mercoledì 5 agosto 2009

Storia di Chiaiano 21^ punt/consiglio di quartiere



Capitolo ventiseiesimo


CHIAIANO negli anni Settanta

Continua Nascono le Circoscrizioni


Nel proseguimento degli anni settanta i problemi della periferia, come ormai, Chiaiano, ne faceva parte ed era considerata, non vengono per nulla risolti, né tantomeno discussi od avviati ad una giusta soluzione, anzi si acuiscono, anche se un ben piccolo interessamento si ebbe dalla nuova Giunta comunale, retta dal Comunista Maurizio Valenzi, spinto dai dirigenti della locale sezione del PCI.

 
Sindaco di Napoli 

dal  27 settembre 1975  al 18 agosto 1983 –
 






Intanto tra le forze politiche locali trovano spazio nuove classi dirigenti, anche perché il tessuto cittadino non è più composto solo da contadini, agricoltori, operai, impiegati e commercianti, ma s’era arricchito di uno strato sociale nuovo, emancipato, evoluto, rappresentato da giovani eruditi, che erano andati a scuola ed erano desiderosi di far sentire il loro parere ed in alcuni casi sono definiti i professorini.
Non bastano più i soliti comizi per essere informati a fare politica, si fa pure con pseudo giornalini, stampati con un semplice ciclostile, che inondarono il quartiere con titoli, che richiamavano subito l’attenzione, come quello di “Chiarezza”, scritto dai professorini del Partito Socialista italiano, fuori usciti dalla locale Democrazia Cristiana, che spiegava il perché della loro confluenza nel partito socialista di Pietro Nenni, non riuscendo ad emergere dall’oligarchia e dall’egemonia della vecchia classe dirigente dominante, fatta di nomenclatura chiusa, che non desiderava per nulla fenomeni innovativi, né tantomeno partecipazioni giovanili al potere senza passare per la cosiddetta trafila dei portaborse.
Per i professorini dell’epoca s’identificarono il prof. Giovanni Feminiano, Sabatino Jodice ed altri non meglio noti e qualificati.
La risposta al Giornalino “ Chiarezza” non tardò e subito i Democristiani locali, quasi come una sfida, proposero il loro Giornalino, anch’esso in ciclostile con il titolo rappresentativo di “Fra noi “ per affermare che solo loro erano i depositari della rinascita civile del paese e della città, dopo la fase oscura monarchica laurina ed erano i soli difensori della libertà garantita dalla fede cattolica. Questo giornalino fu redatto dai vari, Vittorio Chiarolanza, Alfonso Montesano, Vincenzino Diodato. Vincenzo Pascale (detto Pisticchio)
Nel contesto giovanile dell’epoca, fecero sentire la loro voce perfino i comunisti, che erano rappresentati anch’essi da giovani intellettuali e non più ignoranti (come lo erano stati fino allora, perché provenienti dalla sola classe operaia e contadina) ma ben preparati ed informati delle vicende politiche, poiché avevano frequentato sia le assemblee cittadine delle sezioni, che quelle della federazione provinciale, dove si discuteva dell’impegno del partito sia in ambito nazionale che cittadino, e redassero e diffusero il loro punto di vista con un loro bollettino ciclostilato, con l'emblematico titolo “‘A Verità” per spiegare la reale situazione del quartiere e la mancanza di prospettive per il futuro dei giovani.
Facevano parte del cosiddetto circolo della nuova Gioventù Comunista Salvatore Vacca, Sequino Tarcisio, Napolano Salvatore, Lotti Giovanni, Ruggiero Giuseppe e tanti giovani emergenti, che non volevano sottostare al potere dominante retto dal sistema delle clientele e della raccomandazione.


In questo ambiente nuovo anche Chiaiano pretendeva di poter contare e pur sapendo che la nuova giunta poteva operare poco sui grandi temi politici, poiché doveva fare i conti con l’opposizione, non avendo una sua sufficiente maggioranza,
Dopo la prima fase sperimentale il decentramento amministrativo fu reso ufficiale con la prima Giunta Valenzi e pertanto con nomina diretta dei partiti politici rappresentati in consiglio comunale al 31,12,1977 per Chiaiano fu varata la seguente assise circoscrizionale(o meglio il Consiglio di Quartiere)

Aggiunto del Sindaco, (come allora si chiamava il presidente) fu nominato, come da accordo provinciale tra i partiti che sorreggevano la giunta, per Chiaiano, il socialista ,  il rag. Mannato Angelo.
I Consiglieri furono:
8 del PCI (Capuozzo Clara, Di Biase Felice, Martino Raffaele, Napoli Salvatore, Napolano Salvatore, Riccio Giuseppe, Sequino Raffaele, Vaccaro Biagio)
7 della DC (Cammarata Umberto, Del Core Francesco, Di Maio Stanislao, Di Maro Antonio, Moscariello Giuseppe, Pagano Enrico, Tomas Carmela)
1 del PSDI (Di Guida Biagio)
2 del PSI (Di Guida Vincenzo, Mannato Angelo))
 2 del MSI/D.N. (Di Marino Elio, Traverso Raffaele)
Furono costruiti gli scranni per i novelli consiglieri circoscrizionali ed il parlamentino locale fu allestito nei locali,  al piano terra del vetusto palazzotto municipale, Una volta, negli anni cinquanta erano stati utilizzatti come aule della scuola elementare mentre ora sede degli uffici demografici dell' Ex Comune di Chiaiano ed Uniti, al corso Umberto I, ora  denominato Corso Chiaiano. 
Per ogni seduta consiliare era esposta sul balcone al primo piano, del palazzotto municipale, la bandiera del Tricolore, in segno dell’ufficialità dell’avvenimento, e d’invito alla cittadinanza di potervi assistere.
Nei primi tempi ad ogni riunione di consiglio partecipava l’assessore competente, inerente all’ordine del giorno in discussione, od un suo delegato, invitato dall’aggiunto del Sindaco. Alcuni risultati interessanti si ebbero inizialmente e pareva che la democrazia, come sancita nella Costituzione Repubblicana, stesse veramente decollando, v’era partecipazione popolare alle sedute consiliari, pareva che stesse nascendo un nuovo modo di far politica.
Fu solo un pio desiderio, ma tutto tornò come prima, le delibere del Consiglio Circoscrizionale (anche se come previsto, erano solo consultive) non furono mai tenute nelle debite considerazioni, poiché gli assessori della giunta comunale disattendevano i pareri del Consiglio dei Quartieri, operando come se non ci fossero ed annullando così il loro effetto di partecipazione attiva popolare.
Non fu così per tutti i quartieri e cosi si giunse alla fine della legislatura dell’esperienza Valenzi svogliatamente senza una rivoluzionaria scossa, tanto, attesa e voluta dal popolo.
In quegli anni, assistiamo ad un fatto di cronaca, si dovette registrare il crollo di una palazzina di un piano in Via Chiesa a Chiaiano, a seguito di uno scoppio di fuochi d’artificio tenuti in deposito nella cucina nel basso al piano terra.


