venerdì 10 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 5 pun/ partiti dei dopoguerra


5^ puntata

 Capitolo decimo 
   Nascita dei partiti politici nel dopoguerra


Dopo il Referemdum istituzionale del 1946,  Chiaiano, ebbe anch'essa la nascita dei partiti politici con una propria sede locale, ricalcando quelli cittadini e nazionali, in ottemperanza delle imminenti elezioni, sia politiche, per eleggere il Parlamento Nazionale, sia amministrative, per eleggere il Consiglio Comunale della Città, che si fossero tenutedi lì a poco. In poche parole la vita, dopo la bruttura della guerra e della Dittatura Fascista, riprende il suo corso, s'inizia un'aria nuova di libertà, dopo gli anni bui, dettati  dal fascismo mussoliniano con un oscurantismo culturale autarchico.
Dopo le associazioni cattoliche, anche i partiti politici si costituiscono, quali rappresentanti dei ceti di diversa estrazione  sociale, così, per la classe lavoratrice, formata per lo più di operai e  braccianti, si fondarono così localmente, il Partito Comunista Italiano, avente come simbolo quello della  sola falce e martello e stella su una bandiera rossa, sovrapposta al tricolore, ed  il Partito Socialista Italiano, quello che aveva come simbolo un falcetto ed un martello su un libro aperto con lo sfondo di un sole nascente.

Simbolo del Partito Comunista Italiano
Simbolo del Partito Socialista Italiano















Il primo segretario del locale Partito Comunista Italiano fu Giacinto Rossi, un ferroviere calabrese, che aveva trovato casa proprio a Chiaiano-Polvica, che riuscì a creare un buon numero di iscritti e così si potette aprire la prima sede in piazza Nicola Romano a Polvica, che rese famosa tale piazza, dopo il buon successo elettorale del 1948 , facendola definire dagli avversari politici "la Piazza Rossa", difatti quasi il 90% degli abitanti del comprensorio di Polvica (frazione di Chiaiano) votò Partito Comunista.In realta.
 La costituzione del Partito Comunista fu pensata e nacque nella "Cantina e Pasquale 'o Scuonceche", che era ubicata sul Corso Chiaiano di fronte al Municipio del Quartiere e guarda caso , dopo circa 4O anni, divenne la definitiva sede e la fine della sua attività. 
Il primo partito rappresentante la Sinistra, fu, però, localmente presente il "Partito Socialista Italiano", quello per intenderci, di Pietro Nenni, come detto pocanzi, la sede prescelta fu un basso ubicato di fronte alla sede della D.C. (Democrazia Cristiana) sulla Via Santa Maria a Cubito sottostante il palazzo di Giovanni Chianese, dove attualmente esiste l'Autoscuola Musella. Il primo segretario del P.S.I. di Chiaiano, fu Pasquale Ferraro,un ferrotranviere dell'azienda tranviaria " ATAN "che con altri colleghi riuscì a coagulare intorno al suo partito la gran massa di lavoratori, di giovani studenti e futuri intellettuali.

Gli altri partiti politici, che rappresentavano il cosiddetto ceto medio, i notabili, i parzonali (i padroni terrieri) furono localmente, il più numeroso di consensi elettorali era il partito della D.C. ( la democrazia Cristiana) , dove confluirono automaticamente i cattolici (quelli del vecchio Partito Popolare), per la grande propaganda che veniva  fatta nelle chiese a suo favore, avendo il papa, Pio XII, scomunicati sia i Socialisti che i Comunisti, e lasciati fuori dal Governo della nazione, perchè  cosi voluto dagli americani nella concessione degli aiuti economici, nota come " Piano Marshal".
La sede del partito della D.C. fu creata in locali in basso del Palazzo Giordano, quello che guarda il Corso Chiaiano (prima conosciuto come Corso Umberto I), pare fossero gli stessi locali utilizzati dal vecchio partito dei “Fasci di Mussolini” , il  suo primo segretario politico locale fu il cavaliere  Bellotti, un arzillo vecchietto, che camminava col bastone,  poi in seguito segretario fu  fatto il cattolico, Giovannino Diodato, impiegato degli uffici comunali  di Palazzo San Giacomo.

