martedì 24 maggio 2011

La Discarica di Chiaiano



Una Storia vera - "la discarica di Chiaiano"


Con immagini indelebili degli avvenimenti






il pomeriggio del 23 maggio 2008
presso la piazza "Rosa dei Venti" ( nota come il Titanic)




l pomeriggio del 23 maggio 2008presso la piazza "Rosa dei Venti" ( nota come il Titanic)


il pomeriggio del 23 maggio 2008  (le cariche della polizia)
presso la piazza "Rosa dei Venti" ( nota come il Titanic)
 (diventato il logo della lotta antidiscarica di Chiaiano)



















Barricate fatte con alberi abbattuti lungo via Poggio Vallesan

Barricata fatta di contenitori per rifiuti per sbarrare l'ingresso alle cave di Chiaiano
Barricate durante la protesta successiva al 23 maggio 2008
frapposte sulla strada " cupa dei Cani " che delimita il Parco Poggio Vallesana
e porta l'accesso alla Cava dove è prevista la discarica

Barricate fatte con alberi tagliati lungo via Poggio Vallesana










Riunione del Consiglio comunale di Marano tenuta il 7 maggio 2008 
nella cava della discarica
















Manifestazione con la partecipazione da ogni parte della Nazione del 1/6/2008
contro l'apertura della discarica a Chiaiano






Era appena passata la mezzanotte e non avendo sonno, mi ero messo a rivedere le foto del “Presidio Permanente Antidiscarica  Chiaiano – Marano” sul mio computer, che erano state postate durante  le varie fasi della protesta, fissate in immagini dal mio grande amico Nando, ( è una sequenza di immagini, quasi  un’epopea della battaglia civile operata dalle genti locali,
(maranesi, chiaianesi, mugnanesi), contro le forze di polizia, (Carabinieri, agenti di Pubblica Sicurezza, in piena assetto antisommossa)  per non far procedere all’apertura della famigerata  Discarica di Chiaiano .

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Scempio che è stato poi operato nel Parco delle Colline a Nord di Napoli, a ridosso della selva dei Camaldoli- zona Chiaiano – Marano,  la notte
del 17 febbraio 2009 alle ore 2,30.




Poligono di tiro esistente nelle cave di Chiaiano-Marano prima della Discarica












PRIMA MANIFESTAZIONE DEL 5 MAGGIO 2008 PRESSO IL TITANIC











Tutto iniziò il pomeriggio di una primavera del 2008 da un ingiustificato provvedimento del Consiglio Regionale Campano, appoggiato dalla Giunta, presieduta dall’ex Comunista, poi Pds, Ds ed infine Pd, Onorevole Antonio Bassolino, che sanciva l’individuazione  di  siti provinciali per sversatori dei rifiuti in ogni provincia ed a tale uopo si scelse  - in accordo con la Sindachessa “ onorevole Rosa Russo Iervolino del Comune di Napoli, (unica donna a coprire tale carica istituzionale dal lontano 1808), dopo il parere unanime contrario dell’intero Consiglio Comunale di varare  il sito per la discarica  dei rifiuti urbani  di Napoli, in Via Cupa dei cani, nella selva del Parco delle Colline ai confini Chiaiano e Marano.



'E Malamente

Le foto di coloro, che si distinsero per aprire la discarica a Chiaiano





Commissario ai Rifiuti ; Gianni De Gennaro
che indicò per primo la Discarica di Chiaiano

















il sindaco di Napoli nel periodo 2006/2011 - Rosa Russo Jervolinoa fianco, Antonio Bassolino. Governatore della Regione Campania periodo 2005/2010






il presidente della Repubblica, Gorgio Napolitano
con il nuovo presidente del consiglio dei Ministri,  Silvio Berlusconi





IL Capo del Governo, Silvio Berlusconi, insieme
Al sottosegratario alla protezione civile, commissario Straordinario Guido Bertolaso
nel mese di Luglio 2008







('A Maronna  T'accumpagna) frase pronunciata dal Card. Sepe a Berlusconi
.Il capo del governo,Sivio Berlusconi a colloquio con il cardinale
Arcivescono di Napoli , Crescenzio Sepe, presente anche
Il sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso







Guardando quelle foto attentamente e ricordando i terribili momenti di lotta impari delle popolazioni locali, Chiaiano, Marano, iniziati il pomeriggio del 23 maggio 2008 e continuati con una veglia nei presso della rotonda (La Rosa  dei venti meglio conosciuta come la RotondaTitanic), che manifestavano democraticamente il loro disappunto; si trovarono contro uno schieramento antisommossa di forze dell’ordine, che, per dissuadere la protesta, dovevano imporre,  utilizzando  l’uso di bombe lacrimogene e maneggiando manganelli con cariche senza guardare in faccia ne donne, ne bambini.   Il provvedimento legislativo, che prevedeva il sito dello sversatoio dei rifiuti di Napoli, nelle dismesse cave di Chiaiano, era stato indicato dal Commissario  Governativo per i rifiuti di Napoli, pro tempore, Gianni De Gennaro.
Provvedimento, poi, sancito con decreto legislativo dal Governo, (Dicastero Prodi, alla fine del suo mandato governativo, perché sfiduciato), e poi adottato  definitivamente da quello immediatamente successivo,  il Governo Berlusconi, e senza sentire nessuna ragione, alla fine, dopo aver imposto di nuovo  il defenestrato commissario governativo e nominato questa volta responsabile della protezione civile, il dott. Guido Bertolaso. Decreto firmato e promulgato, infine, con la scusante dell’emergenza dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, che permetteva la scellerata scelta senza battere ciglia, (questo ultimo pur conoscendo già il sito, che in altri momenti, aveva apprezzato esaltando le meraviglie del luogo) mi feci trasportare da quelle immagini in un fantastico sogno irreale ed improvvisamente mi trovai catapultato ad assistere ad una mini assemblea di Santi protettori delle Comunità della zona  Nord di Napoli, in cui ricadeva la discarica, quasi fosse un'insolita riunione di condominio, che si teneva lassù in cielo, presieduta per competenza territoriale dal Santo protettore per antonomasia della città di Napoli, San Gennaro; che andrò a raccontarvi.






Statua di San Gennaro
Patrono della città di Napoli







 C’era un tavolone rettangolare ed al centro presiedeva, come detto prima San Gennaro l’assemblea, nelle sedie alla sua destra c’erano: San Nicola di Bari – Patrono della chiesa di Polvica di Chiaiano, rappresentante i parrocchiani di quella località, San Giovanni Battista, Patrono Ufficiale della parrocchia di Chiaiano centro, assistito dai Santi Compatroni Chiaianesi, San Raffaele Arcangelo e San Michele,  il santo  della cappella di piazza Margherita (piazza detta ‘e mieze ‘o furno), nelle sedie di sinistra trovavano posto San Castrese, rappresentante la comunità del circondario della parrocchia di Marano, coadiuvato dal Compatrone maranese, la Madonna del Poggio Vallesana, più in là sedeva San Biagio, venerato a Mugnano di Napoli, coadiuvato dalle Suore del Compatrono, il Sacro Cuore di Gesù Eucaristico, ed infine s’intravedeva quasi in fondo Sant’Alfonso Dei Liguori, in rappresentanza della comunità dei fedeli di Marianella – Piscinola. Insomma la riunione era costituita da tutti i Santi Patroni e Compatroni delle comunità della Zona Nord Napoletana, quasi a rappresentare i paesi attraversati a monte ed a valle dalla strada provinciale Santa Maria a Cubito.



