentre aspetta il ritorno di Ulisse


Trascorso in esilio l'anno prescritto dalla legge, Telegono sposò Penelope,  che anche con passare di tutti quegli anni era ancora giovane e piacente, tanto da far innamorare di Lei perfino il figliastro Telegono. Circe , accettando la nuova unione  tra Telegono e Penelope,  come regalo di nozze, li invitò ad andare entrambi nelle Isole dei Beati, come previsto dalla profezia di Tiresia  a Ulisse).
Nel riportare il cadavere di ulisse  a Circe, Telegono e Telemaco  con loro c'era anche Penelope, e dopo un avventuroso. ma un breve viaggio infine giunsero ad Eea, l’isola incantata di Circe. Sull'isola incantata Telemaco s'innammorò, come il padre, della sempre giovane e seducente Circe e così i due fratelli formarono due coppie, Telemaco e Circe, Telegono e Penelope. Dall’unione di Telegono e Penelope nacque prima Italo, l'eroe eponimo dell'Italia, fondatore di Tusculo (oggi Frascati) e poi Preneste che fondò a sua volta l'attuale Palestrina). (Si dice che da Preneste si ebbe, poi,  la stirpe della Italica gente) .


Resti del tempio  della dea Fortuna Primogenia
ritrovato a Tuscolo, città fondata da Telegono
( oggi  nota come Frascati )






Scavi ercheologici dell'antica Praeneste,
(ora  città  di Palestrina)


 


Quindi noi residenti del Territorio. chiamato Italia, siamo un po' aboriggeni locali da parte di padre (Telegono) e un po' aventi origine Greca da parte di madre (Penelope)
 

sabato 8 settembre 2007

Il Vaso di Pandora - Il mito


A proposito del VASO DI PANDORA. uoi saperne di più ?
 

Chi era “ Pandora, e cosa conteneva il Vaso ?
 

EccoVi accontentato.

il vaso di Pandora


Diciamo subito che PANDORA rappresenta nella mitologia antica greca la prima donna mortale. Fu creata dalla partecipazione di tutti gli Dei olimpici , ed  alla sua realizzazione con il fine di placare l’ira del Dio supremo dell’Olimpo (Giove), dopo l’affronto ricevuto da parte del Titano Prometeo, che ingannandolo aveva donato la luce del fuoco agli uomini.
Il primo fu Vulcano ( Efesto ), che presa della creta dalla madre terra, mescolatala con acqua, creò così l’immagine di una pudica fanciulla simile all’aspetto alle dee immortali. Atena (Minerva) insegnò alla fanciulla l’arte del tessere, del saper tendere alla quiete familiare e la ornò di una cintura e di una veste. Afrodite (Venere), poi, oltre a cingerle la testa di un’aurea le donò un bellissimo viso con il fascino amoroso e la capacità di desideri struggenti. Mercurio infine le pose nel petto la menzogna, le lusinghe e l’inganno e le conferì la voce meliosa, mentre le ore la inghirlandarono con fiori primaverili, e le Cariti le misero al collo una collana d’oro.

Atena veste Pandora
Attribuzione al Pittore di Tarquinia
 
 


Questa era Pandora e fu inviata sulla terra, come un dono divino ad Epimeteo, (fratello di Prometeo), che divenne poi suo sposo, portando con sè un vaso chiuso, dove erano accumulati tutti i mali, che affliggono l’umanità.


 
Questa è Pandora ( la prima donna mortale)





Pandora presa dalla curiosità, mentre apre il vaso
 


Epimeteo, dimenticando il consiglio di Prometeo di non accettare alcun dono dall’olimpo, fu lusingato dalla bellezza di Pandora e incuriosito del contenuto del vaso inconsciamente l’aprì ; e subito uno sciame di mali e malattie si diffusero , (quali la vecchiaia, la morte ,  la pazzia,  le malattie  più nefaste) ricordando agli uomini, che erano mortali e che erano sottoposti al volere degli Dei immortali.
Solo Elpis ( la Speranza) , che è pure la traduzione di sanscrito , rimase dentro, perché incagliata sotto l’orlo del vaso e non volò fuori.  Per questo la Speranza rimasta nel fondo del vaso di Pandora, ha in realtà  un senso negativo che lo avvicina più al significato italiano della parola " Aspettativa",  che sta ad indicare che forse è il più terribile dei beni e il più dolce dei mali.
  Nella lingua greca Pandora, in primo luogo,  significa - (tutta in dono)  - oppure (ricca di doni) od altresì  (colei che dona tutto).