Simbolo del Partito della D.C..
All'inizio Del Corso Chiaiano sul lato destro, dove attualmente c'è il Bar Centrale, nacque per i nostalgici del vecchio regime fascista, divenuto, poi, Il partito MSI  (Movimento Sociale Italiano) avente come simnbolo un'ara sprigionante una fiamma con i tre colori del tricolore (rosso, bianco e verde), il suo primo segretario fu un certo Smeraglia, tra i suoi più ferventi adepti furono , Pasquale Morfino (ex Giudice Conciliatore della Zona), Traversa Raffaele. che fu poi il rappresentate negli anni settanta di tale partito nel Consiglio di Quartiere di Chiaiano, e l'indimenticabile "Mimì 'o Capitano".
Simbolo del M.S.I. del 1948
Nacquero infine Il Partito Social Democratico, quello noto come il partito  di Saragat, dopo la famosa scissione di Palazzo Barberini del Psi, che si presentava  col simbolo di un cerchio racchiudendo un Sole nascente ed ebbe la sua sede provvisoria nel locale del " Salone do' 'ngignere" ubicato lungo il Corso Chiaiano difronte allo spiazzo  dove c'era la segheria ed il deposito di legname, dei Chianese. Legname  prodotto ed accatastato, proveniente dalla  locale Selva di Chiaiano, dove vi erano, anche, accatastate con grosse file le famose " Chiancarelle" (traversine di legno utilizzate per fare soffitti e tetti).

Simbolo del Partito P.S.D.I.
 e poi, dopo la sconfitta della monarchia (quella del Regno Sabaudo). si ebbe anche la costituzione del  " Partito Monarchico, noto come il partito di Achille Lauro.
Tale partito era simboleggiato da una stella a cinque punte con al centro una corona regale, tanto che era chiamato, anche, il partito della "Stella e Corona" ed era rapprasentato nel nostro quartiere dalla famiglia di Giovanni Chianese, che fu pure candidato per tale partito, affiancato nella frazione di Polvica dalla famiglie dei Monteasi.
Simbolo del Partito Monarchico ; Stella e Corona

 Mancò solo a quell'epoca  la  sede del partito del - Uomo Qualunque - di Gugliemo Giannini, 



Simbolo del partito dell' Uomo Qualunque

 non trovando adepti nel nostro quartiere, ne voti di simpatizzanti e quindi non si radicò e nelle successive tornate elettorali scomparve definitivamente  dal contesto politico sia cittadino che nazionale.
Alcuni partiti, poi, per fare un fronte unico si coalizzarono e si presentarono alle elezioni politiche con il simbolo della effige della testa di Garibardi, mentre all'elezione per eleggere il Consiglio Provinciale della città , utilizzarono come simbolo, il Golfo di Napoli con lo sfondo del Vesuvio,  mentre il partito della D.C. contrapponeva  il suo simbolo lo scudo crociato, dove si conficcavano le falci e frecce e così difendeva la Nazione e le città dai compagni Comunisti e Socialisti, definendoli  rivoluzionari russo-bolscevichi.
 La testa Di Garibaldi ,simbolo del Fronte Democratico
Manifesto Contrapposto della D.C. 1948



Si assisteva,  quindi a comizi tenuti da bravi oratori di tutti i vari partiti, dove assistevano pochi, ma generosi iscritti e simpatizzanti, che temevano ancora rappresaglie degli spioni delle Questure, retaggio del passato regime fascista.



sabato 4 ottobre 2008

Storia di Chiaiano 4^ punt/ nel dopoguerra


Capitolo Nono


Chiaiano nel dopoguerra 
(negli anni dal 1944 al 1954)


