giovedì 31 gennaio 2019

Il bidet. storia e curiosità di una tradizione tutta italiana




Il  BIDET ( classica forma)



Lo strano arnese, come lo definirono i Piemontesi nel loro registro di catalogazione dei mobili ed attrezzi, trovati  nella Reggia di Caserta, nell’acquisire tale monumentale edificio, (dopo l’ unificazione dell’Italia nel 1860). lo classificarono, assolutamente ignari della sua funzione  “Oggetto sconosciuto a forma di chitarra”, non era altro che il “Bidet “

Il bidet attecchì ed ebbe fortuna in  un Paese diverso da quello che gli ha dato i natali, infatti,  fu inventato in Francia nel Diciassettesimo secolo ed ebbe la sua fortuna in Italia, perché ritenuto utilissimo. mentre non ebbe la stessa sorte nel resto del mondo.
L’invenzione del Bidet risale al 1710 e fu installato per la prima volta nell’abitazione della famiglia reale francese; successivamente, tale accessorio sanitario entrò anche in circa cento stanze da bagno di Versailles, dove però sembra che rimase pressoché inutilizzato.

 
Versailles ( i giardini della reggia)




 Il suo presunto inventore, Christophe Des Rosiers, ne installò uno, per prova, presso la residenza del Primo Ministro francese ad uso della moglie, Madame De Prie. Grazie alle memorie dell’allora Ministro degli Esteri – nonché amante di Madame De Prie – che nel 1726 racconta di essere stato ricevuto dalla signora, imbarazzatissimo, mentre era a cavallo di uno strano sgabellino a forma di violino, la prima testimonianza su questo sanitario da bagno è giunta fino ai nostri giorni.

  
La Reggia dI Caserta



 
Qualche decennio più tardi il bidet fece ingresso trionfale anche in Italia: la regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, se ne fece installare uno nel suo bagno personale nella Reggia di Caserta. ( si narra infine, che  il bidet ( portabile) non fu negato nemmeno a Maria Antonietta di Francia mentre si trovava in carcere nelle convulse ore che precedettero la ghigliottina.

 
l bidet di Maria Carolina di Napoli alla Reggia di Caserta,

                                                            il primo Bidet in uso in Italia                                                


Quindi il bidet  è una parola francese derivata dalla radice bid, ovvero piccolo, e originariamente usata per indicare il pony – l’omonimia è legata sia alla somiglianza della posizione della cavalcata con quella dell’utilizzo del sanitario, sia al fatto che i primi utilizzatori se ne servivano per pulirsi dopo essere andati a cavallo.
Le prime attestazioni fanno risalire la nascita del bidet, in Francia, con una prima versione portatile, conservato sotto il letto assieme al vaso da notte. I primi utilizzatori furono altoborghesi e nobili: un ritratto famoso di Louis-Léopold Boilly, per esempio, mostra una giovane aristocratica francese a cavalcioni di un bidet.

 
Il ritratto di Louis-Leopold Boilly







 il bidet –fu tilizzato quindi,  in Francia dalle donne, che lo cavalcavano, come fosse, appunto, un cavallino – è un’invenzione tutta rococò, comoda evoluzione di una bacinella, sagomato secondo la forma del numero 8. 

 
I primi antichi Bidet piortabili







 il Bidet non era altro che un mobiletto portatile, che pareva un cavallino per bambini, ma in realtà era uno strumento per curare l’igiene intima e per questo non fu recepito in un primo momento per la sua funzione primaria ( la pulizia delle parti intime) perchè  trovato nei bordelli parigini fu  ritenuto a torto, per molto tempo, che avesse una presunta funzione anticoncezionale dei lavacri, affrontati spesso con una miscela di acqua e aceto, con il fine di eliminare il pericolo di una gravidanza,
I bigotti, che risiedevano in tutti i paesi anglofoni, infine, associavano i bidet ai bordelli e alle prostitute, e lo percepivano come elemento misto ad un alone di scabrosità. E pertanto si ebbe al quel tempo una repulsione sociale per l’uso del sanitario
Nel  dopo la guerra, infine, quando si iniziarono a montare i primi impianti idrici domestici negli appartamenti, il bidet si spostò dalla camera da letto al bagno e divenne un accessorio fisso e non più amovibile.
Attualmente, stando agli ultimi dati disponibili, i bidet sono comuni ed in uso in Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, e nel nostro paese, l’Italia, in  modo specifico, il bidet è stato reso obbligatorio con  il Decreto Ministeriale del 5 luglio 1975, che all’articolo 7 recita: “Per ciascuno alloggio, almeno una stanza da bagno deve essere dotata dei seguenti impianti igienici: vaso, bidet, vasca da bagno o doccia, lavabo”)