venerdì 7 settembre 2007

Il mito di Amore e Psiche

Volete conoscere come v' a finire la bella favola di “Eros e Psiche”,
Quella degli ”Dei”, che immortalarono il mito dell’amore e dell’anima, riferitoci da Apuleio nelle Metamorfosi?
Tale mito è rappresentato nella pittura pompeiana (dove Psiche è una bambina alata, che simboleggia l’anima ed è simile ad una farfalla, e come una libellula giocava con alcuni amori anch’essi alati senza fermarsi) e raffigurato nel celebre gruppo marmoreo del Canova e nel dipinto di Francois Gerard, i quali sono esposti a Parigi al museo del Louvre, dove Eros (Cupido, dio dell’Amore) è raffigurato in un bellissimo giovane alato, che abbraccia spasmodicamente Psiche (Anima), una leggiadra fanciulla con armoniose fattezze quasi sovrumane.

Amore e Psiche  ( scultura di Antonio Canova)


nel dipinto di Francois Gerard, i quali sono esposti a Parigi al museo del Louvre, dove Eros (Cupido, dio dell’Amore) è raffigurato in un bellissimo giovane alato, che abbraccia spasmodicamente Psiche (Anima), una leggiadra fanciulla con armoniose fattezze quasi sovrumane.


Amore e Psiche (dipinto di Francois Gerard)




                 Ecco Vi ……..accontentato.

Psiche era figlia di un Re di un antichissimo popolo Berbero, ed era la più piccola d'altre due sorelle. Tutte e tre erano bellissime, ma Psiche era incredibilmente dotata di una bellezza sovrumana paragonabile a Venere (la greca dea della Bellezza, Afrodite) tanto che venivano da tutte le parti per ammirarla.
Venere, infastidita, da tanto clamore per la beltà della fanciulla, chiamò suo figlio Eros (Cupido) e gli ordinò di far innamorare Psiche con un mostro orrendo, per vendicarsi dell’affronto. Il padre di Psiche per mezzo di un oracolo, che aveva interrogato, venne a conoscenza che la Giovinetta sarebbe dovuta essere portata sulla montagna sacra, prospiciente la reggia, per andare in sposa ad un mostro orrendo viviparo, che svolazzava alato nei cieli. Un vento dolcissimo (Zefiro) la sarebbe venuta a prendere, per portarla nell’alcova del mostro, costruita interamente di marmo bianco, immersa in una gran valle, dove sorgeva un prato d’erba tenera lussureggiante.
Tra pianti e sofferenze con un corteo, quasi funereo, la fanciulla fu condotta ai piedi della Montagna sacra, affinché l’oracolo s’avverasse. Alla fine del viaggio, Psiche lasciata sola, dolcemente s’addormentò, anche perché colpita dalla freccia dell’innamoramento scoccatale da Eros (Cupido). Nel lanciare il dardo, Eros (Cupido) per il troppo impeto si ferì e l’effetto del dardo prese anche lui e inconsapevolmente s’innamorò anch’egli della bella Psiche.
Prima si svegliarsi dal dolce sonno, Psiche, fu sollevata dal suolo da un leggero venticello, che la depositò nel giardino di una reggia tutta d’oro ed argento, che era situata di là della montagna sacra. Fu svegliata dal dolce brusio di leggiadre ancelle, che l’accolsero con gaiezza e le dichiarano che erano a suo completo servizio e che l’avrebbero servita con la massima dedizione.
Le giornate nella reggia scorrevano serenamente per la bella fanciulla, assistita dalle fedeli ancelle e terminavano con calar del sole, poiché non v’erano lanterne, torce o qualcos’altro, che potessero illuminare e rischiarare le buie serate e le scuri notti.
Le ancelle le affermarono che il loro padrone, non amava farsi vedere, e sarebbe venuto a trovarla nella sua stanza solo con il buio della notte senza neanche il chiarore della Luna. La notte fatidica sopraggiunse e nell’ombra della stanza apparve qualcuno, che senza tanti convenevoli entrò nel letto della bella Psiche e la fece sua. L’indomani Ella fu vista dalle proprie ancelle tutta raggiante e piena di dolcezza, poiché durante la notte aveva assaporato le gioie inimitabili del vero amore, che portano al raggiungimento della terrena felicità inappagabile. Senza vederlo Psiche s’innamorò del suo notturno visitatore, tanto che percepiva che fosse bellissimo e non il mostro profetizzatole dall’oracolo. La felicità raggiunta da Psiche non era completa, perché doveva poterla condividere con qualcuno, specie con tutta sua famiglia (i genitori, le sorelle), sia per tranquillizzarli, sia per renderli partecipi a cotanto stato di grazia sublime.
Nei successivi incontri notturni, Psiche chiese al suo sconosciuto amante di poter ospitare nella reggia le sorelle, per mostrare loro la condizione di serenità e felicità che era riuscita ad ottenere. Eros (Cupido) in un primo momento cercò di metterla in guardia, affinché l’unico modo di conservare quello stato di felicità era di non farlo mai conoscere a nessuno, ma Psiche non volle sentire ragioni e pretese che le sorelle potessero raggiungerla nella reggia.
Il desiderio insistente fu esaudito da Eros (Cupido), che per mezzo di Zefiro (il vento dolce) fece sì che le tre sorelle s’incontrassero nello splendido palazzo, dove viveva la bella Psiche. L’incontro fu commovente e pieno d’affetto, finché l’invidia e la gelosia da parte delle sopraggiunte sorelle non presero il sopravvento.
Dopo una serie di domande da parte delle sorelle, Psiche le informò che non conosceva il volto del suo amante, poiché l’incontrava solo di notte al buio.
Le sorelle allora la convinsero a dipanare l’alone di mistero, che avvolgeva il suo amante e le procurarono una lampada ad olio ed una spada, in modo che quando si sarebbero di nuovo incontrato, l’avrebbe così potuto vedere in viso e conoscere cosi la fonte della sua immensa felicità.
Psiche accettò il suggerimento delle sorelle malvolentieri, anche perché, avvertita dallo stesso suo amante sconosciuto, era consapevole che il loro idillio sarebbe finito per sempre nel momento in cui l’avrebbe scorto in viso, anche per un solo istante, perché l’estasi d’Amore, quello che lui rappresentava, non era possibile guardare in faccia.
Una notte Psiche appena Eros (Cupido) s’addormentò, si avvicinò e lo guardò in faccia al chiarore della lampada e lo trovò bellissimo, più di quanto l’avesse immaginato, e cercando di dargli un ulteriore bacio, involontariamente gli fece cadere una goccia d’olio bollente della lampada sulla spalla.

