giovedì 10 giugno 2010

Dopo l'incontro con Vittorio Emanuele II


Narrazione storica dopo l'incontro immaginario con 
Vittorio Emanuele II
( del mio amico Tore Castagna)



 Chi Furono  i Savoia   - Umberto I


Finalmente, sei arrivato! Ti stavo aspettando, me ne stavo andando! Da quando hai telefonato: chiedendomi di aspettarti qui davanti alla Banca d’Italia, a Piazza Municipio, poiché saresti giunto di lì a poco, mentre in realtà sono passate alcune ore!”

 
Piazza municipio come era nel 1912






Piazza municipio come era fino al 2000








 
Piazza municipio come sarà 
dopo il  2015 a segui to degli scavi del metrò




Hai incontrato qualcuno durante il tragitto, o ti sei fermato a mirare qualche altro antico monumento, come al tuo solito?”
“Caro Sasà” rispose il mio carissimo amico ed ex collega di lavoro, Castagna Tore: “ la verità è che, dopo aver immaginato d’aver incontrato Vittorio Emanuele II, che mi chiedeva di te, e voleva sapere come mai ti era passato per la mente di scrivere quelle notizie storiche, che denigravano la sua imponente figura, come padre della Patria e quale uno dei principali fondatori della nazione Italia!"
Gli controreplicai: “Veramente! Fammi sapere ti ha parlato di me e come ha vissuto il dibattimento del mio immaginario processo?”
Prima di rispondermi, passò a giustificare il suo ritardo, adducendo che, dopo aver attraversato Piazza del Plebiscito, fu attratto a mirare Piazza Trieste e Trento, crocevia di tre importanti assi viari, che, prima della dinastia dei Savoia, si chiamava Piazza San Ferdinando, attualmente, è nota come la “ Piazza del Carciofo “, per il fatto che al centro della piazza c’è una vasta vasca circolare, in cui cade dell’acqua, che zampilla da gettiti vari, che fuori escono dalla corolla di una gigantesca “Carcioffola“, ideata e costruita dall’ingegner Fedele Comiti, e che fu voluta negli anni ’50 del XX secolo dall’allora “Sindaco di Napoli”, Achille Lauro, di tendenza monarchica, dopo aver eliminato delle altissime palme, che tanto refrigerio donavano durante la calura estiva ai viandanti con la loro ombra.



Piazza Trieste e Trento - già Piazza San Ferdinando
 piazza della Carcioffola




Ingresso Principale della Galleria Umberto I - in Via San Carlo


Il suo itinerario proseguì imboccando Via San Carlo e salendo i gradini della grandiosa "Galleria Umberto I", ed a passo svelto l’attraversò per fare prima. La galleria, un’opera imponente, che è definita una delle più belle dell’ingegneria in ferro e vetro, di moda nel periodo di fine Ottocento, come lo dimostra altre simili opere, come la Torre Eiffel a Parigi, la Stazione ferroviaria di Milano, il Teatro Goldoni di Livorno.







Interni Galleria Umberto I di Napoli





Umberto I di Savoia - Re d'Italia

La galleria di Napoli, costruita per volere governativo dopo il colera del 1884 e lo sventramento, (passato poi alla storia come “ il Risanamento di Napoli” al tempo del mitico Sindaco napoletano “ Nicola d’Amore”),

 
Il sindaco di Napoli, Nicola Amore, quello del risanamento



che era piena di una miriade di vicoli malsani, che circondavano l’insieme di palazzi, casupole e malfamate taverne esistenti nella zona.
Il caro amico, Castagna continuò a dire: “è stata una dolce passeggiata senza correre, anche se, c’era uno scocciatore come te che mi aspettava”. “Sappi che il Sovrano Sabaudo, Vittorio Emanuele II, era furibondo nei tuoi confronti e m'intimava che, quando ti avrei incontrato, saresti dovuto andare a rileggere la storia, perché non era andata tutta come l’avevi descritta”. “Il tuo resoconto è frutto di pregiudizi antimonarchici, essendo tu nato e vissuto durante la Repubblica democratica italiana.”
Gli risposi un poco risentito: “Ti ha fatto intendere che sono uno storico sovversivo all’autorità costituita d’ogni tempo, anche dell’attuale, perché non sono propenso ad accettare decisioni, che ritengo, nefande ed ingiuste, (come le guerre), perché prive della preventiva condivisione del popolo, che, a ben ragione, dovrebbe essere il vero sovrano (come è sancito nelle Costituzioni democratiche dei paesi civili che, poi, nella realtà non conta mai nulla).”
“Giacché ci siamo, andiamo a sederci da qualche parte e chiariamo bene la questione, fermiamoci un momento ci prendiamo un caffè e discutiamone”.
La mia asserzione spiegai: “Non sono prevenuto, prima di tutto, commento i fatti della storia nel loro verso giusto, così come appaiano, senza mettere, né levare!”
“Come te lo spieghi, che la Dinastia dei Savoia fu cacciata dalla nazione Italia con ignominia senza appello nel lontano 2 giugno1946 con un vero democratico, Referendum!”
“Se non lo sai, te lo dico io: per una serie d’avvenimenti iniziati, già dopo la morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio del 1878. Gli succedette il figlio Umberto, già riconosciuto principe ereditario.





Divenuto Re del regno d'Italia, come Umberto I, e Re di Savoia come Umberto IV, regnò (dal 1878 al 29 luglio 1900), continuando a governare con la stessa autorità paterna il giovane territorio italiano unito, praticando una dura politica di conservatorismo dei privilegi riservati alla sola nobiltà ed all’aristocrazia. Permise azioni, che soffocavano manifestazioni di protesta, verificatesi come a Milano (il massacro, operato del generale Cesare Bava Beccarsi, degli operai, guidati dai socialisti durante i moti popolari, contro l’iniqua tassa sul macinato)
Barricate a Milano, rivolta comtro la tassa sul macinato 

Generale Cesare Bava Beccaris




                                                                                                                                                                                     

od in Sicilia (con la proclamazione dello stato d’assedio, a seguito della Rivolta dei Fasci siciliani).
 
Fucilazione degli oprai del Fasci Siciliani 1893




 Durante il suo breve regno, Umberto I, comportandosi dispoticamente, fu vittima di due diversi attentati, il primo a Napoli, il 17 novembre 1878, per merito dell’anarchico repubblicano lucano, Giovanni Passannante,





Giovanni Passannante
          


                                                                                                                                            che gli procurò solo una leggera ferita ad un braccio, sferratagli con un coltello. 
Dopo quell'attentato, si assicurò con i "LLOYD di Londra" in caso di Morte e tale polizza assicurativa ebbe un ruolo su alcuni sviluppi della dinastia del Savoia, che scopriremo in seguito. L’altro, quello fatale, avvenne, infine, per opera di un altro anarchico insurrezionale repubblicano,


Gaetano Bresci




il pratese Gaetano Bresci, che gli sparò a bruciapelo quattro colpi di pistola, mentre stava presenziando ad una cerimonia di premiazione di un concorso ginnico sportivo, che si teneva nella città di Monza. La sua morte, avvenuta il 29 luglio 1900, destò gran commozione in tutto il paese e nel mondo, poiché era ritenuto un Re Buono, per via del suo atteggiamento umanitario, dimostrato nel fronteggiare la grave epidemia di colera a Napoli del 1884 prodigandosi personalmente nei soccorsi, pronunciando la frase 
“ a Pordenone si fa festa, a Napoli si muore, vado a Napoli.” (epigrafe ricordata con una lapida di marmo commemorativa sullo spazio antistante il Ponte della Sanità sul Corso Amedeo di Savoia, a Napoli) .
 

Lapide per ricordare Re Umberto I di Savoia col frase:
                            " a Pordenone si fa festa, a Napoli si muore, vado a Napoli "



Il caro amico Castagna, dopo aver ascoltato il mio riferimento storico di fine Ottocento, annuendo mi fece intendere che condivideva le mie convinzioni, per ciò, che i Monarca rappresentavano, non essendo espressione e scelta diretta della volontà del popolo amministrato, e sono, per lo più, despoti arroganti senza controllo, né limiti, agendo spesso col loro impudente arbitrio.
Senza fermarmi, continuai la narrazione degli avvenimenti succeduti con l’avvento del nuovo sovrano. Morto Umberto I, gli successe l’unico figlio, Vittorio Emanuele III, che era stato già nominato principe di Napoli fin dalla nascita, perché nato in questa città, il 11 novembre 1869, e nel frattempo era stato designato erede al trono del regno d’Italia.





