sabato 25 gennaio 2014

immaginetta di San Nicola di Bari di Polvica


Gonfalone e stemma della regione Umbria








Gonfalone della Regione Umbria


Il Gonfalone regionale della Regione Umbria è il simbolo regionale rappresenta infatti i tre ceri di Gubbio che, ogni 15 maggio, facendo rivivere una tradizione antichissima, vengono portati fino al Monte Ingino nella famosa "Corsa dei Ceri"; una corsa dal fascino magico che per la sua fama è divenuta ormai anche un evento mediatico noto in Italia e nel mondo.








Stemma della Regione Umbria

Lo stemma della Regione Umbria raffigurai in sintesi grafica i tre ceri di Gubbio, di colore rosso, delimitati da strisce bianche, in campo argento di forma rettangolare

La bandiera dell'Umbria prende spunto dal gonfalone disegnato dagli architetti Anselmi, vincitori del concorso nel 1971, che descrissero il simbolo con queste parole:
« Ci premeva [...] che stemma e gonfalone divenissero segnali di quel territorio [l'Umbria, ndr], e che quindi rispecchiassero lo spirito, le tensioni, l'atmosfera, i colori di quei luoghi che ancora vivono di profonde valenze medievali. »
Il simbolo della bandiera rappresenta i tre ceri della Corsa dei Ceri che si tiene ogni anno a Gubbio in provincia di Perugia il 15 maggio di ogni anno in onore di Sant'Ubaldo Baldassini, la bandiera è entrata ufficialmente in vigore con la L.R. 18 maggio 2004, n.5.
Lo stemma e la bandiera della regione sono ufficialmente definite dai seguenti articoli:
« Lo Stemma della Regione è costituito da elementi geometrici raffiguranti in sintesi grafica i tre ceri di Gubbio, di colore rosso, delimitati da strisce bianche, in campo argento di forma rettangolare, come rappresentato nel bozzetto allegato, che forma parte integrante della presente legge. »
(L.R. 18 maggio 2004, n.5 art.2)
« La Bandiera della Regione è formata da un drappo di forma rettangolare, del colore del Gonfalone, con al centro lo Stemma di cui all' articolo 2, di dimensioni pari a tre quinti dell'altezza della Bandiera stessa, con la scritta "Regione Umbria" in rosso nel quinto inferiore. »






mercoledì 15 gennaio 2014

Publio Virgilio Marone

Biografia di Virgilio

Publio Virgilio Marone, in latino Publius Vergilius Maro  nacque ad Andes (Mantova),Il 15 ottobre 70 a. C. – morì a  Brindisi, il 21 settembre 19 a.C.; è stato uno dei più famosi ed  apprezzati poeti latino-romano .
 L'epitaffio, che si può leggere sulla sua tomba a Napoli è il seguente:
Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua rura duces

  Epitaffio che, secondo una leggenda, questa frase sarebbe stata dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte. Letteralmente si può tradurre così: "Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, mi tiene ora Napoli; cantai i pascoli, le campagne, i comandanti".





           





Ritratto di Publio Virgilio Marone




Publio Marone, meglio noto come Virgilio, il somma poeta dell’Eneide, era considerato un taumaturgo, un talismano per eccellenza per la città di Napoli, nonché il protettore più santo.

Le sue doti taumaturgiche  gli derivavano dai suoi studi  e  da conoscenze misteriose sull’origine sacra e mitica  della sirena Partenope, per cui  era soprannominato  Virginiello  (verginello) a parte l’aspetto femmineo ( era vir = uomo, orgas = fanciulla), ma era considerato il continuatore di Partenope e quindi  dopo la sua morte  avvenuta durante l’equinozio del 19 settembre a. C.   fu venerato  come un grande benefattore con periodiche processioni alla sua tomba.

 
Tomba di Virgilio a Napoli




Tomba di Virgilio nel parco Virgiliano a Napoli



La sua fama si propagò oltre le alpi, (era  come suol dirsi), un esperto di ars matematica, uno  strologo , un  mago con  strabilianti imprese,  come la scoperta del bagni di Pozzuoli, che guarivano ogni patologia, fino al famoso uovo cosmico di  Castel dell’Ovo.Che traeva origine dal mitico Palladio, talismano della città di Troia.

