domenica 19 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 6^ punt/ frutti della terra


Capitolo Undicesimo

Chiaiano nel dopoguerra come si viveva quotidianamente negli anni dal 1948 al 1954



le castagne della selva di Chiaiano



Castagne lesse che si mangiavano come prima colazione








Castagne arrostite e tostate su una teglia bucata sul fuoco 
(le famose caldarroste, chiamate pure ‘e Verele)





La vita quotidiana pur lentamente riprende, la fame, la prima e più grande emergenza, fu soddisfatta grazie ai raccolti abbondanti di frutta e verdura negli appezzamenti agricoli della zona, non dimentichiamo che in quegli anni la maggior parte del territorio di Chiaiano era ancora prevalentemente agricola.
Si raccolsero derrate e prodotti agricoli vari, come broccoli, insalate, fagioli, patate ed ortaggi, nate spontaneamente, mentre la frutta curata amorevolmente da bravi contadini, in quegli anni, fu molto abbondante.

 Si ebbero fichi, cachi, noci, mele, prugne persino carrube (‘e Sciuscelle) e nell’attigua selva, (che si estendeva per circa un buon tre quarti dell’intera estensione della circoscrizione), che era ricca di un florido castagneto, si poterono raccogliere tantissime castagne, (fu una grande regalo della nostra amata selva) ed ogni famiglia poté riempire il suo buon sacco di iuta di ottimi marroni (castagne) e così svernare e sfamarsi e se ne approvvigionarono anche le famigliole dei paesini viciniori, il tutto gratuitamente.


Pianta di fico spontaneo
Pianta di Cachi (detta pure Legnasanti)
     
Albero di noci in fase di maturazione

Melai di mele annurche ( sole e paglia maturano)

                               

Carrube appena raccolte ( 'e sciuscelle)




Si consumò quel regalo (le castagne) del bosco pubblico senza padroni privati in vari modi, sbucciate e bollite con acqua, e se ne traevano delle gustose zuppe; cotte poi al forno con tutta la buccia e, dopo averle fatte raffreddate, erano infilate con lo spago, si consumavano a cena o come spuntino serale; alcune volte erano arrostite e tostate su una teglia bucata sul fuoco (le famose caldarroste, chiamate pure ‘e Verele).
La mattina, infine, quel gustoso frutto di bosco (le castagne) era mangiato come prima colazione, facendo la famosa “ Allessa” gustandola in una ciotola, avendo cura di togliere la pellicina una volta lessa, che avvolgeva ancora il frutto (la castagna sbucciata detta anche vallena), erano quelle lesse senza buccia.
Non volendo perdere tempo, spesso, erano cotte con tutta la buccia, erano dette (‘E Palluottele) ed il frutto interno si succhiava.
Era un metodo povero, ma economico per sfamarsi e sopravvivere e per sentirsi poi satolli, grazie alla grata e generosa Selva (Severa).
A quell’epoca nel quartiere di Chiaiano non era in uso l’acqua potabile con rubinetti nelle proprie abitazioni, per la qual cosa, l’approvvigionamento del prezioso liquido avveniva, quando c’era, da fontanili pubblici per lo più fontane di circa un metro e mezzo d’altezza a forma di colonna di ghisa, collocati uno per ogni strada principale o vicolo, quando la distanza era abbastanza lunga dalle abitazioni.

Tipico fontanile pubblico  di ghisa utilizzato nel dopoguerra







L’acqua veniva attinta dai questi fontanili pubblici per mezzo di recipienti vari, di alluminio o di rame, 
 
Secchi di alluninio zincato per il trasporto dell'acqua potabile dai fontanili.








i famosi secchi con il manico avente una capacità media di 10/15 litri, (note erano le Valanzole, bastone di legna a mo di asta di bilancia, dove erano appesi due secchi ed il loro peso era bilanciato nel trasporto poggiato su una spalla)

 
Questa era il tipo di bilancino ( detta Valanzola) per trasportare due secchi d'acqua



 
 o con recipienti di vetro utilizzati per contenere acqua da bere o per cucinare, come lo erano bottiglie di vetro da un litro, da bottiglioni sempre di vetro da cinque o da dieci litri,(‘e Pizzipapere) o da fiaschi di vetro impagliati da un litro e mezzo, e da damigiane da 30 o 50 litri.





 


 piccola botte facilmente trasportabile a spalla
dette ( 'o Vuttazzielle o Quartarule)

Tinozza di legno ,( 'o cupiello per fare il bucato)





Venivano utilizzati contenitori perfino di legno, come lo erano delle piccole botti facilmente trasportabili a spalla (‘e Vuttazzielle, dette pure Quartarule)’ o bigonci (‘e Cupielli) anch’essi trasportabili però con l’ausilio di due persone aventi dei manici da impugnare, per contenere l’acqua da utilizzare per fare il bucato o lavaggi in genere.
Era un lavoro immenso e faticoso, adesso che se ci penso, ne sono passati d'anni, mi sono rimasti i calli nel palmo delle mani per quanti secchi ho trasportato dalla fontanina davanti al mio palazzo (nella Via Barone 19) fino alla dimora, che si trovava al primo piano. La fontana o meglio il fontanile, era fatta di una tronca colonna di ghisa, alta un metro e mezzo circa, larga venti centimetri di diametro ed aveva un beccuccio innestato su una faccia di leone impressa, era la decorazione della fontana, (il classico mascarone ‘e funtana).