 Vittorio Emanuele III , Re D'Italia


Vittorio Emanuele III di statura bassa e mingherlina, frutto della consanguineità dei suoi genitori, che erano cugini di primo grado. Pur essendo un po’ bruttino e di gracile costituzione, era dotato d’ingegno vivace e di una grande cultura umanistica integrata da conoscenze scientifiche di primo ordine e da studi sul diritto civile amministrativo, costituzionale ed internazionale. Aveva come hobby lo studio della numismatica, cui dedicava la maggior parte del suo tempo libero, inducendolo a scrivere una magistrale opera sull’argomento “ Corpus Nummorum Italicorum”. Salì al trono, nei primi giorni d’agosto del 1900, dopo aver giurato fedeltà l' 11 dello stesso mese sullo statuto Albertino nell’aula del Senato davanti all’allora Presidente del governo, Giuseppe Saracco.
Vittorio Emanuele III - detto Sciabulella
                                                

Vittorio Emanuele III, meglio noto a Napoli, come "sciabulella ", per la piccola sciabola, che indossava, quando vestiva da militare e voleva apparire un Re soldato, mentre passava in rassegna le truppe schierate nelle manifestazioni ufficiali.
“Ti ringrazio per la dettagliata narrazione di storia, che ti confesso non conoscevo, anche perché non ci tenevo ad approfondirla”, mi interruppe il caro Castagna, ma dimmi, "che ci azzecca con la cacciata dei Savoia ed il Referendum del 2 giugno del 1946 con la proclamazione della Repubblica?”
Se non fosse stata fatta questa premessa storica degli avvenimenti”. Continuai a dire: “ il mio ragionamento, come chiarimento dello sviluppo degli eventi, non avrebbe senso e le memorie storiche rimarrebbero annebbiate di non so che di misterioso ed inesplicabile”

Andiamo con ordine, però, altrimenti perdo il filo.Eravamo rimasti a quando Vittorio Emanuele III fu incoronato Re e pur non essendo amante delle arti marziali, fu costretto dagli avvenimenti e da una politica d’espansione ad intraprendere continuamente a fare guerre od a far partecipare l’esercito italiano in ogni continente, quello asiatico, africano, come guerre in terra di Russia,  come la guerra in albania e alla Grecia  solo con lo scopo di dare prestigio al novello stato dei Savoia.



Continua con altre puntate fino ai nostri giorni 
con casa Savoia
é gradito un commento se interessante .

sabato 8 maggio 2010

'La Mamma

E’ qualche cosa di ammirevole una madre.
Altri possono essere buoni,
ma solo tua madre ti conosce !

E’ Lei che ti guida nella vita,
è Lei che vigila per te,
ti ama e ti protegge
ed ha per tutto un perdono.

Essa comprende e scusa
là dove altri condannano!

Fa’ un unico sbaglio:
quando chiude per il sonno
eterno gli occhi
e ti lascia solo in questo mondo!





(un omaggio a tutte le mamme, nessuna esclusa, ricordando la mia per sempre, che mi ha dato la vita e la gioia di viverla)

sabato 3 aprile 2010

Incontro ex alunni del


Premessa


Esistono nella fantasia del narratore due personaggi, che rappresentano la perenne contraddizione dell’uomo:
“ Il Professore “ alias il bancario, serio attempato, conoscitore di tutto ciò, che serve per vivere una vita tranquilla, evitando, quanto più può gli imprevisti – il suo motto è: -- prevenire, programmare tutto e prima;
“ Sasà “ alias il sognatore, la fantasia, sempre in cerca della verità, che non si arrende mai, perde spesso e continua a sognare una società migliore, più giusta – il suo motto è: -- la speranza è l’ultima a morire.

“ 28 Giugno 2003 “

Prof. : “Ti stavo aspettando, Sasà ! Dimmi, desidero tanto sapere com’è andata? Sono sicuro che ti sarai emozionato, dettagliami, sono curioso di conoscere come ti sei comportato? ”
Sasà : “Pruvessò, faciteme assettà dint’’a Machine, sto’ ‘nu poche stanche, sto’ venenne a pere ‘a vasce Miezucannone! Me l’ere scurdate! Chella è ‘na piezze ‘e sagliuta appesa, abbastanza longa! ”
Prof. : “Ti ho lasciato poche ore fà ed eri tutto eccitato, eri pieno d’energia. Era un po’ di tempo, che non ti ammiravo così pimpante. Mi sembrava che dovevi andare a conquistare Trieste e Trento? ”
Sasà : “ E’ inutile ca sfuttite! Mettite in moto ‘a machina e ve conte tutte chelle ca è succiese, speranne ca nun me scorde niente. Ve voglie descrivere ogni cose. Comme si fosse ‘nu film, comm’ ‘a ‘nu suonne doce, ca po’ scetannete, è diventate rialtà. Tante a vuje nun pozze annasconnere niente. Mi dà sule ‘o tiempe ‘e mettere ‘nu poche ‘e ordene ‘ncapa e ve facce vivere pure a vuje chesta serata, ca pe’ me rimarrà indimenticabbele,
irripetibbele. Jamme per ordine “.

