venerdì 8 gennaio 2010

Dopo il processo immaginario di Piazza del Plebiscito 7 puntata


Dopo aver letto l’immaginario Strano Processo tenuto e svolto
nella Piazza del Plebiscito a Napoli - 7 puntata….



Scritto dal mio amico, collega Sasà ‘o professore.
 Mi sono visto fermare-------- ?



Avevo appena concluso di sbrigare una pratica di tasse comunali presso gli sportelli degli uffici di Via Partenope a Napoli e, siccome era una bellissima giornata calda della cosiddetta estate di San Martino, decisi di portarmi a Piazza Municipio, per incassare un vecchio mandato presso la Banca d’Italia, facendomi una lunga e salutare passeggiata.
Dopo aver percorso Via Santa Lucia, intravedendo ogni tanto il mare tra i palazzi, situati parallelamente la costa, salendo pian pianino e tagliando, poi, Via Cesario Console,


 
Via cesario Console verso piazza Plebiscito





   Palazzo reale di piazza del plebiscito





 





Via Ammiraglio Acton da Via Cesario Console
             

   


Mancavo da diversi anni dal quel fantastico e magnifico complesso architettonico, (voluto dai Viceré di Spagna, abbellito dalla Dinastia Borbonica ed arricchito, infine, dalle grandiose Statue dei Re di Napoli, (capostipiti delle dinastie reali), che furono fatte scolpire e poste in delle grandi nicchie sulla facciata dell’immenso Palazzo reale dal re d’Italia, il savoiardo Umberto I.) ed ero pronto a rimirare ed apprezzare e godermi il tutto senza fretta.
Questa premessa era d’obbligo per ciò, che racconterò, poi, che mi è capitato.
Andiamo con ordine, mi fermai un po’ lungo le aiuole esistenti sul marciapiede, che delimitano Via Cesario Console dal resto della strada, e così mi misi ad ammirare la statua di bronzo di Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (100 – 44a.C). 







Statua di Caio Giulio Cesare Ottaviano Ausgusto

e lo Stelo recentemente collocato sulla zona verde, solo nel 2004 (in ricordo del marinaio italiano ucciso dalle truppe naziste durante l’occupazione tedesca nell’ultima guerra (nel settembre 1944), nei pressi degli scalini dell’entrata dell’Università Federico II, in Via Umberto I (strada meglio conosciuta come il Rettifilo).







Affacciatomi alla balaustra sulla sottostante Via Ammiraglio Ferdinando Acton, scorgevo il molo Siglio (noto ai napoletani come il Molo Beverello), dove sono ormeggiati i vaporetti, che collegano la città di Napoli (solcando le acque del suo naturale golfo) con le famose isole (
Capri, Ischia e Procida).


 
I giardini  di Palazzo reale di Napoli




                    


               



Girando lo sguardo poi, verso Palazzo Reale intravidi il Giardino Pensile attiguo, (voluto e predisposto dal re, Gioacchino Murat, durante il suo regno e fatto arricchire, in seguito, con piante esotiche dal Re, Ferdinando II di Borbone).
Giardino Pensile, che fu danneggiato da un incendio nel 1837 e successivamente restaurato nel 1838 per mano dell’architetto Gaetano Genovese, che l’ampliò senza stravolgerlo dall’originale, ottenendo l’ammirazione, dopo un secolo e mezzo, dai presidenti di tutto il mondo, in occasione del G 7 (poi divenuto G8 per la presenza della delegazione sovietica invitata a quell’Assise mondiale) tenuto a Napoli nel luglio del 1994.

  Statua di Vittorio Emanuele II

     



Rivolgendomi quindi, la parola, m'intimò con tono imperioso con un marcato accento piemontese: “Vi stavo aspettando, vi ho lasciato fare tutti i comodi vostri, non volevo disturbarvi, dato che stavate ammirando la magnifica statua di Augusto e lo Stelo (in ricordo del marinaio ucciso), nonché lo splendido panorama, che si gusta da quest’angolo del palazzo.” “ Per carità non me ne volete! Anch’io ho letto del Processo, a parte che la sentenza finale non mi è piaciuta, ma vi anticipo che ricorrerò alla Corte Suprema di Giustizia dell’Aia per essere riconosciuto il mio diritto di risiedere in questa celebrazione - rassegna dei Re di Napoli, perché è implicito che il re d’Italia e anche re di Napoli! Ne sentirete delle belle sulla questione !”.


Dipinto di Vittorio Emaniele II



Foto di Vittorio Emanuele II  a caccia




Anche se, (senze ‘a sciabola, comm' ere strano, ere tale e quale a 'nu tappo, comm' ‘o nipote, (Vittorie Emanuele III), ma, po’ guardannele buone, fra me pensai : (si è Isso, è proprie ‘o Re Vittorio Emanuele II, chille da spada (ma, che va truvamme mò, ‘a me ?) (Avevene ragione chell’ati statue dint' a ‘sta piazza, nun ‘nce azzecche proprie!). Infusomi coraggio gli risposi: “Maistà! Scusateme, non v’aveve ricunusciute, nun sacce comme ve l’agge dicere, primme ‘e tutte, è 'nu grande onore, che me conciudite a potervi risponnere?”
Immantinente il mio fantastico interlocutore riprese a dire:“Non ha importanza, sono un liberale democratico, sono stato sempre vicino al popolo . Mi potete rivolgere la parola liberamente, anzi fatemi conoscere come la pensate su quello, che ha scritto il vostro amico, quello pseudo scrittore da strapazzo, che si fa chiamare Sasà ‘o professore, mica ha mai insegnato?”


Continuò il suo dire inveendo : “’Fategli sapere, appena lo vedete, che non sono rimasto a Napoli (con la Sede del mio regno dopo l’annessione del 1861), perché avevo da completare ancora l’unità d’Italia (con la conquista di Roma), che mi è riuscita solo dopo la presa di Porta Pia (il 20 settembre del 1870), e grazie al patriota sindaco di Napoli dell’epoca, (Paolo Emilio Imbriani), tale impresa fu ricordata e celebrata anche presso di Voi, cambiando nome alla vostra vetusta Via Toledo in Via Roma”


“Ditegli anche che senza la presenza della mia statua, come si potrà raccontare la storiella conosciuta ormai dappertutto (delle statue, che pare che dicano tra di loro :“chi ha pisciato cca ‘nterra”.(La storiella parla che una mattina la statua di Carlo V, con il dito indice rivolto verso il basso, pare che dica chi avesse urinato per terra. Carlo III di Borbone, la statua successiva, in tono pensoso pare che stia pronunciando : “non so, non me sono proprio accorto, pensavo altro, dobbiamo però indagare”; quella, poi; collocata nella nicchia successiva, la statua di re Gioacchino Murat pare che sussurri, invece, io non sono stato, tenendo la mano posata sul petto e soggiunge non so chi è stato.(come per dire lo giuro). Il finale della storiella è sintetizzato con la statua di Vittorio Emanuele II, che con la spada sguainata sta sul punto, come se stesse affermando, (non voglio sapere niente ….basta! Chi ha orinato per terra è uno scostumato, uno screanzato per ciò che ha fatto! Tagliammece. ‘o pesce, accussì nun ‘o fa’ cchiù”).