 
 I SANTI PATRONI E COMPATRONI DI CHIAIANO



Patrono di Polvica- Chiaiano




Statua di San Giovanni Battista a Chiaiano



Statua di San Raffaele Arcangelo  a Chiaiano




















San Michele Arcangelo, compatrono di Chiaiano



I Santi Patrono e Compatrono di Marano



                 San castrese, ( patrono di Marano di Napoli)














Patroni e compatroni di Mugnano di Napoli





San Biagio
patrono di Mugnano di napoli




Sacro Curore di Gesà 
Compatrono di Mugnano di Napoli

                                                                                                                     




Patrono di Marianella



San'Alfonso Maria dei Liguori
patrono di Marianella




Nell'ampio salone, dove si svolgeva questa insolita assemblea  erano situati, come in un grande teatro,  scranni tutto intorno, affinché si potesse assistere alla discussione da dibattere (Ordine del Giorno :  Discarica Del Poligono di tiro a Via Cupa dei Cani sua definitiva chiusura e inizio eventuale bonifica del territorio).
Data l’importanza, c’era assiepato nel salone una moltitudine di anime, come spettatori (tra le anime dei morti presenti, v’erano quelli della zona degli ultimi decenni, che erano interessate a conoscere di che si stava discutendo, anche se non potevano intervenire, non volevano perdersi la decisione finale che avrebbero adottate tutti insieme,  i venerati santi della Zona nord di Napoli, i quali si erano riuniti  per non perdere ognuno la fama e la propria venerazione che ricevevano  dai loro protetti.
Tra le anime, che s’accalcavano nella sala ad assistere al dibattito, riconobbi , in prima fila, i miei fraterni amici e compagni, giunti lassù da poco tempo,  Peppe Miniminor,  (alias Giuseppe Montesano), Rafele Martino, (alias Raffaele Martino, 'o cumenestone 'e Santacroce) l’avv. Giuseppe  Carendente Giarrusso, il combattente ex sindaco di Marano) i quali, vistomi spaesato, mi affiancarono e mi chiesero come mai mi trovassi lì,  pur non essendo ancora defunto.
“Mi fa sommo piacere rivedervi! Non vi siete dimenticati dei  vostri  paesi   natii, quando siete stati sulla Terra? V'interessa la discussione!” Risposi alla loro domanda e mi schernii affermando: “  vi ricordate quante battaglie che abbiamo fatto insieme a Chiaiano, a Marano!  Sono solo di passaggio, ma se le cose di laggiù continuassero, come stanno procedendo,  e se nessuno quassù prendesse a cuore le invocazione di aiuto delle Genti, che vivono nei pressi dell’ingiusta apertura della discarica, sarei stato anch’io tra di Voi fra non molto.”
Il facente funzione di segretario dell’assemblea, San Giuliano, patrono di Giugliano in Campania, con un campanello stridente intimò di far silenzio, perché , di lì a poco iniziava la seduta della speciale adunata, pertanto, era intento degli astanti tutti zittire, se si volesse partecipare  alla discussione dell’ordine della seduta  da dibattere e di giungere e definire appropriate conclusioni, come invocate dai preganti del territorio della zona dei paesi a nord di Napoli, (Chiaiano , Polvica, Marano, Mugnano, Marianella).
 Improvvisamente si fece largo tra coloro, che stavano lì come uditori, l’anima di un nuovissimo defunto,  Napolano Salvatore, (per chi non lo conosceva era, il compagno  operaio elettricista di Chiaiano, che lo potevi  incontrare  sempre a tutte le feste del partito comunista, di rifondazione ed infine del pdci con la sua brava pinza da elettricista sui fianchi a guisa di un cawboy ed a tutte le manifestazioni, per ribadire i diritti inviolabili, dei lavoratori, sanciti dalla nostra Costituzione repubblica. che si facevano dalle nostre parti.  Nato  e vissuto a Chiaiano fino alla pensione nella  casa paterna al corso chiaiano n. 6. L'ultima residenza era stata Giugliano in Campania, quando si risposato, e dove si era poi spento), chiese di parlare ed informare i membri della riunione, perché proveniva proprio da  quei  luoghi delle ultime vicende  sul grave problema dei rifiuti a Napoli e dove aveva partecipato attivamente.
Il presidente dell’assemblea, San Gennaro, prima di dare inizio alla discussione, sentito per un attimo i Santi patroni delle Zone interessate alla discussione convenuti, e non avendo alcuna opposizione, dette la parola a Napolano, pregandolo d'essere breve e di attenersi ai fatti senza fare la storia dei Rifiuti di Napoli, che era iniziata più di venti anni prima, ormai nota a tutti specie a a quelli di lassù.  “  
Tori Tori, così era anche conosciuo il Napolano, iniziò a dire: “ Come tutti sanno, ormai sono stato inumato proprio a Chiaiano in quel camposanto, nella nuova cappella dell'arciconfraternita, che guarda la famosa Selva di Chiaiano e vi  posso assicurare che non è più un luogo piacevole di assoluto riposo, come potrebbe apparire a prima vista, com’era un tempo, un cimitero degno di morti privilegiati, dove regna  l’ordine, la non confusione del sovraffollamento e dove si può ricevere ogni giorno compresi  festivi, le requiem religiose e la visita dei parenti più stretti  con i doni floreali tra i più belli, duraturi e freschi”.
“In queste ultime ore mi sono dovuto ricredere, non è così, e anche le visite dei miei cari sono diventate molto rare, perché dalla discarica di fronte a noi arriva un olezzo, ma che dico un fetore indescrivibile di materiale putrefatto, dicono il gas sprigionato dai rifiuti umidi “ il tal qual “, che pergolano”.
“Basta così! “, Si sovrappose la Voce squillante del presidente dell’assemblea, San Gennaro, che dette per primo la parola a San Nicola , in qualità di proponente la Riunione, rappresentante i cittadini di  Polvica, (frazione di Chiaiano, forse la più vecchia comunità della zona), che riprese la questione del fetore, che proveniva dalla discarica ed  inizio a dire:
“Non meritavamo di essere trattati cosi! Gli abitanti della mia parrocchia, sono stati, gente semplice, lavoratori laboriosi, sempre additati come benpensanti, ligi e rispettosi delle leggi, hanno accettato il sovraffollamento con l’insediamento della 25/80, (costruzione delle case di residenza-popolare, dopo il terremoto del novembre del 1980) che avrebbe comportato necessariamente un nuovo complesso scolastico, sarebbe occorso anche un nuovo ufficio postale ed una scuola superiore pubblica più efficiente, senza mai lamentarsi. Tutto questo non c’è mai stato dato, solo sulla carta, se ne sono sciacquato la bocca e lavate le mani le varie giunte comunali, che si sono succedute nel tempo. Dirò di più, anzi negli anni ’90 volevano propinarci i cosiddetti “ Fos “, (Era commissario di governo al problema dei rifiuti, l’afragolese Bassolino con il sub-commisario Paolucci, ex assessore alla polizia urbana del comune di Napoli), in compenso  promettevano che avrebbero realizzato poi un parco attrezzato. Intanto, dopo aver subito il fetore del bruciamento della gomma, che guarnisce il filo elettrico per ricavarne del rame, attaccato ai materiali di risulta, proveniente dall’abbattimento delle famose “Vele di Scampia”, che erano stati depositati, (non si è mai saputo per voler di chi), nel verde lussureggiante della Selva di Chiaiano, nelle cave dimesse.  Eccoti di nuovo il fetore, ora quello dei rifiuti indifferenziati, il cosiddetto “tal qual”, che proviene dalla discarica di Chiaiano, (la cosiddetta discarica di Napoli), quella che si trova vicino agli ospedali della collina del Camaldoli. Non se ne può più. I miei parrocchiani m’invocano di fare qualcosa, per eliminare questo enorme disagio, miei cari santi colleghi patroni, discutiamone e troviamo tutti insieme una giusta soluzione, visto che laggiù i diretti responsabili di questa iattura, non ascoltano nessuno”.  All’improvviso si fa un gran chiasso attorno al tavolo della presidenza, grida, minacce, varie anime si ribellano e vogliono tutte quante intervenire per dare man forte a San Nicola e spingere gli altri patroni della zona a prendere una seria decisione, affinché la discarica sia chiusa e si passi alla bonifica dei terreni per farla finita  con  quel olezzo nauseabondo, prodotto dal percolato.
San Gennaro, sovrastante con la sua autorevole voce, l’assemblea, invita alla calma e dà la parola a San Castrese di Marano, che si era precedentemente iscritto a parlare.
San Castrese, inizia il suo intervento dicendo : “ Cari santi colleghi patroni della Zona Nord, vi posso assicurare, me ne testimone  la Madonna di Vallesana, che anch’io mi lamento del Fetore che, quando c’è il vento proveniente dal mare, arriva fino alla mia parrocchia al centro di Marano e lungo la Via dei Cani  lambendo Corso Europa e Via Falcone.
Ho saputo che volevano aprire un’altra discarica, in località Quarto di Napoli, ma non ci sono riusciti,  perché, come avvenne a Terzigno, la popolazione locale con il sindaco in testa, ha invocato la loro santa patrona, Santa Maria libera nos a scandalis, che immediatamente si è fatta sentire presso Chi Di Dovere, è la prospettiva è stata subito abbandonata.
Quindi sole le sante patrone riescono ad esaudire le giuste invocazioni dei loro imploranti, mi domando?  Noi, solo santi protettori maschi, non siamo " nessuno"! Forse non contiamo nulla! Non ci facciamo valere presso Chi decide! Quelli di Terzigno, Bosco-Trecase, Pompei, son riusciti nel loro intento, la loro Santa Patrona, Santa Maria della Neve, Santa Virginia, ha scongiurato l’apertura di una nuova discarica, quella di cava Vitiello, esaudendo l’invocazione dei suoi parrocchiani, mentre a noi nessun ci ascolta,  perché non sappiamo farci valere? Uniamoci e andiamo in delegazione da Chi Di Dovere,  e vediamo se la spuntiamo, affinché sversatoi, non se ne devono più fare e si passa una volta per tutte alla raccolta differenziata dei rifiuti, così si fa anche il riciclaggio delle materie prime, che servono  sempre e sono in fase di esaurimento “. “San Giuliano prendete atto e scrivete, così  come sono dette le cose, perché dopo  dobbiamo rendicontare  il tutto  dettagliatamente all’ Onnipotente, che deciderà come sempre per il meglio”. Così riprese a dire il presidente dell'assemblea, San Gennaro. Rivolgendosi al segretario della riunione e dette poi la parola a San Biagio, quale rappresentante delle genti di Mugnano, che invocando le sue prerogative di protettore delle vie respiratorie e dell’apparato  otorino laringoiatra, insistette a dire e perorare un imminente rimedio “la chiusura della discarica, altrimenti di li a breve si sarebbero avute una quantità  incommensurabile di malattie all’apparato respiratorio con relative complicazioni bronco polmonari di non facile  cura e guarigione.
  Inoltre, si sta venendo meno al patto che la discarica sarebbe servita (a detta del buffone di turno che governa la meravigliosa nazione , Italia, e  quelli della sua corte di irresponsabili ed incompetenti) per appena due anni e al terzo si passava alla sua bonifica per ripristinare il territorio e riqualificarlo. Nulla di tutto questo sta avvenendo, al contrario, si continua a sversare.  La spazzatura, intanto non è raccolta dalle strade e così si riesce a dare un’immagine di sporcizia, di rassegnazione  e  noncuranza del popolo napoletano, che non è vera,  come se la colpa di questa  inefficienza non fosse  esclusiva competenza di chi comanda la città. Pertanto assistiamo al solito scaricabarile, così assistiamo  alle varie  accuse tra di loro addossate ai vari gradi del potere, ( il comune accusa  la Provincia, a sua volta la Regione, e tutti indicano il colpevole,  il governo nazionale che non stanza i fondi per risolvere al meglio il servizio di nettezza urbana).
E’ veramente uno spettacolo vergognoso, dopo gli anni bui del laurismo, del paternalismo raccomadatorio democristiano, si ebbe  una tregua con il cosiddetto Rinascimento napoletano iniziato alla metà degli anni settanta con il  Sindaco comunista, Maurizio Valenzi, e poi dopo una transizione di vari Sindaci , che s’alternavano ogni quattro mesi , si giunse all’ascesa al potere del sindaco eletto direttamente dal popolo, Antonio Bassolino, ma è stato tutto un bluf, dopo la lavata di faccia della città in occasione  del G7 , poi divenuto G8, perché la città è stata abbandonata a se stessa, facendo imperare il motto “  tiramme annanze, tiramme a campà.”  San Biagio infine concluse :
“Vi sembra poco! Mie care anime presentii, mio caro presidente!  Pare che non ci sia via d’uscita!  Chi dovrebbe decidere, ha paura di farlo, e per non compromettere il consenso che gli deve arrivare alle prossime consultazioni elettorali,  quando, alla fine, decide  fa solo danni, e speriamo che non diventino irreversibili.”.
Dagli scranni delle anime presenti, come uditori, inizia  una rumorosa contestazione con grida assordanti ed applausi  per l’ultimo intervento, (quello di San Biagio, il patrono di Mugnano) che dicevano pressappoco così:  “ Chi si aspetta a chiudere questo sito di sversamento di rifiuti   (Tal Qual) con il fenomeno infernale di odori  maleodoranti, che minano la salute delle genti locali. Che deve succedere ancora? La gente di Chiaiano e Marano e Mugnano non si arrendono e non vogliono convivere con quel fetore e poi, c’è la possibilità prevedibile  dell’inquinamento della sottostante falda acquifera”.