Fontanile di ghisa ( il classico mascarone 'e funtana)



La mezza colonna aveva un coperchio, come un cappuccio anch'esso di ghisa a punta, apparendo un elmetto dell’esercito prussiano ed una manopola ruotante sulla destra a molla, quasi fosse un orecchio, per permettere all'acqua di fuoriuscire dal beccuccio all’occorrenza.
La fontana aveva spesso tutto intorno, uno slargo, dove spesso esisteva un sedile di pietra, quasi fosse un poggio, dove ci si poteva accomodare nell’attesa del proprio turno per prendere il prezioso liquido.
Era un sistema di fontane, previsto dall’Acquedotto campano del Serino, per portare quanto più possibile l’acqua potabile nei pressi delle abitazioni, per cui erano state ubicate nel Borgo di Polvica, (in Via Barone altezza del numero civico 19, al Corso Chiaiano venendo da Piazza Nicola Romano all’angolo del vicolo Croce altezza traversa Monteasi, in Via Chiesa di Polvica, di fronte alla Parrocchia di San Nicola, in Via Arco di Polvica nei pressi dello Scassacarretta e del palazzo delle case Marotta, in Piazza arco di Polvica presso la proprietà La Terza e per finire ce n’era una in Via Croce vicino all’edicola votiva dell’altarino della Croce e, dove generalmente, poiché era fuori mano e non molto affollata, attingevano l’acqua i contadini con grossi botti su un carretto trainato da un cavallo od un asino).
Nel Quartiere di Chiaiano venendo dalla Strada Santa Maria a Cubito, (la prima fontana la s’incontrava presso il negozio del pescivendolo, poi divenuto Osteria ora bottega di materiali edili, la seconda all’incrocio di Via Ponte sulla Sinistra ora c’è un giardino con la sede del Calcio Chiaiano, una terza abbastanza grande all’angolo di Via XX Settembre e sulla fine del tratto del Corso Chiaiano c’era la Fontana del Municipio, continuando per Via Napoli di Chiaiano s’incontrava nel mezzo del percorso un’altra fontana e si finiva con una fontana di pietra a forma di parallelepipedo proprio nel mezzo della Piazza Margherita.)

Girando per Via Tiglio, (c’era la fontana del Pendino, nota come ‘a Funtane ‘e Reta a Treglia, e continuando la curva nei pressi della Chiesa di San Giovanni Battista ce n’era un’altra a forma di mezza colonna di ghisa.

Imboccando dall’alto Via XX Settembre (un’altra fontana era ubicata all’incrocio di Vico Molino ed un’ultima fontana di ghisa era sistemata nello slargo di Via Ponte,ora Via Aldo Cocchia). Ve n’erano altre ma spesso erano al secco per mancanza di pressione di spinta, come quella di Via Fondina, la fontana nei pressi del Cimitero e quella posta nel caseggiato del Tirone. Con tutti i disagi, non era facile abituarsi a vivere senza acqua, non essendo una rete idrica adeguata, ci si doveva arrangiare, questo passava il convento, insomma l’acqua occorreva e lo stesso la portavamo nelle nostre abitazioni per soddisfare la sete e quant’altro.
Non esistevano fogne, perciò le strade principali apparivano dei perenni rivoli d'acqua sporca reflua, che si riuniva scorrendo sotto i marciapiedi, proveniente da sversatoi delle abitazioni o dalle tubature degli scarichi dei palazzi.
Era una situazione igienica sanitaria al limite della sopravvivenza, (da terzo mondo come si dice ora, eppure si andava avanti, si viveva), ci si vestiva decentemente, con abiti rattoppati, rivoltati, ma dignitosamente indossati senza vergogna, sperando sempre in un mondo migliore. Intanto i professionisti, i terrieri, i negozianti, i ricchi in genere, (ce n’erano), la loro esistenza scorreva in modo del tutto diverso dalla maggioranza della cittadinanza, avevano ogni tipo di servizi domestici a loro disposizione ed i disagi per loro erano minimi, avevano per esempio il gabinetto familiare nella propria abitazione, il focolare a carbone e quasi sempre il camino a legna in casa, mentre tutti gli altri si dovevano accontentare del gabinetto comune nel palazzo o nelle vicinanze con una vasca di contenimento sottostante abbastanza capiente, ma puzzolente, che poi era svuotata, quando era colma dagli Spuzzacessi, (operai pulitori di latrine pubbliche e private, che prelevavano il liquame espurgato con botti nauseabondi)
Le strade erano poi spesso imbrattate dal cosiddetto letamaio (‘a Lutamma), defecazioni animali (cavalli ed asini),che spesso era prelevata dai ragazzi, quando diventava secca e la conficcavano nell’intercapedine, dove era conficcata la punta di ferro della trottola di legno (‘o Strummelo) a mo di cuscinetto per attutire ed eliminare gli sbalzi continui, quando la stessa sobbalzava (teneva A Tettera) e non si fermava in un solo punto (come quand’era a pennella), ossia quando era perfetta).



Continuerà con nuovii capitoli appena possibile
è gradito un commento per incoraggiamento a proseguire

venerdì 10 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 5 pun/ partiti dei dopoguerra


5^ puntata

 Capitolo decimo 
   Nascita dei partiti politici nel dopoguerra


Dopo il Referemdum istituzionale del 1946,  Chiaiano, ebbe anch'essa la nascita dei partiti politici con una propria sede locale, ricalcando quelli cittadini e nazionali, in ottemperanza delle imminenti elezioni, sia politiche, per eleggere il Parlamento Nazionale, sia amministrative, per eleggere il Consiglio Comunale della Città, che si fossero tenutedi lì a poco. In poche parole la vita, dopo la bruttura della guerra e della Dittatura Fascista, riprende il suo corso, s'inizia un'aria nuova di libertà, dopo gli anni bui, dettati  dal fascismo mussoliniano con un oscurantismo culturale autarchico.
Dopo le associazioni cattoliche, anche i partiti politici si costituiscono, quali rappresentanti dei ceti di diversa estrazione  sociale, così, per la classe lavoratrice, formata per lo più di operai e  braccianti, si fondarono così localmente, il Partito Comunista Italiano, avente come simbolo quello della  sola falce e martello e stella su una bandiera rossa, sovrapposta al tricolore, ed  il Partito Socialista Italiano, quello che aveva come simbolo un falcetto ed un martello su un libro aperto con lo sfondo di un sole nascente.