Finì il suo culto e la sua adorazione, quando fu sparsa la voce dalla Chiesa di allora, che era un negromante, consacrato ad arti diaboliche, definendolo temibile stregone adoratore di satanasso e fu sostituito dai santi Agrippino e poi San Gennaro.  

domenica 12 gennaio 2014

Gonfalone e stemma della Regione Calabria




Stemma della Regione Calabria


Lo stemma della Regione Calabria, raffigurato nel immagine sovrastante, è racchiuso in una cornice ovale, è inquartato in croce di Sant'Andrea, con le seguenti figure disposte con riferimento a chi le guarda: nel quarto alto il pino laricio, poggiante si una linea dritta; nel quarto in basso una colonna con capitello dorico, poggiante su una linea ondulata; nel quarto di sinistra la croce bizantina; nel quarto di destra una croce potenziata. I colori delle singole raffigurazioni sono: verde in campo d'oro per il pino, azzurro in campo d'oro per la colonna, nero in campo d'argento per le due croci.
Legge Regionale n. 6 del 15 giugno 1992
 Origini e Simbologia dello Stemma calabrese : Il pino laricio rappresenta le bellezze naturali della regione. La colonna ricorda l'età della Magna Grecia. La Croce Bizantina, ricorda l'impero bizantino di cui la Calabria ha fatto parte. La Croce Potenziata, già presente negli stemmi della Calabria Citra e della Calabria Ultra, ricorda il valore dei crociati calabresi durante la prima crociata



Gonfalone della Regione Calabria



 
Gonfalone della Calabria esposto in Regione


Il Gonfalone della Regione Calabria, invece è raffigurato su un drappo di colore blu, con la scritta "REGIONE CALABRIA" in colore oro e reca al centro lo stemma,  di cui sopra, della Calabria. Ha una foggia regolare movimentata alla base da una doppia curvatura, prima concava e poi convessa. All'innesto del puntale sull'asta del gonfalone è annodato un nastro con i colori della bandiera nazionale.

sabato 11 gennaio 2014

Gonfalone e stemma della Regione Sardegna





Gonfalone ufficiale della Regione Autonoma  della Sardegna


Il



IL Gonfalone e lo stemma della Sardegna è un drappo d'argento con la croce di rosso accantonata con quattro teste di moro, cornice ovale dorata ed è accompagnato da un cartiglio " Gonfalone e lo stesso con il nome ufficiale della regione.





Bandiera dei quattro mori, diventata dal 1999
 la bandiera ufficiale della Regione Autonoma della Sardegna.




La Bandiera dei quattro mori (Sos battor moros in sardo logudorese, Is cuattru morus in sardo campidanese Li quattru mori in sassarese e gallurese, Els quatre moros in catalano, I càtru mori in tabarchino) è la bandiera ufficiale della Regione Autonoma della Sardegna..
« campo bianco crociato di rosso con in ciascun quarto una testa di moro bendata sulla fronte rivolta in direzione opposta all'inferitura. »
(Legge Regionale 15 aprile 1999, n. 10; Art. 1)
Storicamente invece la fronte è rivolta verso l'inferitura. Di origine medievale, è composta dalla Croce di San Giorgio e da quattro teste di moro bendate, rappresentanti i 4 re musulmani sconfitti dagli aragonesi durante la battaglia di Alcoraz avvenuta in Spagna.
È storicamente legata alla bandiera dell'Aragona e alla bandiera Testa Mora, della vicina isola della Corsica.

Durante i secoli i mori furono raffigurati in diverso modo: senza benda, con benda sugli occhi o sulla fronte, a destra o a sinistra, o coronati. 

Alla metà del settecento invece si stabilì l'iconografia che continuò a perdurare fino al 1999: bandiera di San Giorgio, con in ogni quarto una testa di moro, con benda negli occhi, in direzione dell'inferitura.