 
Muro che delimita crollo palazzina a via Chiesa

Così si pensò e si ritenne in un primo momento, ma poi si accertò la causa dello scoppio fu la deflagrazione di una bombola di gas difettosa. Nel crollo morirono la coppia che abitava il basso, trovata nel vano adibito a cucina, dove era collocata la bombola a gas e la bambina che abitava al primo piano, mentre il fratellino fu salvato perché tirato dalle macerie per il pronto intervento dell’intera popolazione chiaianese, accorsa in soccorso al primo rombo dello scoppio.
Sul luogo del crollo non si è più costruito e l’area tuttora è tutta transennata con un muro di cinta.









Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire

domenica 2 agosto 2009

la Nobiltà


Vuoi sapere come nacquero e si distinguevano i Nobili e quali corone cingevano per rappresentare il loro prestigio ?




La nobiltà ebbe il suo periodo aureo nel Medioevo.



tipi di corone per simboleggiare  il potere ed il dominio





Notizie dell’esistenza di tale casta se ne hanno già in periodo Greco, dove oltre alle famiglie reali esistevano i capostipiti, (il lavos) il ceto dei Nobili-Guerrieri, che rappresentava l’aristocrazia, che esercitava la sovranità, per conto del sovrano, sui territori conquistati. Famiglie aristocratiche greche furono gli Agiati e gli Euripontidi, che vantavano una genealogia divina.
A Roma la nobiltà era rappresentata dai Patrizi (Patres), che esercitavano funzioni pubbliche e ricoprivano tutte le cariche dello stato.
La famiglia aristocratica romana era caratterizzata dalla provenienza del capostipite, che doveva appartenere alla primordiale Gens Romana, che era individuata con il Nomen (quello gentilizio o agnatizio), dal Cognomen, che contraddistingueva la famiglia in seno alla Gens, preceduta da un Praenomen, che era il nome individuale. (Es.Quinto Fabio Massimo, dove Fabio si ricollegava alla Gens Fabia e Massimo era il nome della famiglia d’appartenenza Massimo e Quinto era il nome individuale).
I primi titoli nobiliari veri e propri sono assegnati da Carlo Magno, che conquistando nuove terre, n'affidava l’amministrazione ed il governo a propri comandanti fedeli, costituendo così i territori conquistati in distretti
militari di confine, in province e città.
I principali Titoli nobiliari furono collegati generalmente al territorio posseduto e sono rappresentati da uno stemma sormontato da una corona, costituita da un cerchio da posare sul capo (vera) sormontato da foglie d'acanto o fioroni d’oro, alternati da perle disposte in gruppi piramidali.



  Corona (vera) di Principe


sormantata da 8 foglie d'acanto o fioroni d'oro, di cui 5 visibili.



Il più alto titolo nobiliare è quello di Principe, il quale governa un territorio, denominato Principato (Es. Il principato di Monaco). La corona del Principe è caratterizzata da una (vera) sormontata da otto foglie d'acanto o fioroni d’oro, di cui cinque visibili (le due laterali si vedono per metà) alternate da altrettante perle (4 visibili). ,
D'eguale importanza troviamo il titolo di Duca costituito per la prima volta da Aboino, re dei Longobardi, quando nominò il nipote Gisulfo, Duca del Friuli, e poi in seguito con tale titolo furono nominati dei Duca, i governanti, dei territori man mano conquistati dei Longobardi che furono denominati Ducati (es. il ducato di Benevento, di Puglia, di Napoli, di Calabria). Cingevano lo stesso tipo di corona del Principe e nei loro territori erano soliti battere una propria moneta (il ducato).





Corona ( vera) di Marchese
sormontata da 4 foglie d'acanto, alternate da 12 perle
disposte in 4 gruppi piramidali ( ciascun gruppo è formato di 3 perle)



Il titolo di Marchese, la cui corona è cimata di quattro foglie d’acanto, di cui tre visibili (le due laterali si vedono per metà), alternate da dodici perle disposte in quattro gruppi piramidali, (ciascun gruppo è formato di tre perle), dei quali solo due visibili, era stato istituito da Carlo Magno, ed era concesso al comandante del Distretto militare di confine, la Marca. Le Marche in tutto furono otto (la Marca di Bretagna, di Spagna, di Spoleto, del Friuli, dell’Istria, della Norbaldigia e le due della Baviera).



Corona (vera) di Conte
formata da un cerchio d'oro cimato da 16 perle, di cui 9 visibili




Titolo nobiliare importante fu il Conte ed il suo territorio di competenza era la Contea, dove poteva esercitare il suo potere, sia amministrativo, che giurisdizionale, ma avendo l’obbligo della fedeltà e di fornire armi e cavalieri, quando il sovrano n'aveva bisogno per la difesa delle conquiste. La corona del Conte è costituita da un cerchio d’oro cimato di sedici perle di cui nove visibili.



Corona (vera) di Visconte
Formata da un cerchio d'oro cimato da 4 grosse perle
(di cui solo 3 visibili alternate da altrettante più piccole, visibili solo 2)




In Francia si ebbe la figura nobiliare del Visconte, un vicario del Conte, nominato da questo a rappresentarlo e poi a reggere una parte della contea. Il Visconte si poteva cingere di una corona cimata di quattro grosse perle, visibili solo tre, alternate da altrettante più piccole, di cui solo due visibili.



Corona (vera) di Barone
formata da un cerchio d'oro non cimato,
con sei giri di perle, che gli girano attorno, di cui  solo 3 visibili.



Infine durante l’Egemonia Normanna nasce il titolo di Barone, che, in principio, stava ad indicare genericamente il Feudatario ed il Vassallo del Sovrano, poi, con il disfacimento dell’impero carolingio i titoli nobiliari, tra cui anche il Barone, divennero personali e per questo diventarono ereditari. La corona baronale è un cerchio d’oro non cimato, con sei giri di un filo di perle, che gli gira attorno, del quale sono visibili solo tre.






 Corona (vera) di Patrizio
formata da un cerchio d'oro
cimata di 4 fiorioni (di cui 3 visibili)
alternatti da  4 perle (di cui 2 visibili)      







Corona (vera) di Cavaliere
formata da un cerchio d'oro
cimata da 8 perle di cui 5 visibili


I più bassi titoli nobiliari s’identificano in Nobile, e Patrizio, il primo poteva cingersi di una corona cimata di solo otto perle di cui cinque visibili, mentre il secondo poteva cingersi di una corona d’oro senza perle, ma cimata di foglie piramidali intervallata da piccole protuberanze sferiche.
La Costituzione italiana ha abolito i titoli nobiliari e quindi qualunque prerogativa collegata ad essi, anche se non è vietato usarli. Nel passato si è spesso considerata la nobiltà, che fosse stata ricevuta per grazia di Dio. In verità non è stata la grazia di Dio a permettere l’intraprendenza di un antenato a fare la fortuna di tutta la sua discendenza, ma alla circostanza di appartenere a quell’avo intraprendente, che ha avuto fortuna

La più importante corona del regno d'Italia, rimane sempre la Corona Ferrea, di cui si cinse la testa per la prima volta il primo Re d'italia " Berengario I "





La Corona Ferrea, Museo e Tesoro del Duomo di Monza





La Corona Ferrea fu cinta anche da Napoleone I  quando si proclamò Re d'italia.
La corona in realtà è un cerchio, composto di sei rettangoli d 'oro, uniti fra loro da cerniere nei quali sono incastonati complessivamente ventiquattro brillanti e ventidue gemme.  Viene definita " Ferrea ", perchè all'interno di essa vi è una sottile lamina di ferro rozzamente battuta , e che la tradizione vuole che sia stata ricavata da uno dei chiodi della Croce di Gesù Cristo.