Simbolo del Partito Comunista Italiano
Simbolo del Partito Socialista Italiano















Il primo segretario del locale Partito Comunista Italiano fu Giacinto Rossi, un ferroviere calabrese, che aveva trovato casa proprio a Chiaiano-Polvica, che riuscì a creare un buon numero di iscritti e così si potette aprire la prima sede in piazza Nicola Romano a Polvica, che rese famosa tale piazza, dopo il buon successo elettorale del 1948 , facendola definire dagli avversari politici "la Piazza Rossa", difatti quasi il 90% degli abitanti del comprensorio di Polvica (frazione di Chiaiano) votò Partito Comunista.In realta.
 La costituzione del Partito Comunista fu pensata e nacque nella "Cantina e Pasquale 'o Scuonceche", che era ubicata sul Corso Chiaiano di fronte al Municipio del Quartiere e guarda caso , dopo circa 4O anni, divenne la definitiva sede e la fine della sua attività. 
Il primo partito rappresentante la Sinistra, fu, però, localmente presente il "Partito Socialista Italiano", quello per intenderci, di Pietro Nenni, come detto pocanzi, la sede prescelta fu un basso ubicato di fronte alla sede della D.C. (Democrazia Cristiana) sulla Via Santa Maria a Cubito sottostante il palazzo di Giovanni Chianese, dove attualmente esiste l'Autoscuola Musella. Il primo segretario del P.S.I. di Chiaiano, fu Pasquale Ferraro,un ferrotranviere dell'azienda tranviaria " ATAN "che con altri colleghi riuscì a coagulare intorno al suo partito la gran massa di lavoratori, di giovani studenti e futuri intellettuali.

Gli altri partiti politici, che rappresentavano il cosiddetto ceto medio, i notabili, i parzonali (i padroni terrieri) furono localmente, il più numeroso di consensi elettorali era il partito della D.C. ( la democrazia Cristiana) , dove confluirono automaticamente i cattolici (quelli del vecchio Partito Popolare), per la grande propaganda che veniva  fatta nelle chiese a suo favore, avendo il papa, Pio XII, scomunicati sia i Socialisti che i Comunisti, e lasciati fuori dal Governo della nazione, perchè  cosi voluto dagli americani nella concessione degli aiuti economici, nota come " Piano Marshal".
La sede del partito della D.C. fu creata in locali in basso del Palazzo Giordano, quello che guarda il Corso Chiaiano (prima conosciuto come Corso Umberto I), pare fossero gli stessi locali utilizzati dal vecchio partito dei “Fasci di Mussolini” , il  suo primo segretario politico locale fu il cavaliere  Bellotti, un arzillo vecchietto, che camminava col bastone,  poi in seguito segretario fu  fatto il cattolico, Giovannino Diodato, impiegato degli uffici comunali  di Palazzo San Giacomo.

Simbolo del Partito della D.C..
All'inizio Del Corso Chiaiano sul lato destro, dove attualmente c'è il Bar Centrale, nacque per i nostalgici del vecchio regime fascista, divenuto, poi, Il partito MSI  (Movimento Sociale Italiano) avente come simnbolo un'ara sprigionante una fiamma con i tre colori del tricolore (rosso, bianco e verde), il suo primo segretario fu un certo Smeraglia, tra i suoi più ferventi adepti furono , Pasquale Morfino (ex Giudice Conciliatore della Zona), Traversa Raffaele. che fu poi il rappresentate negli anni settanta di tale partito nel Consiglio di Quartiere di Chiaiano, e l'indimenticabile "Mimì 'o Capitano".
Simbolo del M.S.I. del 1948
Nacquero infine Il Partito Social Democratico, quello noto come il partito  di Saragat, dopo la famosa scissione di Palazzo Barberini del Psi, che si presentava  col simbolo di un cerchio racchiudendo un Sole nascente ed ebbe la sua sede provvisoria nel locale del " Salone do' 'ngignere" ubicato lungo il Corso Chiaiano difronte allo spiazzo  dove c'era la segheria ed il deposito di legname, dei Chianese. Legname  prodotto ed accatastato, proveniente dalla  locale Selva di Chiaiano, dove vi erano, anche, accatastate con grosse file le famose " Chiancarelle" (traversine di legno utilizzate per fare soffitti e tetti).

Simbolo del Partito P.S.D.I.
 e poi, dopo la sconfitta della monarchia (quella del Regno Sabaudo). si ebbe anche la costituzione del  " Partito Monarchico, noto come il partito di Achille Lauro.
Tale partito era simboleggiato da una stella a cinque punte con al centro una corona regale, tanto che era chiamato, anche, il partito della "Stella e Corona" ed era rapprasentato nel nostro quartiere dalla famiglia di Giovanni Chianese, che fu pure candidato per tale partito, affiancato nella frazione di Polvica dalla famiglie dei Monteasi.
Simbolo del Partito Monarchico ; Stella e Corona

 Mancò solo a quell'epoca  la  sede del partito del - Uomo Qualunque - di Gugliemo Giannini, 



Simbolo del partito dell' Uomo Qualunque

 non trovando adepti nel nostro quartiere, ne voti di simpatizzanti e quindi non si radicò e nelle successive tornate elettorali scomparve definitivamente  dal contesto politico sia cittadino che nazionale.
Alcuni partiti, poi, per fare un fronte unico si coalizzarono e si presentarono alle elezioni politiche con il simbolo della effige della testa di Garibardi, mentre all'elezione per eleggere il Consiglio Provinciale della città , utilizzarono come simbolo, il Golfo di Napoli con lo sfondo del Vesuvio,  mentre il partito della D.C. contrapponeva  il suo simbolo lo scudo crociato, dove si conficcavano le falci e frecce e così difendeva la Nazione e le città dai compagni Comunisti e Socialisti, definendoli  rivoluzionari russo-bolscevichi.
 La testa Di Garibaldi ,simbolo del Fronte Democratico
Manifesto Contrapposto della D.C. 1948