 Psiche scopre l'identità dell'amante e fa cadere una goccia di olio bollente, Jacopo Zucchi




Eros (Cupido), svegliatosi improvvisamente ed arrabbiatissimo, volò via senza profferire parola. Riavutosi dopo un po’ dall’affronto subito, perdonò Psiche, dopo aver ascoltato che non era stata una sua iniziativa, e punì le cognate perfide, inducendole a lasciarsi cadere nel vuoto dalla montagna sacra se avessero voluto provare anche loro il suo amore.
Le poverette credendo di poter volare, come la prima volta, (quando erano state prelevate dalle loro case e trasportate nella reggia dorata di Psiche) si lanciarono nel vuoto, ma senza l’aiuto di Zefiro (il vento dolce) si sfracellarono al suolo.
Psiche non ricevendo più notizie d’Eros (Cupido) andò in cerca di lui girando per il mondo, ma il suo amante non poteva né udirla, né scorgerla, perché un fortissimo bruciore (procuratogli dalla goccia dell’olio bollente) lo percuoteva tutto e deluso e depresso si era rinchiuso nella stanza da letto della madre (Venere) e si rifiutava persino ad andare in giro a svolgere il suo compito fatale (far innamorare i mortali, scagliando loro incontro le frecce dell’amore). La notizia, che nessuno più s’innamorava, arrivò a Venere, che stava in vacanza nuotando felicemente nell’Oceano. Gliela portò un gabbiano, che l’informò anche che tutto era colpa del proprio figlio Eros, che piangeva notte e giorno a causa di una mortale (Psiche), di cui s’era innamorato perdutamente. Venere arrabbiatissima corse nella sua dimora tutta dorata immersa in mezzo all’oceano e redarguì il suo rampollo severamente minacciandolo che se continuava a rimanere in quello stato, l’avrebbe sostituito con un altro figlio, magari adottivo, al quale avrebbe consegnato il suo arco e le frecce dell’innamoramento, perché non poteva esistere il mondo senza innamorati. Infine emise un bando affinché le fosse condotta ai suoi piedi la bella Psiche, ben legata, in caso di successo della richiesta sarebbe stata prodiga di un premio unico, concesso dalla stessa Venere, consistente nel ricevere sette baci di cui uno prelibatissimo con la lingua in bocca (bacio che avrebbe trasmesso il dono della bellezza).
Tutti desideravano catturare Psiche, ma sola una donna vi riuscì, trascinandola per i capelli davanti alla Dea della Bellezza.
Alla presenza della sovrumana bellezza di Psiche, Venere ordinò alle sue ancelle di fustigarla a sangue e di renderla irriconoscibile, facendogli strappare i capelli e sfregiandola in viso. Psiche non invocò pietà, ma mormorò solo di poter rivedere Eros (Cupido) che era diventato l’unico motivo della sua esistenza, altrimenti desiderava morire. Venere, apprezzò il coraggio della giovinetta e la sfidò a superare quattro prove e sol così avrebbe rivisto Eros (Cupido), in caso contrario sarebbe stata punita con una tremenda morte.
La Prima prova
La prima prova richiedeva la separazione in vari gruppi secondo il tipo di un immenso mucchio di semi tutti mischiati di grano, ceci, lenticchie, fagioli, arachidi. Psiche doveva effettuare il tutto durante il tempo che Venere avrebbe impiegato nell’andare ad una festa su nell’Olimpo e fatto ritorno. La Giovinetta non tentò minimamente l’impresa data l’enorme difficoltà, ma una formica, che si trovò a passare di lì, ebbe pietà per la sfortunata ed andò a chiamare le sue compagne e, in meno che non si dica, divisero tutti i semi, com'era richiesto.