Una tipica stanza da bagno




 Per completezza di informazione si può affermare che quasi nessuno, invece,  usa il bidet in Germania, Regno Unito e Stati Uniti, soprattutto per le ragioni sopra citate.
 In Giappone il bidet del tipo classico italiano è sostituito da un water ibrido, il cosiddetto washlet, che unisce in un sanitario unico le funzioni del water e quella del bidet ed è presente nel 60% delle case private. .


 
il classico Washlet Giapponese 







lunedì 21 gennaio 2019

I rasoi e la rasatura





Soluzione del Quiz di Sasà “O Prufessore” del 20 gennaio 2019.

E’ una curiosità, che interessa principalmente tutti gli uomini, si fa per dire tranne a quelli del popolo dei  Longobardi ( uomini dalle lunghe barbe), che non conoscevano né i rasoi  a mano libera, né quelli cosiddetti , rasoi di sicurezza.

 
I LOngobardi


Nel secolo scorso, infine,  i seguaci di Fidel Castro . i Barbudos  (nome con cui furono identificati i  rivoluzionari cubani del Movimento del 26 luglio) a causa delle lunghe barbe, che  portarono durante i combattimenti, avendo deciso di non radersi fino a che non avessero vinto la loro guerra di liberazione. 
I Barbudos cubani  di Fidel Castro
Nel 1770,il coltellinaio francese JeanJacques Perret, pubblicò la sua opera -La Pogonotomie. La Pogonotomia è l'arte del radersi e nasce dalle parole greche πώγων pogon (barba) e τέμνω témno (tagliare),
 Il rasoio di sicurezza alla Perret è principalmente una variante di un rasoio a mano libera con la lama racchiusa da una protezione che agevola lo scorrimento sulla pelle e allo stesso tempo impedisce alla lama di affondare. 

Rasaio alla Perret



Con tale sistema di sicurezza detto alla Perret, quindi, i rasoi iniziarono ad essere prodotti e commercializzati nel 1820 in Inghilterra nella zona di Sheffield già famosa per la produzione di lame per rasoi a mano libera.
 Solo,però nella seconda metà dell'800 iniziano ad essere commercializzati rasoi in cui la lama ed il manico hanno una forma a T , tuttora mantenuta negli attuali prodotti in commercio.
Bisogna arrivare al 1880 al brevetto dei fratelli Kampfe negli Stati Uniti, come l’attuale modello che prevede una protezione per la pelle e utilizza una lametta rimovibile a singolo filo.

Tale tipo di rasoio di sicurezza, infine, fu conosciuto ed indicato in tutto il mondo con il Brevetto del rasoio a lamette usa e getta della ditta di  king Camp.Gillette  solo però, agli inizi del 1900 (erano lamette  economiche) e la loro definitiva commercializzazione avvenne nel 1903 con questa nuova tipologia di rasoio. 

Il primo rasoio Gillette del 1900




 
Rasoio gillette prodotto nel 1927










Nel 1921 il brevetto della Gillette sulle lamette decade e questo permette ad altri produttori di iniziare a produrre lamette.

Alcune ditte Italiane produssero e commercializzarono lamette con nomi di grandi campioni dell’epoca . Come La famosa “ lametta Bartali Superveloce”.