Prof. : “ Sasà! Non fare il pesante! Non hai fatto nessun’opera d’arte! Quello che hai fatto stasera, lo hanno fatto tante generazioni prima di te! “
Sasà : “Pruvessò! Si nun ‘a fernite ‘e sfruculià’, me sto zitte e nun ve diche cchiù niente, accussì ve ‘mparate ‘e fa’ ‘o superuomo! “
Prof. : “ Scusa Sasà! Non Volevo minimamente sottovalutare o denigrare la bellissima serata, che sicuramente hai vissuto. Volevo solo evitare il tuo solito tergiversare e partire da lontano, perché, tu lo sai, sono sbrigativo e mi piace subito entrare in argomento. “
Sasà : “Pruvessò! Allora accumence! “
Prof. : “ Vai! Sono tutt’Orecchi! “
Sasà : “Dunque: doppe ca ve lasciaje a Piazza Miraglia, arò parchiggiaje ‘a machina, e (doppe ca pigliaje ‘a cartellina, c’ere chiena ‘e fotocopie de’ ‘e doje fotografie ‘e 40 anne fà, c’aveveme fatte dinte ‘o curtile da ‘a scola, e ‘nce teneve pure delle schede ‘a fa regnere a chille ca sarriene venute a chiste speciale appuntamente), comme faceve quarant’anne fa, me ‘ncammenaje verse ‘a scola. ‘A sapite l’Istituto Tecnico Commerciale ad indirizzo Mercantile “ A. Diaz ” a Via dei Tribunal!. Mita credere, Pruvessò! ‘O core me sbatteve, nun sapeve si eve essere felice o amariggiate, pecchè aveveme fatte passà’ tante anne, primme ‘e ‘nce ‘ncuntrà’.”
Prof. : “ Continua! Sono tutt’Orecchi, non ti fermare. Mi piace che non trascuri i particolari. Vai avanti, te ne prego! “
Sasà : “Pruvessò : nun me pareve overe!, A luntane vedette ca stevene tutte ammucchiate ‘nanze ‘o cancielle aro se traseve. Penzaje! Me stanne aspettanne! Jo, faccenne finte ‘e niente, continuaje a cammemà’, ma subbete me ricunuscettene e accussì accuminciajene ‘e saluti : come staje? Non sei per niente cambiato! La cosa, però che mi sorprese cchiù ‘e ogne cose, fuje chella, ca ‘nce accunèminciaime a vasà’ comme s’ausa mo’. Cosa impensabbele quarant’anne fa! “
Prof. : “ Sasà, sei rimasto interdetto? Tanto che stavate facendo di male? Eravate ormai anziani, ma che dico vicchiazzuoli. Forse all’epoca vostra non era di moda, come lo è adesso per i giovani, che quando si vedono, anche senza conoscersi, si baciucchiano sulle guance.”
Sasà : “ No! Pruvessò. Me pareve strane, pecchè, quanne ereme nuje giuvene, era ‘na cosa, ca facevene sule ‘e fidanzate. Me pareve ca aveveme perze ogne inibizione. Me convinceve, però, ca ‘e tiempe erene cagnate, ere l’ebbrege ca ‘o permetteve. Ed jo, allora accuminciaje a vasà’ a tutte quante, femmene, uommene, marite, mugliere. Pruvessò, m’avite credere, nun nce capette niente, tante ere ‘a gioia ‘e chillu mumente.”
Prof. : “ Sasà, li trovaste cambiati, invecchiati, o il tempo li aveva bene conservati? Scusami la battuta, insomma li riconoscesti tutti quanti?”
Sasà : “ Pruvessò, ‘o tiempe passate ere state buone cu llore, nun sacce si ‘o stesse ere state cummiche! Sicuramente, specie ‘e femmene s’erene accunciate pe’ l’occasione, ed erene tutte belle, coccheruna s’ere ossigenata, mentre l’uommene, ‘a maggioranza tenevene ‘nu belle stommeche, (pe’ nun dicere ‘a panza, ca se mette doppe gli anta). Chi teneve ‘a chiereca. Chi ‘e stempiature, coccherune teneve pure ‘nu bellu mellone, ma tutte vo’ pozze assicurà tenevene ‘a stessa fisiunumìa.”
Prof. : “ Incominciò così nel miglior modo la rimpatriata dei QUARANT’ANNI DOPO, e poi
Sasà, continua, m’incuriosisci. Mi fa piacere per te, per l’accoglienza, che ti avevano riservato, pensavi forse che t’avrebbero respinto o cacciato? Se non sbaglio eri e sei rimasto un bravo ragazzo, si fa per dire, ora come vai dicendo: sei un ragazzo padre, (come diceva in una vecchia canzone – Enzo Jannacci -).
Sasà : “ Doppe ‘e salute ‘nce fuje ‘na bella sorpresa, Luciano Giros, Pruvessò, chille ca aveve organizzate ‘a cosa, cunuscenne ‘o custode, (ca va verenne ere ‘o figlie do’ viecchie Custode e quarant’anne fa, il buon vecchio Lombardi) chiedette ed ottenne ‘e trasì dint’ ‘o curtile d’’a scola pe’ putè fa’ cocche fotografia ‘nd’ ‘ o stesse posto, arò nc’ereme mise ‘mposa quarant’anne fà. Ch’emozione! Chille curtile nun l’aveve viste cchiù a quanne m’ere diplumate! “
Prof. : “ Così vi faceste le foto tutti insieme come allora? “.
Sasà : “ Pruvessò, nun me mettite ‘e parole ‘mmocche, lasciateme cuntà’ o si no me scorde coccose . Ve voglie raccuntà’ pe’ file e pe’ segne tutte chelle. ca è succiese.”
Prof. : “ Solo una riflessione: c’erano tutti o mancava qualcuno o qualcuna, che ti interessava particolarmente? Non l’hai detto, ecco perché ti ho interrotto.”
Sasà : “ Quella del Cuore! ‘O vulite ca ve parle, ‘e chelle ca m’avevene fatte piglià’ ‘e pale, quanne ere giovene!”
Prof. : “ Non desidero metterti in imbarazzo e non è da gentiluomini parlare di amori giovanili, e poi dovresti fare i nomi. Cosa importa, ormai sei un uomo maturo, che vale rimpiangere il latte versato.”
Sasà : “Dicite bbuone Pruvessò! Comunque nun ere jute alla festa pe’ fa’ acchiappanza. Il mio spirito era chille ‘e passà’ ‘na serata diversa dal solito tram tram d’ ‘a vita ‘e tutte ‘e juorne.”
Prof. : “ Basta Sasà. Non ci mettiamo a fare le solite riflessioni. Bando alle chiacchiere. Ti sei spogliato della veste di uomo tutto d’un pezzo e ti mettesti, da buon Partenopeo, la solita maschera di Pulcinella e ritornasti per un giorno il Sasà, che conoscevo tanti anni fa.”
Sasà : “ Pruvessò, vulite ‘a verità e va buone! Mò v’ ‘o diche subbete subbete. Fortunatamente nun ‘nce steve mia moglie, me puteve pure scatenà’ e, ma poche nce mancaje, anche pecchè ‘nce steve Gaitane (Santella), che fu la mia spalla ideale pe’ fa’ ‘a stessa ammuina, ‘e quanne ereme giuvinotte.
Prof. : “ Come poi continuò la serata? Avevate un programma da rispettare o vi dovevate organizzare per l’occasione?“.
Sasà : “ No! Ere state tutte programmate, jo sapeve ‘na meza cosa, ca me l’aveva ditte Luciano (Giros), quanne venette a me ‘nvità.- Sapeve ca ‘nceme piglià’ ‘n’aperitive a Piazza San Domenico Maggiore e po’ seva ghì’ a fa’ cena dint’a ‘nu ristorante a la vicine.”
Prof. : “ Quindi il copione era già scritto. Dovevi solo fare la tua parte e son sicuro che t’impegnasti al massimo, come al tuo solito, a voler fare il protagonista.”
Sasà : “ Pecchè me murtificate! ‘O sapite, nun me piace ‘e fa’ l’invadente. Si l’occasione, però, m’ ‘o permette, me piace e nun fa’ ‘o solite Zite cuntignuse, ca schife ‘o poche.”
Prof. : “ Sicuramente ti mettesti a fare il pavone, mentre raggiungevi con gli altri il ritrovo per l’aperitivo.”