Finite le paure della guerra, siamo negli ultimi anni del 1940, (dal 1944 al 1949) inizia una nuova era, quella della speranza di lasciarsi alle spalle le brutture della miseria, dell’arretratezza culturale ed il nascere di un mondo migliore da viversi nella democrazia e nel rispetto della persona umana con la gioia di vivere spensieratamente, senza afflizioni di non più farcela. Rinascono le associazioni cattoliche, rappresentando i Patroni delle varie parrocchie, esistenti sul territorio, come quella a Polvica, (antico borgo del quartiere di Chiaiano) che fa riferimento alla Chiesa di San Nicola di Bari, e quindi riprendono le attività proprie dell’associazionismo cattolico parrocchiale, quella ricreativa e ludica.
Nella contrada propriamente, detta Chiaiano, nascono, invece, quelle, che fanno capo alla parrocchia di San Giovanni Battista, che si contrappongono a quella di Polvica, e sono l’associazione di S. Giovanni Battista e quella di San Raffaele Arcangelo, vi è, poi, una terza, quella di San Michele Arcangelo, che è tenuta su, invece, dai fedeli, che hanno una venerazione del santo nella chiesetta di San Michele Arcangelo, posta nella Piazza Margherita (Mieze ‘O Furne); mentre nel borgo di Santa Croce, si costituisce l’associazione dei lavoratori cattolici di Sant'Antonio da Padova.
La loro funzione e utilità erano importanti, perché davano l’opportunità d’incontrarsi la sera in sedi opportunamente aperte per scambiare le proprie esperienze e per preparare in occasione della ricorrenza onomastica del Santo Patrono, annualmente, grandi festeggiamenti, che sfociavano generalmente in una processione propiziatoria con la statua del Santo lungo le vie principali del Borgo.
A tarda sera durante i giorni dei festeggiamenti nella piazza principale la popolazione del borgo, mista a quella delle altre contrade vicine ascoltava assiepata ad uno spettacolo canoro musicale, con esibizioni d'eminenti artisti, cantanti o comici, su un palco a guisa di palcoscenico all’uopo allestito

Banda Musicale di Sturno
famosa all'epoca che suonova per lo più musica operistica e marcette allegre





Alcune volte il Concertino era preceduto da esibizioni di Bande musicali, che con le loro note echeggiavano allegramente per il rione, che percorrevano, ed, infine, nella nottata si poteva assistere ad una gara di fuochi artificiali pirotecnici di maestri specializzati (i più noti erano quelli del vicino paese di Mugnano di Napoli, i Vallefuoco) e così si poneva fine alla festa.




Esplosione di fuochi artifiali  in cielo
in occasione delle feste patronali


 
 Luminarie ( arcate di lampadine, create durante i festeggiamenti patronali)
( lampadine accese
di sera con l'elettricità o prodotta da gruppi elettrogeni autonomi)






In quei giorni l’intero Borgo era illuminato con arcate di lampadine multicolori, le cosiddette luminarie (Allummate) ed i marciapiedi principali erano ingombri di bancarelle, che offrivano, vendendoli, prodotti dolciari (Torroni, Bomboloni, Lecca lecca, Franfellicche, Mandorle caramellate) e vari, come i cosiddetti “‘O Spassatiempe”, che erano nocciole d'arachide tostate (‘E Nucelle Americane), corolle di castagne infilate con lo spago, cotte al forno (‘E Castagne do’ prevete) e nocciole, ceci e semi di zucca tostati (Nucelle, Cicere e Semmiente ‘e Cucozze ‘nfurnate).

bancarella allestita per la festa del santo patrono con esposti
torroncini di nocciole, di castagne arrostite e ni nocciole crude



IL GIOCO DELLE TRE CARTE


Gioco delle tre carte con carte napoletane



 




Tavoletta dove si esponeva e si svolgeva il giuoco delle tre carte




A volte piaceva e  si poteva puntare sopra una valigetta di legno, dove all’interno c’era una specie di roulette disegnata intorno ad un cerchio di chiodi intervallati con i simboli delle carte da gioco napoletane, (che indicavano il valore della vincita moltiplicato per la puntata), su cui ruotava, su un perno di ferro conico, una verga schiacciata terminante da un lato con una sottile punta di tartaruga appuntita, che fermandosi sugli interspazi delimitati dai chiodi, indicava la vincita.
Ai punti cardinali del cerchio di chiodi erano posti le figure dei quattro Uno delle carte napoletane per indicare che non v’era vincita, in caso della fermata in quegli interspazi dalla punta di tartaruga della verga ruotante.
Nei pressi delle Osterie o nell’adiacenza di spazi pubblici sorgevano quasi per incanto, in quei giorni di festa, dei Chalet d'Ostricari, (‘E Maruzzare), addobbati con Rosoni circolari a guisa di lampioni colorati, con il rosso, il bianco ed il verde, montati su grosse anfore di rame martellate, che vendevano ogni sorta di frutti di mare cotti, (ostriche, cozze. Maruzzielle, Scunciglie, Cannullicchie, che si potevano degustare, o all’in piedi o seduti, su sedie e tavoli pieghevoli, utilizzabili al momento.