Le famose 4 statue di Re (chi ha piscate ca 'nterra)Aggiungi didascalia


“Maistà! Avete perfettamente ragione, non si può cambiare la storia, né le sue tradizioni, lo vedrò in settimana l’amico mio! “ “ Dovete sapere, che siamo entrambi in pensione, non ci frequentiamo spesso e c’incontriamo solo raramente in occasione d'appuntamenti speciali, quale può essere una votazione di qualche organismo, che ci deve rappresentare presso la nostra amministrazione. “

“Permettetemi, però, di dissentire il vostro non gradimento della sentenza pronunciata in questa piazza, che vi penalizza, perché, in fin dei conti, è stato il popolo, che vi ha condannato, che ha sancito (la rimozione della vostra statua) e non il mio amico! 
A me sembra che le accuse addebitatevi sono sacrosante per ciò che avete fatto o permesso per questa meravigliosa città. Da quando, governavate Voi, Napoli fu relegata come una delle ultime province d’Italia. 
Napoli, non più capitale, finì nel dimenticatoio, da tutti evitata, come una città sporca e pestilenziale, tanto che non venne nemmeno indicata più nei tour classici italiani, sia a turisti nostrani, che stranieri, perché ritenuta zona di sporcizia, piena di malattie e di rifiuti di ogni genere ! “


Per tutta risposta Incalzò il reale interlocutore:“Ho capito siete un repubblicano, un sovversivo anarchico a cui non piace l’autorità costituita dalla monarchia del mio casato, titolo nobiliare conseguito dal coraggio dei suoi più illustri rappresentanti con meritate onorificenze e dalla volontà divina.”


La mia risposta fu pronta e respingente: “Maistà! Non incominciate a classificare le persone senza conoscerle con qualifiche offensive! Non sono né repubblicano, né anarcoide! Sono solo uno, che ha imparato a leggere bene la storia, anzi la vera storia, non quella fatta scrivere da pennivendoli al servizio dei vincitori, come quella che c'è stata propinata a scuola fin dalla tenera età, impapognandoci di vostre grandi gesta eroiche, che non avete mai fatto”.


“Nun parlammme, po’, dei Plebisciti d’Annessione, che come tutti i Referendum di quell’epoca, furono solo una farsa, anche perché non partecipò tutto il popolo alla consultazione e, da quanto ho letto, non fu una libera scelta volontaria, ma quasi un’imposizione sotto il controllo di soldataglia ungherese al comando del vostro pseudo generale Garibaldi, e a Napoli fu svolto sotto il controllo di scrutatori camorristi, che fungevano da forza dell’ordine pubblico”.

Continuai e gli feci notare e ricordare: “San Gennaro, nemmeno lui, fu entusiasta. Dagli annali del Vescovado di Napoli risulta che, alla vostra prima venuta a Napoli, coincisa con una fugace visita nella cattedrale, il sangue del Santo patrono (come Male Auspicio) non si liquefece. Napoli, che è il paese del sole per antonomasia, quando arrivaste Voi, ci fu ‘o pate pate ‘e l’acqua, perché anche la natura era dispiaciuta per la vostra usurpazione del regno al povero Re Fancischiello (Francesco II di Borbone), Maistà, (vostro cugino)!”


“Siete proprio uno sfrontato” (replicò Vittorio Emanuele II), “Vi state dimenticando che siete al cospetto di un Re, che merita rispetto, per ciò che ha fatto, che è stato capace di sfidare ed affrontare il Papa e di mettere fine al potere temporale della Chiesa. Ha organizzato uno stato (quell’Italiano) dal nulla. Vi state comportando da impertinente ad accusarmi, (voi della generazione di fine novecento)! Che ne sapete come si viveva ai miei tempi? Ho dovuto fare salti mortali per destreggiarmi tra i ricchi regnanti d'Europa dell’Ottocento “.
“Per chi non mi conosce, è vero, passo come un sanguinario avventuriero assetato di conquiste di territori, nella realtà a me piaceva la vita di campagna all’aria aperta.”
Dal tono di come stava pigliando piega la conversazione contro replicai un po’ stupito da tanta alterigia: “Avete finito Maestà! Non vi volevo assolutamente mancare di rispetto, ma l’avete voluto voi!” “Non mi sarei preso l’ardire di giudicarvi, anzi m'incuriosisce una cosa, una volta che m’avete interperlato!
“Perché mi avete aspettato? La verità v’infastidisce! Siete suscettibile! Non siate turbato! Tutto sommato vi è andata bene. La vita vi ha donato tante soddisfazioni, siete stato Re, vi hanno servito e riverito, vi hanno osannato, avete avuto molte belle donne a vostro diletto, avete fatto una vita senza stenti, né preoccupazioni.
 La sorte vi è stata molto benevola, specie se si dà credito alle dicerie, che circolavano gia nel ’800, che non siete il vero erede al trono di casa Savoia, il vero figlio del Re, Carlo Alberto, che morì, ancora in fascia, in un incendio con tutta la sua nutrice”.”
“(Si raccontava che siete un bimbo d’origine popolana, che foste sostituito all’infante reale, e siete figlio di un macellaio fiorentino della campagna toscana, tale Tanaca. E’ difficile credere, in effetti, che Voi di bassa statura, tracagnotto e sanguigno, potevate essere figlio di un padre (Re Carlo Alberto) magro, longilineo, alto 2 metri e 4 cm. ed avete evidenti disparità somatiche con i vostri genitori)”.
Inviperito e scocciato Vittorio Emanuele II esclamò : “Ma dove avete trovato scritte queste corbellerie?: Non vi vergognate di ripeterle e farle credere come vere!
Mio figlio ( Re Umberto I) pose una mia imponente statua su questa facciata della grande a ben ragione, grandiosa Reggia,;
1° Perché sono il Primo re della dinastia Savoia del Regno Unito d’Italia. “
2° Durante il mio regno, tutta la penisola dal nord al sud dello Stivale è divenuta terra italiana senza usurpare niente, perché era l’auspicio che tutti i suoi abitanti, che vi risiedevano.
3° Ero l’unico Re di uno stato d’Europa, che faceva osservare una costituzione liberal-democratica e parlamentare, grazie al cosiddetto Statuto Albertino,
concesso da mio padre (Re Carlo Alberto) e che non abolii, anzi continuai a farlo osservare, che sanciva dei valori  universali riconosciuti a tutti i cittadini,  quali, 

(la giustizia, la libertà), uguali per tutti in osservanza e rispetto della legge. “
“Maistà! (Mi dovete scusare, perdonate!) (A me piace la verità!) I fatti non andarono proprio così! Foste proclamato primo re d’Italia, è vero! La completa unificazione però, avvenne, si può dire, solo dopo la vostra morte con la conquista e la liberazione di Trieste e Trento nel 1918. Avete affermato che si era tutti uguali durante il vostro regno, niente affatto! Non aboliste la nobiltà e poi c’era tutta la questione meridionale, che, (forse è meglio non parlarne), la avete così aggravata che stiamo andando verso il terzo millennio, ed è ancora irrisolta“
Arrabbiatissimo Vittorio Emanuele II, replicò:

 “State farneticando! Che ne sapete com’era ridotto il Sud? Era popolato da una massa d'ignoranti, sfaccendati senza iniziative, dediti solo al lavoro rurale e subordinato, creato dal latifondo nobile ecclesiastico dall’antica organizzazione del potere dei Regimi Vicereali Spagnoli e poi acuita dall’oscurantismo acquiescente di quello borbonico. Fatemi il piacere su certe cose, che non avete vissuto direttamente, Zittite! Evitate di aprire la bocca a vanvera solo per dire sciocchezze, che ripetete, apprese dai denigratori di Casa Savoia ed in special modo della mia onorata persona”


La mia replica fu immediata ed esplicita:

“Maistà! Mi state offendendo! Non sono un pappagallo, che ripete cose dette da altri! Vogliamo parlarne e va bene, diciamocela tutta, la verità! L’avete voluto voi! La questione Meridionale non si può trattare con faciloneria e con due sole parole; ignoranza, assistenza, che i meridionali sono acefali, senza voglia di darsi da fare, un popolo d’inetti, dei fannulloni e basta!”

“Ci avete colonizzato con la scusa dell’Unità d’Italia e poi, ridotti a vostri quasi schiavi. A nostro danno avete condotto una fallimentare politica economica (sotto la vostra egida e continuata poi, dai vostri successori, quelli della vostra dinastia sabauda;) come lo spostamento dell'asse economico al Nord, che causò l'emigrazione di milioni di meridionali, (fenomeno assolutamente sconosciuto prima dell'Unità). Non parliamo poi, della barbara repressione della resistenza antiunitaria, bollata con l'appellativo di "brigantaggio"; di una politica fiscale oppressiva con le "tasse dei poveri" (come quella sul macinato); degli stati d'assedio (più di dieci in quaranta anni e le leggi speciali. Ci avete rubato ogni nostra organizzazione industriale, che era all’avanguardia per quei tempi. IL Sud (da Napoli in giù) era un laboratorio di un popolo in continua evoluzione, che sapeva creare. Era il paese, che produceva prodotti finiti in ogni settore, con un’industria ritenuta moderna per quei tempi. Erano in funzione i migliori cantieri navali, capaci di allestire grandiosi navi e officine meccaniche, che producevano motori che facevano  funzionare locomotive sia  a carboni, che elettrici per trainare e far muovere lunghi convogli: Non si può, infine dimenticare che solo al sud c’era la migliore tessitura della seta e del cotone, ( ricercatissima, perché ineguagliabile).(basti ricordare Gli Opifici di San Leucio a Caserta).
Vogliamo parlare, infine, (della industria agro alimentare), si confezionavano ed esportavano i miglior prodotti della terra e poi, esisteva un commercio marittimo, di primo ordine, che faceva accumulare valuta pregiata e tanto denaro circolante da far invidia a qualsiasi stato europeo dell’epoca. Insomma eravamo una nazione indipendente e ricca senza sottomissione economica a qualche stato dominante ed il popolo amava il suo Re fino a quando non siete arrivato Voi, preceduto da quell’avventuriero di Garibaldi.”.
Quasi scocciato il sovrano rintuzzò: “Mi state condannando un’altra volta, mi state definendo un ladro ed un usurpatore di territori, un restauratore di privilegi di latifondi rurali ed di quelli immobiliari a danno dei lavoratori sia della campagna, che delle città popolose del Sud.”
“Maistà! Non me ne volete! E’ quello che pensano tutte le genti del meridione di Voi!” Con un tono più pacato ripresi : “ Vi posso assicurare che, anche se siete stato condannato e che, pure. se è stata emessa una sentenza, non se ne farà niente! Occorrerebbe solo una rivoluzione od un terremoto, perché si procedesse ad attuare l’esecuzione del provvedimento e poi, dopo quasi (centocinquanta anni) chi oserebbe cambiare la storia. Dormite sonni tranquilli! Maistà! A Napoli specie in questi ultimi tempi nessuno sarebbe capace di prendersi la briga di cambiare collocazione alla vostra statua! Ve lo dico per certezza ! (Né il Sindaco della città; né il presidente della Provincia, né il Presidente della Regione, e nemmeno quello della Repubblica)
“Figuratevi Maistà! Che da mesi, da quando abbiamo avuto la sfortuna di avere una femmina come Sindaco, non si riesce a togliere i rifiuti (‘a munnezza) dalle strade, per ciò, chi si permetterebbe di togliere la vostra gigantesca sembianza dalla nicchia di Palazzo Reale, in cui siete rappresentato.
State tranquillo!, Non accadrà nulla! Vi devo salutare, ora, devo andare altrimenti si farò tardi e troverò la banca chiusa, a risentirci e ne riparleremo”
A quel punto la sembianza di Vittorio Emanuele II, quasi come per incanto, sembrò risalire nella nicchia e dire: “Grazie, grazie tante, mi avete rassicurato! Allora potrò stare tranquillo, la storiella si potrà sempre raccontare con tutti i suoi personaggi fantastici ( Carlo v – Carlo III –Murat –Vittorio Emanuele II), quella che spero non si dovrà mai dimenticare e poter dire “ Chi ha pisciato cca ‘nterra ed io farò la mia parte).
 
Le  4 Statue della  nota storiella dei Re di Napoli
(Carlo v – Carlo III –Murat –Vittorio Emanuele II),







E' GRADITO UN COMMENTO SE E' STATO INTERESSANTE COME CURIOSITA' STORICA.
VI SARA' UN CONTINUO IN UNA PROSSIMA PUNTATA, CHI SA' ?



lunedì 28 dicembre 2009

Natale

La nebbia ormai alona i lumi
Alita su strade deserte.

Di tanto in tanto
suoni di campane
di chiese, nascoste tra case.

Mezzanotte è vicina
Sono stanco, ed ho sonno
come quand’ero bambino,

domenica 20 dicembre 2009

'A SPERANZA

‘Na luce forte ‘nta l’oscurità,
cu l’uocchie ‘a siegue senza cammenà,
pecchè spiere senza vulè
e truvà addo stà ‘a verità.

Te pare ‘nu miragge
Te pare ‘na chimera
‘nu reffriggerie doce
a ‘sta fronte ca te coce.

Nun essere restive
Nun essere rassignate
è ‘na luce ca nun scumpare
è ‘na luce ca te dà calore.