Si assisteva,  quindi a comizi tenuti da bravi oratori di tutti i vari partiti, dove assistevano pochi, ma generosi iscritti e simpatizzanti, che temevano ancora rappresaglie degli spioni delle Questure, retaggio del passato regime fascista.



sabato 4 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 4^ punt/ nel dopoguerra


Capitolo Nono


Chiaiano nel dopoguerra 
(negli anni dal 1944 al 1954)


Finite le paure della guerra, siamo negli ultimi anni del 1940, (dal 1944 al 1949) inizia una nuova era, quella della speranza di lasciarsi alle spalle le brutture della miseria, dell’arretratezza culturale ed il nascere di un mondo migliore da viversi nella democrazia e nel rispetto della persona umana con la gioia di vivere spensieratamente, senza afflizioni di non più farcela. Rinascono le associazioni cattoliche, rappresentando i Patroni delle varie parrocchie, esistenti sul territorio, come quella a Polvica, (antico borgo del quartiere di Chiaiano) che fa riferimento alla Chiesa di San Nicola di Bari, e quindi riprendono le attività proprie dell’associazionismo cattolico parrocchiale, quella ricreativa e ludica.
Nella contrada propriamente, detta Chiaiano, nascono, invece, quelle, che fanno capo alla parrocchia di San Giovanni Battista, che si contrappongono a quella di Polvica, e sono l’associazione di S. Giovanni Battista e quella di San Raffaele Arcangelo, vi è, poi, una terza, quella di San Michele Arcangelo, che è tenuta su, invece, dai fedeli, che hanno una venerazione del santo nella chiesetta di San Michele Arcangelo, posta nella Piazza Margherita (Mieze ‘O Furne); mentre nel borgo di Santa Croce, si costituisce l’associazione dei lavoratori cattolici di Sant'Antonio da Padova.
La loro funzione e utilità erano importanti, perché davano l’opportunità d’incontrarsi la sera in sedi opportunamente aperte per scambiare le proprie esperienze e per preparare in occasione della ricorrenza onomastica del Santo Patrono, annualmente, grandi festeggiamenti, che sfociavano generalmente in una processione propiziatoria con la statua del Santo lungo le vie principali del Borgo.
A tarda sera durante i giorni dei festeggiamenti nella piazza principale la popolazione del borgo, mista a quella delle altre contrade vicine ascoltava assiepata ad uno spettacolo canoro musicale, con esibizioni d'eminenti artisti, cantanti o comici, su un palco a guisa di palcoscenico all’uopo allestito

Banda Musicale di Sturno
famosa all'epoca che suonova per lo più musica operistica e marcette allegre





Alcune volte il Concertino era preceduto da esibizioni di Bande musicali, che con le loro note echeggiavano allegramente per il rione, che percorrevano, ed, infine, nella nottata si poteva assistere ad una gara di fuochi artificiali pirotecnici di maestri specializzati (i più noti erano quelli del vicino paese di Mugnano di Napoli, i Vallefuoco) e così si poneva fine alla festa.




Esplosione di fuochi artifiali  in cielo
in occasione delle feste patronali


 
 Luminarie ( arcate di lampadine, create durante i festeggiamenti patronali)
( lampadine accese
di sera con l'elettricità o prodotta da gruppi elettrogeni autonomi)






In quei giorni l’intero Borgo era illuminato con arcate di lampadine multicolori, le cosiddette luminarie (Allummate) ed i marciapiedi principali erano ingombri di bancarelle, che offrivano, vendendoli, prodotti dolciari (Torroni, Bomboloni, Lecca lecca, Franfellicche, Mandorle caramellate) e vari, come i cosiddetti “‘O Spassatiempe”, che erano nocciole d'arachide tostate (‘E Nucelle Americane), corolle di castagne infilate con lo spago, cotte al forno (‘E Castagne do’ prevete) e nocciole, ceci e semi di zucca tostati (Nucelle, Cicere e Semmiente ‘e Cucozze ‘nfurnate).

bancarella allestita per la festa del santo patrono con esposti
torroncini di nocciole, di castagne arrostite e ni nocciole crude



IL GIOCO DELLE TRE CARTE


Gioco delle tre carte con carte napoletane



 




Tavoletta dove si esponeva e si svolgeva il giuoco delle tre carte




A volte piaceva e  si poteva puntare sopra una valigetta di legno, dove all’interno c’era una specie di roulette disegnata intorno ad un cerchio di chiodi intervallati con i simboli delle carte da gioco napoletane, (che indicavano il valore della vincita moltiplicato per la puntata), su cui ruotava, su un perno di ferro conico, una verga schiacciata terminante da un lato con una sottile punta di tartaruga appuntita, che fermandosi sugli interspazi delimitati dai chiodi, indicava la vincita.
Ai punti cardinali del cerchio di chiodi erano posti le figure dei quattro Uno delle carte napoletane per indicare che non v’era vincita, in caso della fermata in quegli interspazi dalla punta di tartaruga della verga ruotante.
Nei pressi delle Osterie o nell’adiacenza di spazi pubblici sorgevano quasi per incanto, in quei giorni di festa, dei Chalet d'Ostricari, (‘E Maruzzare), addobbati con Rosoni circolari a guisa di lampioni colorati, con il rosso, il bianco ed il verde, montati su grosse anfore di rame martellate, che vendevano ogni sorta di frutti di mare cotti, (ostriche, cozze. Maruzzielle, Scunciglie, Cannullicchie, che si potevano degustare, o all’in piedi o seduti, su sedie e tavoli pieghevoli, utilizzabili al momento.