Sasà : “ Agge capite, me vulite fa’ ‘a mez’ora. Ma nun ve doghe ‘o canze, pirciò, continue a raccuntà pure si nun site d’accorde.””
Prof. : “ Non essere permaloso. Le mie sono solo precisazioni , conoscendoti bene e poi, come si dice, l’occasione fa l’uomo ladro.”
Sasà : “ Nun me ‘mporte chelle ca penzate, ve pozze dicere surtante ca è state ‘na bella serata e tutte chelle c’agge cumbinate, ‘o facesse ‘n ‘ata vota. Va buone accussì! Site contente mò! “”
Prof. : “ Sasà! Come non detto! ”
Sasà : “ Ve prego, nun me ‘nterrumpite cchiù! Doppe ‘e fotografie dint’ ‘a scola, ‘nce avviaime chianu chianu dint’ ‘o viche de’ casce ‘e muorte, (sapite, Pruvessò, quarant’anne fà, la ‘e facevene, mò nun sacce si ancore ‘e fanne) custiggiamme, però, tutte attuorne ‘a scola. Quante ricorde! Me so’ viste ‘nzieme all’ate cu’ ‘e libbre sotto ‘o bracce ca’ ‘a molle. Cu’ ‘a primma sigaretta ‘mmocche, Pruvessò, ‘na Nazionale Esportazione senza filtre, custave unnece lire ed ere ‘nu prubbleme grosse pe’ l’accattà, ‘e lirette nun s’ausavene cchiù, pirciò ‘o minime sevene accattà cinque sigarette, ca custavene 55 lire ( pe’ chi ‘e teneve) e spisse ‘nce perdeveme acoppe, pecchè ‘o tabaccare nun teneve ‘o rieste de’ lire, quanne se ‘n’accatavene doje o tre! ”
Prof. : “ Sasà! Pure allora c’era il problema dei centesimi? “
Sasà : “E comme! Ma ‘a cosa cchiù grave e ca nun ‘nce stevene ‘e sorde. A stiente riusceve avè’ ‘a mammà ‘na ciente lire ‘o juorne, ma a juorne alterne, e me l’eva fà’ bastà’. È pirciò, che vulite penzà a vestite firmate, cammise alla mode. Chille ca jeveme a scola ereme fortunate, ereme felice ‘o stesse, pecchè ‘nce sapeveme accuntentà ‘e chelle, ca teneveme, pure si ere poche.”
Prof. : “ Sasà, allora eri un poveraccio! Mi vuoi far capire, o ti piace farti commiserare per dimostrare a te stesso che il benessere, che hai raggiunto, è solo frutto delle tue capacità.”
Sasà : “Assolutamente, no! Vi volevo solo far riflettere che ‘o munne è cagnate, e nunne ‘e poche. L’unica cosa certa, è ca ‘a chilli tiempe ‘e poche svaghe ‘nce criaveme cu ‘a fantasia, senza, però, criarce paravise artificiali, comme se senteme nò. Giuvene ca se danne alla droga, giuvene ca songhe ‘nsuddisfatte, chille ca tenene ‘a mania ‘e avè’ tutte e subbet! E mettene ‘ncroce ‘e genitore!
Prof. : “ Non voglio entrare in polemica, forse avrai pure ragione, ma, raccontami dello sviluppo della serata te ne prego.”
Sasà : “ Va buone! Arrivaime a Piazza San Domenico tutte ‘na zuppe ‘e sudore, pecchè faceve ‘nu cavere asfissiante, e nuje vestute cu’ ‘a cammsa e ‘a giacca, (coccherune teneve pure ‘a cravatta) nun ve diche, ca calore e finarmente ‘nce assettaime ‘nanze a ‘nu chalet, addò ‘nce stevene degli ombrelloni cu’ segge e tavuline e là, doppe ‘na cuntata approssimative ‘e quante n’ereme, accuminciaime ‘a rimpatriata. A parte ‘e solite domande: che staje facenne? Si penziunate? T’arricuorde? Steveme ancora tutte sparpagliate, quanne arrivaine ‘e solite ritardatarie – Luciano Morrone e ate ca nun me ricorde ‘o nomme. ‘Nce mancavene, però, parecchie, nun ‘nce steve Cerciello Antonietta, Cifelli Liliana, Correale Anna, D’Ambra Antonio, D’amodio Francesco, Dente Antonio, De Simone Angelo, D’Alessandro Sergio, D’urso Emilia, Fico Maria Maddalena, Maglione Francesco, Parisi Rita, Sanipoli Giuseppe, Sannino Donato:”.
Prof. : “ Come mai tanti assenti, era stata colpa dell’organizzazione, che non li aveva informati o perché si erano rifiutati di venire ? Detto papale papale erano assenti giustificati od ingiustificati! “
Sasà : a gioia
“ Pruvessò, ‘a chelle ca riuscette a sapè, pe’ coccherune ere state difficile ‘o cuntatto, pecchè nun se aveva cchiù nisciuna traccia, altri , purtroppo nun nce steve cchiù, comm’ ‘a Liliana Cifelli , ca po’ agge sapute era morta a Ragusa, mentre Peppe Sanipoli e Sergio D’Alessandro erene muorte a Napule a poche tiempe. Nun ve diche, fuje ‘nu dispiacere collettive, nun se chiagnette , pecchè ‘di esserci ritruvate era immensa e accussì assurbetteme ‘o colpe, al minime.”
Prof. : “ Sicuramente incominciasti il tuo show. Come ti presentasti da saccente bancario o da venditore di fantasticherie’? “
Sasà : “ Pruvessò, ‘a verità me mettette al centro vicine a Vittoria ( a chell’epoche era considerata ‘a cchiù bellelle e ve lo posso assicurare, lo era pure mo’) e a fianche ‘e Gaitane Santella, e cu llore cercaje ‘e ricurdà’ qualche episodie sfeziuse, ca succedeve dint’ ‘a l’aula. Arrivaine, po’ ‘e salatine cu’ l’aperitive, e intante scurave notte e ‘o tiempe passave velocemente senza ‘nce dà’ l’opportunità ‘e farce ‘na bella chiacchieriata. Annanze a me po’ ‘nce steve Teresa, Enza Alfieri, ‘a gemella 'e Mena, Giovanna e cu' llore se potette dicere sule poche battute.”
Prof. : “ Sasà, comunque eri contento, la serata era come te l’avevi immaginata o eri deluso, perché non c’eravate tutti quanti! ”
Sasà : “ ‘Nu poche ‘e rammarichi ‘nce steve, Intante l’organizzatore, Luciano, ‘nce ‘nvitaje ad aizarce, doppe ca pavaje ‘o cunte pe’ tutte quante, pecchè aveme ghì ‘ ‘o ristorante o si no, se faceve tarde. S’erene fatte già ‘e l’otte e nun se puteve fà cchiù tarde.”
Prof. : “ Non ho capito bene! L’aperitivo l’aveva offerto il buon Luciano o era incluso nel prezzo, che poi dovevate pagare alla fine!”
Sasà : “ Pruvessò, comme site malepenzanne. Era tutte incluse e po’ qualsiasi fosse state ‘a cifra, nun ‘nce ‘mpurtave, ‘nce ‘o puteveme permettere, nun ere comm’ a quarant’anne fà.”
Prof. : “ Sasà, era solo una precisazione. Queste cose se non si chiariscono prima, poi si rimane male e si fanno discussioni antipatiche.“
Sasà : “ Pruvessò, nun facite ‘o filosofe. Intante scennenne Via Miezucannone, a chelli parte, steve ‘o ristorante, me mettette a parlà’ ‘nu poche cu’ Enza e venette a sapè’ ca per sua scelta nun s’era ‘nzurata ed ere diventate ‘nu piezze gruosse de’ Ferrovie, comme pure Teresa ere diventate avvucate ed era pur’essa, comme si dice mò, Singol! ”
Prof. : “ Ma che dici mai! Se ricordo bene, eri interessato a qualcuna di loro! Ma è meglio che non continuiamo su questo tasto. Argomento chiuso! Altrimenti fai la solita gaffe ed una gran brutta figura. E questo non te lo puoi più permettere.“
Sasà : “ Pruvessò, ‘o ristorante se chiammave “ ‘A Chitarra”, je nun c’ere maje state.
Fra me penzaje, chisà si se mange buone, ma, po’ ricurdanneme ca Luciano Giros sapeva fa’ ‘sti ccose, ( a organizzà’, comme faceve, quanne ‘ere giovene) me rassicuraje ca fosse jute tutte cose buone e accussì ‘nzieme all’ate trasette.”