‘Stu munne pare fernute pe’ sempe,
ma ‘sta luce ‘nta ‘stu silenzie
te pare ‘o risveglie do’ tiempe
ma po’ si ce pienze…………………
tene  sule  ' nu nomme………” ‘a speranze”.

giovedì 10 dicembre 2009

Storia della Vera Pizza di Napoli


La vera pizza napoletana " la Margherita"
E’ una specialità soprattutto napoletana ed (a noi napoletani il riconoscimento europeo fa molto piacere) sapendo che l’hanno imparato in tutto il mondo a preparare e a cuocere!
Sto parlando della pizza Margherita, una volta si diceva :
(sule a Napule ‘a sanne fa’)
Il 9 Dicembre 2009 è ufficiale la vera pizza napoletana è la pizza Margherita ed protetta con il riconoscimento europeo (Sgt) Specialità Tradizionale Garantita.
La vera pizza napoletana deve contenere i seguenti in gradienti:
pomodoro, mozzarella di bufala (Dop) Denominazione d’Origine Protetta o mozzarella (Sgt) Specialità Tradizionale Garantita, olio extra vergine d’oliva ed origano; deve essere fatta con pezzo di pasta di farina tenera da spalmare in un diametro non superiore ai 35 centimetri, il bordo rialzato (cornicione) alto tra 1 e centimetri, cotta in un forno legna ed avere una consistenza insieme mordida, elastica e facilmente piegabile a libretto

Dopo è il testo del riconoscimento Europeo, eccovi ora la vera storia della pizza di Napoli e del suo preparatore  " ‘O Pezzajuole".


                                    
               
O Pezzajuole, Antichissimo mestiere, consistente nel saper preparare e cuocere 'e pizze.
'A Pizza non è altro, che un pezzo di pasta morbida ed elastica, ottenuto da farina impastata con un buon pizzico di sale e con lievito disciolto in acqua tiepida e lasciato a crescere per circa due ore per ottenerne poi dei panetti tondi, da utilizzare al momento della preparazione e dell’immediata cottura nel forno a legna.
La preparazione d' 'a pizza sta nel fatto, che occorre allargare e distendere il panetto morbido con le palme delle mani e mettendoci sopra generalmente polpa spezzettata e sgocciolata di pomodoro, fette di mozzarella o un pizzico di parmigiano, condendo con olio e sale ed infornare il tutto i con una apposita pala in un formo a legna, infuocato a circa 300 gradi .
‘O Pezzajuole attualmente oltre ad essere il produttore di pizze e divenuto anche il gestore del locale, dove si è solito consumare questa ormai celeberrima focaccia conosciuta in tutto il mondo.
Una volta ‘o Pezzajuole era ambulante scendeva e risaliva i vicoli portando sulla testa un contenitore di stagno a forma rotonda, nel quale fumavano pizze all’aglio origano e pomidoro, alla mozzarella, alle alice salate appena sfornate.
Il suo incitamento a comprare e mangiare 'a pizza era :
“Uhe, ca je me cocio! Comme so’ vullente, favorite”
“Tenghe ‘a lava e ll’uoglie “
“Nu sorde mange ‘a mamma e ‘a figlia.”
'O Pezzajuole, quando inventò ‘a pizza, incontrò molto successo, perché riuscì con una modica spesa a placare la fame delle genti più povere.
Vari aneddoti e variazione di gusto si sono tramandate nel corso degli anni da quando fu prodotta la prima volta.
‘’O Pezzajuolo si è dovuto adattare alle varie tendenze per rendere questa pietanza famosa, anche se inizialmente consumata solo a Napoli, poi in tutta Italia ed infine in tutto il mondo, ora la pizza è stata definita patrimonio universale.
Ogni anno a Napoli si svolge l’Olimpiade dei Pizzaioli nel mese di ottobre, dove partecipano pizzaioli di tutto il mondo per contendersi l’alloro del migliore Pizzajolo.
Esiste da pochi anni anche il marchio “La vera Pizza Napoletana”, che se ne possono fregiare solo quelle pizzerie organizzate nell’associazione “Pizza Press“, organo ufficiale dell’Associazione dei Pizzaioli Europei.
Tra gli aneddoti più interessanti è da ricordare c’è quello d' 'a pezzajola de' Quartieri spagnoli, che inventò lo slogan ."Cca se magne e nun se pava" ( In realtà la prima pizza era piccola e gratis e si iniziava a pagare dalla seconda in poi, che era normale), una specie di prova d’assaggio.
Per i più poveri fu inventato 'a pizza “ Ogge a Otto” ossia la pizza che si mangiava subito, mentre il pagamento avveniva a distanza di una settimana, con comodo.
‘O Pezzajuolo , rimasto famoso fu Brandi a Chiaja , che nel rendere omaggio alla Regina Margherita, , (1851-1926) in visita a Napoli, inventò la pizza con i colori della nostra bandiera, Il rosso con il pomodoro, il bianco con la mozzarella ed il verde con foglie di basilico e da quel momento quel tipo di pizza fu chiamata Margherita. la regina delle pizze e la più consumata .
Un’altra variazione spopolò negli anni del dopohuerra, anche se non divenne mai famosa," ‘a pizza cu ‘o segreto" inventata da Alfonso Ottolino, figlio del Monzù Vincenzo Ottolino, che lavorava come cuoco nel ristorante D’Angelo, che a sorpresa sul cerchio rotondo, (la forma della pizza), metteva ogni ben di Dio a sorpresa.

Negli anni Sessanta nacque una nuova specialità “‘a Pizza a Metro” inventata da Gigino ‘o Zezzuse a Vico Equense, che consisteva nel servire la pizza non su un piatto rotondo, ma in una teglia rettangolare lunga, un metro, mezzo metro e larga venti centimetri.
Esiste infine una pizza speciale, quella degli snob, nota, come "'a pizza alle quattro stagioni o ai quattro formaggi, che si suole degustare al posto della solita pizza margherita. La prima e la più classica pizza napoletana resta e rimane però, sempre quella alla Marinara,


 
Pizza marinara




 quella mangiata fin dal lontano Seicento, senza pomidoro, ne altri ammennicoli, se non con l’impasto di pasta morbida con aggiunta di olive nere di Gaeta snocciolate, acciughe lavate e ridotte a filetti, capperi dissalati, olio d’oliva.ed una spruzzata di origano.( Arechete).
A via dei Tribunali nei pressi della Chiesa de’ Cape ‘e morte negli anni sessanta esisteva 'nu pezzajuole, (Don Antonie ‘o Purgatorie) che aveva inventato un premio settimanale, (guadagnava un giornata di pizze gratis ), chi in una sola volta riusciva a mangiare più pizze,.
Si facevano le graduatorie giornaliere, specie fra gli studenti del vicino Istituto Tecnico A.Diaz, e si racconta che uno studente vuoi per la fame , vuoi per la scommessa riuscì a mangiarsene sette ( un record).
'A pizza rappresenta insieme al Mandolino ed agli spaghetti ed una buona tazza di caffè uno dei principali simboli di Napoli,.
Durante una pausa dei lavori del G 7 tenutosi nel 1991 a Napoli il presidente Americano Bill Clinton si fece condurre in via Tribunali per addentare una pizza piegata a libretto, col corpo inclinato in avanti per evitare lo sgocciolio dell’olio sulla cravatta, come il più esperto mangiatore di pizza napoletana.
Un capitolo a parte occorre per parlare della pizza piegata a metà a forma di mezza luna, il cosiddetto