Al ritorno della Festa Venere, non credette ai suoi occhi, in ogni modo, soddisfatta, dovette complimentarsi e proporre la prova successiva.
La Seconda Prova
La seconda prova prevedeva la raccolta di un po’ di lana d'alcune pecore, che pascolavano di lì appresso e, che avevano il vello color d’oro. Psiche pensando che sarebbe stato facile la raccolta, immantinente si lanciò verso le pecorelle, ma una Canna di bambù, che cresceva nella vallata, la fermò, intimandogli di non affrontare quell’apparente mansueto gregge, perché in realtà erano belve feroci, che l’avrebbero sicuramente dilaniata. La Canna anzi le consigliò di attendere la sera e di scuotere i cespugli, dov’erano passate le pecore e raccogliere la lana che vi ci s’era impigliata.
Facendo come le era stato consigliato e consegnato i cirri color d’oro alla futura Suocera, s’apprestò a soddisfare la terza prova.
La Terza Prova
La terza prova consisteva nel sapersi arrampicare sulla cima di un alto monte, dove sgorgava un’acqua di una fonte sacra e riempirne un’ampolla. La sottoposta alle prove si dette da fare in un baleno e partì di corsa verso il monte, ma giuntovi ai piedi del versante dove sfociava il torrente, capì che l’impresa era impossibile per la ripidità delle pareti. Scoraggiata e quasi rinunciataria, fu improvvisamente avvicinata da un’aquila, che le strappò l’ampolla di mano e gliela riportò colma della preziosa acqua.
Terminata con successo anche questa terza prova, l’innamorata Psiche s’accinse con determinazione ad affrontare la quarta ed ultima prova.
La Quarta Prova
La quarta prova invitava la bella Psiche a recarsi agli Inferi da Proserpina, e chiederle di mettere un po’ della sua bellezza in un vaso per superare la prova e coronare così il suo sogno d’amore. Non sapendo come fare la Giovinetta, pensò di raggiungere gli Inferi suicidandosi, ma mentre s’accingeva a fare ciò, una Torre parlante la fermò e gli indicò come doveva comportarsi per la soluzione della difficile prova.
Le assicurò che in una città lì vicina esisteva un cunicolo, che penetrava nel sottosuolo e che portava direttamente agli inferi. Le ordinò di recare con se due focacce mielate e di mettersi in bocca ugualmente anche due monetine, che rappresentavano il pedaggio da pagare per giungere nella dimora di Proserpina.
Durante il tragitto incontro un asinaio zoppo, che guidava un asino come lui anch’esso claudicante, che le avrebbe indicato il percorso verso il fiume Stige.
Senza ringraziare il viandante Psiche dopo in po’ arrivò al fiume infernale, dove incontrò Il vecchio Acheronte, il traghettatore delle anime dei morti, e come consigliatole dalla Torre parlante, gli consegnò una prima moneta per essere portata all’altra sponda del fiume. Durante l’attraversamento dello Stige incontrò un vecchio, che desiderava salire sulla barca, cui non dette ascolto perché improvvisamente si trovò di fronte un mostro, rappresentato da un cane con tre teste (Cerbero), che era a guardia della reggia di Proserpina. Buttò una delle due focacce meliate, come le era stato detto, e riuscì così indenne ad arrivare alla presenza della Regina degli inferi.
Fattosi consegnare il vaso della bellezza per diventare più bella di prima. La torre parlante le aveva intimato di non aprire mai il vaso, altrimenti sarebbe morta. La curiosità però fu tale e Psiche sfidando la sorte aprì il vaso, ma il contenitore di porcellana era vuoto, e le procurò solo un sonno profondo, che le fece stramazzare al suolo, quasi come morta.