Prof. : “ Come era il ristorante? Era accogliente? Si presentava bene ? Era una bella cornice per la serata? Descrivimelo.”
Sasà : “ Era assaje piccerille, a stiente ‘nce trasetteme tutte quante, v’agge dicere ‘a verità, ne pareve ‘nu mastrille. ‘Nce sistemaime alla meglio e nce assettaime. Tutto sommato fuje ‘na bella truvata, pecchè accussì puteveme stà’ vicine e no sparpagliate.”
Prof. : “ Dove capitasti? Vicino a chi?
Sasà : “ ‘A maggioranza se mettettere vicine ‘e mugliere, vicine ‘e marite, i non accuppiati, ‘nce assettaime arò capitave. Je me truvaje quase al centro, vicine‘a Mena e Antonio, ( marite e moglie, chiste duje parevene fatte l’une pe’ l’ate, fatevene ammore già a dint’ ‘a scola). A chiste punte accuminciajene ‘e danze, ( comme se dice) mentre Luciano Giros cunsignaje gli ultimi inviti in una bella busta color paglino con dentro l’elenco ‘e tutte ‘e cumpagne d’ ‘a classe e con la fotografia ’e quarant’anne fa, fatte dinte ‘o curtile da ‘a scola, ed il menù della cena. ( Si l’avesse sapute primme, sparagnave ‘e fa’ ‘e fotocopie ‘e chella fotografia).”
Prof. : “ So che avevi preparato una sorpresa, un tuo saluto in versi per ricordare la serata. La declamasti o l’emozione era tanta e decidesti di soprassedere in un’altra occasione?”
Sasà : “ Aspettaime ‘e assaggià’ gli antipasti e Luciano po’ facente ammutolì’ ‘nu poche a tutte quante, - pecchè s’erene accuminciate a fà’ ‘e solite rucielle, (in italiano i soliti capannelli) arò ognune accuminciave a cuntà’ ‘e guaje suoje -, mi presentò : annunciando che avrei declamato la poesia dei “ Quarant’anni dopo”. Me sbatteve ‘o core, ma me facette curagge e accuminciaje: ( Non so’ Voi! Ma stasera sto’ provando una sensazione di gioia, di felicità eccetera eccetera) “.
Prof. : “ Fammi sentire, piacque, ti applaudirono! “
Sasà : “ ‘A dicette tutte emozionate, ma l’obiettivo era riuscito, fernettene ‘e rucielle e s’accuminciaje a parlà’ ognune cu’ tutte quante.”
Prof. : “ La tua improvvisazione fu una cosa allora azzeccata. Ci fu in seguito o fu solo un episodio sporadico.”
Sasà : “ No, Pruvessò! Je aveve sule rutte ‘o ghiacce, come se dice, pecchè s’aize doppe ‘nu poche Enza ( ‘a gemella) e dicenne c’aveve pur’essa priparate ‘na sorpresa. Allore ‘nce stetteme zitte e ‘nce mettetteme tutte quante a vedè’, ca aveve combinate ‘e speciale.”
Prof. : “ Di che sorpresa si trattava? Ragguagliami sono molto curioso? C’era qualcuno, che ti faceva concorrenza? ”
Sasà : “ ‘Nisciuna cuncurrenza, a me faceve piacere ca ‘a serata steve piglianne chella piega. Comunque ‘a sorpresa era: c’aveve purtate ‘nu regale pe’ la sua amica del cuore. “
Prof. : “ Sasà, parlami di questo regalo era bello, rappresentava qualcosa d’importante o era una fregatura? “
Sasà : “ Comme site ‘ntricante, Pruvessò! Va buone, mò vo’ diche! Ere ‘na piccula porcellana raffigurante ‘na femmene annura ‘ncoppa a ‘na sdraia cu’ ‘e lende a piglià’ ‘o sole.”
Prof. : “ Sasà, mi hai deluso! Non so’ quale regalo importante m’aspettavo! Invece una mini caricatura, non so con quale significato! ”
Sasà : “ Nun voglie rispondere, me facce ‘e fatte mie, e po’ ognune po’ fa’ chelle, che le fa’ cchiù piacere.”
Prof. : “ Non stai tralasciando niente, sono contento, sto vivendo attraverso il tuo narrare, anche io, la serata. Sasà! Sei proprio bravo.”
Sasà : “ Pruvessò, grazie do’ cumplimente, però mò continue a cuntà’ ‘o seguite. Doppe l’episodie do’ regale, arrivaje ‘o seconde piatte e zittu zite, tutte quante, compreso me, acalaime ‘a capa dint’ ‘o piatte e ‘nce gustaime buone e meglie ( se trattave ‘e filetto di orata alla procidana con contorno di insalata mista balsamica). Ere veramente squisite!”
Prof. : “ Lo mangiarono tutti o qualcuno non piaceva il pesce!”
Sasà : “ Nu poche era ‘a famme, ‘nu poche ere buone, nisciune ‘o rimmanette. Ci fuje ‘na pausa e, ascenne a fine ‘e sorde , se accumiciaje a parla do’ cchiù e do’ mene, da’ muneta nova ( l’Euro) e je me sentette ‘nduvere ‘e parlà de’ fauze. Lo so, mita scusà’ Pruvessò, v’arrubbaje ‘o mestiere, e spigaje comma seva fa’ a riconoscere ‘e fauze, anche pecchè ‘o padrone do’ ristorante né teneve une ( ‘nu diece Euro fauze).
Prof. : “ Volesti fare me! Spiegasti almeno come si chiama il simbolo dell’Euro? “
Sasà : “ ’O dicette sule a Mena, ca steve assettate vicine a me, comunque v’ho ripete pure a Vuje, se chiame il Glifo ( € ).”
Prof. : “ In questo modo ti caricasti! Eri pronto a sfoggiare la tua vecchia passione di poeta da strapazzo o avevi paura di fare una figuraccia? “
Sasà : “ ’A serata era appena accuminciata e po’ m’ere proposte ‘e regnere ‘e tiempe muorte (comme se dice). E accussì m’aizaje d’ ’a seggia e dicette cu ‘na faccia tosta ca avrei liggiute alcuni miei sonetti, chiedendo po’ ‘o parere llore : si me puteve chiammà’ Puete ‘o ‘ nu povere fesse.”
Prof. : “ Ero sicuro che avresti fatto il tuo show, quante ne declamasti di poesie, una, due, o più? ”
Sasà : “ ’Veramente sule tre, ma erene chelle dell’età matura, riflessioni, senza sfuggià’ nisciune penziere vacchiano. Vuje ‘o sapite, ‘a chiacchiera nun me manche e accussì me limitaje, anche, pecchè vuleve sentì ‘o parere se fossero giuste chelle mie senzazioni in verze.”
Prof. : “ Piacquero o fecero finta di acclamarti per educazione ? ”
Sasà : “ ’Cheste nun ‘o sacce, ad Armando (Russo), ca per hobby fa l’attore ‘e tiatre napulitane, ne vuleve ‘na copia, pecchè l’avesse vulute recità dint’ ‘a quarche intervallo di qualche sua rappresentazione. “
Prof. : “ Eri dunque soddisfatto. Spiegami una cosa, Sasà, non ho capito bene, sei andato alla festa, ca se permetti, all’incontro dei compagni di classe di quarant’anni fa, per fare sfoggio delle cose, che tu pensi di saper fare? “
Sasà : “ ’No Pruvessò! Pecchè doppe la mia esibizione accuminciaje ‘o meglio della serata, ca se permettete, v’avesse fatte piacere pure a vuje ‘e ‘nce stà’. Doppe ‘nu poche ‘e priamiente, facetteme piglià’ ‘a chitarra do’ ristorante (appunto pecchè ‘nc’ eve pe’ forze stà’, ’o ristorante si v’arricurdate, se chiammave ‘a Chitarra) e ‘a cunzigliajma a Tonino Cozzolino, ca, da quanne ere giuvinotte, ‘a sapeve sunà, e accuminciaje ‘o belle.”
Prof. : “ In che modo? Forse vi fece ascoltare qualche bell’assolo! “
Sasà : “ ’Quale assole! Tonino sapeva sunà bbuone, e ‘nzieme a isse, ca sunava, ‘nce metteme a cantà’ in coro tutte quante. Pruvessò, ‘nu revivalle ‘e canzone degli anne sessanta, italiane e napulitane. Se ‘nfucaje ‘a serata, chi chiedeve ‘na canzona, che se ne ricurdave ‘e n’ata, e a quel punto Gaitane (Santella) se mettette a fa’ ‘o femmenelle, cu tanta grazia, comme faceve quarant’anne fa dint’ ‘a l’aula. Ere ‘nu spasse, ere un ritorno al passato, comme stesseme vedenne ‘nu bellu filme vecchie. Pruvessò, me pareve ‘e vedè’ dint’uocchie ‘e tutte quante ‘a passata gioventù.”
Prof. : “ E tu cosa facevi! L’assecondavi sicuramente, facevi anche tu il farenello! “
Sasà : “ ’Scusate, Pruvessò, pe’ chi m’avite pigliate, nisciune farenelle e po’ ‘nce
Steveme divertente overamente. Cantajene e sunajrme pe’ ‘na bona mez’ora fin
e a che Luciano (Giros) nun ‘nce dicette : basta, pecchè se steve faccenne assaje tarde.
Prof. : “ La serata si stava concludendo con la solita gazzarra di tipo canoro alla napoletana, perché se non si canta, non si è a Napoli!
Sasà : “ ’Ve sbagliate, Pruvessò! A parte ‘o fatte ca nuje napuliane, pure si nun tenimme voce, sapimme cantà e sapimme essere attunate. Nun ere fernute e po’ mancavene ancore cierti fatte ‘mpurtante, ca v’agge descrivere, e po’ aveveme cumpletà’ ‘o menù. “
Prof. : “ Stiamo arrivando sotto casa e ti dovrò lasciare, ma ti voglio dare soddisfazione. Mi metto l’animo in pace e ti ascolterò fino alla fine.”
Sasà : “ Allora, me sentite, je continuje a raccuntà’, miche ve site scucciate ‘e me sentì’? “
Prof. : “ Per l’amor di Dio, puoi continuare pacificamente e poi, lo so, non ti capita ogni giorno di fare degli incontri così importanti e belli da raccontare. Vai ! ”
Sasà : “  o q
’Arrivaje ‘o Babbà a rhumm, ‘na vera squisitezza e ‘nce priparaime po’ , po’ brinnese finale. Luciano (Giros) pigliaje ‘a parola e dette l’urdeme ragguaglie ‘ncopp’ ‘a sarata e passaje a dicere ca sicuramente ‘nce sarria state ‘nu seguite, No tra altri quarant’anni! Ma di lì a tre o quatte mise, forze in un agriturismo dalle parti di Chiaiano,(Il Ciliegio).”
Prof. : “ Lo sapevi? O fu per te una sorpresa ? ”
Sasà : “ Fuje ‘na suppresa, e ‘a verità fuje contente, e pirciò me ‘mpignaje ‘e fa ‘o resoconte d’ ‘a serata, comme po’, agge cercate ’e fà’, raccuntannele a Vuje, Pruvessò. Doppe passajeme a fa’ ‘e brinnese , a ‘ e Prufessure nuoste, a chille ca mancavene e po’ a nuje stesse, facenne tintinnà ‘e calece, cu’ n’augurie e nun ‘nce perdere cchiù ‘e vista.”
Prof. : “ Sasà, così finì! “
Sasà : “ Me steve scurdanne ‘o meglie. Il Buon Luciano, da perfetto sacrestano, pigliaje ‘nu cestine do’ pane e passanne pe’ tavule, se facette versà, comm’ ere state pattuite ‘o prezze a cranie da’ cena.”
Prof. : “ Sasà, siamo arrivati, mi hai fatto veramente rivivere la mia passata gioventù. Spero tanto che ci sarà un seguito per riviverlo insieme a te. Ciao, buonanotte, a presto.”
Sasà : “ Vuleve fernì’ e dì’ : grazie, Pruvessò, ca m’avite date mode e vo’ raccuntò’, e grazie anticipatamente a chelle e a chilli, ca me liggiarranne.”