 “Calma ,calma, non stiamo al mercato!” Fece rintronare la sua autorevole voce San Gennaro, che, fatto zittire tutti, chiese ai compatroni presenti se c’erano altri testimoni  da ascoltare, poiché, se non ce ne fossero stati altri, si doveva  procedere  a stilare un apposito dettagliato documento da approvare e sancire cosi la decisione finale emersa dalla discussione, per sottoporlo  al giudizio  definitivo dell’Onnipotente, che avrebbe dato l’assenso per far procedere ad un’immediata chiusura della discarica del sito di Chiaiano.
Quando si stava quasi per chiudere ed iniziare a procedere alla stesura degli atti, con fare allarmante irrompe nella sala, quasi senza chiedere permesso, ed inizia a parlare ed a farsi ascoltare dicendo  :






Vincenzo De Falco, il creatore della capanna e del container
del Presidio Permanente " No alla discarica di Chiaiano - Marano "

Presidio Permanente allestito e voluto da Vincenzo De falco

Momenti dell'allestimento del Presidio permanente " Jatevenna "
presso la rotonda Titanic di chiaiano -marano
 opera di ( Vincenzo De Falco, Ferdinando Kaiser, Samuele Migliaccio)






“ vengo or ora dalla zona della discarica, non mi sono ancora presentato, scusate!- Sono deceduto stamattina, mi chiamo Vincenzo De falco, anzi sono noto come “ don Vicienzo ‘o creatore do’ presidie” per vostra conoscenza sono quello, che è stato l’artefice di aver realizzato dal nulla,  prima una capanna, con tubi innocenti, improvvisata, poi con l’aiuto di tutti  gli insorti, noti come i briganti dell’opposizione all'apertura della discarica,  ho realizzato un presidio permanente vero e proprio, consistente  in una casupola fatta da un cointainer ed un  recinto coperto, dove i miei compagni inarrendevoli, trovano riparo durante le riunioni  per difenderci dal vento e dalla pioggia nel periodo invernale.  La gente è sfiduciata, ma non rassegnata, siamo d'esempio per tutti coloro, che non desiderano subire sorprusi, siamo in collegamento via internet  con tutti coloro, che con manifestazioni pacifiche vogliono far vivere ancora una volta la democrazia, la libertà, la dignità offesa e calpestata dalla cattiva politica e dal malaffare. Siete ancora in tempo a rimediare prendendo una giusta soluzione, proponendo al Signore,  per sempre la chiusura delle discariche e suggerendo di far inculcare  a chi detiene il potere che un altro modo esiste per smaltire i rifiuti :  il riciclaggio, il compostaggio dell’umido per farne fertilizzante, la raccolta porta a porta   lo sbriciolamento delle materie non riciclabili, trattate, poi, per farne laminati per pavimentazioni od altro”. “Grazie del vostro contributo Signor De falco, Esclamò Il presidente dell’assemblea; San Gennaro. “ i vostri suggerimenti sono veramente soddisfacenti, perciò San Giulià, avete annotato! Per alzata di mano  passiamo all’approvazione della soluzione invocato dal Santo patrono di Polvica , San Nicola “ la chiusura e la bonifica della selva dove è ubicata la discarica”. San Gennaro Gridò: “ Siamo tutti d’accordo. Contiamo! Invito i Compatroni presenti a verificare la conta e visto che tutti sono d’accordo all’unanimità, dichiaro approvato quanto discusso e formuliamo la delegazione per presentare la decisione a Chi Di Dovere.



In cuor mio, senza profferir parola, e tutto contento, mi svegliai e capii , però, che era solo un sogno. M'auguro che a breve diventi realtà non solo per continuare a respirare la frizzatina arietta che proviene dalla collina dei Camaldoli , ma soprattutto per preservare la lussureggiante campagna collinare della  stupefacente bellezza del sottobosco della selva di  Chiaiano per i posteri.


Squarcio della selva  di Chiaiano - la famosa grotta del Brigante


































 
 Gli angeli che si prodigarono nelle manifestazioni antiapertura
della discarica di Chiaiano



Padre Alex Zanotelli  dell'ordine dei missionari comboniani di Verona



Padre Alex Zanotelli  dell'ordine dei missionari comboniani di Verona



-



Prof. Ortolani , geologo che partecipò contro la discarica di Chiaiano




X

Visita alla cava della discarica di Chiaiano
   impedita alla On.le europea  Monica Frassoni ed all'on.le Franco Barbato 
accompagnati dal sindaco  di Marano


Dott.Gerardo Ciannella
Dirigente Medico e Docente pnemologo
presso Ospedale Vincenzo Monaldi



Dott.Antonio Marfella
Tossicologo ed oncologo
presso 'Istituto Pascale di Napoli














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I Cittadini di Marano, di Chiaiano e di Mugnano, che si ribellarono all'apertura della
discarica,  noti poi come i Briganti e le Brigantesse del "Presidio Chiaiano - Marano No discarica "
  ( volti della gente comune partecipanti)


La canzone o meglio l'inno dei manifestanti cantato durante le varie manifestazioni durante la protesta per la non apertira della discarica









Ferdinando kaiser

testimone che immortalò con foto la storia vera della discarica






                                                                    


Bandiera  e sinbolo della lotta antidiscarica di Chiaiano





Chi avrà modo di leggermi , spero di aver fatto un reportage
quanto più veritiero dell'avvenimento.
Mi perdonino coloro,  i cui volti, ce n'erano tantissimi,
che non ho riportati
per puro spazio



 Ringrazio i lettori,  se vogliono apporvi un sincero commento


Dopo 10 anni nel 2018 venendo  a conosccnza forse della   definitiva tombatura della Discarica di Chiaiano                       i Briganti e le Brigantesse hanno apposto una targa ricordo 
il 4 giugno 2018

 

 Alla targa manca un nome , lo aggiungo io : il Prof. Gerardo Ciannella:











mercoledì 4 maggio 2011

L' AMARANTO - IL MITO DELL'AMICIZIA


IL mito dell’amicizia

L’AMARANTO     LA PIANTA DELL’AMICIZIA

Pianta dell'amaranto




L’Amaranto non è solo un colore di una pianta, ma da sempre, come dicevano i Greci rappresenta un mito intramontabile, che raffigura il sentimento dell’amicizia, che si fonda sulla stima reciproca degli esseri viventi, specie quando è veramente sentita e  nulla riesce a farla affievolire, né a farla appassire.
L’amicizia, per questo, è ritenuta una dell’esperienza fondamentale dell’umanità ed è stata elevata ad una sorta di santificazione in ogni epoca da tutte le religioni, che si sono succedute.
In quella greca l’amicizia era portata come ad esempio, quella rappresentante, che esisteva fra Oreste e Pilade, i cugini, che vivendo insieme fin da bambini, furono abituati ad avere uguali interessi, a godere delle stesse sensazioni  del piacere ed a sentire identico affetto per il prossimo, vivendo quasi come in una perfetta simbiosi.
In quella romana, l’amicizia era considerata un rapporto molto pratico della vita e fu enfatizzata con il concetto di solidarietà fra individui, che furono definiti “ sodales”, valeva a dire accomunati da uno stesso scopo pratico da raggiungere e perciò s'impegnavano tutti uniti in campagne di conquista.