L'estasi tra e Eros e Psiche( opera di Van Dyck)



Intanto Eros, ripresosi dalla depressione e rimessosi a lanciare i dardi amorosi dall’alto del suo girovagare e scorta Psiche, le corse in aiuto e rinchiuse il sonno, l’effetto procuratole che l’attanagliava, nel vaso da cui era uscito e punse l'amata con un‘altra sua freccia, finché non si risvegliò completamente. Avendo superato tutte le prove Venere, allora permise ad Eros di portare la bella Psiche su nell’Olimpo. Alle insistenze d'Eros, Zeus (Giove) concesse di far bere un bicchiere d'ambrosia (il nettare dell’eternità, di cui si cibavano i soli Dei) a Psiche, che divenne così immortale e poté con pari dignità soggiacere liberamente nel talamo d'Eros. Trascorso un po’ di tempo Psiche partorì una bellissima piccina, che chiamò Voluttà (il piacere assoluto) e con Eros visse felice e contenta aiutandolo nella sua missione (l’innamoramento dell’umanità)
Questa favola mista di mitologia c'insegna che il vero amore non conosce ostacoli, non ha fisionomia uguale per tutti, quindi s’accetta senza condizionamenti, qualunque esso sia, specie se vissuto con tutta l’anima.

giovedì 6 settembre 2007

Il Mito di Danae


Dipinto del Grande Tiziano del Mito di Danae





A proposito della Mostra pittorica del grande Tiziano che si è tenuta a Napoli nella Reggia di Capodimonte nel giugno 2006, stupisce il modo e la grazia con cui è raffigurata “DANAE”, nota perché rappresenta il mito dell’onnipotenza del danaro sui cuori, tanto che riesce ad aprire le porte custodite più solidamente.



Iniziamo col narrare che la storia trae origine ad Argo al tempo del re Acrisio, che alla nascita della figlia Danae, sconsolato e desiderando avere un maschio, si recò presso l’oracolo d’Apollo per chiedere se in seguito l’avrebbe avuto.
Il Dio gli rispose negativamente anzi gli annunciò che sua figlia, Danae, avrebbe partorito un figlio per continuare la sua discendenza, e gli profetizzò infine, che il nipote, appena fosse divenuto adulto, lo avrebbe ucciso.
Acrisio, spaventato e volendo impedire che la profezia s’avverasse, fece costruire una camera di bronzo sotto terra vicino alla sua reggia e vi rinchiuse la bella Danae con la sua nutrice, lasciando una sola fenditura nella volta per far passare l’aria.
Le grazie di Danae non sfuggirono a Zeus (Giove), che invaghitosi, si trasformò in una pioggia d’oro, che penetrò attraverso la fessura del tetto della camera ed ottenne l’amore della ragazza.


 

Opera del pittore Klimt nella raffigurazione del mito di  Danae
celebrando la donna ed  l'eros e, privilegiando nel miglior modo il color dell'oro




Danae, dopo la seduzione divina, anche se rinchiusa nella bronzea prigione, riuscì a concepire il figlio di nascosto e poté allevarlo per vari mesi, finché un giorno il crudele padre udì la voce del piccolo.
Acrisio, non volendo credere all’origine divina di questa seduzione, fece uccidere la nutrice, che riteneva complice del misfatto, e decise di lanciare in mare in una cassa di legno la figlia col bambino, per non macchiarsi d'infanticidio.
La cassa navigò sotto la protezione di Giove, finché le onde non la spinsero sulla spiaggia dell’isola di Serifo, dove fu raccolta da Ditti, fratello del tiranno Polidette, che ivi comandava.






Danae e Perseo rinchiusi nella cassa,
- olio su tela, del 1862 dipinto 
di John William Waterhouse



Il piccolo crebbe felicemente nella casa di Ditti e divenne ben presto un giovane bellissimo e fortissimo e gli fu dato il nome di Perseo, divenuto poi il mitico eroe, che decapitò la Gorgone dai capelli di serpenti aggrovigliati, La Medusa, grazie all’aiuto della dea Atena.








 
Perseo e Medusa - scultura di Antonio Canova
 (Metropolitan Museum of Art, New York, 1804-1806)



 
Perseo con la testa di Medusa
scultura di Benvenuto Cellini
Firenze (nella Loggia de' Lanzi)


 

Perseo, dopo tante altre peripezie ritornò infine ad Argo insieme alla madre Danae ed alla sua consorte Andromeda per incontrare il nonno Acrisio.
Dopo vari anni felici Perseo partecipando sull’isola di Larissa ad una gara in onore del padre del re di Teutamide, nel lanciare il proprio Disco, colpì Acrisio , e l'uccise, a causa dei un forte vento che si alzò all’improvviso,  facendo così compiere la predizione.

