martedì 8 marzo 2016

l'isolotto di san martino




Isolotto di San Martino ( visto dal lato Mare)






Isolotto di San Martino visto dalla terraferma







Il ponte dell'isolotto di San Martino distrutto dopo la guerra








Nell’antichità, l’isolotto di San Martino era solo un’appendice a mare della tufacea Monte di Procida, che a seguito di erosioni marine e di un forte maremoto, avvenuto intorno al 1488, portò al suo distacco definitivo dalla terra ferma del promontorio, divenendo, come lo è tuttora, un miniscolo isolotto.

Lo speciale toponimo all’isolotto le fu dato durante il Medioevo, quando era di proprietà della Chiesa, che vi costruì una chiesetta dedicata a San Martino di Tours, conosciuta anche come la cappella di  San Martiniello, che andò distrutta durante un  catastrofico maremoto, insieme ad una guardiola, che  utilizzavano i pescatori di tonno come ricovero, 

Nella storia recente l’isolotto di San Martino è famoso per il tunnel di 3 km. ,scavato sotto il monte di  Procida, ed il pontile che lo congiunge alla terraferma, e lo fanno  accessibile oltre che per via mare.

Il tunnel sotto il Monte di Procida ed il pontile, che collega la terra ferma del promontorio con l’isolotto di San Martino, fanno parte delle opere pubbliche lascateci dal regime fascista realizzate per  dimostrare al mondo intero la grandezza  industriale bellica dell’Italia, dopo il suo conquistato Impero nel 1935.

In quel fatidico anno  si pensò di creare un polo unico navale bellico meridionale da parte della marina italiana, per fronteggiare e controllare meglio le coste dell’ Africa settentrionale, sulle terre e coste dei campi flegrei,  noto come “ Baia- san Martino – Fusaro".
In quello stesso anno, il silurificio italiano di Napoli di via Gianturco fu trasferito a Baia, nei pressi dell'ubicazione del siluripedio situato già dal 1917 sull’isolotto di San Martino.  Nel siluripedio si sperimentavano e si collaudavano  nuovi ordigni e si svolgevano ricerche e si perfezionava la produzione degli  stessi.
La realizzazione del progetto si perfezionò solo nel 1939, ma, a seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ci si accorse che la produzione degli armamenti bellici navali (i siluri) non bastava e per le nuove esigenze belliche occorreva un nuovo impianto, che fu costruito fra Baia e San Martino, nei pressi del lago Fusaro.
Gli stabilimenti di produzione terrestri dei siluri, (quello di Baia e del lago Fusaro) furono collegati da una tunnel di circa1,3 Km. ma, poi, fu  necessario per accelerare i tempi del trasporto dei siluri prodotti sull’isolotto per il collaudo e per questo si procedette alla realizzazione di una galleria sotto Monte di Procida e di un pontile sulle acque per collegare lo stretto di mare dalla terra ferma all’isolotto.  Il tunnel fu completato il 1940 e fu realizzato grazie all'opera di provetti taglia-monti di una ditta locale, che conoscevano perfettamente di quale materiale roccioso era costituito il promontorio di Monte di Procida.



Golfo e spiaggia di acquamorta con L'isolotto di San Martino







Descrivendo meglio l'Isolotto di San Martino, diciamo che è una piccolissima isola di 16000 metri quadrati, situata nel comune di Monte di Procida a cui si può accedere olire che dal mare, anche attraverso uno stretto tunnel ed un pontile. In passato l'isolotto era collegato a Monte di Procida costituendo un promontorio, che nel 1488 si staccò a causa di qualche evento geologico, presumibilmente un maremoto dovuto ai frequenti movimenti tellurici tipici della zona flegrea.



L’isolotto di San Martino è considerata oggi il gioiello di tutta la zona flegrea, ma l’ isola pur facente parte del Comune di Monte di Procida, è attualmente di proprietà privata pur essendoci una controversia con l'attuale amministrazione comunale in carica.