 
Lamette Bartali superveloce








Curiosità storica del perché di tale trovata : In Italia dopo la fine della Guerra, l’intera nazione non era pacificata. C’era un clima di approcci alla nuova democrazia, i campi del contendere divennero in primis quello politico e ideologico, in seconda ma non secondaria istanza quello sportivo. In un paese non ancora “nel pallone”, era il ciclismo lo sport più popolare.
Con la stessa veemenza con cui si militava nel PCI o nella DC, ci si schierava per il devoto Bartali (a cui va comunque il merito di avere contribuito a calmare gli animi con la sua vittoria al Tour del 1948, avvenuta in concomitanza con l’attentato a Togliatti) o per lo scomunicato Coppi, colpevole di avere abbandonato la moglie per la famosa Dama Bianca.
La classe e i risultati sportivi di due campioni del calibro di Fausto Coppi e Gino Bartali, capitati nello stesso momento storico e per anni accesi contendenti, furono manna dal cielo non solo per quotidiani e riviste, ma anche per i consumi più vari. Celeberrime, e oggi ricercate dai collezionisti, sono le lamette da barba “Coppi” e “Bartali”, prodotte da aziende concorrenti che utilizzavano i ritratti di uno e dell’altro campione sulla confezione.

 
Lamette Bartali e Coppi prodotte negli anni 1950



La pubblicità delle lamette Bartali, nel 1950, con un sillogismo cristallino paragonava la “Bartali superveloce, lama fuoriclasse”, a “Bartali: campione fuoriclasse”. Inutile aggiungere altro. La più sottile metafora della velocità era lasciata alla fantasia del lettore-consumatore.

Nel1974  divenne famosa la Ditta  “ BIC “ , con l’avvento della plastica  a basso costo, introdusse in Europa i rasoi usa e getta. oltre alla sola lametta  anche  a gettare l'intero rasoio dopo l'utilizzo, poiché tranne le lame, era costruito con  materiali di plastica.-
Rasoi Bic usa e getta confezione del 1974




L’ultimissima creazione riguardo i Rasoi e del loro utilizzo  è quella dei Rasoi  a striscia lubrificante.che consistono i speciali rasoi moderni con testine equipaggiate con una striscia di materiale lubrificante, tipicamente” Glicole Polietilene, che facilita lo scorrimento della testina sulla pelle e previene quindi irritazioni.

Rasoio a tre lame con striscia lubrificante

lunedì 24 dicembre 2018

venerdì 21 dicembre 2018

La Carmagnola , oltre ad essere l'inno della rivoluzione francese.



La Carmagnola

Vi siete mai posto il quesito, che cosa è la Carmagnola?

La prima risposta che ti viene spontanea, proveniente da qualche reminiscenza storica scolastica, è che : “ è il canto rivoluzionario della “Rivoluzione Francese “ o meglio era il canto popolare dei Sanculotti, di autore anonimo, creato durante il ritorno delle truppe rivoluzionarie francesi dall’Italia. Ufficialmente la Carrmagnola,  è un’antica danza , nata probabilmente a Carmagnola , quindi è originaria di una zona tipica piemontese, dove si coltivava e si filava la canapa per farne abbigliamenti particolari e vari tipi di corde. 



Classico Inno " le Carmagnole "

Tale canto popolare, “la Carmagnola“, divenne l’inno dei Sanculotti,  che lo introdussero e lo intonavano già nel 1792 in concomitanza della Convenzione Nazionale di Francia  e quando avvenne l’arresto del Re francese dell’epoca, Luigi XVI e poi durante l’avvento del Regime del Terrore voluto e propiziato da Massimilliano de Robespierre, detto l’incorruttibile. 
La carmagnola (in francese “La Carmagnole”), quindi  è un canto ed una danza che riscosse una grande popolarità durante la Rivoluzione francese. divenendo così l’inno di tale stravolgente cambiamento epocale dell’ordinamento dello stato della Francia, da Monarchia a Repubblica.






Classico Inno e danza dei Sanculotti " la carmagnole "



Il termine “ Carmagnola “ era oltre al nome della danza,  che si ballava nella  piana piemontese di Campagnola, era anche una antica parola greca (αρμανιόλα (karmaniòla), che significa appunto "ghigliottina". 