 






Questa leggenda mitologica c'insegna due cose : 1° con il denaro si ha la sensazione di poter ottenere quasi tutto, anche le cose più improbabili, come l’amore, la longevità fin quando è possibile; 2° con il denaro non si può acquistare nè l’eternità , nè  evitare il compimento, già tracciato , del proprio destino ( il fato)

lunedì 3 settembre 2007

L'origine di tutto

Vuoi conoscere da che cosa ha avuto origine l’origine di tutto” secondo la Mitologia?
Eccoti accontentato.



La dea Nyx (il nuovo inzio delle origini)


L’origine di tutto è Nyx (la dea Notte), che aveva un aspetto di un uccello dalle ali nere. Fecondata dal “Vento” partorì un uovo d’argento nell’immenso grembo dell’oscurità.
La dea Nyx avvolta dal vento

 Dall’uovo uscì prepotentemente “ Eros “ (il dio dell’amore), che aveva le ali d’oro e come il padre ( il Vento) poté volare nell’universo. 
L'uovo d'argento partorito dalla dea Nyx nell'immenso grembo dell'oscurità

Eros all'interno dell'uovo d'argento

 
La prima cosa, che fece, fu quella di mostrare cosa v’era nascosto nell’uovo d’argento, cioè il mondo intero. Nella parte superiore dell’uovo c’era il Cielo, in quella inferiore la Terra.
Cielo e Terra furono spinti all’unione da Eros, in una mescolanza innaturale(Caos), modo in cui versavano i due elementi dell’uovo primordiale.
Caos primordiale generato da eros

 Da questa accoppiata si ebbe così la nascita di “ Oceano “ e di “ Teti”.
Il primo“ Oceano ” maschio, fu una divinità fluviale, che aveva una potenza generatrice non comune, tale che, dopo aver generato fiumi, torrenti ed il mare, continuò a scorrere ai margini della terra in un circolo ininterrotto e per questo motivo non era un luogo, bensì una corrente, che rappresentava la delimitazione e la separazione dell’al di là;
Oceano mare con tuute le sue bellezze e creature

 la seconda“ Teti ”, che era femmina e che rappresentava l’elemento acqua, era considerata la madre e la generatrice di ogni cosa.

Oceano e Teti primordiali


Oceano e Teti nei percorsi meno impetuosi procrearono i loro figli (i fiumi) e le loro figlie (le oceanine), da cui poi ebbe inizio la nostra esistenza.

venerdì 31 agosto 2007

Il Compianto del Cristo a Napoli


‘ E Gioielle D’ ‘A Chiesa ‘E S.Anna ‘e Lombarde
( noti pure il Compianto del Cristo del Mazzoni ed il Refettorio del Vasari)



Chiesa di Santa Maria degli Olivetani
anche conosciuta coma Sant'Anna dei Lombardi




Questa volta più di una curiosità storica, desidero farvi conoscere alcune delle tante bellezze artistiche e culturali della nostra amatissima Napoli, nascoste e quasi dimenticate, in una delle tante chiese da ristrutturare, purtroppo, non facilmente usufruibili per l’incuria e la cecità di chi sovrintende al ricchissimo patrimonio dei beni culturali ed architettonici della nostra Città.