 
'O Cazone ( pizza ripiena al forno)
ripiena di ricotta e mozzarella e basilico,

guarnita di fettine di pomodoro


                                  
                                                           

 O Cazone ( noto come la pizza ripiena di ricotta e mozzarella e basilico, guarnita con fettine di pomidoro ).
Fin qui abbiamo descritto le qualità nutritive e la stravaganza di come si può preparare la pizza al forno e le continue variazione, avutesi nel tempo, a questo punto ci corre l’obbligo di parlare dell’altra specialità di pizza napoletana, (se non famosa, ma lo stesso capace di placare e calmare i morsi della fame del popolo napoletano),





Pizza fritta nell'olio




‘a Pizza Fritta,  buona e forse più saporita e gustosa di quella al forno, che differisce da quest’ultima, perché viene cotta in una pentola abbondante di olio bollente, finché non diventa ben colorita e crocconte. 
Le specialiste della Pizza fritta erano due sorelle, 
“ ‘E Figliole”, titolari della pizzeria situata in una traversa nei pressi di Castel Capuano
‘O Pezzjuole Napulitane oltre alla pizza prepara e ne fa bella mostra nel suo banchetto di vetro ben riscaldato elettricamente appostato all’entrata del suo locale , che ne è pieno di ”‘e Panzarotte, ‘e ciurille,‘e Pasta crisciute e Scagliuozze.. 

 

Panzarotte (crocchette) - Pastacrisciute (frittelledi farina lievitata soltanto)


'E Panzarotte, Crocchetta di patate composta da una amalgama di patate lessate e sbucciate, passata prima nella farina, poi nell’uovo sbattuto, nel pangrattato e fritta in abbondante olio bollente, finche non indora ed dopo aver fatto assciugare su una carta assorbente l’olio superfluo di cottura, si aggiunge sale e pepe

 
 'E Ciurille fritte
 Frittelle di fiori di zucchine fiorite




  'E Ciurille Fritte,  Frittelle di fiori di zucchine fioriti, cotte in olio bollente. Frittelle, che prima della cottura, sono immerse nella pastella ( impasto liquido di acqua e farina) e condite poi con sale e pepe.
'E Pasta crisciute , (Pasta cresciuta) Frittella ,composta di farina lievitata in acqua tiepida per circa un’ora e, quando l’impasto è abbastanza molle, a cucchiate viene gettata in una teglia, dove bolle olio in abbondanza, che la farà gonfiare e dorare dopo per aver tolto l’untuosità della cottura è condita con sale e pepe.


Scagnuozzzele (frittelle di farina di mais)

 
Scagliuozze. o Scagnuozzele Piccolo pezzo romboidale di pasta di formentone (la polenta) fritto in padella, colma d’olio bollente, finché non sarà formata una crosticina dorata .
Sollevato il bastoncino dalla teglia e posato su carta assorbente per togliere l’untuosità si condisce a freddo con sale e pepe
Attualmente ‘o pizzajuole è diventato un‘arte con varie specialità,
quella dell’impastatore, che prepara i panetti da tenere in panchette sovrapposte,
quella del preparatore della pizza da infornare (‘il vero e proprio pizzajuolo) ed
quella del fornaretto, che deve saper infornare la pizza e deve saper infuocare il forno al giusto grado, e saperne tenere costantemente vivo il fuoco, sia con pezzi di legna, che con i trucioli per avvampare la pizza senza farla bruciare, girandola spesso con la pala di alluminio e tirarla fuori appena cotta.
In uno degli ultimi festival della canzone napoletana fu proposta una canzone, che è diventò l’inno di ogni Pizzajuolo e che si ascolta con piacere tuttora in tutte le Pizzerie napoletane.
La canzone“ Ma tu vulive ‘a Pizza” fu cantata dal Aurelio Fierro e da Giorgio Gaber e fu scritta dal poeta Giuseppe Carullo, noto autore ed editore della rivista Ribalta e del giornale satirico “ 6 e 22 “.


Ricordiamoci che pochi giorni fa, persino all'interno della stazione spaziale internazionale, con l'astronauta italiano dell'Esa Paolo Nespoli, in orbita per la missione "Vita" ed i suoi colleghi della spedizione, è stato organizzato un "pizza-party" a cui abbiamo assistito attraverso i video e le fotografie che ci sono arrivati dallo spazio   .


 La pizza Napoletana, infine, è diventata il giorno 9 dicembre 2017 patrimonio dell'umanità, riconoscendo in questo modo l'arte dei pizzaioli napoletani e la loro creatività.
Con un po' di acqua, farina, e fantasia nel mescolare gli altri ingredienti danno vita a questa pietanza, la pizza, così i pizzaioli napoletani hanno realizzato il piatto più amato in assoluto da chiunque, simbolo dell'Italia nel mondo.





E' gradito un commento, per continuare a riportare altre curiosià partenopee

domenica 6 dicembre 2009

Ca bella cosa è 'na jurnata 'e sole

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Quante te scite e niente te fa male
Nun tiene penziere ca t’affliggene
Nun tiene obblighi ca t’assillene.

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Si tiene rendite e trasute’e denare
Ca te permettene ‘e tenè ‘a panza all’arie
Senza sudà, pe t’abbuscà ‘nu piezze ‘e pane

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Quanne nisciune te cumanne o te ‘nquiete
E può fa’ ‘e cose ca te piace surtante
E accussì te siente ‘nu vere pataterne.

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
‘a vita t’appare ‘e ‘n’ata manera.
Te pare ca può risolvere ogne ccosa
Senza affanne, senza  ca te preoccupà chiù ‘e tante

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
Te scuorde de malanne
Te scuorde de l’affanne
E tiene ‘a voglia ’e nun fa niente

Ca bella cosa è ‘na jurnata ‘e sole
si durasse sempe pe ‘na vita ‘ntera
Ma nun po’ essere ‘na cosa vera
E sule ‘nu sonne, e sule ‘na chimera.


giovedì 26 novembre 2009

Uocchie

Spisse l’uocchie parlene
e te dicene cose sincere
ca l’ate nun ponne sentere
specie sì  sentimente vere trasmettene.

Nun dicene parole fauze,
so’ comm' a parole d’ore,
so’  'n’emozione forte,
so’ senzazione ‘e core.

‘Nu brivide po’....... te piglie
e si hanne cugliute ‘o segne
dinte, chianu chiane  ‘o siente
e, te siente assaje cuntente.

Pare ‘nu suonne ddoce
Pare ‘nu suonne amare
Nun saje si ‘sti sguarde so’ pe’ te,
ma si risponne ‘o core
è sule ‘nu messagge.....è vere ammore.

L’uocchie spisse parlene
e quase maje se sbagliene
dicene cose belle - dicene cose amare
ca l’ate nun ponne sentere
pecchè so’ parole ca parlene d’ammore.

Arriva ‘a sere,‘a notte è già vicine
l’oscurità cancelle ogne culore.
Ma quanne scunsulate e afflitte
pienze ca è perdute ogne speranze
‘na luce assaie splendente
(‘st’ uocchie tuoje lucente)
te fanne sentì rinascere.