Corona (vera) del Regno d'Italia
(Utilizzato dal 1861 Dai Re di Casa Savoia)
Ultimo Re che la cinse Fu Umberto II di Savoia






oContinuerà con altre curiosità  appena possibile,
è gradito un commento per incoraggiamento  se ritenuta interessante

martedì 28 luglio 2009

'E Spogliamuorte



Chi erano Gli Spogliamuorti


Furono una sorta di Commercianti dell’usato,
 che utilizzava dopo una prima cernita gli indumenti, che ricavavano dopo aver spogliato i cadaveri di coloro,  che morivano senza parenti, per lo più poveri ed indigenti negli ospedali, ubicati generalmente nei pressi

  Porta San Gennaro a  Foria
 della famosa porta San Gennaro a Napoli.
Porta San Gennaro era la cosiddetta porta, che gli abitanti della città attraversavano almeno una volta nella vita, poiché era quella, che conduceva alla sepoltura.
                                             
Per evitare contagi e lo svilupparsi di malattie con diffuse epidemie durante il periodo greco e poi,in quello romano era in voga l’usanza, che la sepoltura dei cadaveri avvenisse in aree fuori le mura della città (extra moenia), dove si approntavano appositi cimiteri per depositarvi le salme.
Queste aree erano individuate sotto la collina di Capodimonte, dopo aver attraversato la Valle dei Vergini all’interno di cave tufacee, scavate per ricavarne pietre per edificare case e palazzi. ( è Famoso il monumentale Cimitero delle Fontanelle)









Ingresso Cimitero monumentale delle Fontanelle

   


               

Interno cimitero delle fontanelle 
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Via Anticaglia (ex Vico degli spogliamuorte)



Quest’antico mestiere (lo spogliamorti), tramandato da padre e figlio era gestito dalla comunità ebraica di via anticaglia, nel vicolo oggi detto del Limoncello, mentre anticamente era noto come il vico del Giudei o anche degli Spogliamorti, perché lungo le sue pareti strette erano appese e vendute le vesti di coloro che morivano negli ospedali li attorno. Era un fiorente mercato, perché permetteva alla poverissima gente poter acquistare con pochissimo danaro abiti per coprirsi decentemente ed infine ripararsi dal freddo nei mesi invernali. Tutto ciò durò fino al periodo normanno – svevo, giacché nel 1541, durante la dominazione spagnola, per volere del Re spagnolo, Ferdinando il Cattolico, e di conseguenza in tutto il suo regno, gli ebrei furono espulsi dalla zona adiacente porta San Gennaro e sparsi un po’ dappertutto al di fuori della città, alcuni ripararono sulle alture del Monterone, presso il monastero di San Marcellino e Pietro, poi rinominato dei santi, San Marcellino e Festo,
Solo nel 1740 e per un breve periodo vi ritornarono fino al 1747, perché richiamati dai Re Borboni, che vollero ringraziarseli per averli finanziati nella guerra per la conquista del regno di Napoli e vi si stabilirono definitivamente nel 1831 per l’interessamento della nota famiglia di banchieri tedeschi “i Rothschild”, perché ebrei e che si erano trasferiti a Napoli ed avevano aperto la prima filiale della loro banca in Italia, che poi divenn il banco di Napoli.
I Rothschild ebbero un ruolo importante nella storia di Napoli, perché avevano elargito un cospicuo prestito al re Ferdinando I di borbone per la riconquista del suo regno dopo la caduta napoleonica nel 1821 e poi per aver finanziato Garibaldi ed il suo esercito nel prosieguo dei combattimenti fino al Volturno.






Continuerà con nuovi episodi di antichi mestieri Napoli, appena possibile
è gradito un commento

venerdì 26 giugno 2009

Storia di Chiaiano 20^punt/nascita circoscrizioni

Capitolo venticinquesimo

CHIAIANO negli anni Settanta


Nascono le Circoscrizioni ed il primo Consigli di Quartiere

I problemi d'ogni periferia, come quelli di un quartiere come Chiaiano, erano disattesi dall’amministrazione comunale in quegli anni, anche perché, pure se vitali e da essere risolti per i residenti, non avevano un interesse specifico e necessario, poiché erano ritenuti non urgenti, e considerati lontani dalla vita del centro città.  La loro soddisfazione incideva poco per far capovolgere i consensi elettorali, ormai acquisiti stabilmente dal potere dominante, clerico democristiano dell’epoca, che era subentrato a quello del precedente periodo laurino del filomonarchico Achille Lauro degli anni ’60, che si basava, per ottenere il consenso, facendo sviluppare il sistema delle raccomandazioni, del clientelismo più spudorato e del populismo più becero.