 
LA CARMAGNOLE, Giubba di canapa dei sanculotti.



La Carmagnola era detto,  pure, l’abbigliamento di canapa degli operai stagionali settecenteschi, che risiedevano nel paese di San Bernardo di Carmagnola, quando  si spostavano al porto di Marsiglia per fabbricare e preparare corde per bastimenti e navigli vari. che consisteva  in una giubba particolare.
 Tale giubba , detta appunto le carmagnole, era in sostanza una giacca (di canapa) a falde dritte e corte, importata a Parigi nel 18° secolo da emigranti piemontesi e indossata in seguito da federali marsigliesi, quando  entrarono a Parigi nel 1792 , diventando così:  l'emblema  dell'uguaglianza.
La Carmagnola infine, adornata con il berretto frigio e  con la coccarda tricolore, indossata su  dei pantaloni da marinaio lunghi e di taglio ampio con patta davanti e tre bottoni, sostenuti dalle bretelle,  sotto un gilet e calzando zoccoli da contadino ai piedi., divenne  in questo modo “il  costume sanculotto”.

Abbigliamento di Sanculotto

 


Tale inno “ la Carmagnola ” inneggiante alla Libertà, all’Uguaglianza ed alla Fratellanza, ebbe una grande popolarità in tutta Europa  specie in Italia, dopo la conquista Napoleonica dell’intera nazione.

Infine, quando il re di Napoli dell’epoca, il borbone  Ferdinando e sua moglie la Regina Carolina di Austria, sorella di Maria Antonietta, scapparono in Sicilia per l’arrivo dei francesi e fu proclamata la Repubblica partenopea di Napoli, si  iniziò la riconquista del Regno con l’aiuto delle truppe dei Sanfedisti , seguaci dei Borboni al comando del Cardinale Ruffo.

La riconquista del Regno, in risposta dell’ossessionante inno         ” la carmagnole “, fu intonato con la stessa musica, ma con un testo diverso, inneggiante alla famiglia reale borbonica, che metteva in ridicolo i valori  della cosiddetta Rivoluzione francese, che divenne poi l’inno dei sanfedisti noto come “il canto dei sanfedisti”, risposta polemica alla nota canzone della Carmagnola. 





                                                      il canto dei sanfedisti




Il canto dei Sanfedisti, cantata da Enzo Gragnaniello

sabato 15 dicembre 2018

moneta da 2 euro commemorative emesse nel 2018



2 euro commemorativo italia 2018 ministero.jpg


60º anniversario dell'istituzione del Ministero della salute

 Descrizione: Il disegno raffigura una rappresentazione allegorica della salute accompagnata da alcuni elementi simbolo delle attività del ministero: ambiente, ricerca, alimentazione e medicina. A sinistra campeggia il monogramma «RI», acronimo di Repubblica italiana, in alto, la lettera «R», marchio della Zecca di Roma e alla base della figura femminile, la sigla dell’autrice Silvia Petrassi. Da sinistra a destra, sono riprodotte in semicerchio l’iscrizione «MINISTERO DELLA SALUTE» e le date «1958-2018». Sull’anello esterno della moneta figurano le 12 stelle della bandiera dell’Unione europea












 
70° anniversario della Costituzione della Repubblica Italiana



Descrizione: Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, firma l’atto di promulgazione della Costituzione della Repubblica italiana il 27 dicembre 1947; alla sua destra, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, alla sua sinistra Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea costituente italiana. Sopra, l’iscrizione «COSTITUZIONE» e il monogramma «RI» della Repubblica italiana; in esergo, l’iscrizione «CON SICURA COSCIENZA», l’identificativo «R» della Zecca di Roma e le date «1948 • 2018», rispettivamente l’anno dell’entrata in vigore della Costituzione italiana e l’anno di emissione della moneta. Sull’anello esterno della moneta figurano le 12 stelle della bandiera dell’Unione europea.













giovedì 13 dicembre 2018

DEBITO PUBBLICO -3 puntata



DEBITO PUBBLICO – 3^ puntata


Continuo, allora, carissimo Tore, : ripresi a descrivere come si era giunti a questa tale massa di Debito Pubblico.