 ________°°°°°°°°°°_________



P.S
Mie care cumpagne e cumpagni ‘e classe da “ Scola da’ Raggiuneria, fernesche ‘sti quatte stroppele, dicenne cu’ tutte ‘o core ca : “ ve voglie tantu bbene e ve ne vorrò pe’ sempe, pecchè m’appartenite “







 

Auguri a tutti i bloggers


Auguri di Buona Pasqua a tutti i fans ed amici
che sia una festa serena e spensierata.


 


 sasà 'o professore

mercoledì 17 marzo 2010

NON SO VOI

Non so Voi
 (poesia scritta e letta in occasione del 44^ 'anniversario
dell'incontro degli ex alunni dell'istituto  A Diaz)





Non so Voi, ma stasera sto provando
una sensazione di gioia, di felicità
un piacere immenso per questo evento
sperando che ce ne saranno ancora tanti.

Come è bello leggervi negli occhi
i ricordi più belli, che insieme abbiamo vissuto,
I dubbi per il futuro, che speravamo
potessero con il diploma, poi svanire.

Le speranze di un avvenire migliore,
frutto del nostro impegno nello studio.
La consapevolezza di riuscire
come lo desideravano i nostri genitori.

Ormai ne son passati di anni,
se non sbaglio più di quaranta
siamo maturi, siamo stanchi,
ma fieri di averli vissuti con tanti sacrifici, anche.

Stasera non deve essere un rimembrare,
ma l’inizio di un rivederci ancora.
Per confrontare le nostre esperienze
rafforzando di più le nostre conoscenze

Siamo stati una fortunata generazione,
non conosciamo né guerre, né rivoluzioni,
ma col nostro quotidiano impegno
abbiamo cambiato i vetusti comportamenti, al meglio.

La mia non vuole essere una commemorazione,
ma la più intensa partecipazione
a vivere questa non più giovane età
aprendo il cuore, la mente alle novità
sapendo che la passata gioventu’
ci ha dato tante gioie, tante amarezze
ma non torna………………….. più.


(seguirà a giorni il resoconto scritto dell'incontro)

mercoledì 3 marzo 2010

L'ora legale in Italia


La Vera Storia dell’Adozione dell’Ora Legale Estiva


L’idea di adottare l’ora legale spetta all’inventore del parafulmine, Beniamino Franklin, nel 1784, che la fece pubblicare su un giornale francese “ Juornal de Paris “
Lo scopo di tale pubblicazione si basava sul principio di far risparmiare energia e di sfruttare quanto più possibile la luce del sole, specie nel periodo estivo.
Si dovette giungere, però, dopo il 1907, che la possibilità di tale utilità (sfruttamento della luce del sole quanto più possibile durante l’estate), poichè il costruttore inglese, William Willet la prendesse in considerazione a causa delle esigenze economiche provocate dalla Prima Guerra Mondiale e pertanto occorreva un rilevante risparmio energetico per svolgere qualsiasi attività produttiva, che era divenuto un’assoluta priorità. Per la prima volta la Camera dei Comuni di Londra nel 1916 diede il via libera al British Summer Time di spostare le lancette in avanti di un’ora durante l’estate nel Regno Unito.
Con i primi Regi Decreti del 1866 e del 1893 anche in Italia s’incominciò a delineare il regolamento dell’ora degli orologi pubblici e dell’orario di lavoro, nonchè la tabella dei periodi di applicazione dell’Ora legale Estiva come in un primo momento fu definita.
Di conseguenza il servizio delle strade ferrate di tutta europa verrà regolato secondo il tempo solare medio del meridiano situato 15 gradi all’Est di Greenwich (detto il tempo dell’Europa Centrale)