‘Sta luce accussì forte
so ‘ l’uocchie tuoje pe’ me.
Uocchie ca parlene
ca l’ate nun sentene
pecchè dicene cose ddoce
.............dicene cose amare,
ca sule a te appartenene.

domenica 15 novembre 2009

Ganimede

Curiosità mitologiche di Sasà ‘o Prufessore!
A proposito di Pedofilia vuoi conoscere il mito di Ganimede, il primo fanciullo che fu il simbolo di questa perversione sessuale?

                                              EccoVi accontentati.

Diciamo subito che Ganimede era un giovane eroe troiano, figlio della stirpe reale discendente da Dardano (il Re che fondò la città di Troia).
Ganimede, infatti, era figlio di Troo e di Calliroe, fratello d'Ilo, di Cleopatra, d'Assaraco e nipote di Laomedonte, mentre suo nonno era considerato Erittonio, figlio di Dardano.
Già nella tenera età, fu avviato alla custodia ed al pascolo sulle montagne prospicienti la città di Troia delle sacre mandrie, mestiere già esercitato dal padre, che aveva quest’incarico di fiducia, quale facente parte della famiglia reale.
Adolescente era già noto per la sua bellezza ed era considerato “ il più bello dei Mortali”, tanto da infiammare d’amore tutti coloro che l’incontravano o lo vedevano per la prima volta.
Non sfuggì alla sua bellezza e al suo fascino il più potente dei Dei olimpici, Il sommo Zeus (Giove), che, invaghitosi follemente, lo fece rapire facendoselo trasportare nel suo talamo, sull’Olimpo.

Ganimede rapito da un aquila


Giove, per ammirarlo continuamente e per godere delle sue grazie in ogni istante, lo nominò suo personale coppiere, sostituendo il pur bravo Ebe, (precedente coppiere, ritenuta la dea dell’eterna giovinezza), che svolgeva quel compito da sempre, vale a dire da quando gli "Dei olimpici" s’erano insediati, nel sapere mescere l’inebriante ambrosia (il nettare dell’eterna giovinezza).
Il fanciullino, Ganimede fu rapito, mentre si trovava al pascolo sulle pendici del monte Ida di Troiade nei pressi del borgo d’Arpago, (località il cui nome evoca l’idea di rapire).
La tradizione classica greca racconta che il rapimento fu effettuato direttamente dallo stesso Zeus (Giove), che prendendo le sembianze di un’aquila, come spesso accadeva quando il Padre degli Dei, per soddisfare le sue passioni e voglie amorose, ricorreva a queste trasformazioni. (si ricorda il rapimento di Europa assumendo la forma di un toro o quando si trasformò in cigno per insidiare la bellissima Leda)
Ganimede, fu elevato a rango di Dio e risiedendo sull’Olimpo fu anche il prediletto di Zeus (Giove), oltre ad essere, come detto precedentemente il suo coppiere, fu designato custode ed il portatore del penetrante dardo (il Fulmine).

Ganimede., coppiere e custode del fulmine di Giove






Zeus (Giove) fu aiutato, durante il rapimento del bel Ganimede, da suo figlio Tantalo, che era famoso per essere colui, che svelò ai mortali molti dei misteri divini, per questo fu punito a rimanere eternamente in bilico sotto un’enorme pietra nel baratro degli Inferi, dove fu relegato.
Anche questo rapimento, per dimostrare la sua magnificenza, Zeus (Giove) ricompensò il padre del fanciullo Ganimede (Troo) con una quadriglia di Cavalli divini ed una piantina di vite d’oro, opera d'Efesto (Vulcano).
Ganimede in astronomia, come tutti gli Dei Olimpici, ha una sua posizione di primo ordine nel firmamento, rappresenta il più importante satellite del pianeta Giove e forse il più grande di tutto il sistema solare
Il satellite di Giove , Ganimede  ( il più grande del sistema solare)













Questo mito sta significando che anche i soprusi sono giustificati da chi esercita il potere utilizzando anche strumenti subdoli.


Continuerà con nuovi episodi mitologici,
E' gradito un commento, se è stato interessante, quale incitamento a continuare



giovedì 12 novembre 2009

Quanne stà pe ' venì' 'a notte

‘A NOTTE

Quanne ‘o sole sta pe’ fernì’ ‘a jurnata
‘nciele vide ‘e accumparì’ ‘nu chiarore strane
‘o celeste pare, ca se sporche ‘e grigge
‘a notte po’ è pronte p' ascì’, pe’ nun perdere ‘o prestigge.

Accumence a stennere ‘nu lenzuole scure,
a sera, ca leva ogne culore ‘e cose
e chianu chianu ‘ o ciele se fa cupe
e pare ca è arrivate ‘o mumente do’ ripose.

Si ‘o tiempe è serene, tene ‘na bella surprese
‘o lenzuole scure addevente ‘na trapunta ‘e luce accese
e ‘a luna esce pur’ essa, pe’ se va vedè'
mettennese a fa’ ,arete a cocche nuvole, cucù settè.

Ma si ‘o tiempe è malamente
Se fa venì’ ‘o viente a farle cumpagnia
facennele siscà’ alleramente
comme si recitassero ‘nzieme ‘na bella puisia.

‘A notte, se dice, è fatta pe’ durmì’,
pe’ te stennere ‘ncoppa ‘a ‘nu liette.
Pe’ te scurdà’ ‘e turmiente, ca t’affliggene dinte ‘o piette
Cu’ 'nu desiderie ‘e sunnà’ ‘nu munne senza ‘nfamità.

martedì 10 novembre 2009

Penziere

Pecchè stasere me turmente ‘stu penziere
pare ca nun vo’ essere cchiù priggiuniere,
e guardanne ‘stu ciele serene
‘stu core vulesse nun suffrì cchiù ‘sti pene.

Nun se vo’ arrennere
Nun se vo’ capacità
ca è passate ‘a covète
s’adda rassignà'.

Pare ‘na frennesìa, ca nun te vo’ lassà',
‘nu suonne doce, ca te dà felicità.
Pare ‘na fantasie, ca cummoglie ‘a rialtà
e pe’ ‘n’attime ‘o munne attuorne scurdà'.

Nun suspirà, nun te fà purtà' luntane
e sule ‘nu penziere
ca nun vo’ essere cchiù priggiuniere.
ca nun ‘o può caccià',........ t’appartene.

venerdì 16 ottobre 2009

Tifeo o Tifone (il Signore d'Ischia)

Tifeo o Tifone, raffigurato in una tomba etrusca






Origini dell’Isola D’ischia e dei Campi Flegrei



Vuoi conoscere chi era Tifeo o meglio Tifone, il Drago simbolo della furia devastatrice del fuoco, che combatté contro Zeus (Giove) e sconfitto dallo stesso, fu punito a restarsene relegato, incatenato e nascosto sotto le montagne, (per lo più costiere) e sotto le grandi isole del mar Mediterraneo, specie quelle nel tratto noto come il Tirreno
.Tali grandi isole celano vulcani, che periodicamente eruttano lava d'origine magmatica e sai perché ?