Alla normale scadenza negli anni ’70 per continuare ad approvvigionarsi di prestiti con una vita a lungo o a  medio termine per sopperire a spese straordinarie programmate, da farsi senza avere la copertura finanziaria dell’annuale Bilancio statale, si ricorse ai nuovi titoli obbligazionari dello Stato (anch’essi facenti parte del Debito Pubblico) denominati, questa volta non più BTN 5% ( i classici Buoni del Tesoro Novennali al tasso del 5%), ma BTP (Buoni del Tesoro Poliennali) con una scadenza varia, ma certa, e  diluita nel tempo ed un tasso di rendimento fisso, che variava a secondo l’esigenza del fabbisogno statale. Tutta questa specie di titoli  erano emessi sempre  dalla Banca D’Italia, autorizzati dal Ministero del Tesoro, e si potevano acquistare direttamente presso le sue sedi provinciali  ed avevano durata poliennale (usualmente con scadenze di 3, 5, 10, 15, 30 o 50 anni) e presentavano cedole annuali pagate semestralmente (ad esempio, un BTP al 6% pagava due cedole semestrali del 3% l'una). Il rendimento generalmente di questi titoli era dato dal tasso fisso delle cedole e dalla differenza tra il prezzo di emissione ( inferiore di qualche punto percentuale del valore nominale del titolo)  e quello effettivo di rimborso.
Negli anni ‘80 e ’90 appaiono infine un tipo di titoli speciale, anche se già utilizzato nell’anteguerra, I noti  - CCT -  questa volta con alcune caratteristiche, che li rendono vantaggiosi e concorrenti agli altri titoli di credito al portatore dello stato, per la loro specialità che è : il rendimento a tasso variabile.
I certificati di credito del tesoro (CCT) sono quindi, titoli di Stato a medio - lungo termine con un massimo di durata di 7 anni emessi ora dal Ministero dell'economia e delle finanze per finanziare il debito pubblico.

Gli interessi  dei CCT sono corrisposti anch’essi tramite cedole semestrali posticipate ( in passato la cedola era unica annuale), il cui rendimento è pari al rendimento dei BOT semestrali nell'ultima asta che precede il godimento della cedola, aumentato di uno Spread che dal 1996 è stato fissato a 15 punti base (0,15%). Il rimborso del valore nominale dei CCT avveniva alla pari in un'unica soluzione alla scadenza. Agli acquirenti previsti dalla legge (banche, agenti di cambio)  era corrisposta, anche,  una  commissioni di collocamento  pari, in un primo momento, al  0,30% poi all’ 1 %, che era a carico del Tesoro. Si viene a conoscenza quindi con questi Titoli (CCT) di  un nuovo termine, l’inglese – Spread  =  Divario = , che stava a significare la differenza di rendimento che esiste tra diversi titoli di Stato italiani (BTP a tasso fisso e CCT a tasso variabile) , come denota il divario tra il tasso fisso del rendimento di un titolo e quello  di un altro  che fa riferimento invece il tasso reale praticato dal mercato.