Uno sfizioso aneddoto del corteo durante la processione, pro Santo patrono, degli elementi delle varie associazioni, prevista la domenica pomeridiana, per mettere in mostra il comportamento e la fiera rivalità, che esisteva tra i vari sodalizi e bastava poco per esaltare la fierezza d’appartenenza. Per distinguersi tra loro gli associati generalmente utilizzavano indossare durante lo svolgimento della processione, quando si svolgeva in autunno inoltrato abiti scuri da cerimonia con camicia bianca e cravatta nera, (la quale il più delle volte era prestata all’occorrenza dai carabinieri del presidio locale) la divisa era impreziosita da un collare cordone con appeso un medaglione con l’effige del Santo Patrono, mentre in piena estate indossavano pantalone bianco, giacca blu e cravatta azzurra ed il classico medaglione.


Tra le varie associazioni c’era una reciproca e sentita partecipazione alla cerimonia religiosa per far meglio riuscire la processione. Era una sincera e massiccia compartecipazione, sia per la comune fede cattolica, sia per lo sfottò, che si esercitava, dopo, tra le varie compagini nel dimostrare la perfetta organizzazione e serietà della propria Associazione.
Un anno accadde che la rappresentanza dell’Associazione Polvicana si presentò alla processione della festa di San Giovanni, oltre ad essere vestiti con la solita divisa per sfilare, si era messa nell’asola del bavero della giacca un garofano bianco avente incastrata al centro una piccola lampadina, che con abilità s’accese verso l’imbrunire, perché collegata per mezzo di un sottilissimo filo di rame ad una pila tenuta nascosta nel taschino portafazzoletto sottostante..
Vi fu un grande stupore da parte delle altre associazioni rivali presenti alla manifestazione religiosa e rilevanti apprezzamenti e congratulazioni da tutti i partecipanti verso i rappresentanti dell’associazione di San Nicola, perché erano stati capaci di trasformare una fiaccolata di candeline di cera in una processione illuminata.
Della cosa se ne parlò non solo in tutto il circondario, ma fu riportata per l’intero mese successivo per il fatto inconsueto e dimostrativo della genialità dei Polvicani (‘E Purganise), che n’andarono orgogliosi e per questo sfruguliarono i Chiaianesi.
Era una fresca e sincera rivalità paesana, dove il rispetto e la socialità erano sovrani e si viveva una vita serena e dolce senza invidia, piacevole da essere vissuta, nonostante la miseria ed una grande ignoranza.
Ricordando quel tempo trascorso, mi viene in mente un personaggio, rimasto ancora oggi famosissimo per le sue capacità imprenditoriali, mai uguagliate da nessun, Antonio Smeraglia, meglio noto come “Totonno Pisciazza, nella forma meno volgare Tonino Pipì“, quella di aprire locali di ristorazione in ogni angolo della borgata, sia per far degustare il caffè e bibite sempre fresche, sia nell’inventarsi pizzerie, tavole calde con friggitorie o vetrine con prodotti tipici della pasticceria napoletana da lui artigianalmente preparata. Ne ha fatto sorgere un quantità infinita, iniziando da Polvica e Chiaiano per finire sul litorale di Licola.



Zi Totonne, ( alias Antonio Smeraglia) all'età di 85 anni





 
 E’ stato un Vulcano di idee nel saper fare il ristoratore, peccato che non aveva la costanza nell’organizzare la continuità dell’attività intrapresa, perché nel breve giro di pochi mesi era costretto ad abbandonarla e chiudere bottega, anche perché nessuno dei suoi l’aiutava proficuamente. Nel lontano1949 durante gli spettacoli della festa celebrativa di San Giovanni Battista, che si tenevano nella Piazza Margherita (Miez’ ‘o Furne) nel Borgo di Chiaiano, s’inventò un chioschetto di bibite ambulante e sul bancone allestì una macchina da caffè con forno a legna, in modo da far degustare un ottimo caffè caldo espresso, una squisitezza e raffinatezza per quei tempi, si era appena dopo la guerra (il prezzo della tazzina di caffè costava appena 15 lire, ed era accessibile a tutti), ebbe un gran successo, rammento l’avvenimento come se fosse ieri l’altro, eppure sono passati 50 anni e più.



Continuerà  appena possibile con nuovi capitoli
è gradito un commento per incoraggiamento a proseguire

sabato 13 settembre 2008

Storia di Chiaiano- 3^ punt/ le 4 giornate del 1943


Capitolo Ottavo




 durante le 4 giornate del 1943



Anche il Borgo di Chiaiano che, dal 1926 era diventato uno dei quartieri di Napoli, conobbe l’occupazione tedesca, il bombardamento anglo americano e l’eroica resistenza dei suoi abitanti durante le quattro giornate di Napoli.
Durante quel triste periodo, alcuni personaggi si prodigarono con il loro agire ad assistere, ad aiutare i propri compaesani, (Chiaiano, a quell’epoca anche se facente parte di Napoli, era ancora un paese) proponendosi con il loro coraggio, con assoluta abnegazione, e sfidarono le avversità del momento, per questo sono ancora presenti nella memoria di tutti Chiaianesi, sia per averli conosciuti personalmente, sia per averne sentito parlare dai loro genitori, che vissero anch’essi in quei tragici momenti.
Come si può dimenticare e non far ricordare ai posteri il dottor Giovanni Di Marino, il medico condotto, 