Bandiera tradizionalista della Sardegna fino al 1999


 Forse il significato di ciò potrebbe relazionarsi agli atteggiamenti del governo piemontese verso la popolazione isolana. Nel 1952 lo scudo dei quattro mori bendati negli occhi divenne bandiera ufficiale della Regione autonoma ed ornava in oltre il suo gonfalone (decreto del Presidente della Repubblica del 5 luglio 1952).
Una legge regionale apposita nel 1999 portò, dopo studi approfonditi, a cambiare la bandiera dei quattro mori dalla versione del Regno Sardo-Piemontese a quella che orna tuttora un quarto dello stemma d'Armi della Provincia spagnola di Aragona ma con i mori opposti all'inferitura (significato: I sardi non devono più guardare e piangere, senza dimenticare, il passato ma pensare a costruire un futuro migliore per la Sardegna).
Il Partito Sardo d'Azione adotta la bandiera come proprio simbolo, secondo il modello Savoia su drappo quadrato. Sardigna Natzione riprende invece solo la croce, nera in campo bianco.
IL SIGNIFICATO della bandiera dei quattro mori, però, ha poco a che vedere con le sue origini. È infatti più plausibile che l'effige del moro decapitato stia ad indicare la vittoria dei sardi sui saraceni. Gli arabi infatti erano il terrore del mondo occidentale e come un'onda inarrestabile conquistavano l'intero mediterraneo, sconfitti solo da Carlo Martello a Poitiers e dai sardi in Sardegna. Testimonianza di ciò è anche il fatto che, in versioni precedenti, ai mori venisse posta la benda sugli occhi, proprio a voler sottolineare il loro status di sconfitti.



venerdì 10 gennaio 2014

Gonfalone della regione Sicilia



La Sicilia, prima regione ad ottenere uno statuto di speciale autonomia, è stata l'ultima a dotarsi il 28 luglio 1990 di stemma e gonfalone ufficiali. La bandiera predisposta nel 1995 aveva al centro uno stemma ricalcante il modello definito da una proposta di legge del 1982 (poi decaduta), inquartato con le armi normanna (1°) e sveva (2°) della Sicilia, la triquetra (3°) e l'arma aragonese (4°). Esso è simile ma non uguale a quello che compare sul gonfalone adottato nel 1990 differenziandosi solo per l'ultimo quarto (Sicilia aragonese con pali e aquile anziché Aragona con i soli pali). Tale bandiera, ancorché usata dalle istituzioni, non ebbe grande seguito e nel 2000 fu definitivamente sostituita dalla più fortunata versione seguente.

Stemma e gonfalone erano stati adottati con la legge regionale n. 12 del 1990, approvata dall'Assemblea regionale siciliana, su proposta del parlamentare regionale e storico Giuseppe Tricoli.


Gonfalone ufficiale della Regione Sicilia


Bandiera armeggiata riproducente lo stemma regionale, adottato con la succitata legge del 28 luglio 1990,  in uso fin dal 1990, confermata e resa ufficiale dalla legge regionale del 4 gennaio 2000. Proporzioni 2/3. La triquetra, con la testa della Medusa, tre gambe rotanti e spighe di grano, è emblema tradizionale siciliano, comparso a più riprese sulle bandiere (ad es. sui vessilli dei napoleonidi del Regno di Napoli, sui tricolori siciliani del 1848, sulle insegne degli indipendentisti nel secondo dopoguerra). È antichissimo simbolo siculo risalente al IV secolo a.C. che appariva sulle monete delle città liberate dai tiranni.



Bandiera  con lo stemmo della Triquetra ( simbolo della Sicilia)


La Trìscele (Triskele o Triskell, conosciuta anche con il nome grecizzato di Triskelion, in araldica Triquetra, sebbene con significato più particolare, a volte erroneamente Trinacria) è una raffigurazione di un essere con tre gambe (dal greco τρισκελής), più generalmente tre spirali intrecciate, o per estensione qualsiasi altro simbolo con tre protuberanze ed una triplice simmetria rotazionale


Triquetra siciliana ritrovata aPalma di Montechiaro (Ag)



Questa Triscele di terracotta di quel periodo è conservata nel Museo Archeologico di Agrigento. L’isola fu quindi chiamata Triquetra, Trichelia, Trinakìa con un solo significato: terra con tre alti promontori (Peloro, Pachino e Lilibeo) a raffigurazione triangolare.
La triscele, come simbolo della Sicilia, era inizialmente la testa della Gòrgone (o della più specifica Medusa), i cui capelli sono serpenti, dalla quale si irradiano tre gambe piegate all'altezza del ginocchio. La Gòrgone è un personaggio mitologico, che secondo il poeta greco Esiodo era ognuna delle tre figlie di Forco e Ceto: Medusa (la gòrgone per antonomasia), Steno (la forte), Euriale (la spaziosa).