Sopraggiungendo una nuova classe dirigente ed un tipo d'informazione più capillare dei tempi, che stavano cambiando, per ottenere i fondamentali diritti sacrosanti, sanciti nella Carta costituzionale, non più solo enunciati, ma nella realtà, mai realizzati per il bene soprattutto della collettività. La Sinistra Napoletana nel 1975 ebbe il sopravvento, anche se con una maggioranza risicata, e iniziò così una stagione di speranza, che culminò con l’elezione a "Sindaco del Comune di Napoli" del Comunista, Maurizio Valenzi.
Alla metà degli anni Settanta iniziava così una stagione politica nuova, grazie pure alla legge n. 278 del 1976, l’istituzione del Decentramento Amministrativo Comunale, che prevedeva la suddivisione del territorio delle grandi città, capoluogo di Provincia, in Circoscrizioni, cui avrebbe dovuto corrispondere consigli territoriali, chiamati a rappresentare le esigenze ed il fabbisogno della relativa quota di cittadini di competenza.
La Prima volta gli elementi delle assise delle Circoscrizione, meglio noti in seguito come (Consigli di Quartiere) furono nominati direttamente dai partiti presenti in Consiglio Comunale in rapporto alla loro rappresentanza. Sì stabili quindi che Il territorio della città di Napoli fosse diviso in 20 circoscrizioni (quartieri) ed ognuno di esse dovesse essere composto da 20 consiglieri al minimo o 25 al massimo in relazione alla quantità della popolazione, che comprendeva.
Si ebbero Circoscrizioni con 20 Consiglieri di Quartiere ciascuna, anche le più piccole, come Chiaiano e San Pietro a Paterno, poiché,quando l’elezione avvenne direttamente dal popolo, queste ultime divennero composte di un consiglio di 15 soli componenti, mentre tutti gli altri 20.
Il primo presidente del Consiglio di Quartiere di Chiaiano con la funzione di "Aggiunto del Sindaco", fu nominato“ Gianfranco Ferrone, Socialista, (non era un Chiaianese doc, ma un immigrato degli anni 60, abitante e residente del Rione (Incis), di edilizia pubblica residenziale realizzato sulla collina di Via Tirone dall’Ing. M. Ridolfi).
I consiglieri nominati dalle sezioni locali di partito per la prima volta furono 20, in rapporto ai partiti, cosi com'erano rappresentati nel consiglio comunale di Napoli, quindi furono designati
6 Comunisti, Di Biase Felice (rappresentate di commercio – libri ), Sequino Raffaele (artigiano –sarto), Diodato Vincenzo ( rappresentate di articoli calzaturieri, poi sostituito da Zazzaro Michele – operaio aeritalia, subentrante a Diodato V.–) Riccio Alberto ( pensionato poi sostituito da Granata Giuseppe dipendente ferrovie dello stato subentrante a Riccio A. –), Martino Raffaele ( pensionato - rappresentante di S.Croce -), Napolano Raffaele ( commerciante );
2 Socialisti,  Femmiano Giovanni (Insegnante Elementare), Ferrone Gianfranco (impiegato. Beni Culturali).;
1 PRI - Orini Vittorio, (pensionato)
1 PSDI, -Marrone Salvatore (coltivatore diretto, rappresentante del Tirone).
6 - DC, Chiarolanza Vittorio( impiegato ente ospedaliero), Di Guida Tobia (imprenditore prodotti caseari), Di Maro Antonio (imprenditore edile), Moscariello Giuseppe (impiegato dell’Amm. Stato , Rusciano Giuseppe,(Agricoltore), Varriale Luigi, (Impiegato,rappresentante.Località Camaldoli), Del Core Antonio, (rappresentante Località Camaldoli)
2 - MSI, Traverso Raffaele (impiegato statale), Ruggiero Salvatore (Commerciante),
1- P.D.I.U.M ,Ruggiero Pasquale ,( detto pure muzio scevola - Commercialista);
1 - PLI, Sicchieri Gaetano (pensionato). *
Fu solo un’enunciazione di decentramento amministrativo, perché nella realtà il potere non fu mai delegato alle circoscrizioni, neanche formalmente.
I consigli di quartiere funzionarono solo come paravento del potere decisionale dei vari assessori della giunta comunale e pur essendoci infuocate assemble con grandi dibattimenti nelle aule dei parlamentini rionali, non potevano deliberare alcunché, poiché le loro decisioni conclusive avevano solo parere consultivo con il pretesto, che i rappresentanti politici presenti non erano stati eletti democraticamente e direttamente da consultazioni popolari, ma solo preposti e nominati dalle segreterie territoriali dei partiti.
Attraverso queste esperienze molti dei consiglieri di quartiere fecero le ossa ed ambirono poi a cimentarsi in competizioni politiche più importanti, come candidati a partecipare all’elezione dei Consigli Comunali, Provinciali, nonché Regionali.




Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile

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martedì 5 maggio 2009

La leggenda di Palazzo donn'Anna

Curiosità storica
Pallazo Donn'Anna già villa Sirena




    Palazzo donn'Anna Visto dal Bagno Elena a Posillipo





                                                   


Palazzo donn'Anna visto dal mare di Posillipo

                                             


Il Palazzo Donn'Anna è un maestoso edificio seicentesco in tufo di tre piani, rimasto incompiuto e mai ultimato, a causa del ritorno nel 1644 in Spagna del Vicerè Ramiro Guzman, duca di Medina Coeli, che fu promosso a Viceré della Castiglia. Il Palazzo, commissionato nel 1637 al grande architetto Cosimo Fanzago, fu fatto costruire in occasione delle nozze del Viceré Don Ramiro con la principessa napoletana Anna Carafa; 





Donn'Anna Carafa, Viceregina di napoli




che lo farà ricordare col suo nome nei secoli successivi.







 
Don Ramiro Guzman Duca di Medina Coeli

              










       










Palazzo Donn'Anna sorge direttamente sul mare, nella parte bassa di Via Posillipo, la strada costiera che attraversa tutta l'omonima collina, al suo posto preesisteva un altro edificio, detto La Sirena, di proprietà di Dragonetto Bonifacio, nominato per i suoi studi di alchimia marchese dall’imperatore Carlo V, che fu abbattuto e prima ancora era la residenza estiva delle regine di casa D’angiò,
Il palazzo, come detto, voluto dal Vicerè Ramiro Guzman e dalla duchessa Anna Carafa, subì danni durante la rivoluzione del 1647 (quello conosciuta come i moti di Masaniello) e con il terremoto del 1688. Nel Settecento fu sottoposto a restauro parziale, ma la restaurazione non impedì un suo stato lento e continuo abbandono, fino a quando subì ulteriori riduzioni a inizio Ottocento, durante il regno di Ferdinando IV di Borbone, per ampliare Via Posillipo, fu ridimensionata la facciata e fu parzialmente distrutta un’ala.
Il palazzo, in seguito, divenne una fabbrica di cristalli nel 1824, poi a fine secolo passò di proprietà della Banca d’Italia ed infine fu acquistato dai Capece Minutolo e poi da ultimo dai Colonna di Paliano.
La storia del palazzo è una serie di vicende molto travagliate, anche se la definita sostanziale trasformazione in rudere, ancora oggi si mostra imponente nel suo aspetto regale, che caratterizza fortemente la meravigliosa costa posillipina.

Il Palazzo Donn'Anna appartiene ad una delle più celebri leggende napoletane scritte da Matilde Serao..
Nelle credenze popolari, la leggenda della Viceregina Donn’Anna Carafa, viene confusa con le vicissitudini amorose e tanto discusse delle esecrate regine, Giovanna I d’Angiò e Giovanna II d'Angiò Durazzo,


Regina Giovanna I d'Angiò  

   










                      
 
 
 
 
 
Regina Giovanna II d'Angiò Durazzo
 
 

 
 

loro attribuite, che avrebbero commesso nell’omonimo Palazzo, quali ogni sorta di efferatezze e di lussurie, ritenute maestre di venefici e nello stesso momento turpi e bellissime femmine smaniose di amori e di sangue.
Nel Palazzo incontravano i loro giovani amanti, scelti fra prestanti pescatori e con i quali trascorrevano appassionate notti di amore, per poi ammazzarli all'alba facendoli precipitare nelle segrete sotterranee dell’Antico palazzo. La leggenda vuole che le anime di questi sventurati giovanotti tuttora si aggirino nelle austere stanze, affacciandosi al mare ed emettendo lamenti.
Iniziamo ad affermare che Palazzo Donn’Anna è un imponente edificio che si erge tuttora nel mare di Posillipo.Negli anni del suo più grande splendore dalle finestre del palazzo nei giorni di festa lampadari con tante luci si riflettevano nel mare circostante.
Nel mare attorno al palazzo durante le pompose cerimonie, volute da donn’Anna erano ormeggiate tante barchette adorne di velluti e di lampioncini colorati.
Alle magnifiche feste partecipava, perché invitata e voluta tutta la nobiltà spagnola e napoletana da Donna Anna Carafa, poiché la duchessa di Medina Coeli, si compiaceva attorniarsi di bellissime signore riccamente ingioiellate, che l’omaggiavano e l’adulavano ritenendola la più ricca, la più nobile, la più potente, mentre lei, sprezzante ed orgogliosa alteramente riceveva i suoi ospiti nel suo ricchissimo abito rosso tessuto in lamine d'argento.