La pianta dell'amaranto



In concreto l’amicizia fu rappresentata e quindi la simboleggiarono con i fiori di amaranto, che ritenevano una sorta di talismano contro l’invidia e le avversità della vita.
Nel medio Evo, con l’amaranto di solito, si ornava il capo con ghirlande e  si cingeva le vesti con grandi inserti di questo vivo fiore, sperando così ottenere  l’altrui benevolenza ed una protezione duratura del benessere fisico.
Andiamo con ordine e diciamo che:
Il mito nasce dal fatto che per raggiungere la scopo della vera amicizia occorre che ci fossero, secondo Aristotele, tre presupposti:

1)   Quando si hanno gli stessi godimenti sul piacere comune;
2)   Quando esiste un interesse reciproco; 
3)   Quando si basa sulla bontà reciproca.


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 La percezione dell’amicizia diventa sentimento e logica di vita, come detto da Aristosseno, e dopo di lui Cicerone (De off. 3.45), ed infine Diodoro Siculo (10.4), e altri, intorno al 4 ° secolo a.C.,  nella  famosa storia narrata nei loro scritti:         “ di Pizia e del suo amico Damone, entrambi seguaci del filosofo Pitagora “.


Manifesto del film "Damone e Pizia" 
I giovani rappresentati dell'amicizia e della lealtà



La storia racconta che un giorno Pizia recatosi a Siracusa, (a quella epoca regno della Magna Grecia, dove imperava il Tiranno Dionisio),  fu ingiustamente accusato di aver partecipato ad un complotto a causa delle sue idee  per abbattere il sovrano  (il Tiranno Dionisio). Scoperto, fu deciso che doveva essere punito per questo infame crimine alla pena di morte. Questo il fatto ma la storia diventa emozionante ed è ricordata come : la storia di Damone e Pizia, grandi amici che vivevano mettendo in comune ogni loro avere e condividendo il pensiero filosofico pitagorico della reciproca assistenza, fu messa in evidenza il giorno in cui fu scoperto l’attentato contro Dionisio, e per questo motivo Pizia fu accusato di aver partecipato alla congiura. Non potendo provare la sua innocenza, Pizia accettò la condanna, ma prima di essere giustiziato, chiese di poter tornare alla propria casa per l’ultima volta, per risolvere i suoi affari e congedarsi definitivamente dalla propria famiglia.
Il tiranno Dionisio in un primo momento rifiutò la proposta pensando che una volta rilasciato libero, Pizia non sarebbe più tornato e lui fosse stato ritenuto uno stolto ed un credulone.
Allora Pizia chiamò il suo amico, Damone, e gli chiese di prendere il suo posto in prigione in attesa della esecuzione della condanna, mentre si recava dalla sua famiglia per salutarla. Dioniso, a quel punto, accettò la proposta dello scambio  e concesse a Pizia un periodo di tempo per sistemare le sue cose.  Dionisio allora fece imprigionare Damone al posto di Pizia, che avrebbe pagato con la sua vita se l'amico Pizia non si fosse presentato il giorno stabilito per l’esecuzione. Arrivato il giorno fatale e avvicinatasi l’ora stabilita, nessuno aveva notizie del condannato, Pizia, e mentre la gente dubitava, Damone non smise di credere nella lealtà dell’amico. Pizia, infatti, arrivò all’ultimo momento e, abbracciato il compagno, che era pronto ad avviarsi verso il patibolo, e si scusò per il ritardo, opera di un involontario contrattempo, dovuto al sequestro della sua nave da parte di feroci pirati, che dopo averlo catturato e sequestrato la sua nave, lo buttarono in mare senza pietà. Riavutosi nelle acque gelide del mare Egeo lungo la costa siracusana, a nuoto raggiunse la riva  con gran fatica, sperando in cuor suo di giungere in tempo per mantenere il suo impegno e la parola data.  Il tiranno Dionisio, stupito e colpito dalla fiducia riposta da due amici e dalla loro lealtà, si sentì autorizzato a graziare Pizia e liberare il suo amico Damone, tenuto in ostaggio, e nello stesso tempo li nominò sue persone di massima fiducia ed onorabilità e li elevò a suoi consulenti. Chiese Infine di essere ammesso al loro speciale sodalizio, come terzo membro nella loro relazione.
Così, come la vicenda di Damone e Pizia insegna, l’amicizia sincera non si spegne con il trascorrere del tempo, sfida ogni difficoltà, supera ciascun ostacolo senza paura ed affronta con serenità le prove a cui la vita ogni giorno la sottopone. L’amicizia educa il cuore dell’uomo a saper convivere.
I custodi dell’amicizia vera sono i giovani.
In una società che insegue valori sempre più effimeri, abbagliata dalla materialità dilagante, questa narrazione aiuta a scoprire l’essenza della vita, ciò che la rende davvero degna di essere vissuta. Non per altro Aristotele riconosceva l’amicizia come «il sentimento più necessario per vivere».
 


La Pianta dell’Amaranto
 PIANTA DELL’AMICIZIA




L'Amaranto è un’erbacea annuale, originaria dell’America latina dell’Africa centrale e dell’Asia meridionale ; Appartiene  al genere Amaranthus , alcune delle quali sono commestibili e sono coltivate per l’alimentazione in molte regioni del centro equatoriale. Ha un arbusto eretto, e fusti molto ramificati, che raggiunge i 90-100 cm d'altezza; le grandi foglie, ovali o lanceolate, sono di colore verde scuro, opaco, ma il colore più bello dell'amaranto si trova in alcune varietà, famoso è il colore rossastro o porpora, che rimane tale per tutta l’estate, fino ai primi freddi autunnali. L’amaranto produce particolari infiorescenze allungate, pendule, piumose, di colore rosso, arancio o giallo, contenenti numerosissimi piccoli semi scuri. Queste piante si possono coltivare in giardino, come bordure, ma sono anche molto adatte ad essere poste a dimora in contenitore, per meglio rappresentare il suo aspetto pendulo delle infiorescenze. Le infiorescenze della pianta dell'amaranto sono utilizzate come fiori recisi e anche essiccate. 


 



 L’AMARANTO NELLO SPORT



Il colore amaranto è stato adottato per le divise di diverse squadre di calcio tra le più importanti ricordiamo:
il  LIVORNO E  la REGGINA…












Lo stemma della squadra del Livorno




Lo stemma della squadra della Reggina



Se la curiosità è ritenuta interessante, è gradito
un commento per continuare a proporvene delle altre




mercoledì 30 marzo 2011

UMBERTO II - il Re di Maggio


Storia di Casa Savoia     -        Umberto II di Savoia


               -  Quarta ed Ultima  puntata   - 

                          
          L'esilio e la morte







“E’ passata una settimana, Professò, finalmente, vi siete fatto vivo! Speravo tanto d’incontrarvi, pur non sapendo quando, perché avevo tanta curiosità di conoscere come era finita la vita di Umberto di Savoia, l’ultimo Re d’Italia, il cosiddetto Re di maggio e come trascorse l’esilio,  come morì e chi l’assistette dei suoi fino alla fine".


“Non ti preoccupare, mio caro, Castagna, spero come sempre d'essere esauriente, per quanto mi è possibile, anche nei particolari”.

Risposi salutando e mi scusavo di non essermi venuto prima, giustificando che non avevo sopportato la glaciale temperatura, che si era abbattuta durante questi giorni improvvisamente nella nostra città, era gennaio inoltrato.