a Vammana ,

Donna Rosa Cerullo in Diaspro , la levatrice di Chiaiano


la levatrice Donna Rosa Cappiello, che assistette le nostre mamme a farci nascere, Sergio Bruni, alias Chianese Guglielmo, che molti non sanno che fu un indomito partigiano alla difesa del ponte di Chiaiano e divenuto poi famoso per essere stato uno dei maggiori interpreti della canzone napoletana, definito il Cesellatore della melodia partenopea, Luigge ‘O Zaino, al secolo Luigi Ruggiero ‘o partigiano alla difesa dei ponti di via margherita, noto pure come ‘o Cumunestone ‘e Santacroce e de Calure ‘e Vasce (Sono questi i più noti, che si distinsero coll’apportare il loro contributo a poter superare quei terribili giorni, fatti di privazioni, di paure e d’umiliazioni).
C’è poi la terribile storia del tedesco fatto prigioniero ed ucciso a sangue freddo ‘ncoppa ‘a Saurella (il piazzale antistante, ‘o palazzo do’ munaciello sulla via detta savorelli).
Di tutto ciò cercherò di lasciarne traccia scritta, ricavata dai miei ricordi e dalle varie testimonianze raccolte di questi personaggi e fatti, che fanno parte del patrimonio storico recente d’ogni Chiaianese doc, per far comprendere meglio ai posteri la nostra storia in qualche modo vissuta e la verità dei fatti accaduti.
Dopo l’ultimo bombardamento del 13 luglio 1943 (durato quasi tutto il pomeriggio e dove fu sganciata una quantità innumerevole di tritolo su tutta Napoli con il solo proposito di distruggere le resistenze germaniche e fasciste, che erano asserragliate in città a presidiarla), la popolazione civile stremata e decimata cercava di trovare riparo nei ricoveri (caverne sotterranee, che esistevano sotto ogni palazzo di Napoli), ricavati dagli scavi delle pietre estratte dall’immenso patrimonio tufaceo, di cui la città partenopea era ricca.
Anche Chiaiano aveva i suoi ricoveri, che erano situati nelle grotte delle cave chiuse, adiacenti la grande fossa, detta “‘O Monte de’ Cane “, un baratro profondo circa 100 metri e largo una cinquanta di diametro, per raggiungere il fondo esisteva una scala a chioccia, che girava tutt’attorno alle pareti in forma circolare, che la delimitava. Le grotte si trovavano all’inizio della selva di Chiaiano, nella zona delle Gesine, all’inizio del sentiero, detto Mieze ‘e Tre vie, nascoste dentro una fitta vegetazione di alberi di castagno.
Quindi tutta la popolazione del borgo era assiepata all’interno delle grotte nell'attesa da un momento all’altro di un attacco finale di una grande incursione aerea.



Intanto sotto gli attacchi sempre crescenti ed apocalittici nacque il sottoscritto fra la gioia oltre dei suoi genitori, anche dell’intera gente dei rifugiati, era il 29 luglio dell’anno 1943 e la sua nascita fu festeggiata con una gran mangiata d'anguria napoletana, (angurie rosso fuoco, che erano vendute dal giovane, " ‘O Scianno ", alias Giovanni Rusciano, -meglio conosciuto come   
 " 'o frate 'e Eugenie 'o sagrestane 'e Poreche ", che le ritirava dove erano coltivate da un Parzunale della masseria delle Cesinelle). 
Intanto il terrore dei bombardamenti e le rappresaglie tedesche erano arrivati al culmine, dopo i proclami del colonnello Scholl (Comandante a Napoli delle truppe tedesche), che ordinò lo stadio d’assedio, minacciando feroci rappresaglie per gli inadempienti, che non avessero ottemperato ai suoi proclami, (come quello che tutti gli uomini validi si dovevano presentare nei vari comandi nazifascisti dislocati in città per essere istradati a lavorare in Germania) i contravventori sarebbero stati fucilati all’istante.L’altro proclama non meno barbaro era il piano di sterminio per far diventare tutta Napoli (Fango e Cenere), perciò, si doveva procedere a far saltare gli ultimi depositi di benzina, a distruggere i pochi stabilimenti siderurgici rimasti illesi dai tanti bombardamenti ed, infine, a minare le strade principali e tutti i ponti, che portavano fuori città, in modo da rallentare l’avanzata delle truppe degli alleati (Anglo Americani), come era richiesto dal Field Maresciallo Kesselring per volontà diretta del Fùrher.

 I misfatti delle truppe tedesche in quei tristi momenti, raggiungono tutti i quartieri della città, anche Chiaiano ed allora si organizzò, anche qui, un gruppo d'insorti, formato da giovani soldati riformati, reduci od in licenza, come lo era in quel periodo Guglielmo Chianese, alias Sergio Bruni, che si trovava in licenza, (era in forza al Novantesimo Reggimento Fanteria d’Istanza a Torino).

 
Il cantante "Sergio Bruni" 
alias Guglielmo Chianese





 Il nostro Sergio Bruni con una decima di giovani del posto si procura le armi necessarie ed il 29 settembre, il gruppo da lui capitanato, riesce a togliere e disinnescare le mine, poste dai tedeschi, dal ponte di Chiaiano.



Sulla strada del ritorno a casa l’improvvisata squadretta di guastatori nostrani s’imbatté con una pattuglia tedesca ed il nostro, Sergio Bruni, fu ferito gravemente ad una gamba, che lo renderà claudicante per tutta la vita, ed alla bocca , producendogli una cicatrice sulle labbra per un colpo ricevuto di striscio. La tempestività dei compagni di lotta gli salva la vita, perché, afferrata una "carrettella", corsero attraverso Via Margherita fino all’Ospedale Principe di Piemonte, l'attuale ospedale Vincenzo Monadi, dove gli fu praticata assistenza medica amorevolmente e dove conobbe poi la sua anima gemella, la signorina Maria Cerulli, che sarà la sua paziente compagna per tutta la vita e con la quale metterà al mondo quattro figlie.