Sotto di loro c’è il Titano Drago, TIFEO, che era un mostro primordiale, generato dalle primigenie divinità, la Terra (Gaia) e dal Baratro Infinito (il Tartaro), per conto della Dea Era (Giunone), che l’aveva richiesto, per vendicarsi del proprio consorte Zeus (Giove), che aveva creato senza il suo concorso (alla nascita) della Dea Minerva.
Lo desiderò tanto, di fare altrettanto e la sua richiesta fu esaudita. Toccando, infatti, la Tenta (Massa informe della primordiale superficie della terra) rimbalzò Tifeo, in mezzo ad un fetore pestilenziale.

Tifeo imprigionato sotto l'isola d'Ischia
Per vendicare lo spodestamento da parte di Zeus (Giove) del proprio padre Crono (il Tempo), Saturno invocò l’aiuto dei suoi fratelli, i Titani; (primordiali esseri giganteschi dell’Universo) per sferrare una furibonda guerra contro l’usurpatore Olimpico con lo scopo di ridisistemare, l’ordine preesistente, basato sull’equilibrio della Terra, del cielo, del mare e dell’aria.
Nella Guerra Zeus (Giove) si fece aiutare dai Ciclopi e dai Centimani, anch’essi primordiali giganti, che liberò dagli abissi del profondo Tartaro, in cui erano stati incatenati dal Dio Urano. La guerra fu terribile senza limiti, che durò per dieci anni e più e che sconvolse l’intero Universo.
Durante la lotta si assistette a montagne sradicate, che scagliate nelle fiamme fremevano, intere selve crepitavano, mentre la terra, i flutti dell’oceano ed il mare immenso ribollivano. Accadde, così, che una bolgia infuocata producendo una vampa salì fino all’etere ed avvolse l’intero popolo dei Titani, accecandoli.
I giganteschi Titani, nonostante il loro coraggio orgoglioso, non ressero la lotta e sconfitti, e vinti furono oppressi, incatenati e precipitati negli abissi, lontano, ma tanto lontano dalla superficie della terra, quanto distante è la Terra da Cielo.
Saturno, il principale avversario di Zeus (Giove), sconfitto, fu anch’esso incatenato, mentre la nuova gerarchia olimpica s’insediò con tutta la schiera di nuovi Dei, voluti e scelti o partoriti, per la maggior parte di loro dallo stesso Sommo Dio, Zeus (Giove), quando si accoppiava con donne mortali, generando semidei come nel caso d’Eracle (Ercole), Giasone e Minasse
Gea (la Terra), intanto non aveva perdonato la sconfitta di Saturno e dei suoi fratelli Titani, e per vendicarsi istigò il figlio più giovane, il Drago Tifeo, a scagliarsi contro l’Olimpo. Il corpo di Tifeo, era immondo e pauroso, era ricoperto di penne irte, come lance acuminate, aveva le spalle, formate da cento teste di drago, ciascuna delle quali vibrava una lingua nera, mentre gli occhi delle stesse sprizzavano fiamme ininterrottamente a mo’ di lanciafiamme, che inceneriva ogni cosa ed era così enorme, che superava in altezza qualsiasi montagna e le sue mani erano capaci di toccare sia l’oriente, sia l’occidente, dalle cosce, infine, uscivano vipere velenose
In un primo momento gli Dei dell’Olimpo, fuggirono sbigottiti e furono costretti a trasformarsi in animali per non farsi catturare dell’invincibile Tifeo
Zeus (Giove) l’affrontò, ma ben presto ebbe il peggio, ed avvinto dalle serpi, cadde in potere del poderoso avversario, che gli recise i tendini delle mani e dei piedi e lo rinserrò nel proprio antro in Cilicia.
La storia non finisce qui, perché Ermes (Mercurio) scoprì la prigione di Zeus (Giove) e liberatolo riuscì a ridargli forza e vigoria, dopo avergli sistemato i tendini recisi
Zeus (Giove) rimessosi in sesto, riprese la lotta contro Tifeo e questa volta riuscì a sconfiggerlo con, il "Folgore", costringendolo a nascondersi ed a rifugiarsi sotto le maggiori isole del Tirreno
La vittoria completa Zeus (Giove) l’ebbe, quando schiacciò, sul capo del gigante Tifeo, un’enorme montagna, l’Etna, e sul corpo delle numerose teste, scagliò addosso, come fossero sassi, le tante isole presenti, che attualmente s’ammirano nel mar Tirreno, tra le quali, Stromboli, Vulcano, Procida, Capri ed Ischia.
Nonostante il peso di questi enormi macigni di pietra, cui soggiacciono le teste del mostro, esse sono ancora vive tanto, che ad intermittenza di anni eruttano lava incandescente come fosse il suo vomito.
L’addome del mostro finì, parte sotto il peso del monte Epomeo dell’Isola d’Ischia e parte sotto gli altipiani dei Campi Flegrei, e per questo il mostro, sfogandosi per la male sorte capitatogli, giornaliermente tentando di liberarsi dei pesanti macigni, si sfoga lamentandosi invocando la bella Afrodite (Venere),
Afrodite (Venere), impietosita da tante lagrime, intercedendo presso il padre Zeus (Giove)  ottenne dal padre solo di poter tramutare gli assordanti rimbrotti e sbuffi del questulante, in fumarole, solfatare e sorgenti termali sia nel mare acqua, dove soggiace, sia sulla terra ferma, rendendo così l’isola d’Ischia e tutta la costa flegrea, località dolci e piene di salubrità e con una perenne temperatura gradevole

 
Mappa con l'isola di ischia ed i campi flegrei


Questo è Tifeo o Tifone, il Signore incontrastato del Mar Tirreno, che ha reso famoso nel mondo queste isole e le coste tirreniche per le loro benefiche sorgenti d'acque termali, che curano naturalmente malattie guaribili soltanto immergendovi in loro e ritemprano lo spirito, dallo stress della vita condotta in modo frenetico


E' gradito un commento, quale incoraggiamento a continuare con altri miti

domenica 11 ottobre 2009

A festa 'e Piererotta

Facciata della Chiesa di S.Maria di Piedigrotta



Comm’ ere belle “Piererotte”

Ere ‘na festa, ca nun teneve cunfronte

Ere ‘na festa, ca durave otte juorne.
S’accumiciave a sera do’ sette ‘e settembre
e Napule tutta, se rigneve ‘e ‘tanta gente.

Ere permesse tutte, scherze, fanfarunate

curiandele ‘nfacce, spintune, spillunate
‘nta ‘nuttate, po’ tutte distrutte, a casa te ritirave,
ire felice, ire state ‘a Piererotte e nun te lamentave.

L’autorità lassave fà', nun faceve niente,

si steve zitte, ere ‘o mode pe’ fa’ sfugà la gente
ca subbeve tutte ‘e juorne li priputenze,
‘e tante ‘nfamità, fatte dalli sue eccellenze.