Umberto II di Savoia, in partenza da Ciampino
il 13 giugno 1943
“Allora! Eravamo rimasti che, dopo il Referendum, Umberto II di Savoia, aveva lasciato Roma ed a bordo di un aereo si era diretto verso il Portogallo a Cascais, facendo, però, uno scalo tecnico a Barcellona in  Spagna e  così lo  ritroviamo in esilio, in una terra straniera e dopo pochi giorni si riunì con la moglie, Maria Josè e tutti i suoi 4 figli. I quali, madre e figli l’avevano preceduto qualche giorno prima”.

Umberto II di Savoia e Maria Josè ed i loro 4 Figli



"Caro Tore Castagna, devi sapere che il buon Umberto, dopo il proclama di “Roma del 13 Giugno1943, dove il risultato elettorale anche se provvisorio sanciva la vittoria alla Repubblica, era convinto che dopo un breve periodo di allontanamento dall’Italia, sarebbe ritornato dopo la ratifica dei risultati definitivi, che avrebbe dovuto pronunciare la Suprema Corte di Cassazione  per il giorno 18 giugno1943". (La ratifica era necessaria, dopo il controllo delle schede ritenute errate, nulle e quelle in bianco, perché, a seguito dei ricorsi presentati dal movimento dei monarchici, occorreva anche un’ulteriore giusta interpretazione della legge, per la quale aveva bisogna di una chiarificazione per come si doveva intendere il raggiungimento del quorum, se in base alla quantità de votanti legittimi o dei voti validi espressi, compresi quelli errati e quelli senza alcuna indicazione)


Il dubbio fu sciolto definitivamente con la sentenza della stessa Suprema Corte di Cassazione emessa  il 18 giugno 1946, che sancì con una votazione di dodici contro sette (La corte era composta di diciannove magistrati)una volta per tutte la nascita dello stato repubblicano. La ratifica dei risultati definitivi fu pronunciata dalla Corte di Cassazione con una maggioranza assoluta dei due terzi rigettando i vari ricorsi e stabilendo che: per maggioranza degli elettori votanti, si doveva intendere maggioranza dei voti validi, e così fu ufficializzata  la nascita definitiva  della Repubblica Italiana.

"Era convinto, Umberto, che il suo allontanamento dall’amata Patria, si doveva ritenere un segnale significativo, come suo personale apporto alla pacificazione  del popolo,  e poi col suo ritorno,  avrebbe contribuirto fattivamente alla ricostruzione dopo gli avvenuti disastri della guerra.”
 Risposi poi alle altre domande informando il mio amico interlocutore che: "Umberto di Savoia, dopo aver perso il titolo di Re ed il potere, nell’esilio di Cascais in Portogallo assunse il titolo onorifico di “Conte di Sarre”, come già in precedenza, aveva fatto il suo antenato bisnonno, Carlo Alberto, quando abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II.  Per ciò che riguardò l’abdicazione, Umberto non ci pensò mai, anzi era convinto che con l’aiuto del movimento monarchico nazionale italiano, che era stato presente sia nella costituente, che poi nel Parlamento repubblicano, di tornare nella sua patria". Speranza che perse dopo le fatidiche norme, approvate dall'Assemblea Costituente, che sancirono  al Capoverso della XIII disposizione finale e transitoria, in appendice alla nuova Carta Costituzionale,  che prevedevano il divieto ai membri ed ai discendenti di Casa Savoia di ricoprire uffici pubblici, né assumere cariche elettive. Infine agli ex re sabaudi, alle consorti ed ai loro discendenti maschi, si vietò l’ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale.
“Fu un grave colpo per l’esule sabaudo e come risposta al divieto, per prima cosa, chiamò la casa, dove dimorò, poi, fino alla sua morte, “Villa Italia”, che divenne il suo unico rifugio, lontano dalle mondanità dell’epoca, ricevendo solo visite di connazionali a lui fedeli”.
“Mio caro professor Sasà, se non sbaglio tale anacronistiche, norme sono state poi abrogate! Mi sapete dire, quando?” Interloquì il caro Castagna, al mio dire e come sempre gli risposi :
“Si dovettero aspettare parecchi anni, e per non farla lunga, posso informarti che solo alla moglie di Umberto II, l’ultima regina d’Italia, Maria Josè, dopo la morte diell'ultimo  Re  Savoia, Umberto II, avvenuta il 18 marzo 1983, fu permesso, grazie ad un collegio di giuristi di Padova, nel 1987 di poter ritornare in Italia". (Il suo ritorno avvenne esattamente il 1° marzo del 1988 per partecipare ed assistere ad un convegno storico, dedicato alla figura di Sant’Anselmo nella città d'Aosta).

"Dopo la morte di Maria Josè, avvenuta il 27 gennaio 2001 a Ginevra, si deliberò infine, dopo vari rinvii, alla abolizione del divieto di poter far rientrare sul suolo italiano anche tutti i discendenti maschi  del  Re Savoia".



Le norme della proibizione hanno cessato i loro effetti con l’articolo unico della legge costituzionale n. 1 del 23 ottobre 2002
come pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 26 del 26 ottobre 2002,
che recita così”:

“Il testo dei commi primo e secondo della XIII-disposizione transitoria e finale della Costituzione, i cui effetti si esauriranno a decorrere dalla data d'entrata in vigore della presente legge è il seguente:
"XIII. - I membri e i discendenti di Casa Savoia non possono ricoprire cariche elettive.
Agli ex re di Casa Savoia, alle relative consorti e ai loro
discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno
nel territorio nazionale.".


“Si dovettero attendere quasi 60 anni per porre fine al divieto dell’esilio dei discendenti maschi degli ultimi re del casato dei Savoia? Erano così pericolosi? Facevano tanta paura? Me lo spiegate, professò! Non sono monarchico e so che anche voi non lo siete, ma in tutti questi anni, quali motivi di contrasto allo “Stato Repubblicano” furono procurati dagli ultimi reali d’Italia? Perché tanto rancore e livore nei loro confronti?  Mi pare, se ho letto bene la storia,  e spero di non sbagliare proprio Re Umberto e la regina Maria Josè non avevano simpatie con il regime fascista e si erano adoperati, sia ufficialmente sia segretamente, per abbatterlo?”
 “Non so cosa dirti! Non so risponderti, mio caro Tore Castagna, anche perché si può dire, è storia recente!”.
Risposi, alla precisa domanda postami, intanto ripresi a dire:

“ Re Umberto, a Cascais, anche sollecitato dai connazionali di fede monarchica, che erano pure presenti in parlamento ed al Senato della Repubblica, si ritirò a vita privata e si dette a collezionare cimeli sabaudi e si mise a scrivere un vasto volume sulla medaglistica  coniata dal suo casato, che è un’opera unica nel suo genere. Caro mio Castagna, nel suo esilio, Umberto II si adoperò ad aiutare indiscriminatamente e sostenne gli italiani, che n'avevano necessità tramite i suoi rappresentanti in Italia. Rispondeva a chiunque gli scriveva e riceveva decine di migliaia di persone, che desideravano incontrarlo e conoscerlo direttamente senza mai negarsi. Osservava e richiedeva, che si osservasse una rigorosa etichetta, fu un vero gentiluomo, e veramente un uomo di alto lignaggio.”
“Allora volete dirmi, professò, che non meritava l’esilio definitivo per come si comportò dopo la proclamazione della nascita della Repubblica italiana?”
M’interruppe il mio contradditore amico ed  io prosegui la mia enunciazione dei fatti, come li avevo appreso da quel poco, che trapelava dalla stampa amica dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II, il re di maggio.
“Visse in piena solitudine nella sua dimora a Cascais, nella villa nascosta tra pini secolari, di fronte all’Oceano Atlantico, che denominò, come già detto “ Villa Italia “.
(Villa Italia, fu il regno incontrastato in esilio di re Umberto II e fu un centro turistico rinomato, fu un luogo simbolico, finché  visse l’ex monarca sabaudo e poi quando lo stesso non ci fu più, fu abbandonata  al degrado assoluto, fino a quando nel 1985 gli eredi  la vendettero ad una catena alberghiera, che la trasformò in un primo  momento in un atelier di moda e infine fu trasformata in una albergo di lusso, come lo è tuttora).
“L’Italia fu, per lui, la sua unica ossessione e mi parve di aver letto su una rivista o su giornale dell’epoca, che è spirato pronunciando per ultimo la parola “Italia”. “Che cosa sapete in merito Professò? Non mi sono mai incuriosito, poi di sapere, come sono vissuti, Umberto II e la sua famiglia senza soldi, né appannaggi, dopo la proclamazione della Repubblica, che fine fece il cospicuo patrimonio, appartenuto alla famiglia reale dei Savoia? Patrimonio, per quel che ho saputo, fu confiscato dalla Repubblica all’atto dell’entrata in vigore della Costituzione, in base alla disposizione transitoria del 3 e 4 punto, dove era sancito che i beni dell’ex famiglia reale sabauda, che si trovavano sul territorio nazionale erano avocati allo Stato italiano, ed infine tutti gli atti inerenti a trasferimento di beni degli ex Savoia erano da considerare nulli dopo  il referendum del 2 giugno 1946. Sapete dirmi qualcosa in merito, Professò’, se si, me lo dite?  Vorrei conoscere come facessero a vivere e chi li aiutò?“
Gli risposi con la dovuta cautela : "Mio caro, Castagna, in verità, hai fatto una domanda, molto complicata, perché implica una serie di concause, compromessi, per il fatto che in quei momenti accaddero molti fatti incidentalmente, che spinsero a prendere decisioni affrettate ed inequivocabili, che forse in altri contesti non sarebbero state prese". "Andiamo con ordine, intanto, in ogni caso spero d'essere chiaro nella mia esposizione dei fatti" ( Fatti storici riportati, rileggendo qua e là sui vari giornali dell’epoca e poi su qualche libro, come quello scritto da Luciano Regolo, "il re signore", e sui portali  "Cartantica.it " e "Cronologia della storia d'Italia " di Leonardo .it, sistemati  in modo esatto, rispettando i tempi del loro accadimento,  e dalle poche voci, che si apprendevano dai resoconti della radio).  "Fatti commentati, poi, in famiglia e si può rispondere, che  gli ultimi reali d’Italia in carica, Umberto II e Maria Josè, nonché quelli già in esilio, Vittorio Emanuele III e sua Moglie Elena, non fecero “ ‘e Poze da’ Famme” ( Non sentirono i morsi della fame) anzi vissero sì la loro vita lontano dalla Patria, ma non si fecero mancare niente, anzi come dicevano alcuni, vissero  in un esilio dorato.
"Furono aiutati da amici di Nobili casati e dai parenti reali belgi di Maria Josè nei primi momenti, e poi, da aiuti ricevuti dal Vaticano".
(Aiuto consistente in un cospicuo prestito in contanti di vari milioni di Lire dell’epoca,  concesso nell’ultima visita a Umberto II dal Papa Pacelli, Pio XII, la sera del 7 giugno 1946. Prestito, che fu elargito, per provvedere alle prime necessità dell’esilio, e fu consegnato in un pacchetto dallo stesso pontefice al Ministro della casa reale, marchese Falcone Lucifero con questo messaggio: -    L  o consegni al re. La provvidenza pensa che sarà molto utile -).
 Come contropartita, Re Umberto II, a garanzia del prestito accordato, fece trasferire, a sua volta, dal Quirinale in Vaticano, a titolo di deposito , varie casse dell’intera collezione di porcellane sabaude, giustificando il trasloco con l’intento per meglio preservarla. Il prestito, in seguito, fu regolarmente restituito ed estinto senza interessi di sorta, dopo che Umberto, (divenuto coerede del padre, Vittorio Emanuele III, alla  morte  del quale avvenuta il 27 dicembre 1947),  intascò la sua quota parte dell’ingente somma, (parecchi miliardi) accumulata su un conto esistente in Gran Bretagna a Londra, quale corrispettivo di un’assicurazione spettante al proprio genitore. (Polizza assicurativa, stipulata  50 anni prima presso I Lloyds di Londra da suo nonno,  il Re Umberto I, in caso di morte dopo il primo attenato subito a Napoli. Evento verificatosi con l’uccisione di Umberto I, a seguito ,dei colpi d’arma da fuoco sparatogli dal regicida Bresci a Monza il 29 luglio  del 1900).
 L’indennizzo dell’assicurazione, poiché non fu  mai incassato da Vittorio Emanuele III, rimase giacente in  un deposito acceso presso l’ Hambros Bank di Londra, denominato “Fondo Sabaudo” ed il suo valore in soldi lievitò annualmente, perché  buona parte fu reinvestito regolarmente in azioni  del “Prestito della Vittoria ” ed all’atto della sua liquidazione risultò ammontante di circa 3 miliardi di Lire lordi.  La disponibilità della somma, previa il pagamento delle tasse di successione previste ed i diritti di custodia, spettanti sia al Governo Inglese e sia alla banca tenutaria del deposito, avvenne nell’anno 1951, dopo che il giudice britannico Wyn Parry  riconobbe le ragioni edotte (nella controversia per lo svincolo del conto) dagli eredi dei Savoia, rappresentati esplicitamente dai legali  di : ( i figli di Mafalda di Savoia  -  i principi Maurizio ed Errico d’Assia - il primo anche tutore dei fratelli minori  Ottone ed Elisabetta -, la contessa Jolanda Calvi di Bergolo, Giovanna  di Savoia vedova di Boris di Sassonia, la principessa Maria Borbone ed anche se non presenti perché in esilio, l’ex re Umberto II di Savoia e la  ex regina madre Elena di Montenegro) contro lo stato italiano  e permise la svincolo del cosiddetto Conto “Fondo sabaudo “ senteziando  anche che, la causa intentata dallo stato repubblicano italiano, era  non giustificabile anzi “ Priva di fondamento giuridico e con intento persecutorio”.
“Professò? Scusate! Se la passarono proprio bene, allora quasi da nababbi! Se putettere accattà, pure, ‘na villa, è overe! Re Umberto forze ringraziaje ‘o ciele, pecchè accussì fuje cchiù libbere, senza essere cchiù priggiuniere  e vivere rispettanne l’etichette, ‘o prutecolle?  Senza cchiù vestì sempre in alta uniforme, con medaglie, fregi? Diciteme, professò, come passave po’ ‘e jurnate?”
A queste precise asserzioni gratuite ed un po’ maligne ed invidiose del mio interlocutore, risposi: “Carissimo amico, mio buon Castagna, non vivevo mica con lui e da giovanotto avevo altro a cui pensare e le poche notizie, che trapelavano dall’esilio di Cascais erano molto scarne. Si seppe qualcosa dai giornali dell’epoca e che poi solo ora, potei meglio approfondire leggendo diverse biografie scritte da vari giornalisti che lo incontravano a quella epoca.  Ti posso riassumere che per i primi tre anni, la famiglia reale ed il loro seguito vissero  l'esilio abbastanza bene tenendo anche, un certo tenore nobiliare, grazie al prestito ricevuto dal vaticano e dalle rendite paterne di Maria Josè.
Quando le  risorse finanziarie stavano per finire, per le troppe spese, si vendette anche qualche oggetto di valore familiare ancora rimasto in loro possesso.”
 