Versione con serpenti e ali (1910). Intorno è presente la legenda ΠΑΝΟΡΜΙΤΑΝ (panormitan) in greco
Un'altra versione della testa è quella di una donna, forse di una dea, in taluni casi raffigurata con le ali per indicare l'eterno trascorrere del tempo, contornata da serpenti per indicare la saggezza. I serpenti in seguito sono stati sostituiti da spighe di frumento, a voler significare la fertilità della terra dell'Isola (i serpenti furono sostituiti con spighe di grano dai Romani per simboleggiare il suo status di "granaio" di Roma).

giovedì 9 gennaio 2014

Gonfalone della Regione Emilia Romagna

Gonfalone della Regione Emilia Romagna


Il gonfalone della Regione Emilia Romagna
Legge Regionale regola anche la forma, le dimensioni e il colore del gonfalone:
"Il gonfalone della Regione Emilia-Romagna consiste in un drappo di seta di un metro e un metro per settanta centimetri, di colore bianco, contornato in oro, terminante a punta rivolta verso il basso. All'interno è riprodotto lo stemma della Regione con sotto evidenziata la scritta "Regione Emilia-Romagna" sormontata da una lista di colore rosso".

mercoledì 8 gennaio 2014

Gonfalone della regione Lombardia





Gonfalone  della Regione Lombardia




Bandiera introdotta verso il 1978 e mai resa ufficiale per legge, nonostante sia molto popolare e largamente usata dalle istituzioni regionali. I colori sono d'ispirazione naturalistica. L'emblema centrale rappresenta la trasposizione grafica della "rosa camuna", frequente nelle incisioni rupestri della Val Camonica e vuol collegare la cultura lombarda all'Europa poiché analoghe forme rupestri - di significato ancora incerto - si ritrovano anche in altre zone del continente. La bandiera ricalca lo stemma regionale, quadrato, stabilito con legge regionale il 12 giugno 1975 insieme al gonfalone (sul quale la rosa camuna è rappresentata insieme a una complessa raffigurazione del Carroccio.

Gonfalone ufficiale della Regione Lombardia





Questa è la rosa camuna, è una delle più famose incisioni rupestri risalente a una antica civiltà quella dei Camuni che vissero durante l'Età del Ferro.
Questo simbolo si trova nel Riserva nazionale delle Incisioni Rupestri a Capo di Ponte in ValCamonica,  che gli ha dato poi il nome
Il simbolo ufficiale della Regione è una Rosa camuna bianca in campo verde ed è la stilizzazione di un'incisione rupestre ritrovata sulle rocce della Valcamonica, lasciata dalla civiltà dei Camuni, che testimonia la storia millenaria e la cultura antica della regione. L'utilizzo e le caratteristiche del simbolo e del logo "Regione Lombardia" sono regolamentati da un'apposita legge regionale.  Il motto ufficiale della Lombardia è: "Una regione per fare".

martedì 7 gennaio 2014

la Regione della Valle d'Aosta



Gonfalone con stemma della Regione Valle d'Aosta








VALLE D'AOSTA
Regione Autonoma Valle d'Aosta / Région Autonome Vallée d'Aoste


uff. dal 2006











La Valle d'Aosta, già compresa nel Piemonte (come provincia dal 1927), fu separata nel secondo dopoguerra, ottenendo nel 1948 lo statusdi regione autonoma previsto dalla Costituzione repubblicana.
La bandiera nero-rossa era in uso già negli anni '50 del secolo XX, ma è diventata ufficiale molto più tardi, grazie a una legge regionale del 16 marzo 2006. La bandiera legale non deve portare alcun stemma né scritta. Pertanto, il modello osservato a partire dal 1995, mutuato dal gonfalone, con il campo rosso all'asta e al centro lo scudo di nero al leone d'argento armato e linguato di rosso (arma del ducato del XIII secolo), è oggi da considerarsi abusivo. Anche lo stemma e il gonfalone, in uso almeno dagli anni '60 del XX secolo dovettero aspettare a lungo per essere ufficialmente riconosciuti e regolamentati (il decreto presidenziale è del 13 luglio 1987).