 L’isolotto è sito nel comune di Monte di Procida, per accedervi è necessario sapere che bisogna attraversa un lungo tunnel claustrofobico, non pedonale, buio e molto lungo.Non avrete modo neanche di aprire le portiere dell’auto. Ma ne vale la pena, giuro.









Entrata del tunnel che porta all'isolotto di San Martino








Tunnel  per accedere all'isolotto di San Martino








La difficoltà maggiore, per raggiungere  l'isolotto  sta, oprattutto per chi non è del posto, nell’individuare l’imbocco del tunnel che è situato nella zona di Cappella, a metà strada tra Monte di Procida e Bacoli. Ciò è dipeso dal fatto che l’isolotto si trova in una posizione molto coperta che non permette di visualizzarlo dalla strada.

Ad ogni modo, superato questo piccolo impedimento, vi ritroverete in un posto magico e segreto nel quale vi sembrerà di essere completamente fuori dal mondo. Si tratta, infatti, di un paradiso immerso in un mare limpido e incontaminato, ulteriormente impreziosito dal profumo dei fiori e dalla bellezza di una natura ancora selvaggia.

Per queste ragioni l’isolotto è considerato un sito naturalistico unico nel suo genere che non ha pari in tutta la zona flegrea.

Per visitare  interamente l'isolotto, occorre attraversare un altro tunnel pedonale, che a differenza di quello precedente, è breve e illuminato, e conduce in una zona in cui è possibile ammirare un panorama mozzafiato.

L’isolotto di San Martino è stato gestito da una famiglia che negli anni del dopoguerra, vi ha costruito una struttura balneare per accogliere tutti i suoi visitatori, anche se attualmente è stato acquisito da un nuovo imprenditore intenzionato a fare dei lavori per renderlo ancora più turistico e per creare uno spazio destinato all’approdo delle barche.

Per tutto questi motivi, attualmente non è aperto al pubblico, soprattutto per i lavori  di ristrutturazione e ammodernamento. Appena possibile  non fatevi scappare l’opportunità di andare a vedere questa perla, meta irrinunciabile per tutti gli amanti della natura!

L'isolotto è costituito da un materiale tipico dei Campi Flegrei: la pozzolana, la cui estrazione ne ha causato una riduzione dell'altezza di 16 metri.

Si può affermare che durante il XVI e XVII secolo è stato usato dai procidani come base per la pesca del tonno. Dal 1917, invece, fu utilizzato come stabilimento industriale bellico per il collaudo di siluri. Negli anni 60 del novecento l'isolotto è diventato attrazione turistica, offrendo ai turisti la possibilità di ammirare reperti storici e un fondale marino da esplorare.

Negli anni avvenire auguriamoci di poterlo ammirare ancora e conservarcelo e farlo godere  alle nuove generazioni.




















Isolotto di San Martino


l'isolotto di san martino




Isolotto di San Martino ( visto dal lato Mare)






Isolotto di San Martino visto dalla terraferma







Il ponte dell'isolotto di San Martino distrutto dopo la guerra








Nell’antichità, l’isolotto di San Martino era solo un’appendice a mare della tufacea Monte di Procida, che a seguito di erosioni marine e di un forte maremoto, avvenuto intorno al 1488, portò al suo distacco definitivo dalla terra ferma del promontorio, divenendo, come lo è tuttora, un miniscolo isolotto.

Lo speciale toponimo all’isolotto le fu dato durante il Medioevo, quando era di proprietà della Chiesa, che vi costruì una chiesetta dedicata a San Martino di Tours, conosciuta anche come la cappella di  San Martiniello, che andò distrutta durante un  catastrofico maremoto, insieme ad una guardiola, che  utilizzavano i pescatori di tonno come ricovero, 

Nella storia recente l’isolotto di San Martino è famoso per il tunnel di 3 km. ,scavato sotto il monte di  Procida, ed il pontile che lo congiunge alla terraferma, e lo fanno  accessibile oltre che per via mare.