Uno sfizioso aneddoto del corteo durante la processione, pro Santo patrono, degli elementi delle varie associazioni, prevista la domenica pomeridiana, per mettere in mostra il comportamento e la fiera rivalità, che esisteva tra i vari sodalizi e bastava poco per esaltare la fierezza d’appartenenza. Per distinguersi tra loro gli associati generalmente utilizzavano indossare durante lo svolgimento della processione, quando si svolgeva in autunno inoltrato abiti scuri da cerimonia con camicia bianca e cravatta nera, (la quale il più delle volte era prestata all’occorrenza dai carabinieri del presidio locale) la divisa era impreziosita da un collare cordone con appeso un medaglione con l’effige del Santo Patrono, mentre in piena estate indossavano pantalone bianco, giacca blu e cravatta azzurra ed il classico medaglione.


Tra le varie associazioni c’era una reciproca e sentita partecipazione alla cerimonia religiosa per far meglio riuscire la processione. Era una sincera e massiccia compartecipazione, sia per la comune fede cattolica, sia per lo sfottò, che si esercitava, dopo, tra le varie compagini nel dimostrare la perfetta organizzazione e serietà della propria Associazione.
Un anno accadde che la rappresentanza dell’Associazione Polvicana si presentò alla processione della festa di San Giovanni, oltre ad essere vestiti con la solita divisa per sfilare, si era messa nell’asola del bavero della giacca un garofano bianco avente incastrata al centro una piccola lampadina, che con abilità s’accese verso l’imbrunire, perché collegata per mezzo di un sottilissimo filo di rame ad una pila tenuta nascosta nel taschino portafazzoletto sottostante..
Vi fu un grande stupore da parte delle altre associazioni rivali presenti alla manifestazione religiosa e rilevanti apprezzamenti e congratulazioni da tutti i partecipanti verso i rappresentanti dell’associazione di San Nicola, perché erano stati capaci di trasformare una fiaccolata di candeline di cera in una processione illuminata.
Della cosa se ne parlò non solo in tutto il circondario, ma fu riportata per l’intero mese successivo per il fatto inconsueto e dimostrativo della genialità dei Polvicani (‘E Purganise), che n’andarono orgogliosi e per questo sfruguliarono i Chiaianesi.
Era una fresca e sincera rivalità paesana, dove il rispetto e la socialità erano sovrani e si viveva una vita serena e dolce senza invidia, piacevole da essere vissuta, nonostante la miseria ed una grande ignoranza.
Ricordando quel tempo trascorso, mi viene in mente un personaggio, rimasto ancora oggi famosissimo per le sue capacità imprenditoriali, mai uguagliate da nessun, Antonio Smeraglia, meglio noto come “Totonno Pisciazza, nella forma meno volgare Tonino Pipì“, quella di aprire locali di ristorazione in ogni angolo della borgata, sia per far degustare il caffè e bibite sempre fresche, sia nell’inventarsi pizzerie, tavole calde con friggitorie o vetrine con prodotti tipici della pasticceria napoletana da lui artigianalmente preparata. Ne ha fatto sorgere un quantità infinita, iniziando da Polvica e Chiaiano per finire sul litorale di Licola.



Zi Totonne, ( alias Antonio Smeraglia) all'età di 85 anni





 
 E’ stato un Vulcano di idee nel saper fare il ristoratore, peccato che non aveva la costanza nell’organizzare la continuità dell’attività intrapresa, perché nel breve giro di pochi mesi era costretto ad abbandonarla e chiudere bottega, anche perché nessuno dei suoi l’aiutava proficuamente. Nel lontano1949 durante gli spettacoli della festa celebrativa di San Giovanni Battista, che si tenevano nella Piazza Margherita (Miez’ ‘o Furne) nel Borgo di Chiaiano, s’inventò un chioschetto di bibite ambulante e sul bancone allestì una macchina da caffè con forno a legna, in modo da far degustare un ottimo caffè caldo espresso, una squisitezza e raffinatezza per quei tempi, si era appena dopo la guerra (il prezzo della tazzina di caffè costava appena 15 lire, ed era accessibile a tutti), ebbe un gran successo, rammento l’avvenimento come se fosse ieri l’altro, eppure sono passati 50 anni e più.