Ogne quartiere e pendone 'e viche partecipave

cu carre chine ‘e sciure e frutte ‘nghirlandate,
ca simbuleggiavene l' abbunnanza
ca mettevene ‘nto core alleria, 'a speranza.

‘E giuvene specie chille cchiù ‘nziste

cu grosse cuppulune ‘e carta peste
appise a ‘na mazza cu ‘nu file ‘e spave
pe’ spasse, te l’acalavene ‘ncape.

Quanne ‘a sotte ‘o cuppulone ascive

‘nfacce curiandele e resate ricevive
si po’ t’arraggiave, e arapive ‘a vocche
‘na lengue ‘e mennelicche, t’arrivave ‘mmocche.

Ere ‘a festa pe’ ‘nvucà ’a speranza,

pirciò ‘a città addeventave ‘na paranza
aro’ putive ammirà’ a ogne pendone
‘vampiette carreche ‘e cozzeche ‘e mellune

Se cantave, se sunave, se pazziave,

ere ‘na festa ca ‘o munne ’nce ‘mmeriave.
Mo!, Piererotte, è sule ‘nu ricorde, e nustalgia,
‘nc’ è rimaste ‘a rotta, e ‘o nomme ‘e ‘na via.

mercoledì 16 settembre 2009

'A 'MPRUVVISATA


‘A ‘MPRUVVISATA


‘A sapite ……” ‘a ‘mpruvvisate “ !
de’ trenta sante ca ‘o Papa ha cancellate
mo’ s’accusene l’une cu l’ate
nun sapenne chi è state c ' ha fatte 'a spiate.

San Gennaro ha prutestate!
Ha ditte:" je tenghe ‘o cuntratte private,
mo’ mette subbete ‘nu buone avvocate
voglie vedè si ‘a piazza m’ha levate".

San Gennà :
chiste so’ ‘e sante muderne,
ca t’hanne primme accusate, e po' t'anne citate
pe’ furto aggravate e continuate.

Santu Nicola, nun ha parlate,
appena ha viste l’acqua ‘mbrugliate
s’è date ammalate,
è ghiute ‘o miereche e l’ha visitate
mo’ stà tutte preoccupate e 'mbarazzate,
pecchè ha sapute ca stà  pur'isse 'nt' 'a lista 'de signalate..

Santa Filumena, po’,  rerenne rerenne
faceve fesse ‘a gente, e ghieve dicenne,
ca ‘e martirie erene  state tremenne.
Mo’ cu ‘a scusa, ca s'eva fà’ ‘o svecchiamente.
l’hanne cacciate e sucutate, 'a dint’ ‘o cunvente.

‘O rieste de’ trenta sante, se tenene mente
e vanne dicenne: chest’ è l’ebbreghe ca è malamente,
pecchè si fanne overamente l’accertamente,
'nce trattarranne  tutte quante,
comm'  a  'na maniate ‘e fetiente”
.

Ma 'e napulitane pe' nun subì' ‘o smacche
E pe' nun passà'  comm'  a tante papuocchie,
ca s’ammocchene ogne specie ‘e filastrocchie,
pe’ tutte ‘e mura d’ ‘a città con grandi penne
scrissero :  San Gennà …. “ Futtetenne “.




mercoledì 2 settembre 2009

'O Zarellare


‘0 Zarellare


Un antichissimo ed utilissimo mestiere napoletano, fu “ ‘O Zarellare “ o come meglio indicato nella lingua turrese (quella parlata a Torre Del Greco) “ ‘O Zagarellare “.

‘O Zarellare (in napoletano era indicato come il merciaio) era colui. che in una piccola bottega vendeva su un minuscolo deschetto caramelle, lecca lecca, gomme da masticare, giocattolini e negli ultimi tempi, di nascosto, sigarette di contrabbando di varie marche straniere.
Il mestiere veramente nacque per accontentare le donne di casa, che avevano bisogno d'accessori per i loro abbigliamenti (per procedere a piccoli aggiusti e sarciture) come nastri, stringhe, spilli, stoffe minute, (appunto tutto ciò, detto originariamente zagarelle) ed in seguito pure cerniere lampo, bottoni d’ogni misura, ganci e gancetti.
In poche parole era il classico merciaio, che la sua bottega fu definita emporio, dove si poteva trovare di tutto.
Una volta negli anni susseguenti la fine della Seconda Guerra Mondiale qualche Zarellaro specie nei piccoli paesi offriva la sua mercanzia girando per vicoli gridando agli angoli delle strade: “Accattateve ‘o necessarie, ahi! quante ve serve e nun ‘o tenite, Cuttone, aghe bettune”
In alcuni Quartieri Napoletani frequentati dal popolo e nei piccoli circondari dell’entroterra resistono tuttora Empori con l’insegna “Tutto a Lire 100” ora “Tutto a € 0,50”, dove si può acquistare di tutto, con prezzi stracciati e con merci prevalentemente di provenienza Cinese o Coreana, soddisfacendo la clientela , che trova ciò di cui necessita, dato che il vecchio negozietto si è trasformato poco a poco in un autentico Bazar.
Ricordo uno Zarellaro speciale anzi ambulante, che, con una sorta di comò quadrangolare. posto su una ruota, che spingeva e trascinava come una carriola, per vendere la sua mercanzia (aghi, cotone, spilli, bottoni ed altro), e si portava per le stradine del mio paese, era conosciuto come “Don Giuvanni ‘o curtulillo".

 


             Negozio attuale di una Zarellara ( un emporio di piccolo merciaio)
                                     


Pensando al diffondersi dei supermarket e megamarket è scomparso il microcosmo dei dettaglianti, tra cui lo Zarellaro. E’ finita un’epoca, è finito un esercito di personaggi, che ti appartenevano, quasi familiarmente, che conoscevano tutte le tue abitudini ed esigenza ed all’occorrenza sapevano consigliarti con competenza.


Per completare la gamma di antichissimi mestieri, che non si trovano più, e forse sono stati anche dimenticari, anche perché erano fondati sulla mera specializzazione come per esempio:
L’Accimatore, quello che rifilava i fregi dei tessuti;
L’Arraganatore, l’uomo addetto alla tintura di panni con l’estratto di arganetta;
L’Azzimatore, il cimatore, colui che asportava o pareggiava il pelo di un tessuto, utilizzando
delle grosse cesoie ;
‘O Barrettare, chi era addetto alla confezione, alla pulizia ed alla stiratura dei cappelli;
'O Cannavare, il venditore di tessuti di solo lino o canapa;
‘O Cazettare, chi vendeva e riparava calze e calzini;
‘O Filajuole, chi era specializzato a filare i tessuti;
‘O Geppunare. chi vendeva e confezionava giubbotti;
‘O ‘Mpusematore. l’apprettatore di tessuti, specie dei baveri delle giacche e dei cappotti,
nonché della rigidità dei colli delle camicie;
‘O Pellettiere, artigiano addetto all’utilizzo delle pelli;
‘O Pannazzaro, cenciaiolo, chi vendeva panni usati di villaggio in villaggio con un fagotto
a spalla detta bandinella.



Continueràcon nuovi antichi mestierin appena possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a poroseguire