Il tunnel sotto il Monte di Procida ed il pontile, che collega la terra ferma del promontorio con l’isolotto di San Martino, fanno parte delle opere pubbliche lascateci dal regime fascista realizzate per  dimostrare al mondo intero la grandezza  industriale bellica dell’Italia, dopo il suo conquistato Impero nel 1935.

In quel fatidico anno  si pensò di creare un polo unico navale bellico meridionale da parte della marina italiana, per fronteggiare e controllare meglio le coste dell’ Africa settentrionale, sulle terre e coste dei campi flegrei,  noto come “ Baia- san Martino – Fusaro".

In quello stesso anno, il silurificio italiano di Napoli di via Gianturco fu trasferito a Baia, nei pressi dell'ubicazione del siluripedio situato già dal 1917 sull’isolotto di San Martino.  Nel siluripedio si sperimentavano e si collaudavano  nuovi ordigni e si svolgevano ricerche e si perfezionava la produzione degli  stessi.

La realizzazione del progetto si perfezionò solo nel 1939, ma, a seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ci si accorse che la produzione degli armamenti bellici navali (i siluri) non bastava e per le nuove esigenze belliche occorreva un nuovo impianto, che fu costruito fra Baia e San Martino, nei pressi del lago Fusaro.
Gli stabilimenti di produzione terrestri dei siluri, (quello di Baia e del lago Fusaro) furono collegati da una tunnel di circa1,3 Km. ma, poi, fu  necessario per accelerare i tempi del trasporto dei siluri prodotti sull’isolotto per il collaudo e per questo si procedette alla realizzazione di una galleria sotto Monte di Procida e di un pontile sulle acque per collegare lo stretto di mare dalla terra ferma all’isolotto.  Il tunnel fu completato il 1940 e fu realizzato grazie all'opera di provetti taglia-monti di una ditta locale, che conoscevano perfettamente di quale materiale roccioso era costituito il promontorio di Monte di Procida.



Golfo e spiaggia di acquamorta con L'isolotto di San Martino







Descrivendo meglio l'Isolotto di San Martino, diciamo che è una piccolissima isola di 16000 metri quadrati, situata nel comune di Monte di Procida a cui si può accedere olire che dal mare, anche attraverso uno stretto tunnel ed un pontile. In passato l'isolotto era collegato a Monte di Procida costituendo un promontorio, che nel 1488 si staccò a causa di qualche evento geologico, presumibilmente un maremoto dovuto ai frequenti movimenti tellurici tipici della zona flegrea.



L’isolotto di San Martino è considerata oggi il gioiello di tutta la zona flegrea, ma l’ isola pur facente parte del Comune di Monte di Procida, è attualmente di proprietà privata pur essendoci una controversia con l'attuale amministrazione comunale in carica.



 L’isolotto è sito nel comune di Monte di Procida, per accedervi è necessario sapere che bisogna attraversa un lungo tunnel claustrofobico, non pedonale, buio e molto lungo.Non avrete modo neanche di aprire le portiere dell’auto. Ma ne vale la pena, giuro.









Entrata del tunnel che porta all'isolotto di San Martino








Tunnel  per accedere all'isolotto di San Martino








La difficoltà maggiore, per raggiungere  l'isolotto  sta, soprattutto, per chi non è del posto, nell’individuare l’imbocco del tunnel, che è situato nella zona di Cappella, a metà strada tra Monte di Procida e Bacoli. Ciò è dipeso dal fatto che l’isolotto si trova in una posizione molto coperta che non permette di visualizzarlo dalla strada.

Ad ogni modo, superato questo piccolo impedimento, vi ritroverete in un posto magico e segreto nel quale vi sembrerà di essere completamente fuori dal mondo. Si tratta, infatti, di un paradiso immerso in un mare limpido e incontaminato, ulteriormente impreziosito dal profumo dei fiori e dalla bellezza di una natura ancora selvaggia.