In quei momenti terribili la vita procedeva inesorabilmente il suo corso, si nasceva, ci si ammalava, ci si moriva, mentre la paura accomunava tutti, possidenti, contadini, operai, artigiani, commercianti, in una gran famiglia. Il buon Dottor De Marino anche con scarsi mezzi si prodigava ad assistere ogni malato e poiché era anche un ottimo chirurgo, operava ove il caso con interventi di bisturi per eliminare infezioni e nel coadiuvare la “ Vammana” l’ostetrica Signora Cappiello nei parti più difficili, quando occorreva il suo specifico apporto. Entrambi senza risparmiarsi mai, né di giorno, né di notte (mi permetto di ricordarli con gratitudine :sono questi personaggi, che hanno permesso alla mia generazione di vivere la loro stagione di vita negli anni successivi al dopoguerra).
Un aneddoto che desidero ricordare del Dott. Giovanni De Marino, il medico condotto di Chiaiano, è che si prodigò con tutte le sue forze ed esperienza ad alleviare le fitte e le sofferenze di mio padre, operato d’urgenza da lui stesso, di un’infezione di un favo ad una spalla durante un bombardamento. Il giorno dopo lasciando la propria famiglia, si recò presso il letto del mio genitore, dichiarando.
“Ma che te credive, ca m’ere scurdate ‘e te! Ie a te penzave,e nun te veneve a medecarte “!
Mio padre si sentì cosi rinfrancato e sollevato, che quel gesto, così umano e caritatevole, non lo dimenticò mai più, anzi lo ripeteva fino alla noia per esaltare le virtù non sole terapeutiche del Dott De Marino, ma per additarcelo come un vero grande uomo, paragonandolo come un santo protettore.
Negli anni novanta nel Consiglio di quartiere di Chiaiano alla proposta della fazione opposta a quella da me rappresentata, di intitolare una strada al compianto Dott. De Marino non mi opposi anzi mi adoperai per farla votare all’unanimità, e così avvenne, mentre rigettammo quella di far lo stesso per il Comm. Lamberto Bunel, uno degli ultimi sindaci di Chiaiano, che a mio sapere e conoscenza si era macchiato d'intimidazioni ed abuso di potere nei confronti dei cittadini meno abbienti e bisognosi.
Anche se non dotto come il De Marino, desidero ricordare ai posteri, la figura di Luigge ‘ O Zaine, de’ Calure ‘e Vasce, alias Luigi Ruggiero ('o Comuniste), che nella sua ignoranza, era convinto di conoscere la vita e comprendeva i fatti, che accadevano, poiché aveva una fede incrollabile nel Comunismo, era un fanatico ed acceso comunista con i suoi baffoni alla Stalin. Le sue convinzioni erano così forti che non disdegnava di manifestarle specie durante il fascismo male estremo dell’umanità.
L’unica speranza per lui era il Comunismo per far cambiare l’esistenza, fatta da sempre di ingiustizie e sopraffazioni delle classi dominanti, dei padroni, dei nobili. Fu un instancabile difensore dei deboli, degli operai e si batte con tutte le sue forze contro i fascisti ed i tedeschi, difendendo Via Margherita dai guastatori nazisti, che volevano farla saltare.
Difese i suoi compagni “ ‘e Muntesi”, ossia cavapietre, operai che lavoravano estraendo pietre di tufo dalle cave disseminate dappertutto nella selva, per conti di vari padroni, che volevano spadroneggiare senza pagare il giusto dovuto al quel pesante, pericoloso e monotono lavoro.
Per arrotondare il suo reddito esercitava un’attività secondaria, quella del Taverniere, anche se il luogo dove vendeva il vino, non era né una bettola , né un taverna, ma la sua abitazione a Calori di Basso, con vino di produzione propria, che a prezzo modico offriva ai viandanti, che si recavano al borgo di Santa Croce od a quegli operai, che, terminato il loro lavoro dall’Ospedale Monaldi o dal Cardarelli, si ritiravano a casa, a cui non dispiaceva una piacevole sosta facendosi un quartino di quello buono di Luigge.
A questo punto facciamo un po’ di chiarezza sul soldato tedesco ucciso a sangue freddo nella nostra contrada, volutamente dimenticato per quest’assurda esecuzione, che, si sarebbe potuto evitare, per non sentirsi in colpa, anche se esistono tutte le attenuanti del caso e del periodo.
La domanda, che ci si pone dopo tanti anni trascorsi, a mente fredda: si poteva farne a meno? Così si è macchiato un periodo storico delle vite cittadine del borgo, facendo passare dei delinquenti comuni, chi tentava di difendere il proprio territorio dalle rappresaglie naziste del colonnello Schol, che auspicava di voler fare terra bruciata, dopo la forzata ritirata dopo l’insurrezione di Napoli durante le Quattro giornate per concentrarsi per una migliore difesa lungo gli altopiani di Cassino. Il fattaccio ha inizio dopo il ferimento di Sergio Bruni, per il disordinato ritiro verso l’entroterra dei militari tedeschi, lungo la Strada Santa Maria a Cubito all’altezza di Terravicina, dove era ubicato l’osteria “ ‘e Cape ‘e Cecce” 
 