“ Grazie , per avermi spiegato tecnicamente e praticamente come si manifestava in quegli anni il Debito Pubblico, ma non mi avete detto come si sviluppò l’inflazione e l’ammontare della crescita, quasi incontrollata, di tale Debito che faceva lo Stato. Quali incentivi ed interessi spingevano ad accaparrarsi di tali titoli di credito statali il mondo dei  risparmiatori, quali cittadini comuni od imprese specializzate, come le bancarie o finanziarie, e sia quelle, che svolgevano attività  industriali ed artigianali ? “M’interruppe nella mia esposizione , il mio amico Tore Castagna,
Mi fermai un  istante per non apparire noioso e saccente e mi permisi di propinargli una mia riflessione di vita, dicendogli : “ ti sei dimenticato che negli anni 1966  si dovette finanziare
 “ l‘AIMA” (l’Azienda per Interventi sul Mercato Agricolo) e tanti altri enti statali  fatti nascere per permettere alla nostra nazione uno sviluppo sociale adeguato ai tempi.”
Ripresi, poi, affermando che In quegli anni i titoli del Debito Pubblico con i suoi interessi medi annui, ebbero un solido e incontrastato successo. Le rendite realizzate nell’acquisto di tali titoli (BOT, BTP e CCT), infatti, passarono velocemente  da un tasso percentuale del 7%  del 1972  al 10% nel 1975 e al 19-20% nel biennio 1981-82 .Tutto ciò avvenne nel corso degli anni della coalizione di maggioranza governativa del Pentapartito, guidato dal patto informale noto come C.A.F. (Craxi-Andreotti-Forlani), che di fatto fungeva da “motore immobile” della politica italiana.
 Il pentapartito per creare crescita si inventava i famosi lavori pubblici, quelli delle infrastrutture ed in questo modo  la spesa cresceva a dismisura ed il Debito Pubblico  raggiunse livelli non più controllabili. Tale politica fu realizzata . come dice il
noto Detto Napoletano “ SURCO CUMMOGLIA A SURCO” .Cioè : solco copre un solco.

L’espressione nel suo significato sotteso vale: debito (nuovo)  copre, risana un debito (vecchio),  ci troviamo cioè in presenza della tipica spirale dell’indebitamento, che comporta la necessità di contrarre un debito nuovo per risanarne uno precedente, in modo che il nuovo debito più grande  copre, cela, nasconde ed  occulta il tutto .
Si fece ricorso a Prestiti onnicomprensivi per far fronte alle spese inerenti alla costituzione delle ASL per ripianare i debiti accumulati dagli enti lirici, dai porti,  dagli enti con la partecipazione stale (IRI , ENI, EFIM) in quegli anni,  con emissioni ad iosa di  Btp e CCt. Perfino quando fu congelata la contingenza (per gli aumenti retributivi dipendenti dalla variazione del costo della vita)  a seguito della legge n. 797 del speciale emissione graduale di 3 trances di  BTP con durata di 5 anni, la prima al tasso dei 14 % e le altre al 13%. Tali  BTP  pur aventi cedole semestrali al portatore erano Nominativi e per alcuni anni, non facilmente negoziabili, se non prima di una determinata scadenza.

CCT al Portatore CON allegate Cedole semestrali






BTP  Titoli al portatore con cedole semestrali











martedì 11 dicembre 2018

Gli Incappucciati




I papute , chi erano ed esistevano una volta anche a Chiaiano?               

Domanda  fattami  da un giovane studente di Chiaiano,  mentre si stava discutendo di storia delle chiese parrocchiali del nostro amato Quartiere, Chiaiano,  e quale funzione sociale delle stesse,  avevano permesso la nascita dei rispettivi insediamenti abitativi di persone  sui territori, noti  fin dall’antichità, come casali  di Chiaiano e Polvica, poiché erano solo zone agricole produttive di  rigogliosa e squisita frutta, quali Mele, Noci, Pesche e le ciliegie,  ma non di uva per ottenere degli  ottimi ed eccellenti vini.
Immantinente risposi alla incuriosita richiesta, chiarendo affermativamente, ma precisando che la zona agricola e boschiva di Chiaiano fino al 1806 era rappresentata e divisa in due Casali  differenti, ma ugualmente importanti, quali : Chiaiano e Polvica, perchè facevano parte del Demanio  del Regno di Napoli.
Tali Casali erano in territori dislocati, lontano dalla città di Napoli, ma confinanti tra di loro, ed erano nati, come era d’uopo a quell’epoca ,  attorno  soprattutto alle riconosciute chiese parrocchiali ed alle relative concreghe annesse, che nacquero come quella di Polvica, con la devozione  del santo  patrono, “ San Nicola di Bari “, mentre quella di Chiaiano con la devozione del suo patrono “ San Giovanni Battista”.
Il casale più antico è accertato era quello di Polvica come si legge nel Dizionario ragionato del regio archivio diocesano di Napoli, infatti  era gia noto e registrato, (dopo la fine  del glorioso  Impero Romano d’Occidente dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, datata  476 d.C ) ed anche,  dopo, quando l’Italia Meridionale fu dominata dall’impero d’Oriente ed  ai tempi dell’imperatore,  Alessio Commeno, circa nell’anno 1100 e Polvica, era già conosciuta ed era denominata Polleca . poi Pollica ed infine  riconosciuta come:  il casale di Polvica.
Questa trascrizione, quindi, fa  dedurre che Polvica, come casale, era stato già creato  in età romana , come lo testimonia, pure la lapide del sarcofago romano, rinvenuto  durante il restauro  della Chiesa di San Nicola, negli anni  ’50 del secolo scorso, ed attualmente si può ancora ammirare, perché  custodita e murata nella parete della scala di accesso che porta al campanile ed al vano, un tempo, dell’organo che sovrasta l’entrata.
 