Per queste ragioni l’isolotto è considerato un sito naturalistico unico nel suo genere che non ha pari in tutta la zona flegrea.

Per visitare  interamente l'isolotto, occorre attraversare un altro tunnel pedonale, che a differenza di quello precedente, è breve e illuminato, e conduce in una zona in cui è possibile ammirare un panorama mozzafiato.

L’isolotto di San Martino è stato gestito da una famiglia che negli anni del dopoguerra, vi ha costruito una struttura balneare per accogliere tutti i suoi visitatori, anche se attualmente è stato acquisito da un nuovo imprenditore intenzionato a fare dei lavori per renderlo ancora più turistico e per creare uno spazio destinato all’approdo delle barche.

Per tutto questi motivi, attualmente non è aperto al pubblico, soprattutto per i lavori  di ristrutturazione e ammodernamento. Appena possibile  non fatevi scappare l’opportunità di andare a vedere questa perla, meta irrinunciabile per tutti gli amanti della natura!

L'isolotto è costituito da un materiale tipico dei Campi Flegrei: la pozzolana, la cui estrazione ne ha causato una riduzione dell'altezza di 16 metri.

Si può affermare che durante il XVI e XVII secolo è stato usato dai procidani come base per la pesca del tonno. Dal 1917, invece, fu utilizzato come stabilimento industriale bellico per il collaudo di siluri. Negli anni 60 del novecento l'isolotto è diventato attrazione turistica, offrendo ai turisti la possibilità di ammirare reperti storici e un fondale marino da esplorare.

Negli anni avvenire auguriamoci di poterlo ammirare ancora e conservarcelo e farlo godere  alle nuove generazioni.




















Isolotto di San Martino


venerdì 4 marzo 2016

Preparare una tavola secondo il bon ton


Soluzione del quiz di Sasà del 3 Marzo 2016.




Preparare una tavola secondo il bon ton





I piatti si dispongono ad uguale distanza l'uno dall'altro ed il loro numero varia a seconda delle portate del menu e lo stesso vale per le posate. La loro posizione é comunque fissa:

A= tovagliolo  B= sottopiatto  C= tazza da brodo o piatto per minestre
D= piatto da pane con coltello per il burro
E= bicchiere acqua  F= calice vino bianco  G= calice vino rosso
H= forchetta pesce  I= forchetta pasto  J= forchetta insalata
K= coltello di servizio  L= coltello pesce
M= cucchiaio da brodo  N= cucchiaio dessert e forchetta torta

In definitiva occorrono:
3 bicchieri di varia foggia ; 2 piatti ( uno per il pane ed il relativo coltello per l’imburramento, e l’altro per il brodo o piatto per minestre); nonché un sottopiatto; un solo tovagliolo;
8 posate ( 3 forchette – 2 coltelli – 1 cucchiaio  - 1 cucchiaino per dessert – 1 forchettina per torta ).




martedì 16 febbraio 2016

Una madonna abusiva con Altare realizzato dal «re dei funerali»

Il giorno 23 gennaio 2016 come  era previsto dalla Legge, la autorità locale  il Comune di Marano ha fatto rimuovere il manufatto elevando un sequestro ed una ordinanza di ripristino dello stato dei luoghi. 




La statua della madonna Abusiva
(quella di S. Maria della Cintura) 
 con altare  realizzata dal «re dei funerali».



La storia della statua della Madonna abusiva,(quella di S. Maria della Cintura) , cominciò circa un anno fa, siamo nel 2015, quando il Comune di Marano, presieduto da una giunta di Destra retta dal sindaco  Angelo Liccardo, affidò  la cura dei giardinetti davanti al cimitero  locale, in zona Vallesana, alla ditta Cesarano, ditta, che svolge l'attività di pompe funebri. 
La ditta affidataria, però, non si limitò a piantare nello spazio assegnato, alberelli, fiori ed annaffiare l’erba, ma decise di fare le cose in grande: e presentò domanda di erigere una cappella votiva, che fu regolarmente accettata dall’ufficio tecnico comunale.
L’adottare un’aiuola, non prevedeva la realizzazione  di un’opera edile su una base in cemento e in marmo e pertanto non fu ritenuta  in linea con le normative in materia di edilizia e di urbanistica.
In effetti, fu  costruita un’ edicola votiva ed una statua della Madonna della Cintura, uguale a quella venerata nella chiesetta lì d’appresso.