Lo stemma della Regione Autonoma Valle d'Aosta è così blasonato: Di nero, al leone d'argento armato e linguato di rosso. Timbrato da una corona di regione[13]. È stato aggiunto, forse per un'errata interpretazione delle cuciture di tenuta, un bordino dorato. Dal 1947lo stemma caratterizza anche tutte le targhe automobilistiche dei veicoli immatricolati in Valle d'Aosta.

Il 30-31 gennaio 1948 l'Assemblea Costituente discusse e approvò il disegno di legge costituzionale concernente lo Statuto Speciale per la Valle d'Aosta. Il 26 febbraio venne promulgato lo Statuto Speciale.
Nel 1981 venne approvato il nuovo "Ordinamento finanziario della Valle d'Aosta". Il provvedimento prevedeva in origine di assegnare alla Regione Autonoma i 7/10 dei tributi riscossi dallo Stato in Valle d'Aosta, ma un emendamento portò a 9/10 la quota spettante alla Regione.



venerdì 3 gennaio 2014

gonfalone della Regione Campani







Secondo la motivazione ufficiale, lo stemma della Campania è ispirato alle insegne della Repubblica marinara di Amalfi.
La prima bandiera di Amalfi fu quella della Repubblica marinara omonima, caratterizzata dalla croce di Malta[11] su campo azzurro (XII secolo).
Successivamente, nel XIII secolo, fu adottata la bandiera del comune, la quale vedeva un fondo azzurro con una banda obliqua di colore rosso da sinistra verso destra, accanto a quella antica a croce maltese. 
Nel 1971, la regione Campania riadattò il primo simbolo utilizzandolo così nella propria bandiera che divenne ufficialmente uno scudo sannitico argento con banda rossa obliqua da sinistra a destra su campo azzurro (di tonalità diversa rispetto a quello della bandiera amalfitana).

venerdì 15 novembre 2013

'o Gegante 'e Palazze

Statua de " 'O Gegante 'e Palazze "

IL monumento della statua del Gigante di Palazzo non è altro che, la gigantesca statua di Giove ritrovata a Cuma.
Il Gigante di palazzo è un enorme busto marmoreo, originariamente consacrato al culto di Giove, che fu  rinvenuto in località Masseria del Gigante durante gli scavi del Capitolium a Cuma e che data la sua maestosità si attribui dedicato a un Dio e si credette fosse Giove il più grande degli dei..
La grandiosa opera marmorea, dopo il suo ritrovamento nel 1668 per volere dell'allora Viceré di Napoli don Pietro Antonio d'Aragona, fu collocata  in cima alla salita che dalla darsena immetteva in Largo di Palazzo, ovvero nell'attuale Piazza del Plebiscito.
 

L'enorme busto marmoreo, dal nome che gli venne dal popolo, come " 'O Gegante 'E Palazzo" fu per Napoli ben presto e per centotrentotto anni quello che la statua di Pasquino fu per Roma e il Gobbo di Rialto per Venezia, ovvero il sito, dove si apponevano le cosiddette pasquinate, (satire in versi e in prosa contro le ingiustizie provocate delle autorità costituite).        Satire, scritte da ingegni occulti e mani misteriose, che le affiggevano, sfidando nelle notti oscure i posti di guardia, che vi presidevono per scoprire i colpevoli.
Il primo che fu preso di mira dalla pasquinate napoletane apposte sotto la statua del gigante di Palazzo, fu lo stesso don Pietro Antonio d'Aragona, ma chi dette fama  involontariamente al celebre   Gigante di Napoli in tutta Europa fu Luis de la Cerda, duca di Medinaceli, che giunto come viceré nel 1695 pensò bene di scoprire che fossero i vergatori della spietata satira antigovernativa e per questo mise una taglia di 8.000 scudi d'oro a chi avesse fornito notizie utili all'arresto degli autori. L'effetto della taglia fu che si trovò, il giorno successivo, un foglio affisso ai piedi del Gigante, in cui veniva offerto come risposta invece di 8.000, ben 80.000 scudi d'oro a chi portasse la testa del viceré in piazza del Mercato.