Via S.Maria a Cubito entrata di Campodisola a Terravicina



 
da dietro la siepe, che l’affiancava, una pattuglia di giovani partigiani lì appostata, armati di soli moschetti per contrastare il ritiro degli ex occupanti nazisti per non fare loro commettere ulteriori danni e rappresaglie. Era il pomeriggio del 1* Ottobre del 1943 lungo la strada “La Via Nova”, così era indicata quel tratto della Santa Maria a Cubito in località Terravicina, s’intravide un Sidi-car con a bordo due militari tedeschi con compiti di ricognizione, che doveva raggiungere il presidio militare di Mugnano di Napoli, dove era ubicato il comando strategico della difesa ad oltranza all’avanzata degli alleati, dopo aver intimato l’alt da parte della piccola pattuglia partigiana, formata da  ‘o Storto, ‘o Surde, ‘o Vurpare e da  ‘o Scunceche, non fermatasi, s’intraprese un'aspra sparatoria, che terminò con l’uccisione del militare tedesco, che guidava la moto e la resa di quell'occupante il sediolo carrozzina del Sidi car.
Non avendo specifiche direttive sul da farsi, se non quella di presidiare la postazione e controllare l’andirivieni degli spostamenti dell’esercito tedesco, dopo un conciliabolo improvvisato, i quattro spontanei, improvvisati partigiani, presero una prima decisione di far scomparire il morto ed il motociclo Sidi car, scaricandoli nel fossato del ponte di Chiaiano-Mugnano, in modo che se ne fossero perse le tracce, mentre per l’altro militare arresosi, si pensò di tradurlo alla locale caserma dei Carabinieri per consegnarlo, come prigioniero, all’autorità ancora esistente in quel momento, il maresciallo dell’Arma della Benemerita.
Con le mani alzate gli intimarono di andare verso la Purchiera, da dove proseguirono poi attraverso Via Ponte (oggi Via Aldo Cocchia) tagliando per Via Arco di Polvica e raggiungere definitivamente la piazza di Polvica, dove era ubicata la Caserma dei Carabinieri, per consegnare colà, nelle mani del comandante dell’Arma, il soldato tedesco arresosi. Con ampi gesti, il prigioniero implorava, profferendo un italiano sgrammaticato, d'essere si, un soldato dell’esercito tedesco, ma era di nazionalità austriaca ed era ammogliato e padre di due figli.
Sotto lo sguardo atterrito di ragazzi e gente comune, il prigioniero tedesco fu condotto a Polvica nella caserma dell’Arma con l’intenzione di consegnarlo al Comandante e così per spossessarsi dell’immane preda, capitata a loro e perciò i volenterosi improvvisati partigiani non erano pronti, né addestrati per quel tipo d'impresa bellica.
Alla vista del prigioniero il maresciallo, il capo incontrastato dell’arma, si rifiutò di prenderlo in consegna, dato il periodo transitorio di quel particolare momento bellico senza alcuna direttiva di organismi istituzionali riconosciuti, adducendo pericoloso affrontare a viso aperto il nuovo nemico tedesco dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943.
Dopo il rifiuto del Maresciallo, i quattro partigiani presero la decisione di portare il prigioniero nella selva e li farlo sparire. Intanto per non percorrere strade principali, inforcarono il sentiero della Fondina attraverso Via Barone, che portava alla Masseria detta del Barco. Giunti all’inizio della Via Toscanella nei pressi della cappella, ormai abbandonata, detta della Madonnella, legarono il prigioniero ad un albero, che era dietro la chiesetta nell'attesa di parlamentare con il Padrone della Masseria, il vecchio Del Barco, per chiedergli il permesso di tenerlo prigioniero nel pozzo, che era lì accanto.
L' anziano massaro, don Giovanni, scosso per la richiesta, li cacciò con mali modi e li invitò ad andarsene dalla sua terra con il soldato tedesco, rappresentante, in quel periodo, un pericolo per l’incolumità sua e della propria famigliola, non desiderando esporsi alla rappresaglie dell’esercito germanico in rotta, che non avrebbe sentito ragioni a punire chi li ostacolava o chi li combatteva.
I quattro, scacciati e sconsolati, si convinsero di tradurre il prigioniero nella vicina selva e sperderlo e così fecero. Senza altri tentennamenti sì incamminarono decisi attraverso la cupa, confinante la terra di Andriucce (Rusciano) e si portarono nei pressi del cimitero all’altezza del Monte dei Cani e di lì proseguirono sul piazzale antistante il palazzo del Munaciello,(‘ncoppa ‘a Saurella). Il prigioniero, intanto andava ripetendo, che lui non era tedesco e nulla c’entrava con la ferocia nazista, anzi n’era anch’egli una vittima. I nostri improvvisati partigiani, non si fecero per nulla commuovere, né impietosirsi e presi da una tremenda paura di essere scoperti da lì a poco dall’esercito nazista, si vollero sbarazzare dell’ingombrante preda bellica e decisero di buttarlo giù al pendino dall’alto della scarpata sottostante piazzale Savorelli. Prima di spingere il prigioniero giù, lo tramortirono a calci di fucili e moschetti, finché il malcapitato perse i sensi e cadde senza dare segni di vita nel castagneto sottostante, in un viottolo all’altezza del ponte delle Gesine.
 Fu una scena agghiacciante e del misfatto ne venne immediatamente a conoscenza l’intera cittadina. Solo un certo “ Vicienzo ‘o Scarafone, (al secolo Vincenzo Riccio, fratello di Raffaele Riccio, noto come Raffaiuolo fattore della Paratina dei signori De Simone, che portava un paio di baffi alla messicana come i dolci chiamati raffaiuoli ) si seppe che ebbe pietà del malcapitato, e , sotto una pioggerellina autunnale verso sera, andò alla sua ricerca per portargli aiuto, se ancora potesse averne. Quella sera non vi riuscì, ma l’indomani, di buon mattino rovistando tra i folti cespugli e tra i cumuli di foglie di castagno trovò il cadavere del povero soldato tedesco, con il corpo sfigurato, perché forse azzannato da qualche volpe o da qualche animale notturno o da qualche serpente, che infestavano di notte da sempre la selva. Con gran fatica se lo caricò sulle spalle e lo portò nel quadrato del cimitero, per dargli poi una cristiana sepoltura. Vi riuscì con gran difficoltà trovando l’ostilità del guardiano ed assumendosi ogni responsabilità lo immise nell’Ossuario Generale, dove riposa oggi anche lo stesso Vicienzo ‘o Scarafone.
Questa è la vera storia ricavata dalle testimonianze raccolte dai nostri genitori, parenti ed amici.
Sono passati tanti anni, mi domando oltre alla vigliaccheria del Maresciallo dei Carabinieri, che poteva salvare il soldato tedesco, e quanti che potevano e non lo fecero? La Chiesa dov’era? Dov’erano le cosiddette persone per bene?
A voi che leggerete questa vera storia di guerra del 1943 la risposta.
Fu solo paura o spirito di conservazione! La colpa di tutto fu la guerra, il fascismo, il nazismo.

Cimitero di chiaiano
dove riposano i resti del soldato tedesco
ed  i resti di vincenzo 'o scarrafone







Continuerà appena possibile con altri capitoli
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