Era uno spettacolo grandioso per quell’epoca tutto il ricevimento, che si svolgeva come un cerimoniale prestabilito, tanto che Donn’Anna in fondo al gran salone principale al primo piano aveva fatto montare un teatrino per allietare le feste, come l’esibizione per prima cosa di una commedia, poi di una danza moresca ed infine avrebbero avuto inizio le danze. Nella commedia, secondo la moda francese in voga in quei tempi, gli attori sarebbero stati dei nobili, tra i quali vi era Donna Mercede de las Torres, nipote spagnola della duchessa.
Donna Mercede era bella, giovane, nella commedia rappresentava la parte di una schiava innamorata del suo padrone, interpretato dal Principe Gaetano di Casapesenna, l'amante di Donn'Anna. I due recitarono molto bene e lasciandosi trasportare nell'ultima scena, quando i due dovevano baciarsi, lo fecero realmente e con molta passione, tutta la sala scoppiò in applausi, tutti applaudirono, tranne Donn'Anna, che impallidiva mortalmente dalla gelosia. I due ragazzi si innamorarono, scatenando l'ira di Donna Anna, poi un giorno Donna Mercede scomparve, si diceva che fosse stata presa da improvvisa vocazione religiosa e per volere di don Anna fosse stata chiusa in convento. Gaetano di Casapesenna la cercò invano, invano pregò, supplicò e pianse ma non la rivide mai più fino a che morì, giovane, inviato in un campo di battaglia come si conviene ad un cavaliere.



Ci saranno altre curiosità storiche


se ci tieni a conoscerle  lascia un commento , grazie

giovedì 2 aprile 2009

Toponomastica di Napoli


 Via Roma  - già  Via Toledo



Curiosità storica di Sasà ‘o Professore




  On. Paolo Emilio Imbriani
Sindaco di Napoli
Sfogliando la toponomastica della nostra città (Napoli) mi ha incuriosito e mi ha colpito, come è possibile, che il servilismo più becero fino alla sottomissione dell’autorità del regnante di turno, arrivi a far ridicolizzare una carica elettiva pubblica autonoma come quella di Sindaco, imponendo il proprio farnetico punto di vista, fregandosene del parere contrario dell’intero Consiglio Comunale.
Questo avvenne il 10 ottobre 1870 quando il Sindaco di Napoli in carica, On. Paolo Emilio Imbriani,



(a seguito del cannoneggiamento del 20 settembre 1870 delle mura Aureliane a Roma ed il loro abbattimento, che aprì la famosa breccia di Porta Pia, mentre i bersaglieri ed i fanti dell’esercito del re Savoia, Vittorio Emanuele II, conquistarono la città, e posero così fine al potere temporale del Papato e l’unità d’Italia fu ultimata con quell’atto e l’annessione ufficiale avvenne il 2 ottobre 1870 con un plebiscito), esultò non poco e dopo un aspro dibattito durato diversi giorni, decise con un ignobile compromesso, pur di averla vinta, di cambiare la strada cittadina, Via Toledo, l’emblema della passeggiata tipica dei napoletani, che la consideravano e, come lo è ancora tutt’oggi, la strada principale e più caratteristica della città, in Via Roma già Via Toledo.
La decisione sulla soluzione adottata spaccò l’intera cittadinanza e nacquero in tutta la città diversi comitati per ottenere il ripristino della vecchia intitolazione. In accesi contraddittori scesero in lizza personaggi letterati ed insigni storici di fama mondiale, come il professor Bartolomeo Capasso, che era sicuramente contrario, ritenendo pazzesco cancellare ben 334 anni di storia patria napoletana.
Via Toledo, infatti, fu inaugurata il 1536 dal Viceré spagnolo, Don Alvarez de Toledo, marchese di Villafranca, governando il re spagnolo, Carlo V., convinto assertore della magnificenza architettonica, ricca di una concezione e di un vivo desiderio di vedere abbellita ed ingrandita la città di Napoli, la capitale del Vicereame, da lui governata, anche per attrarvi e farvi insediare le nuove grandi famiglie feudali..

       
Don Pedro Alvarez  de Toledo
Marchese di villafranca del Bierzo


                                                  


Lo stesso Sindaco non poté fare a meno di riconoscere i meriti del Viceré spagnolo, anche se la sua proposta suffragata da una caparbia ostinazione deliberò il cambiamento, consegnando così il nome all’oblio toponomastico.



In città per evitare furiosi disordini, a seguito della sostituzione delle vecchie targhe stradali, (Via Toledo) con quelle nuove (Via Roma già Via Toledo) si rese necessario far piantonare la notte l’intero tracciato stradale da guardie municipali.
Il Sindaco, Paolo Emilio Imbriani, restò tale per pochi mesi ancora, fino alla sua morte fu apostrofato col seguente motto:

“ un detto antico e proverbio si noma,
dice : tutte le vie menano a Roma;
Imbriani, la tua molto diversa,
non mena a Roma, ma mena ad Aversa.”

(Ad Aversa c’era la struttura manicomiale più famosa d’Italia)

mercoledì 18 febbraio 2009

Storia di Chiaiano - 19 punt/lutto del !7/2/ 2009


Capitolo ventiquattresimo

 LUTTO A CHIAIANO

Scusate l'interruzione delle puntate sulla storia di Chiaiano, ma negli anni Duemila , esattamente  il 17 febbraio del 2009 è stato perpetrato un delitto che non ha pari nella nostra circoscrizione; l'apertura della mefitica discarica di tal qual.

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LUTTO CITTADINO proclamato dal Sindaco di Marano di Napoli per tutto il territorio di Marano e sul confine tra CHIAIANO MARANO, dove è stata aperta una discarica per rifiuti solidi urbani il 17 febbraio 2009 alle ore 2,30 di notte con uno schieramento di ingenti forze dell’ordine, quasi fosse la conquista, chi sa di che cosa?
E’ una pagina nefasta per la storia di Chiaiano, ma che dico di Napoli, verificatasi quando alla guida del comune governa una donna. Scelta più scellerata non si poteva fare, la storia lo racconterà alle generazioni future. L’incapacità, la cocciutaggine, l’impreparazione ha caratterizzato il periodo amministrativo della città durante lo scettro del comando concesso per la prima volta ad una donna, che fregandosi del parere contrario dell’assise cittadino, indicò le cave della Selva di Chiaiano, (unico ed ultimo polmone verde di Napoli) come sito per una discarica di rifiuti.