Ai viceré austriaci, non andò meglio, anzi la satira fu più feroce, si ricorda la pasquinata rivolta al conte Alois Thomas Raimund di Harrach, nel 1730, trovata sul marmoreo busto a lui indirizzato un couplet , cioe versi rimati che ancora oggi leggibili su banchi e su pareti, scritti dai ragazzi come arma innocua nel rapporto di potere contro il mondo adulto, o ripetuti con delizia dai bambini nelle complicità socializzanti della fase anale.

«Neh che ffa 'o conte d'Harraca?
Magna, bbeve e ppò va caca».
L'ignoto e ingenuo vergatore,  compendiava nella quotidiana soddisfacibilità di tre primari bisogni personali le uniche preoccupazioni "politiche" del conte d'Harraca.
Infine prima di essere rimossa la statua dalla piazza per volontà del sovrano francese, Re Giuseppe Napoleone, quando lasciò Napoli, perchè mal sopportava quella satira insopportabile alla sua persona, si trovò l'indomani seguente  il "trasloco"  del Gigante dalla piazza alle scuderie di Palazzo reale. una scritto dove  pareva che erano riportate sul busto le ultime volontà del vecchio Giove, che dicevano: «Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai Ciambellani, le gambe ai Generali e tutto il resto a re Giuseppe». E tutti compresero quale altra "parte" riservasse argutamente al Re Bonaparte.
 
Originale della statua di Giove Capitolino di Cuma
in primo momento collocato accanto a Palazzo Reale
Attualmente il Gigante si trova al Museo Archeologico Nazionale 




In realtà il Gigante è un torso acrolito, il che significa che braccia e gambe furono ricostruite posticciamente, quando fu deciso all'epoca di posizionarlo accanto a Palazzo Reale. Attualmente il Gigante si trova al Museo Archeologico Nazionale 
 Oltre al torso acrolito di Giove, furono ritrovati durante gli scavi a Cuma anche i busti di Giunone e di Minerva in siti e tempi diversi. Essi sono adesso conservati in qualche scantinato del Museo archeologico di Napoli, ma c'è chi giura che giacciano, tra la polvere e l'oblio, in una rimessa del Museo di Capodimonte.

Questo è la fine che facciamo fare del nostro patrimonio storico culturale della nostra città.