L’iniziativa fu posta sotto sequestro dai vigili urbani di Marano. ma i titolari dell’agenzia funebre, intenzionati a realizzare l'opera in un'area pubblica a loro affidata (per 12 mesi) disatteserono  le indicazioni del Comando dei Vigili, del Comune  e continuarono nel loro intento e procedettero al completamento della struttura,  consistente in un’edicola votiva eretta in onore  della Madonna ed ai suoi piedi in formato maxi  fu piazzata una lapide in marmo, in ricordo  a Ciro Giovanni Cesarano, il padre della ditta affidataria..

Dopo vari ricorsi all’autorità  giudiziaria si è finalmente proceduto alla,

 Rimozione della statua della Madonna 'abusiva', ed il sindaco Angelo Liccardo: ha dichiarato «La legalità prima di tutto»


 
Madonna ABUSIVA con Altarino Votivo a MARANO








 

venerdì 12 febbraio 2016

Il 28 marzo del 1943 cosa accadde a Napoli,

Lo sfregio permanente del Maschio Angioino


 
Il Maschio Angioino deturpato





Esistono varie storie che si sono raccontate quando si ammira lo squarcio sulla facciata di Piazza Municipio del Maschio Angioino di Napoli.
 Si descrive dettagliatamente di una cannonata inflitta si pensa intorno al 1345 dall'assalto dell’esercito di Luigi I di Ungheria per impossessarsi del regno di Napoli.
Si è perfino arrivati ad affermare che lo sfregio al castello angioino sia stata opera di Carlo VIII di Francia durante il saccheggio della città del 1494.
La verità dello squarcio sulla facciata del Maschio Angioino, (Castello voluto dal Re, Carlo I D'Angiò, poi divenuta sede dei vari regni, che si sono succeduti nel tempo, come quello Aragonese ed infine quello dei Borboni fino al 1860), risale niente di meno che durante l'ultimo periodo bellico (la II^ guerra mondiale.
Non fu una cannonata, quindi, né un assalto impetuoso del popolo napoletano, rivoltosi contro qualche dispotico regnante durante l'epopea vicereale spagnola ma quella “ferita”, ancora tuttora visibile sulla facciata del lato est del famoso castello, (noto anche come, Castel Nuovo, che si erge sulla spianata dell'attuale Piazza del Municipio), fu prodotta da schegge di lamiere e pezzi infuocati procurate da una terribile esplosione  di una nave, che, in quel periodo, ormeggiata nel porto di Napoli, adibita al trasporto di rifornimenti bellici in procinto di ripartire, dopo essere stata riparata dopo aver subito un attacco aereo in Tunisia.

Era il 28 marzo del 1943, è una di quelle tragedie che è ben ricordata dai superstiti di Napoli, quale una delle pagine più dolorose della storia della nostra città. Viene citata come il  giorno dell’esplosione della famosa motonave da guerra, Caterina Costa, ormeggiata da qualche giorno nel porto, carica di materiale bellico destinato alle truppe italiane sul fronte africano







 Non e mai stato chiarito chi procurò lo scoppio della grande motonave da guerra, in un primo momento si pensò nelle prime ore del pomeriggio  ad un incendio, forse casuale, forse doloso.

danni porto napoli
 Le freccie indicano la posizione 
dove si trovava  ormeggiata la nave
" Caterina Costa " il 28 marzo !943

 La possibilità di un possibile scoppio, inizialmente fu  sottovalutato, poi la situazione  precipitò, anche perché gestita male, gravi leggerezze, ritardi nei soccorsi, e totale incapacità nel dirigere le operazioni di spegnimento o  di eventuale allontanamento  della nave dal porto.