Non si può perdonare chi ha permesso l’apertura della discarica con l’inganno, con false giustificazioni, disattendendo le reali dimostranze dei locali cittadini onesti rispettosi della legge. La Natura e non la giustizia farà il suo corso producendo le adatte punizioni a chi ha perpetrato un tale affronto, imponendo con la forza una scelta scellerata, ne condivisa perché nociva alla salute dai residenti attuali, che prevedono danni irreparabili alle generazioni future.
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Continuerà e riprenderà con nuovi capitoli appena sarà possibile.
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire

domenica 15 febbraio 2009

Storia di Chiaiano - 18 punt/come si vestiva

Capitolo ventitreesimo

CHIAIANO
Come si vestiva e si mangiava negli anni dal 1961 al 1970


Dopo il periodo dell’arrangiamento che va dal 1950 a tutto il 1960, dove si vestiva alla meno peggio, come quello di utilizzare vestiti vecchi, che erano rivoltati e ricuciti con un diverso taglio da apparire come nuovi di zecca per l'abilità di sartine e sarti provetti.
Si utilizzavano, in mancanza di tessuti nuovi, vestiti militari smessi, come cappotti e divise usate dei soldati, nonché tendaggi militari, tute mimetiche, che bravissimi sarti riuscivano a confezionare pantaloni e vestitini per giovanotti con tali speciali tessuti, mentre maestre cucitrici, infine recuperando la stoffa dei paracadute, erano capaci di confezionare camicette, come fossero di seta, ed abiti per cerimonie religiose, (gli abitini bianchi per la prima comunione), vestitini per signorinelle.

Vistito di sposa confezionato con stoffa di paracadute







S'inventarono giacche a doppio petto per camuffare qualche vecchia magagna sottostante, che scompariva a seconda se la bottonatura era a destra od a sinistra, i pantaloni poi, erano con le pieghe ribaltate, in modo che una volta consumate si potevano rivoltare la piegatura, facendoli sembrare come nuovi.
Opera meritoria fu in quel periodo un antico mestiere napoletano esercitato a nero e che oggi è completamente desueto, tanto che se ne’è persa l’esistenza, e la conoscenza “‘o Rammariello
‘O Rammariello fu il primo ideatore delle cosiddette vendite rateali a domicilio,
La popolarità e precipuità della vendita, del “Rammariello”, era data dal fatto che, dopo la consegna della merce richiesta, riscuoteva al domicilio della clientela il pagamento della stessa passandovi una volta il mese; la riscossione avveniva con comode rate, piccoli esborsi, che anche i meno abbienti potevano permetterseli, ottenendo così buona merce con piccolo sforzo economico.
Il Rammariello, l’etimologia della parola deriva dal diminutivo di Rammaro, una volta, venditore di stoviglie ed utensili da cucina, tutti generalmente di rame, poi soppiantate con l’avvento dell’alluminio, e le sue vendite si tramutarono in altra merce, che diventò biancheria personale (camicie da notte, sottovesti, reggiseno, mutande) e biancheria da casa (coperte, lenzuola, asciugamani etc.)
Che dire delle scarpe, che si utilizzavano! Erano di un solo tipo per gli uomini con il cosiddetto mascariello, dove la tomaia terminava con una mascherina sovrapposta attaccata al resto della scarpa con una sottilissima cucitura di pelle, mentre sia al tacco, sia alle suole erano spesso apposte le famose “Centrelle” (bullette inchiodate sotto la suola o le “Puntette”, (mezze lunette sottili di ferro o di stagno per evitare un consumo precoce della suola).

'e puntette (salvapunte)


'e centrelle (slvatacchi)


Erano conosciute le puntette, come le salvapunte (in italiano) a forma triangolare metalliche, e si inchiodavano sulle punte della scarpa "mentre ’e centrelle" , di forma di mezze lune anch'esse metalliche erano inchiodate ai tacchi ,dette appunto salvatacchi, che evitavano il rapido consumo di queste due parti importanti della scarpa.


Nella metà degli anni sessanta comparvero in inverno le scarpe con la suola di crepe impermeabili, idrorepellenti per non far bagnare i piedi. (frutto di una prima ricerca di nuovi materiali per risolvere il problema della mancanza di materia prima, il cuoio animale)

Classiche scarpe con suola di gomma creps


In quell'epoca, infine, i ragazzi fino ai dodici e tredici anni erano castigati ad indossare pantaloncini corti, tenuti su da bretelle fisse cucite in vita, che li sorreggeva (‘e tirante), che specie in inverno lasciava le gambe infreddolirsi e soggette alle "serchie", (le ragadi) ed ad arrossamenti dolorosi, che si formavano all’interno delle cosce a contatto con i bordi degli stessi pantaloncini
Questo strazio per i meno poveri terminò con l’utilizzo dei pantaloni a zuavo, sorte di braca, che copriva la gamba fino allo stinco, terminante con un elastico su calzettoni con disegni romboidali, scopo questo, non per difendere le gambine dal freddo, ma perché nell’età dello sviluppo i coscioni dei giovincelli si coprivano di peli, ed erano sgraditi alla vista.
Ci si arrangiava come si poteva, avendo perso la guerra e per stare al passo del mondo civile ci accontentavamo di ciò che si trovava e perfino, le stoviglie (forchette, cucchiai e coltelli) ed i piatti erano di provenienza militare con il marchio U.S.A. 
 
posate in uso dopo la 2^guerra mondiale


 come pure le ciotole per il latte erano d'alluminio o di ferro (‘o sicchietielle), e poi la famigerata gavetta, e chi non li aveva conservati, o li aveva distrutti con l’uso, perché facevano parte della dote nuziale, i piatti , che si iniziarono ad utilizzare quotidianamente, erano  diventati di una lega di ferro ed alluminio, indistruttibili.
Tutto questo avveniva, perché fin quando si potevano utilizzare piatti e tegamini di creta o di coccio, e che necessitavano di una rudimentale riparazione, che effettuava   i famosi  maestri artigiani  “ Accongiapiatte e gli Accongiatiane”, allorché quelle stoviglie erano spesso scheggiati dall’usura o peggio si rompevavano.
Il cibo non era abbondante, ci si accontentava, si faceva forzatamente la dieta a base di verdure e prodotti della campagna, fave, finocchi, patate e pane di grano non burattato e molta frutta, quando si stava male, un po’ di pollo era una festa, la carne mancava, a parlarne costava troppo, era solo per i cosiddetti signori, la maggior parte della popolazione la consumava una volta a settimana spolpando specie quella, che rimaneva attaccata alle ossa, che era utilizzata per far il brodo di carne, un’acquosa brodaglia, dove ci si bagnava fette di pane raffermo. .
La prima colazione senza alcuna norma igienica si faceva con il latte munto direttamente dalle mammelle delle vacche e consumato, quando c’erano, con tozzole di pane cafone (Pane di grano non burattato o di granoturco, cotto nei forni a legna) rimasto il giorno primo. Il piatto più gustoso e che ti saziava facilmente reperibile, e che ci permetteva di sfamarci a pranzo , la sera e di mattino era (‘a Zuppa ‘e Fasule) la zuppa di fagioli, che si metteva a cuocere presto dalla mattina, giacché occorreva una cottura lenta e di parecchie ore.
Le nostre mamme, data la penuria delle varie scelte di derrate, c'invitavano a ringraziare il Signor Iddio, proponendoci che quel desinare era in ogni modo grazia di Dio, facendoci rivolgere il pensiero a quanti soffrivano la fame ed erano derelitti.