domenica 10 novembre 2013

il brigante di chiaiano



Da fanciullino nelle passeggiate, che facevamo nelle calde giornate estive,, durante l’estate chiaianese, insieme ai miei coetanei negli anni del dopoguerra, guidate dalle assistenti, (giovanette reclutate tra le giovani dell’Associazione cattolica locale, le signorine, Melina Pennino e Teresenella ‘e ncopp’ ‘o barone - alias Maione Teresa), sotto l’egida delle colonie estive per i ragazzi, (indette dalla parrocchia di San Nicola di Bari a Polvica e finanziate con i soldi, che attraverso la Pontificia Assistenza e, per conto dell’ERP - Ente della Ricostruzione Europea, furono stanziati dal Piano Marshal americano), per far trascorrere il periodo estivo ai molti ragazzi, che altrimenti sarebbero vissuti per strada, come tanti Lazzari. 
La maggior parte della giornata della cosiddetta colonia estiva si trascorreva negli spazi contigui della chiesa o facendo nella mattinata lunghe passeggiate nella vicina Selva o meglio (dint’ ‘a Severa) percorrendo Via Croce, 
Via Margherita, lo spiazzale della Saurella e poi scendevamo ancora per la discesa della terricciolla ‘e Zi-Matalena, costeggiando la grande Cava profonda circa 100 metri, (o’ Monte de’ cane), un baratro che dai bordo non si vedeva il fondo.
La denominazione di monte era l’antico nome delle cave, (da cui si estraeva il tufo) e dopo aver costeggiato il baratro, ci immettevamo nella strada sterrata, detta (Mieze ‘e tre vie), ombrosa per alcuni tratti per i lunghi rami degli alberi di castagno, che la coprivano, in modo da farla apparire quasi un tunnel. Ricordo che spesso ci fermavamo nei pressi del (’O Monte do’ Brigante), anch’essa una grande Cava, che a noi ragazzi appariva come una grossa Spelonca, perforata nella roccia della collinetta sovrastante. A quei tempi le cave si facevano al chiuso, dove si estraevano pietre di tufo giallo, e solitamente poi erano utilizzate per rifugi durante i mesi invernali, quando si verificavano abbondanti piogge e per l’altro validissimo motivo, quello di lasciare il bosco circostante rigoglioso di castagneti e per far continuare alla flora e alla fauna locale il loro ciclo vitale.
Quella grossa spelonca c’era indicata come “la Grotta del Brigante”, qualcuno per sentito dire, affermava che ci avesse soggiornato il brigante Musolino, e, noi ragazzi lo confondevamo con Mussolini, il dittatore fascista, per il fatto che ancora se ne sentiva parlare nelle nostre famiglie, si era appena negli anni cinquanta.
Solo ora, dopo aver raggiunto sessanta e più anni, sono venuto a conoscenza di chi veramente c’è vissuto in quel nascosto ricovero, divenuto famoso negli anni, appena, dopo l’unità d’Italia, poiché ospitò i patrioti del disciolto esercito borbonico, (i cosiddetti Briganti) che lì trovarono rifugio sottraendosi alle rappresaglie sabaude, indette dal generale Cialdini per volere dell’usurpatore Piemontese, il savoiardo Vittorio Emanuele II-
Chi  era in verità il Brigante della Selva di Chiaiano?
ll brigante della Selva di Chiaiano, è subito svelato :
Era un certo, Alfonso Cerullo, il capo banda di un manipolo di uomini, circa una cinquantina ed in seguito un centinaio, ex soldati del disciolto esercito borbonico, che, non volendo sottostare alle vessatorie condizioni di resa di Gaeta, (siglate da Re delle Due Sicilie, Francesco II, alias Francischiello ed il Generale Cialdini, per conto del re sabaudo, Vittorio Emanuele II), si dettero alla macchia, altrimenti sarebbero stati rinchiusi nelle galere, sparse in tutto il territorio Italiano, specie in quello piemontese, che erano dei veri lager, come quelli, che divennero famosi, le famigerate “Finestrelle”, dove, che, se non si faceva atto di sottomissione alla sovranità ed alla sudditanza alla casa Savoia, si veniva massacrati senza pietà.

Alfonso Cerullo, nacque  nelle fertili campagne di Marano di Napoli nel 1837 da padre contadino, Cerullo Salvatore, e da Angelamaria Napolano, casalinga.
Si arruolò giovanissimo nella Reale Gendarmeria Borbonica a cavallo, che aveva compiti d'ordine pubblico, forza armata della giustizia e vigilanza e sicurezza del territorio, ed all’età di ventisette anni rivestì il grado di caporale, che assolse con perizia e carisma, tanto che dopo la capitolazione di Gaeta, con il suo reparto, che era di stanza nella regione Abruzzi, ripiegò a Cisterna e da lì si diede alla macchia, non volendo sfruttare l’opportunità avuta di continuare il servizio militare nell’esercito di un nuovo Sovrano, di un altro Re.
Tornato nella sua Marano e conosciuto un sostenitore del deposto Regime, un certo Macedonio di Maria, che esercitava il mestiere di sarto e che asseriva che Re, Francesco II, sarebbe ritornato presto al suo posto, si fece convincere da quest’ultimo ad organizzare una rivolta per resistere all’esercito occupante piemontese.
Una prima banda di circa venti uomini a cavallo, il Cerullo la raggruppò fra gli ex soldati sbandati del circondario dei casali del Nord di Napoli, rimasti fedeli al loro giuramento e nostalgici del regno borbonico, e con essa iniziò a depredare i posti della guardia nazionale di Marianella, di Polvica, di Mugnano, prendendo i fucili e abbattendo lo stemma dei Savoia e distruggendo i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi.
Per rendere più clamorose le sue sortite, obbligava agli uomini di guardia dei presidi, che sorprendeva di gridare :“ Viva Francesco II e Maria Sofia, i veri reali di Napoli”
Questi inaspettati attacchi alle caserme ed ai presidi del disciolto Reale Corpo dei Carabinieri, che nel 24 gennaio del 1861 si trasformò in Arma dei Carabinieri, dislocati nel territorio, resero necessaria l’istituzione di un tour de fource, di più uomini, costituito dalla Guardia Nazionale in collaborazione con reparti speciali di Bersaglieri e di soldati della Guardia Mobile per setacciare il Nord di Napoli, operava la banda Cerullo.