Proseguii il mio racconto continuando a dire:

“Quando poi acquisirono la disponibilità della somma del cosiddetto “Conto Sabaudo”, giacente a Londra, finirono le ristrettezze e pur rimanendo solo Umberto II con le tre figlie, poiché la moglie, la regina Maria Josè, per curarsi una malattia agli occhi, dovette portarsi in svizzera per meglio curarsi, presso uno dei più noti  specialista dell’epoca, l’oculista Franceschetti. Umberto e Maria Josè si separarono non per voluta separazione, ma solo per motivi d'alcune norme di una convenzione internazionale, per cui , Umberto II, ex re stando in esilio,  non  poteva risiedere per più di quindici giorni in un paese confinante con l’Italia. Per questo motivo furono, oggetto di pettegolezzi e racconti stravaganti dei giornali, che riportavano che  per incompatibilità di carattere si erano separati e non si vedevano mai.  Niente di più falso. Umberto viveva in Cascais in Portogallo e Maria Josè a Merlinge in Svizzera e quando era possibile s’incontravano rispettando sempre le leggi e le convenzioni .

Maria Josè con il piccolo Vitt.Emanuwle IV




Quindi si separarono, Maria Jose che si stabilì a Merlinge in Svizzera, come compagnia scelse di tenersi il piccolo Vittorio Emanuele IV, che visse con lei fino alla maggiore età. Umberto, rimase , invece , a Cascais con le tre figlie,  che accudì facendole studiare secondo le loro inclinazioni e le tenne con sé, senza mai opprimerle fino a quando, divenute adolescenti, decisero  singolarmente di intraprendere la strada del loro destino, lasciando la casa paterna di Cascais ed  il loro genitore alla più  drammatica solitudine e amara malinconia. La prima figlia, Maria Pia, lo lasciò, quando si sposò il 12 febbraio del 1955, Maria Gabriella,nel 1957 per andare a studiare a Parigi,  mentre l’ultima, Maria Beatrice nel 1963 dopo un breve periodo trascorso ad Oxford raggiunse la sorella Maria Gabriella nella capitale francese".

"Rimasto solo all’età di 59 anni, Umberto si sentì rinascere, libero da impegni prettamente  familiari e per combattere la forzata solitudine, intraprese una serie di viaggi, che lo portarono negli Stati Uniti ed in America latina , dove incontrò i generali Clark ed Eisenhower, che erano stati comandanti delle truppe alleate della Seconda Guerra Mondiale e visse così un periodo di apparente serenità misto a ricordi di un fulgido passato. Viaggiò in vari continenti. Visitò la Grecia, passando poi per il Montenegro, il paese d'origine della madre.  Si recò in Africa, in Egitto,  nella città di Alessandria per onorare la tomba del padre, che era lì sepolto, dopo la sua morte, avvenuta in esilio. Aveva sempre un comportamento elegante ed un atteggiamento regale e durante i vari spostamenti utilizzava un passaporto  rilasciato da Malta intestato al Conte  Sarre". (Titolo utilizzato,  Conte di Sarre, fra i molteplici  di cui si poteva fregiare,  lo stesso  che già aveva usato il suo avo, il Re Carlo Alberto, quando abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II e lasciò il suo regno per andare volontariamente in esilio a Oporto in Portogallo). Passarono così gli anni sessanta e nel settanta, Umberto ingoiò un altro rospo, lui così ligio alle etichette ed alle tradizioni della Casa Savoia, dovette prendere atto che suo figlio Vittorio Emanuele IV, contro tutte le regole nobiliari, di casa Savoia si sposò con  la bella giovane, Marina Ricolfi Doria, una ex campionessa olimpionica di sci nautico, non di sangue reale.  Non presenziando alla nozze accettò ugualmente il matrimonio del figlio con la bella Marina e fu presente invece, al battesimo del nipotino, Emanuele Filiberto, nel !972 , concedendo al piccolo nato il titolo di Principe di Venezia e regalando alla nuora contestata, in segno di riappacificazione familiare, un bellissimo gioiello  Sabaudo. Qualche anno dopo siamo nel 1974,Umberto II , compie 70 anni ed è festeggiato da tutti i familiari più stretti di casa Savoia, moglie figli e nipoti, nella dimora di sua figlia , la principessa Maria Gabriella in Svizzera.


  Umberto II di Savoia,   in esilio a Cascais
Gli Ex reali d'Italia con i figli ad una festa  con i reali del Belgio e rispettivi figli




              


Fino agli anni Ottanta per Umberto fu un’alternanza di periodi sereni e sofferenti per un tumore osseo, malattia che gli procurava dolori  insopportabili, che accettava con religiosa rassegnazione. Una delle ultime apparizioni in pubblico avvenne in occasione del passaggio per una visita pastorale del Papa, Giovanni Paolo II  nella casa residenziale del Cardinale di Lisbona, anche se molto provato nel fisico.





Incontro del papa, Giovanni Paolo II, ed Umberto II, ex Re d'Italia in esilio





Effige del timbro ufficilae di Umerto II , Re d'Italia
Si era nel maggio 1982, sempre speranzoso di ritornare nella sua amata patria, l’Italia, e dopo di allora si aggravò e fu ricoverato presso la London clinic del suo amico Thompson a Londra per un tumore osseo che lo stava pian pianino consumando e distruggendo.  Per stare più vicino ai suoi più diretti familiari acconsentì a farsi trasferire all’ospedale cantonale di Ginevra , dove  alle ore 15,35 del 18 marzo 1983 all’ottavo piano nella stanza n. 809 si spense l’ultimo Re d’Italia, senza lasciare alcun erede al trono ufficialmente, e come ultimo desiderio volle che il sigillo reale fosse sepolto con Lui.




(un grosso timbro recante, la sua immagine, che rappresentava  la trasmissione del simbolo visibile della legittimità della linea dinastica che avviene di generazione in generazione e che rappresentava nello stesso momento, il simbolo di gran maestro degli ordini cavallereschi di Casa Savoia). Egli non abdicò mai e pertanto con lui finì l’ultimo rappresentante di un regno ormai finito senza appello, così come il comandante di una nave  affonda con il veliero avviluppato ad un grandissimo macigno che precipita negli abissi del mare senza poter più emergere, scomparendo.








E' gradito un commento, se la curiosità è ritenuta interessante.
E' utile per continuare con un'altra la prossima volta.