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Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire

giovedì 29 gennaio 2009

Storia di Chiaiano - 17 Pun/ Il tempo libero


Capitolo ventiduesimo

CHIAIANO – come si trascorreva il tempo libero
negli anni dal 1950 al 1970


Negli anni, che vanno dal 1950 al 1960, gli adulti di ambo i sessi a Chiaiano, dopo una giornata di lavoro, sia a lavorare nei campi, che a prestare la loro opera negli ospedali, come infermieri o portantini, inservienti, nelle poche fabbriche esistenti (come la manifattura dei tabacchi o nell’industria cotoniera) e sia chi esercitava il mestiere di tranviere o chi s’arrangiava a fare il venditore occasionale di frutta e verdura (‘o verdummaro, 'o fruttajuole), mentre chi non aveva una occupazione stabile, la maggior parte per guadagnar qualcosa, si dedicava a fare il manovale di muratore (come si soleva indicare a quella epoca “ievene a faticà dint’’a fraveca”). Generalmente la sera per le strade c’era il coprifuoco anche, perché erano per lo più stanchi e desideravano riposare all’interno delle loro case e andavano poi di buona ora a dormire per risvegliarsi l’indomani pronti a ripetere la routine di tutti i giorni. Gli scapoloni e chi senza figli, dopo una frugale cena, si ritrovavano per non annoiarsi nella propria abitazione,  o nella cantina (do’ Scuonceche, abbasce ‘o Municipie, o a quella do’ Cape ‘e Cecce ‘a Terravicine) e fra un bicchiere e l’altro erano soliti svagarsi facendo una partitina a carte con altri bevitori di vino e così sbronzi si ritiravano poi nei loro giacigli.
Si era agli inizi degli anni ’50, è tra un bicchiere e l’altro nell’osteria “Do’ scunceche” nacque l’idea di fondare anche a Chiaiano una Sezione del Partito Comunista Italiano, anche se alcuni dei convenuti erano già scritti, e lo erano gia affiliati nella vicina sede di Marianella.
La Nuova sede fu aperta a Polvica nella Piazza Nicola Romano e tra i fondatori ci furono, Sequino Gennaro, “’o pate do’ sarte, Di Vaia Luigi, conosciuto come "‘o Braciuolo", Sarnelli Francesco, detto“‘a posizione”, Riccio Alberto, noto come “‘Alberto o ‘ncazzuse”, Severino Francesco, detto Ciccio 'e cremente e noto pure come “core ‘e mamme”, don Vicienzo Izzo, detto "Macchione", Della Corte Antonio, detto 'o luonghe, Palladino Gennaro, detto semplicemente 'o palatine, Russo Francesco, con esperienza di prigionia americana era detto “'o diavole”, Priore Gennaro “‘o l’eletricista”, Di Bernardo ‘e reta ‘a treglia, Mele Mario “ ‘o scaricatore ‘e puorte” Nicola  Iodice“‘o Stagnare”,  Nicola Maiorana, -o verdummare, Don Vincenzo Brandi, 'o pensiunate, Pasquale 'e Stefane, coltivatore diretto di Giù alla fondina;  Luigi Cannone, -pensionato dei tram,.
Quest'ultimo ebbe un ruolo fondamentale per la tenuta della sezione, perché si impegnò a tenere aperta la sede l’intera giornata, facendola diventare punto di riferimento per l’intera collettività e nello stesso tempo (per le spese occorrenti per il mantenimento della sezione), e  per non  far pesare  il costo del fitto ai compagni iscritti,spesso privi di alcun salario, creò un banchetto all'interno della sezione, dove si effettuava la vendita di caramelle e giuggiole varie per bimbi a prezzi molto modici ed infine permetteva con una semplice moneta da dieci lire di poteva giocare una partita di calcio balilla per i ragazzi più grandicelli su un bigliardino simile a quello classico, (che era smaltato avente il campo da gioco disegnato su un cristallo temprato di  vetro, mentre quello tenuto nella sede del PCI di Chiaiano, era più rozzo e massiccio con uguali stecche di ferro, ma portavano infilati al posto dei giocatori ben disegnati, solo sagome di legno, che li raffiguracvano, (in poche parole era un bigliardino di calcio balilla proletario senza colori e le sembianze dei giocatori erano solo stilizzate).
Il Compagno don Luigi Cannone era molto stimato e ricordato da tutti i ragazzi della zona per le sue fantastiche interpetrazioni dell’aldilà, che lui esplicitava, affermando che : era bello andare all’inferno con il fuoco sempre acceso, specie in inverno, quando faceva freddo e lì si mangiavano sempre cose cucinate buone, come  pasta e fagioli con le cotiche, maccheroni con la salsa, braciole, salsicce, non mancava mai un buon bicchiere di vino e poi c’erano belle donne di spettacolo, ci si divertiva gratuitamente ogni giorno e solo la domenica Lucifero, il padrone dell’inferno, per pietà, concedeva agli angeli del paradiso un po’ di fuoco per far cucinare, per le vecchie bizzoche sdentate e per i bambini, un po’ di pastina in brodo.
Era una filosofia spicciola per sfatare gli slogan che ci propinava a quell'epoca la chiesa cattolica, che andava affermando che i comunisti ed i loro seguaci erano condannati a finire nell'aldilà dopo la morte negli abissi dell’inferno. Che dire della sua filastrocca, cantata con l’accompagnamento di tutti gli astanti col noto."tze tze”, rumore che si faceva strisciando il pollicce della mano destra sulla tavola  della sezione:
 l'ormai famosa  filastrocca  “ Ca se magnaje la zita li sette sere”.
I versi dicevono prassappoco così :

Ca se magnaje la zita li setti sere quanno si mmaritò!
'a primma sera ... 'na Nzalata ncappucciata, 'nu capecuolle e  'na supressata
......e pe fenì'.... duje turturine cu mieze picciuncine:
li siconne sera  .....duje Picciune mbuttunate, ' 'na nzalata -ncappucciata , nu capecuolle e 'na supressata    .......e pe fenì ....duje turturine cu mieze picciuncine;
li terzi sera...... tre Cetrole e tre Palumme a testa,  duje picciune mbuttunate, -na nzalata ncappucciata,, -nu capecuolle e -na supressata,   .....e pe fenì ....duje turturine cu mieze picciuncine;
la quarti sera....  diece casce 'e Maccarune se magnaine mieze  crure,  quatte ranate buone spaccate,  ... -na nzalata ncappucciata, -nu capecuolle e na supressata,tre cetrole e tre palumme a testa, duje picciune 'mbuttenate,    e pe fenì. ....duje turturine cu mieze picciuncine;
la quinta sera..... Quatte stoppole 'e marenare, seje anguille sflilettate  dinte all- acite 'nzuppate ,...
 -na nzalata -nacuppucciata,, -nu capecuolle  e -na supressata,. diece casce -e maccarune se magnaine mieze crure, quatte ranate buone spaccate, .....e pe fenì.. duje turturine cu mieze picciuncine;
La sesta sera......sette Valle cantatore  c'abballavene cape e core, nove piecure muntature
se magnajene cuotte e cure ....... 'na nzalata-ncappucciata, 'nu capecuolle, 'na supressata, diece casce 'e maccarune se magnaine mieze crure, quatte ranate buone spaccate, quatte stoppole 'e marenare, seje anguille sfiulettate dint'all'acite nzuppate ...e pe fenì duje turturine cu mieze picciuncine,
La settima sera...'na Fellata e 'na Tagliata,
'na nzalata ucappucciata, -nu capecuole e -na supressata, sette valle cantatore c'abballavene cape e core, nove piecure muntature se magnine cuotte e crure  quatte stoppole -e marenare , seje anguille sfilettate  dint-all-acite 'nzuppate,  diece casce -e mmaccarune se magnaine mieze crure, quatte ranate buone spaccate e  po...pe caccià lu cuoppe 'e cunfiette, ca, la zita, se l'ere mise 'mpiette, capriole dint''o liette, : mamma mie, alluccaje che d'è stu capitone dint' 'a lenzole, chiudette 'la porta pe' favore, ma areta  'a porta appriparate  'nce stev'astipata,  'na rannissima paliata .
'Accussì fernesce la serata, de la zita li setti sere ca s'era spusata.
Quanne po' lu povere priore
saglie 'ncoppa 'a bintun' ore
truvaje dint'o cunvente 'e moneche cappuccine
ca futtevene  pe' dint' 'o ciardine
aizannese sule 'o mantesine
e diceveve stamme  cuglienne  'o petrusine
sotto  'e sepe e sotte 'o mure ,
pecchè aimme regnere 'e cufenature .