Più che un Brigante, il nostro Alfonso Cerullo, era un autentico partigiano borbonico, tanto che osò sfidare l’esercito piemontese con un manipolo di compagni, innalzando su un albero nel bosco della collina dell’Eremo Camaldolese il Vessillo Gigliato dell’antico Regno, donatogli da alcuni affiliati, che l’avevano requisito ad abili tessitrici mugnanesi, e tanto era grande, che era ben visibile dai paesi sottostanti della collina.
Terminate le proficue incursioni nelle varie masserie della zona, si rifugiava nella Selva di Chiaiano, nella famosa Grotta del Brigante, antica cava ben nascosta dalla folta vegetazione, per sfuggire ad un’eventuale cattura e da cui poi ripartiva per altre e nuove scorribande per procacciarsi viveri e vettovagliamenti per la sua banda.
La banda del Cerullo era anche in contatto con altri gruppi di briganti, anch’essi operanti nell’entroterra della Provincia di Napoli, come quella di Crescenzo de Matteo nel aversano, la banda di Salvatore Reppe nella zona di Qualiano Quarto, la banda di Salvatore D’Alterio detto “‘o Squarcione” in quella di Giugliano e tanti altri gruppi e tutti insieme formavano il comitato insurrezionale dell’area nord di Napoli, che aveva come disegno strategico militare, il ritorno, appena possibile, del Re Borbone.
Queste bande Partigiane Borboniche divennero padroni incontrastati del territorio e spaziavano dai Camaldoli al Lago di Patria fino a Soccavo e Pianura e per il numero sempre crescente d'esse, costrinsero a Vittorio Emanuele II, ad ordinare al Generale Cialdini di procedere ad una massiccia repressione.
Si misero taglie sulla testa dei più noti capibanda e così iniziò una vera caccia ai cosiddetti briganti di casa nostra. Scesero in campo circa cinquemila uomini armati per stanarli oltre alle forze locali ed ai carabinieri.
Il nostro eroe, Alfonso Cerullo, fu preso nei pressi della Taverna del Portone, vicino al posto di Dogana al Furlone sulla Strada Santa Maria a Cubito, tradito da un certo Lucchesi Michele, la sera del 28 novembre del 1864.
Interrogato l’indomani, il 29 novembre 1864, dall’Ispettore Federico Sbarri della Questura di Napoli, com'è riportato dallo storico maranese Barberi nel suo libro, (il Cerullo “giustificò la sua ribellione, non volendo sottostare al nuovo regime e dichiarò che non si era mai macchiato né lui, né i componenti della sua banda, di nessun crimine, specie ,quello addebitatogli, dell’assassinio del carabiniere Maurizio Gorelli, avvenuto il 16 maggio 1863, che gli era attribuito, dichiarando altre sì che non si era mai scontrato con l’arma, anzi la rispettava, essendo stato lui stesso un gendarme per il passato).
Con un processo sommario fu richiuso in Castel Capuano e dovette scontare una pena di 25 anni di galera. Scontata la pena all’età di 53 anni il 29 marzo del 1890 morì a Marano.
Alfonso Cerullo, esempio di uomo leale, rispettoso del giuramento fatto al suo Re, fu per più di un secolo dimenticato, e poiché la storia, molto spesso la fanno i vincitori, fu facile per i conquistatori piemontesi (passati alla storia come i liberatori del Regno delle Due Sicilie) decretare il nostro eroe e tanti altri martiri, che si batterono contro la tirannia savoiarda per difendere la loro patria nel rispetto delle proprie idee, dei briganti malfattori, coprendoli d’ignominie