 La nave, divenne così una santabarbara galleggiante, ancorata al porto, tra gli inutili tentativi di spegnere le fiamme, fino a quando: alle 17.39 l’incendio raggiunge la stiva numero due, quella degli esplosivi, e la "Caterina Costa" saltò in aria.

 
La Motonave " Caterina Costa"



La nave apparteneva all’armatore genovese Giacomo Costa, ma nel corso della seconda guerra mondiale , fu requisita dalla regia Marina ed adibita al trasporto di rifornimenti bellici sulla tratta per il nord-Africa, e quel tragico 28 marzo 1943, si trovava ormeggiata nel porto di Napoli, dopo essere stata riparata in seguito ad un attacco aereo in Tunisia.
 La motonave, Caterina Costa, era stata caricata con decine di carrarmati, quasi 8000 quintali di carburante e oltre 1500 tonnellate di munizioni.



La deflagrazione dello scoppio, avvenuto solo dopo che il terribile incendio risultato indomabile, raggiunse la stiva numero due, quella contenente gli esplosivi,

 L’intero molo, dove era ormeggiata la nave, sprofondò e Napoli fu come se fosse letteralmente bombardata di lamiere roventi. .

La zona del rione San’Erasmo fu quasi rasa al suolo, lamiere e pezzi infuocati raggiunsero mezza città causando incendi e distruzione; un carrarmato atterrò sul tetto di un palazzo di via Atri e neanche il Vomero e Capodimonte scamparono alla furia dell’esplosione.



Altri pezzi di nave abbatterono due fabbricati al Ponte della Maddalena, la torretta di un carrarmato si incastrò in una delle pareti del teatro San Carlo, neppure il massiccio castello de il Maschio Angioino fu risparmiato, ne è la testimonianza una delle sue facciate è ancora oggi visibile dal danno provocato dall’esplosione

 
Lo sfregio permanente del Maschio Angioino



 Furono coinvolte persino le zone cittadine del Lavinaio, piazza Garibaldi, il Borgo Loreto, la Sanità, piazza Carlo III, i Quartieri Spagnoli, fino a raggiungere le zone alte come il Vomero, la collina dei Camaldoli  che furono investiti dalla pioggia di schegge e detriti.

Gli scampati testimoniano e raccontano di aver visto, con i propri occhi, persone senza testa correre in strada, poveri sventurati sorpresi dall’esplosione e rimasti decapitati dalle lamiere, i cui corpi straziati percorsero ancora qualche metro prima di stramazzare al suolo.

Le vittime accertate furono seicento mentre i feriti se ne contarono circa un migliaio, e furono segnati  in  quella terribile giornata per tutta la vita.




Una tragedia che quel terribile 28 marzo del 1943, fermò il tempo, ne fu testimone indelebile il famoso Orologio Quattrocentesco, incastonato all’interno dell’Arco, che collega il campanile della chiesa  di Sant’Eligio, la più antica testimonianza angioina della città, con l’edificio vicino, che si può ammirare a ridosso di piazza Mercato.

Orologio Quattrocentesco, incastonato all’interno dell’Arco, che collega 
il campanile della chiesa  di Sant’Eligio





 Il quartiere Mercato, vicino al molo dell’esplosione  fu devastato dalla raffica di spezzoni incendiari e, nel momento esatto dello scoppio della nave, l’Orologio smise di funzionare. Per cinquant’anni l’Arco di Sant’Eligio, con le sue lancette ferme, ha voluto ricordare, a chiunque alzasse lo sguardo, quella ferita forse mai del tutto rimarginata. Solo nel 1993 l’Orologio, restaurato grazie all’impegno dell’associazione culturale Nea Ghenesis e della Parrocchia di Sant’Eligio Maggiore, è stato rimesso in funzione, tornando a scandire il tempo della nostra città.