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Dopo la nascita del PCI di Chiaiano,
che rappresentava l’intera circoscrizione, che comprendeva il centro del paese ( Chiaiano)  fino al borgo di Santa Croce e dei Camaldoli, quasi come risposta, all’organizzazione proletaria sorsero in occasione delle elezioni comunali e provinciali, le distaccate sezioni del Msi,  il primo segretario locale fu un certo Smeraglia, medaglia d'oro a valor militare, del Pmp, Partito Monarchico Popolare,  Psdi, Pri, giacchè le locali sedi della Dc ed del Psi, già operavano da qualche anno, essendosi costituite le rappresentanze durante le prime elezioni a carattere nazionale, tenutesi dopo la proclamazione della Repubblica italiana nel 2 Giugno 1948, per eleggere gli elementi del Primo Parlamento Italiano (i Deputati ed i Senatori). Si tenevano con l’approssimarsi delle consultazioni elettorali, nelle poche piazze e negli spazi larghi o agli angoli delle strade, comizi, riunioni all'aperto e convulsamente si discuteva di politica, come affrontare i problemi del quotidiano, l’aumento del costo della vita, del lavoro, che non c’era, e tante altre problematiche, che sono continuate fino a nostri giorni senza essere mai risolte.
I giovani d’allora provarono a cimentarsi nell’arte del teatro ad organizzare spettacoli, improvvisandosi cantanti, attori e qualcuno anche a fare il comico, il macchiettista.
Non essendoci sale teatrali si sfruttavano i locali adiacenti le parrocchie, quella di Polvica, come la famosa congrega dell’Immacolata, dove si svolgevano le riunioni dei confratelli (‘e papute, alias gli incappucciati) o la sacrestia di San Giovanni a Chiaiano. Da tali spettacoli improvvisati  emersero dei veri artisti, come Guglielmo Chianese, divenuto il famosissimo cantante, con il nome artistico di Sergio Bruni, poi  negli anni successivi i vari cantanti, Enzo Cortese, Dante MIcacchi, che prese il nome d'artista di Dante Lauri, l comici, Salvatore De Matteis e Guglielmo Esposito,  grandi interpetri nelle parti di Sarchiapone e Strazzullo della commedia, de " la cantata dei Pastori " e tanti altri, che si persero le tracce nel mondo dello spettacolo.
Intanto la popolazione si moltiplicò, grazie anche alle leggi fasciste, che avevano instaurato il premio di natalità e la tassa sul celibato,  per effetto delle quali si ebbe un incremento moltiplicatore nella popolazioni con moltissimi nascite.
Negli anni dal 1960 al 1970 le famiglie con molta prole furono numerose e pertanto occorrevano tante nuove necessità, mai pensate prima, come una buona istruzione, una buona alimentazione, una buona vestizione, come quella che provvidero a confezionare sartine provette seguendo la moda, attraverso i modelli, chiamati figurini, che le riviste apposite riproducevano delle nuove acconciature, proposte con foto inedite a seguito delle grandi sfilate, estate ed inverno tenutesi nelle grandi città, come a Roma, a Milano. (  Tali riviste vendute nelle edicole dei giornali avevano per titolo :      “Mani di fata"," Sorrisi e Canzoni", "Milano veste", "Piazza di Spagna")
Dopo un primo momento di svalutazione della Lira, si passò dal sistema centesimale (quando con 20 centesimi alias 4 soldi, ci si poteva fare colazione, con 50 centesimi del valore di mezza lira ci si poteva permettere un pranzo completo)
Moneta da 20 cent, ( il 4 soldi)

Moneta da 50 Cent. ( mezza Lira)





 a quello decimale, dove la lira, prettamente cartacea passo specie per gli spiccioli in metallica.
Monete da 1, 2, 10 e 5 Lire metalliche coniate negli anni 1950

Moneta metallica da 50 lire (tipo di nikel)
Moneta metallica da 100 lire ( tipo nikel)

Fece epoca , infine l'emissione della cinquecento Lire  coniata in argento e come pure d'argento  fu coniata nel 1970 quella da mille Lire, che furono ben presto tesaurizzate  e non se ne trovarono in circolazione.



Moneta da 500 lire ( Le Tre caravelle di Colombo)

Moneta da 1000 d'argento


Oltre alle lire di carta negli ultimi tempi fu coniata una moneta del valore di 500 Lire con una emissione antifrode bimetallica.

Moneta da 500 lire bimetallica (detta antifrode)






 finchè nel 2002 con la nascita dell’Eurolandia utilizziamo per assolvere ai nostri bisogni l’Euro, sia come moneta metallica da centesimi( di Euro 1, 2, 5. 10, 20, 50, e 1 e 2 euro o utilizzando cartamoneta da 5,10,20,50,100 200, 500 euro (ma questa è storia dei nostri giorni).
Dimenticavo in quegli stessi anni era in vigore una carta di credito speciale, che potevano utilizzare per lo più il ceto più povero e bisognoso la famosa “cartuscella” , che il Salumiere o il pizzicagnolo (‘o putecaro) era solito concedere a chi non si poteva permettere il contante immediato, perché non ne disponeva abbastante per sopravvivere e si acquistavano i beni di prima necessità a credito, prodotti, il cui prezzo era  annotato su un pezzo di carta, che era utilizzato espressamente per avvolgere la spesa di coler celeste lavagna, dal proprietario del negozio e consegnato come copia all’acquirente, lo stesso resoconto era trascritto, poi, con la data e l’importo concesso su un suo libro dei crediti.  A fine dell'anno il debito era  saldato, quando i debitori prendevano la tredicesima o quant’altro.
Nel Caso di perdita della cartuscella, il salumiere (‘o putecare) ne compilava un’altra e spesso, poiché si trattava quasi sempre di povera gente analfabeta, era solito sbagliare a riportare le cifre ed l'ammontare del debito a suo vantaggio.








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