Sto per iniziare a parlarvi della Chiesa Monumentale di S. Anna dei Lombardi a Napoli, che si trova precisamente a Piazzetta Monteoliveto, attaccata alla Caserma Pastrengo della benemerita Arma dei Carabinieri.
Originariamente era conosciuta come “ La chiesa di S. Maria di Monteoliveto e fu fatta costruire nel 1411 per volere del Protonotario del Re , Ladislao di Durazzo, Gurello Origlia, con annesso un convento, e fu affidata ai monaci Olivetani.(gli Olivetani erano famosi a quell’epoca, anche fuori del regno Napoletano, per gli ottimi prodotti che fabbricavano nella loro spezialeria, come il sapone, noto per la sua bontà e delicatezza sull’epidermide, tanto che era venduto a 24 carlini la libbra, cifra notevole per simile spezia
Dopo la cacciata dei monaci olivetani, per volere di Ferdinando di Borbone, quando ritornò a potere nel 1805, perché li ritenne collusi con la Repubblica Partenopea , il complesso monumentale passò alla confraternita di S. Anna dei Lombardi, che aveva avuto la propria chiesa, che era dislocata nelle adiacenze, semidistrutta, a seguito del terremoto del 1798
Della Facciata originale resta solo il basamento dopo un primo rifacimento fatto nel Seicento, e dopo le devastazioni del bombardamento dell’ultimo conflitto mondiale, si provveduto a restaurare per il momento l’ingresso, il “bell’Arco Catalano”, che la contraddistingueva e riproponendo nel 1955, ad opera di Salvatore Vecchione, la stessa lignea porta, un attento rifacimento perfetto dell’originale.
Il complesso fu particolarmente caro alla dinastia Aragonese, soprattutto al Re Afonso II d’Aragona ed ai più stretti collaboratori della casa reale , come il Piccolomini, Duca d’Amalfi, e Marino Curiale, che fecero erigere cappelle, altari e sepolcri, arricchiti poi nei secoli successivi da opere pittoriche (come affreschi del Vasari, di Pedro Rubiales, di Malinconico e di Solvimene) ed opere di scultura , ritenute il meglio dell’arte Rinascimentale Napoletana.
Tra i capolavori, che si trovano nella Chiesa di Monteoliveto, vi è il Grande gruppo suggestivo dello scultore Guido Mazzoni da Modena (noto pure come il Modenino), composto, originariamente, da Nove figure a grandezza naturale in una drammatica deposizione del Cristo morto.(ora se ne possono ammirare solo otto)
L’opera si trova sull’altare della cappella Origlia e ricalca altri due simili gruppi lavorati da Guido Mazzoni nella sua Modena ed a Padova (Busseto) e s’identificano come la pietà, mentre il gruppo napoletano, allestito in terracotta policroma a Napoli nel 1492, è detto “ “ il compianto del Cristo”,



il complesso  in terracotto de " il Compianto del Cristo"
opera realizzato da Guido Mazzoni, (detto il Modenino)



il complesso  in terracotto de " il Compianto del Cristo"
opera realizzato da Guido Mazzoni, (detto il Modenino)




poiché contiene espressioni realistiche di personaggi raffiguranti, figure celebri napoletane contemporanee dell’artista, quali il Re Alfonso II d’Aragona, Giovanni Pontano, Jacopo Sannazaro, Lucrezia D’Alagno (la favorita del Re Alfonso il Magnanimo), che interpretano la scena con un atteggiamento implorante, come pure lo sguardo, rivolto verso il cielo, della madonna, quasi a dire : “sia fatta la volontà di dio”
L’altro Gioiello che si può ammirare nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, è l’antico Refettorio dei Monaci Olivetani , poi divenuto sacrestia ed oggi sala di riunioni della Confraternita dei Lombardi , affrescato con opere pittoriche di primaria importanza dall’ aretino Giorgio Vasari .



Volta dipinta da Vasari nella sacrestia del chiesa
utilizzata come refettorio dai Padri Olivetani


Il Vasari, con la collaborazione di Raffaelino del Colle, adattò le volte, un tempo gotiche , a grottesche crociere che terminano in tre zone, ognuna delle quali è dedicata alla Fede, alla Religione ed all’Eternità, quasi a ricordare ai monaci che lì mangiavano, ciò che era richiesto alla loro vista per raggiungere la perfezione. Le pareti, infine, sono attorniati da meravigliosi stalli in tarsia lignea, prodotti da Giovanni da Verona , che riproducono alcuni monumenti rinascimentali di Napoli , compresa la facciata originale della chiesa stessa.






Stalli di legno che circondano le pareti della sacrestria degli Olivetani


 appartenenti alla chiesa di Sant'Anna dei Lombardi









'O Sciarabballe


'O Sciaraballo





A proposito di curiosità vuoi conoscere come si giungeva a Napoli dalle zone periferiche e dai villaggi limitrofi? Quali mezzi di trasporto si usavano per raggiungere il centro da queste località fuori porta e abbastanza distante dalla cinta muraria e daziaria?