Chiesa di San Nicola di Bari  in  Polvica



Epigrafe roamana trovata nel Restauro della Chiesa di Polvica





Tale epigrafe su un marmo salmastro, fu murata ed attualmente si può  ammirare  nell'accesso alle scale, che portano al campanile, e si legge a malapena  quanto segue:


D M
POMPONIAE L F
SATVRNINAE ET
BLAESIANO F EIVS
ET PLOCAMO MARITO
LIBERTIS LIBERTABVSQ
ET [E]IS QVOS A PLOCAMO
MANUMITTI
VOLVIT


«(Sacrum) D(is) M(anibus) Pomponiae L(iciniae) f(iliae) Saturninae et Blaesiano f(ilio) eius et Plocamo marito libertis libertasbusq[ue] et [e]is quos a Plocamo manumitti volvit»


La traduzione interpretativa dal latino di
(G. D’ISANTO, Scheda n. 8 in G. CAMODECA (a cura di), in «Puteoli Studi di Storia antica» VI (1982), pp. 153-156, fig. 7.)
«(Sacro) agli dei Mani di Pomponia Saturnina, figlia di Licinia. E a Plocamo suo marito e a suo figlio Blesiano, ai liberti e alle liberte la cui mano­missione ella concede a Plocamo»



Negli anni poi del 1700, esattamente nel 1740,  fu creata una confraternita, un’associazione di fedeli di vera civiltà cristiana con finalità di carità e di sentito culto alla Madonna, con la denominazione di “Congrega dell’Immacolata Sempre Vergine” eretta nella stessa chiesa parrocchiale  di San Nicola del Casale di Pollica,  (come si legge nell’atto  originale, della Regola della Congrega dell’Immacolata su citata, presentato al re Carlo III  di Borbone,  registrato nel Regio archivio di Napoli il 13 luglio 1753.
Dopo tale premessa storica, entriamo  nella descrizione del Termine      “ Paputo ” e  spieghiamo cosa centra con il borgo di Polvica di Chiaiano, così spero di dare una risposta esaustiva allo Studente incuriosito.
I “papute” erano personaggi, conosciuti durante la mia infanzia, che incutevano paura, infatti, si era solito, vederli  durante i Funerali di qualche personaggio deceduto del casale, però  iscritto  e facente parte alla Congrega  dei Confratelli dell’Immacolata Concezione, sita come, innanzi detto,  nella Chiesa parrocchiale di San Nicola di Polvica  in Chiaiano.

I Confratelli di una Congrega - detti anche " Paputi "