L'ORA LEGALE IN ITALIA



L'ora legale è stata adottata in Italia Ufficialmente dal 1916 al 1920, poi dal 1940 al 1948, per essere definitivamente reintrodotta nel 1966.
Dal 1966 al 1979 rimaneva in vigore generalmente dalla fine di maggio alla fine di settembre; nel 1980, da aprile a settembre; dal 1981 al 1995, dall'ultima domenica di marzo all'ultima domenica di settembre; infine, dal 1996, dall'ultima domenica di marzo all'ultima domenica d’ottobre.
Ecco la tavola completa dei periodi di permanenza in vigore dell'Ora Legale in Italia
(dal 1967, le date di inizio e di fine sono sempre delle domeniche).
Anno                Data di inizio                            Ultimo giorno
1916 dalle 24 del 3 giugno Alle 24 ora legale del 30 settembre
1917 dalle 24 del 31 marzo Alle 24 ora legale del 30 settembre
1918 dalle 24 del 9 marzo Alle 24 ora legale del 6 ottobre
1919 dalle 24 del 1 marzo Alle 24 ora legale del 4 ottobre
1920 dalle 24 del 20 marzo Alle 24 ora legale del 18 settembre
1940 dalle 24 del 14 giugno alla fine dell'anno
1941 per tutto l'anno
1942 dall'inizio dell'anno Alle 3 ora legale del 2 novembre
1943 dalle 2 del 29 marzo Alle 3 ora legale del 24 ottobre
1944 dalle 2 del 3 aprile Alle 2 ora legale del 17 settembre (solo al Nord Italia)
1945 dalle 2 del 2 aprile all'1 ora legale del 15 settembre
1946 dalle 2 del 17 marzo Alle 3 ora legale del 6 ottobre
1947 dalle 00 del 16 marzo all'1 ora legale del 5 ottobre
1948 dalle 2 del 29 febbraio Alle 3 ora legale del 3 ottobre
1966 dalle 00 del 22 maggio Alle 24 ora legale del 24 settembre
1967 dalle 00 del 28 maggio all'1 ora legale del 24 settembre
1968 dalle 00 del 26 maggio all'1 ora legale del 22 settembre
1969 dalle 00 del   1 giugno   all'1 ora legale del 28 settembre
1970 dalle 00 del 31 maggio all'1 ora legale del 27 settembre
1971 dalle 00 del 23 maggio all'1 ora legale del 26 settembre
1972 dalle 00 del 28 maggio all'1 ora legale del    1 ottobre
1973 dalle 00 del    3 giugno  all'1 ora legale del 30 settembre
1974 dalle 00 del 26 maggio all'1 ora legale del 29 settembre
1975 dalle 00 del    1 giugno  all'1 ora legale del 28 settembre
1976 dalle 00 del 30 maggio all'1 ora legale del 26 settembre
1977 dalle 00 del 22 maggio all'1 ora legale del 25 settembre
1978 dalle 00 del 28 maggio all'1 ora legale  del    1 ottobre
1979 dalle 00 del 27 maggio  all'1 ora legale  del 30 settembre
1980 dalle 02  del 6   aprile   alle 3 ora legale del 28 settembre
1981 dalle 02 del 29 marzo     alle 3 ora legale del 27 settembre
1982 dalle 02 del 28 marzo Alle 3 ora legale del 26 settembre
1983 dalle 02 del 27 marzo Alle 3 ora legale del 25 settembre
1984 dalle 02 del 25 marzo Alle 3 ora legale del 30 settembre
1985 dalle 02 del 31 marzo Alle 3 ora legale del 29 settembre
1986 dalle 02 del 30 marzo Alle 3 ora legale del 28 settembre
1987 dalle 02 del 29 marzo Alle 3 ora legale del 27 settembre
1988 dalle 02 del 27 marzo Alle 3 ora legale del 25 settembre
1989 dalle 02 del 26 marzo Alle 3 ora legale del 24 settembre
1990 dalle 02 del 25 marzo Alle 3 ora legale del 30 settembre
1991 dalle 02 del 31 marzo Alle 3 ora legale del 29 settembre
1992 dalle 02 del 29 marzo Alle 3 ora legale del 27 settembre
1993 dalle 02 del 28 marzo Alle 3 ora legale del 26 settembre
1994 dalle 02 del 27 marzo Alle 3 ora legale del 25 settembre
1995 dalle 02 del 26 marzo Alle 3 ora legale del 24 settembre
1996 dalle 02 del 31 marzo Alle 3 ora legale del 27 ottobre
1997 dalle 02 del 30 marzo Alle 3 ora legale del 26 ottobre
1998 dalle 02 del 29 marzo Alle 3 ora legale del 25 ottobre
1999 dalle 02 del 28 marzo Alle 3 ora legale del 31 ottobre
2000 dalle 02 del 26 marzo Alle 3 ora legale del 29 ottobre
2001 dalle 02 del 25 marzo Alle 3 ora legale del 28 ottobre
2002 dalle 02 del 31 marzo Alle 3 ora legale del 27 ottobre
2003 dalle 02 del 30 marzo Alle 3 ora legale del 26 ottobre
2004 dalle 02 del 28 marzo Alle 3 ora legale del 31 ottobre
2005 dalle 02 del 27 marzo Alle 3 ora legale del 30 ottobre
2006 dalle 02 del 26 marzo Alle 3 ora legale del 29 ottobre
2007 dalle 02 del 25 marzo Alle 3 ora legale del 28 ottobre
2008 dalle 02 del 30 marzo Alle 3 ora legale del 26 ottobre
2009 dalle 02 del 29 marzo Alle 3 ora legale del 25 ottobre
2010 dalle 02 del 28 marzo Alle 3 ora legale del 31 ottobre
2011 dalle 02 del 27 marzo Alle 3 ora legale del 30 ottobre
2012 dalle 02 del 25 marzo Alle 3 ora legale del 28 ottobre
2013 dalle 02 del 31 marzo Alle 3 ora legale del 27 ottobre


(Fonte principale: IEN Galileo Ferrarsi)

Per gli anni a venire è presumibile che continui ad essere confermata di anno in anno la regola normativa del periodo "ultima domenica di marzo - ultima domenica di ottobre", ma evidentemente non si possiede un dato certo per poter decorosamente formulare una simile previsione, che pertanto sarebbe del tutto campata in aria.
Tuttavia, visto che a fare il calcolo utilizziamo il computer, non costa niente fargli calcolare il periodo ipoteticamente interessato dall'Ora Legale in Italia per i prossimi anni.

Direttiva 2000/84/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 gennaio 2001, concernente le disposizioni relative all'Ora Legale. (in G.U.E. 2 febbraio 2001, n. L 031)

Nel 2010 l'ora legale in Italia entra in vigore alle ore 02:00 (ora solare) del 28 Marzo e termina alle ore 03:00 (ora legale) del 31 Ottobre.
Nel 2011 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 27 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 30 Ottobre.
Nel 2012 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 25 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 28 Ottobre

.Nel 2013 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 31 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 27 Ottobre.
.Nel 2014 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 29 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 25 Ottobre.
 Nel 2015 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 28 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 24 Ottobre.
  Nel 2016 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 26 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 29 Ottobre.
  Nel 2017 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 25 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 28 Ottobre.
  Nel 2018 l'ora legale in Italia entrerà in vigore alle ore 02:00 del 24 Marzo e terminerà alle ore 03:00 (ora legale) del 27 Ottobre.
























Come spostare le lancette dell'orologio

lunedì 25 gennaio 2010

La Chiesa de' Cape 'e Morte


‘ Napoli è una città piena di chiese particolari
- tra le tante vi è -
  La Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco





Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco


A proposito di curiosità storiche, vuoi conoscere perché Napoli, più d'ogni altra città italiana, è piena di Chiese, Basiliche, Conventi e Case religiose d'ogni ordine, quali i monaci Domenicani e le monache Domenicane, i frati Francescani, le Clarisse, nonché sette di Gesuiti, e confraternite nate nel Medio Evo come quelle degli Olivetani, dei Teatini, dei Carmelitani, dei Minimi, dei Benedettini e dei Certosini, che erano per lo più popolati dai cosiddetti “Regnicoli”. Una sorta di sottoproletariato clericale, che, per sfuggire alla miseria da cui era afflitta, si riversava nella Capitale del Regno, Napoli, alimentando qualsiasi setta religiosa indossandone il saio, e così riusciva a sobbarcare il lunario. Alcune chiese sorsero per volontà della Nobiltà, che riteneva di espiare i propri peccati, commessi durante la loro vita terrena, e per ringraziarsi il Padre Eterno si davano a fare la carità ai più bisognosi o facendo costruire chiese e cappelle per esercitare il loro culto religioso credendo così, poter salvare l’anima dopo la morte.



Per tale motivo principale nel Seicento un gruppo di Nobili della zona, detta Decumano Centrale, (per intenderci Via Tribunali) per realizzare un luogo di sepoltura cristiana non molto lontano dalle salme dei propri cari (com' era in uso a quell’epoca), in modo da poter influire meglio presso l’al di là e far loro giungere le loro preghiere di suffragio, affinché permettessero raggiungere presto il paradiso, ritenendole sicuramente finite al Purgatorio ad espiare le loro colpe.



Portale d'ingresso della Chiesa
   Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco
                         
Teschio con tibie incrociate di bronzo


La Chiesa, più nota per questo scopo, è conosciuta ed appellata, come ”Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco”, perché fu fatta sorgere nei pressi di una Torre Medievale, che portava un ampio arco di sostegno e che fu fatta abbattere, perché divenuta ingombrante e forse pericolante, per ordine del Grande Viceré Don Pedro de Toledo (Quello che rese Napoli, con le sue idee di grandezza, una delle più belle e moderne capitali europee).



Finestra  a grata di ferro da dove si intravede l'ipogeo delle anime Pezzentelle




  La Chiesa s’incontra lungo Via Tribunali, ed è arretrata rispetto alla strada ed il suo accesso è assicurato attraverso una scala con due rampe di scalini, davanti alle quali sono posti quattro paracarri di granitico lavico sormontati da teschi di bronzo con tibie incrociate, (per questo è conosciuta come ‘a Chiesa de’ cape ‘e morte), simboli che fanno riferimento alla morte, come pure, tale simbologia, si legge dappertutto, sia sulla facciata esterna, che all’interno della stessa chiesetta, dove trovano collocazione Santini, Fiori, Lumini accesi, come un non so che di misterioso, di tetro ed inquietante nascosto.