Diciamo subito che il mezzo di trasporto pubblico, utilizzato dal popolo per spostarsi dall’entroterra napoletano per giungere in città, fu senza dubbio il cosiddetto “ Sciarabballo”
Lo Sciaraballo, reso famoso dalla canzone cantata ed interpetrata magnificamente dal cantante Mario Merola nella rappresentazione sceneggiata “‘O Zappatore” canzone, scritta e musicata da Albano e Bovio, quando e menzionato nei versi
(e i’ ca so’ scise ‘a copp’‘O Sciarabballo, senza cercà ‘o permesso, abballo i’ pure.)
Lo Sciarabballo nell’idioma popolare non è altro che la deformazione della traduzione francese della diligenza ( Char- à bancs ) che letteralmente significa carro con panche di legno parallele, tirato da animali ( cavalli od asini)
Prima dell’utilizzo da parte del popolo di questo mezzo di trasporto si andava a piedi o ci si accontentava di viaggiare con carri che trasportavano merci d' ogni genere od animali vari ( i carri bestiame).
‘E Sciaraballe erano anche soprannominati (‘E Cafuniere) perché generalmente erano stracolme di Cafoni ( popolani e contadini provenienti dai villaggi e località fuori porte della città, che venivano ogni mattina a commerciare con i residenti cittadini.)”
I Nobili( i ricchi) per spostarsi non usavano ‘O Sciarabballo . avevano propri mezzi di trasporto come carrozze , carrozzelle; la media e bassa borghesia utilizzavano bensì ‘o Rirote ( il calesse) per i brevi percorsi, mentre era a loro disposizione ‘A Diligenza, sorta di carrozza con panche imbottite di morbida lana o di piume, per quelli più lunghi ed era un servizio generalmente gestito da privati.
La Diligenza, quando divenne di pubblica utilità, fu chiamata “ OMNIBUS “ (dal latino = per tutti), divenuto più brevemente solo “ BUS “, da cui è avuto il FILO-BUS per indicare il mezzo di trasporto, che si muove per mezzo di un trolley collegato ad un filo della corrente elettrica ed infine “ AUTO-BUS “ che si sposta senza corrente elettrica, ma il suo movimento è dato dall'azione di un motore a scoppio alimentato da prodotti petroliferi ( benzina, gasolio o nafta)
Il primo servizio regolare di trasporto pubblico effettuato con diligenza (Corriera del tipo Sciaraballo) lo volle nel 1883 dal Sindaco del comune di Ponticelli , Antonio Bova “ e fu soppiantato nel 1890 quando fu istituita la ferrovia vesuviana, prima fino a Somma e poi fino a Sarno.
L’Era dello Sciaraballo terminò definitivamente, quando apparvero i Tram ( Vagoncini con ruote ) non più trainati da animali ma da motori alimentati dall’elettricità su un percorso prestabilito (i binari) nel 1910 con la compagnia tranviaria del Belgio che collegò le periferie quotidianamente con il centro.

Lucrezia D'Alagno


A proposito di Regine senza corona e che lo stesso hanno goduto di tutti i privilegi del rango, la storia ne è piena. La donna con o senza la corona ha sempre comandato, perché non si sa !
A Napoli né abbiamo avuto UNA, che ci seppe fare e come !
Fu una grande Regina di Napoli…..…Ma senza essere mai incoronata!

                       Te lo dirò subito, non sforzarti! 
                         E' solo una curiosità storica
E’ stata LUCREZIA D’ ALAGNO, figlia di Cola D’ Alagno, notabile del seggio del Nilo, che fu la Favorita del Re Alfonso il Magnanimo e non divenne mai regina, perché quest’ultimo era sposato con Maria di Castiglia, che malata e non avendo avuto figli, viveva in Spagna. Re Alfonso voleva incoronare Lucrezia, ma la doveva prima sposare e non ricevendo la dispensa papale, lo stesso l’elevò a rango di Regina e la faceva rispettare dalla Corte e dal popolo, come tale.

Lucrezia D'alagno
                                                             
Alfonso V d'Aragona
Re di Napoli






Regnò   per ben 26 anni dal 1433 al 1458.




Somma Vesuviana (NA) - il castello di Lucrezia d'Alagna (1440)
 poi passato ai de Curtis  
 Il palazzo della famiglia D'alagno , dove viveva la giovene Lucrezia quando incontro Alfonso V d'Aragona.


Statua ritenuta di Lucrezia D'alagno, detta "Statua parlante di madama Lucrezia"


 Una bella statua di Lucrezia d'Alagno, che ricorda la sua memoria, si trova a Roma  ed è nota come una delle più famose “statue parlanti" detta pure di Madama Lucrezia, che si caratterizza per essere l’unica figura femminile tra le sculture parlanti dell’Urbe.








L’opera si trova in piazza San Marco, è in marmo direttamente proveniente da Campo Marzio.
La statua fa riferimento all'avvenenza di Lucrezia d’Alagno, donna favorita da Alfonso d’Aragona re di Napoli, il magnanimo..
La statua è composta da un busto alto circa tre metri, che pare rappresenti Iside e fu regalata a Lucrezia proprio per la sua bellezza. e  fu collocata  a Roma e non a Napoli. 

 Lucrezia morì il 19 febbraio 1479 nell'isola d'Ischia ed il suo  cospicuo patrimonio fu diviso tra la famiglia e il monastero di San Domenico maggiore a Napoli.
Fu sepolta nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, a Roma, dove però non resta più né la tomba né la lapide.