I Confratelli in realtà erano membri  laici di una Confraternita o Arciconfraternita, una sorte di una associazione che sorgevano per vere e proprie esigenze della popolazione  più povera e si occupavano principalmente nel dare una cristiana  sepoltura a chi non poteva permettersela.
Questi confratelli nostrani , detti “ Paputi ” , precedevano i funerali dei confratelli deceduti, vestiti da Incappucciati , cioè vestiti con un camicione bianco e con un  cappuccio di colore celeste-azzurro, ( i colori delle vesta  della Madonna Immacolata), e sfilavano in processione ricordando la passione e la morte di Cristo, e portando inneggiando, come un vessillo, una croce di legno colorata di nero, rappresentando quella in cui fu crocefisso Gesù, e nel procedere intonavano litanie in coro e con canti ispirati alla passione del cristo ed alla sua resurrezione.
Il termine “ Paputo/i”  deriva etimologicamente dalla parola greca  (Pappos –ou) che significa = nonno, avo  e con lo stesso significato fu riproposto anche  in latino ( Pappus –i) uomo vecchio – nonno . – mentre nella lingua Napoletana, Paputo sta  a   significare: incappucciato, chi non vuole farsi riconoscere come un anonimo penitente che apparteneva ad una sorta di setta quasi  segreta.
Il capo  di questa associazione cristiana, detta Confraternita, era “ O Priore” che era il responsabile primario dell’organizzazione di questi fedeli, che di solito perseguivano finalità di carità e di culto.  Il Priore era solitamente colui che ed aveva  il compito di controllare il lavoro, che svolgeva l'amministrazione della confraternita e presenziava e controllava che tutto procedesse bene durante l'esumazioni nelle cappelle cimiteriali della stessa, (generalmente le cappelle si trovavano sotto la sala  della Congrega, che era annessa alla Chiesa parrocchiale di riferimento) e partecipava di diritto agli incontri in curia per le decisioni diocesane.
Haime, negli anni  di fine ’50 ed inizio ’60  del Novecento per volontà del sacerdote dell’Epoca della parrocchia di Polvica, un certo Don Angelo Ferrillo, proveniente dalla vicina Calvizzano, con idee di grandezza, nell’ambito del restauro della stessa  Chiesa,  sconvolse l’intero monumentale edificio, facendo incorporare i locali della Congrega e distruggendo tutto ciò che era in esso contenuto, ( quadri ,  scanni e mobili vari, ritenuti vetusti ed inutilizzabili),  e nello spazio ricavato, vi impiantò la nuova sacrestia, mentre i locali sottostanti, che erano adibiti a cappelle di  sotterramento delle salme dei confratelli, fu creato un salone per un parrocchiale cinematografo e dopo un poco, anche aule per l’insegnamento della scuola elementare, data la carenza, di quel periodo, di edifici scolastici adeguati alla generazione dei bambini del dopoguerra.
Il primo , Priore, della Congrega dell’Immacolata Concezione di Polvica, fu Bernardo De Cristofaro nel lontano 1740 , come è riportato nella regola  della Confraternita  presentata per ottenerne la formale autorizzazione reale , e registrato come atto notarile nell’archivio regio di Napoli il 13 luglio 1753. L’ultimo Priore della Confraternita fu , Gaetano Pennino, ricordato professionalmente come un grande maestro di stucco di pareti e facciate di palazzi e Chiese dell’epoca.
Qualche interessante norma della Regola della Congrega era che ci si poteva farne parte essendo frequentatori della parrocchia ed aver compiuto  almeno 15 anni d’età, per l’effettiva iscrizione essere presentato da un già confratello,  che garantiva l’onesta e la certezza del culto cristiano del novizio.
Altra norma non derogabile era la tassa di entratura di ciascun confratello, che era così disciplinata ed  era tassativa da versare al tesoriere. ( quelli di età da 15 a 25 anni  era di 5 carlini, quelli da 26 a 30 anni  era di 8 carlini, quelli  da 31 a 40 anni  era di 10 carlini, mentre da 40 in sù non meno di 15 carlini.

 
il Carlino  - Moneta usata al tempo di Re Carlo III Di Borbone



 Una tassa, infine, di appartenenza  alla Confraternita,   era richiesta ed era in questo modo stabilita dal Priore e dal consiglio degli assistenti   protempore, in base all’età, alle disponibilità  economiche ed alla salute del confratello, ed era versata ogni domenica da ciascun adepto nella misura di una      " Cinquina ", che serviva alla comgregazione per assolvere ai vari compiti della stessa ed ad assolvere ai debiti contratti per gli interramenti e per l’esumazioni e per la fabbrica delle cappelle da farsi nel Cimitero dopo l’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone Bonaparte il 12 giugno 1804.,  

Moneta di rame il " Cinquina" utilizzata ai tempi del Regno di Napoli