                              





Nel mezzo dei paracarri, sui quali sono inchiodati i teschi, sulla strada attraverso una finestra rettangolare, che reca incastonata una grata di ferro, facendo intravedere l’ipogeo come un immagine da tanti quadrati tutti uguali, e, pertanto, si notano le sepolture delle cosiddette anime del purgatorio, dette pure “Aneme Pezzentelle”, consistenti in teschi ed ossa per lo più anonimi, sepolti lì per volere di un gruppo di devoti nobili.
Zone all'interno dell' Ipogeo


Terra santa dell'ipogeo delle " Anime Pezzentelle"

                        














                                 

Terra santa dell'ipogeo delle " Nicchie e Scarabattoli"



 
Terra santa dell'ipogeo una delle tante " Nicchie"




  



Nobili, che nel lontano 1605 avendo fondato una Congregazione, recante la denominazione, “Anime del Purgatorio”, approvata poi, con bolla il 13 ottobre 1606 da Papa Paolo V, si prodigarono in modo speciale nell’opera misericordiosa di seppellire tutti coloro, che morivano poveri e senza parenti in un luogo ritenuto santo, qual è una chiesa e farvi celebrare messe giornaliere, in modo che potessero facilmente e presto, (quali povere anime del Purgatorio chiamate amorevolmente “Capuzzelle”), la beatitudine del Paradiso. Tra i nobili benefattori che più si dettero da fare per la realizzazione della chiesa e furono tra i principali fondatori di quel luogo santo, sono ricordati all’interno della chiesa con una lapide sepolcrale Don Pietro Mastrilli, proprio presso l’altare maggiore, morto nel 1607, mentre con un monumento sepolcrale di notevole bellezza, opera di Andrea Falcone è ricordato Giulio Mastrilli.
Come contropartita di quest'atto benevolo per l’ascesa alla Beatitudine Eterna, è noto con il vocabolo napoletano come “ ‘O Refrisco”, (Rituale di culto, che si fonda su una sorta d'adozione, che una persona sceglie un teschio dal mucchio anonimo e se ne prende cura): la Capuzzella adorata, sarà quindi oggetto di preghiere e tributi vari, in cambio si chiederanno grazie, ed ottenutole, gli si accenderanno candele e si tributeranno ex voto. Nella credenza popolare il “Refrisco”, è una preghiera dell’adottante dell’anonimo morto, che è innalzata al cielo, ma i cui effetti dovranno poi ridiscendere sulla terra (quasi come una sorta “ do ut des “ comprendente una parte spirituale fatta di preghiere ed assistenza ed una risposta tangibile da parte dell’anima adottata, che si sarebbe preoccupata di assicurare al suo putativo parente favori e benefici, quali vincite al lotto, soluzione favorevoli ad intricate questioni d’amore ed a complicazioni di vita quotidiana).
Tra le tante Capuzzelle, alcune delle quali sono conservate in apposite cassettine di legno, i cosiddetti “Scaravattoli” (Custodie o gabbiette con pareti di vetro contenenti ossa e resti umani).
Tra gli innumerevoli resti sepolti in quella terra santa, infine, spicca una nicchia, in cui c’è un teschio coperto da in velo da sposa adagiato su un cuscino bianco.
Sono i resti di una certa Lucia, morta all’età di 16 anni, i quali sono legate una serie di leggende e che è pregata ed invocata in massa da fedeli con tanta devozione, sistemando nei suoi pressi moltissimi fiori, santini, foto di persone care morte, immagini di ex voto e lumini accesi.
La più ricordata grazia riferita, alla Capuzzella miracolosa di Lucia, è quella che fa riferimento soprattutto alle zitelle, che invocatola riescono a trovare marito ed a sistemarsi.
Si narra che Lucia fosse una giovane innamorata, morta di crepacuore, poiché il padre, don Domenico d’Amore, principe di Ruffano, volle darla in sposa al marchese Giacomo Santomango, molto più vecchio di Lei. Dopo un brevissimo viaggio di nozze fatto sul mare, ritornando a casa la giovane Lucia ebbe un attacco di tisi violento (già sofferente) e morì tra le braccia del Padre, che volle poi seppellirla nel cimitero delle anime del Purgatorio ad Arco, perché ad esso molto devoto

La Chiesa, “Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco”, è un esempio ben riuscito dello Stile Barocco, specie nella splendida facciata posta all’ingresso, delimitato da un cancello. La Chiesa vera e propria, fu costruita a partire dal 1616 per merito d'insigni architetti, quali l’ingegner Giovanni Cola di Franco e Giovan Giacomo di Conforto.



La facciata, decorata con marmo bianco e bardiglio, rappresenta con motivi descrittivi le finalità dell’Opera Pia (opera volta al salvataggio delle anime del Purgatorio) ed è attribuito allo scultore palermitano Giuseppe De Martino, che operò a Napoli nel 1716. Sempre sullo stesso Portale troviamo accanto ai soliti elementi decorativi tradizionali (teste d’angelo, cartocci, festoni) ai lati due nicchie con rilievi di teschi, ossa incrociate e clessidre, che rappresentano tutti aspetti, che alludano alla caducità della vita ed alla presenza incombente della morte. Tema quest’ultimo molto frequente nell’arte e nella letteratura del Seicento, che si può sintetizzare nel detto latino “Memento Mori” (Ricordati che devi morire). Ammonimento ecclesiastico perenne, stante a ricordare dell’effimerarietà della vita terrena e di volgere il proprio pensiero e l’agire quotidiano anche a quello soprannaturale, (ossia alla vita eterna che è divina)
All’interno della Chiesa si apprezzano opere d’importanti scultori e pittori dell’epoca, che ne risaltano la bellezza dello stile barocco, allora imperante.


 Interno della navata e dipinto sopra la cona dell'altare maggiore

I






Il tipo di Chiesa è quello costituito ad una navata unica avente tre cappelle per lato e l’abside quadrata sormontata da cupola. La volta a forma di botte è piena di cornici in stucchi seicentesche, mentre le cappelle laterali sono incorniciate con archi, rivestiti con marmi policromi e con lesene di marmo giallo cupo sormontate da capitelli corinzi anch’essi in stucco.
Tra le opere, che meritano di essere ammirate internamente, c’è sull’altare Maggiore il magnifico dipinto della “Madonna delle anime del Purgatorio” ,eseguito dal maestro pittore, Massimo Stanzione nel 1638, mentre ai lati, sul terzo altare di sinistra vi è il surreale dipinto di Andrea Vaccaro, raffigurante La morte di San Giuseppe, su quello di destra vi è il suggestivo quadro del grande Luca Giordano, La morte di Sant’Alessio,
Altri dipinti non meno pregiati sono, (che possono essere visti in questa minuscola chiesetta si trovano nell’abside), quello raffigurante sopra la cona dell’altare maggiore “Sant’Anna offre la Vergine bambina al Padre Eterno” opera di Giacomo Farelli datata 1670, mentre sul retro dell’altare s’ammira la spettacolare scultura del cosiddetto “Teschio Alato”, opera eseguita da Dionisio Lazzaro



Scultura del  Teschio Alato di Dionisio lazzaro


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Nella parte sinistra attraverso una porta si penetra nella Sacrestia, dove sono conservati altri dipinti (la Madonna della Purità, di Luis de Morales, la tavola di Sant’Aniello che scaccia i Saraceni da Napoli, di Fabrizio Santafede, e un “San Sebastiano”, opera anch’essa del maestro Giacomo Farelli) e vari manufatti d’epoca, occorrenti per le attività liturgiche dell’Istituzione, quali argenti , calici, ostensori, una pisside riccamente decorata con i simboli dell’Eucaristia e sormontata dallo Spirito Santo.



Insomma un tesoro d'oggetti risalenti ad epoche diverse, che vanno dal sei all’ottocento, che tutto insieme, racchiuso con vetrinette in mobili di mogano antico, rappresentano il Museo dell’Opera Pia, ( la Congregazione delle Anime del Purgatorio ad Arco).
Ricordo giovinetto quante volte ho ammirato questa chiesa, poiché frequentando l’Istituto Tecnico Commerciale “Armando Diaz di Via Tribunali”, e come tutti i miei coetanei passando nelle vicinanze si era soliti mettere le dita (pollice e mignolo simboleggiando le corna) nelle fossette delle orbite del teschi sui paracarri per fare un gesto scaramantico con l’idea di scongiurare un malanno o qualche disgrazia.




  Teschio con tibie di bronzo su paracarro














                      E' GRADITO UN COMMENTO,
SE LA CURIOSITA' STORICA E' STATA INTERESSANTE,
PER INCITAMENTO A PROSEGUIRE CON ALTRETTANTE