Continuerà  appena possibile con nuovi capitoli
è gradito un commento per incoraggiamento a proseguire

sabato 13 settembre 2008

Storia di Chiaiano- 3^ punt/ le 4 giornate del 1943


Capitolo Ottavo




 durante le 4 giornate del 1943



Anche il Borgo di Chiaiano che, dal 1926 era diventato uno dei quartieri di Napoli, conobbe l’occupazione tedesca, il bombardamento anglo americano e l’eroica resistenza dei suoi abitanti durante le quattro giornate di Napoli.
Durante quel triste periodo, alcuni personaggi si prodigarono con il loro agire ad assistere, ad aiutare i propri compaesani, (Chiaiano, a quell’epoca anche se facente parte di Napoli, era ancora un paese) proponendosi con il loro coraggio, con assoluta abnegazione, e sfidarono le avversità del momento, per questo sono ancora presenti nella memoria di tutti Chiaianesi, sia per averli conosciuti personalmente, sia per averne sentito parlare dai loro genitori, che vissero anch’essi in quei tragici momenti.
Come si può dimenticare e non far ricordare ai posteri il dottor Giovanni Di Marino, il medico condotto, 







a Vammana ,

Donna Rosa Cerullo in Diaspro , la levatrice di Chiaiano


la levatrice Donna Rosa Cappiello, che assistette le nostre mamme a farci nascere, Sergio Bruni, alias Chianese Guglielmo, che molti non sanno che fu un indomito partigiano alla difesa del ponte di Chiaiano e divenuto poi famoso per essere stato uno dei maggiori interpreti della canzone napoletana, definito il Cesellatore della melodia partenopea, Luigge ‘O Zaino, al secolo Luigi Ruggiero ‘o partigiano alla difesa dei ponti di via margherita, noto pure come ‘o Cumunestone ‘e Santacroce e de Calure ‘e Vasce (Sono questi i più noti, che si distinsero coll’apportare il loro contributo a poter superare quei terribili giorni, fatti di privazioni, di paure e d’umiliazioni).
C’è poi la terribile storia del tedesco fatto prigioniero ed ucciso a sangue freddo ‘ncoppa ‘a Saurella (il piazzale antistante, ‘o palazzo do’ munaciello sulla via detta savorelli).
Di tutto ciò cercherò di lasciarne traccia scritta, ricavata dai miei ricordi e dalle varie testimonianze raccolte di questi personaggi e fatti, che fanno parte del patrimonio storico recente d’ogni Chiaianese doc, per far comprendere meglio ai posteri la nostra storia in qualche modo vissuta e la verità dei fatti accaduti.
Dopo l’ultimo bombardamento del 13 luglio 1943 (durato quasi tutto il pomeriggio e dove fu sganciata una quantità innumerevole di tritolo su tutta Napoli con il solo proposito di distruggere le resistenze germaniche e fasciste, che erano asserragliate in città a presidiarla), la popolazione civile stremata e decimata cercava di trovare riparo nei ricoveri (caverne sotterranee, che esistevano sotto ogni palazzo di Napoli), ricavati dagli scavi delle pietre estratte dall’immenso patrimonio tufaceo, di cui la città partenopea era ricca.
Anche Chiaiano aveva i suoi ricoveri, che erano situati nelle grotte delle cave chiuse, adiacenti la grande fossa, detta “‘O Monte de’ Cane “, un baratro profondo circa 100 metri e largo una cinquanta di diametro, per raggiungere il fondo esisteva una scala a chioccia, che girava tutt’attorno alle pareti in forma circolare, che la delimitava. Le grotte si trovavano all’inizio della selva di Chiaiano, nella zona delle Gesine, all’inizio del sentiero, detto Mieze ‘e Tre vie, nascoste dentro una fitta vegetazione di alberi di castagno.
Quindi tutta la popolazione del borgo era assiepata all’interno delle grotte nell'attesa da un momento all’altro di un attacco finale di una grande incursione aerea.



Intanto sotto gli attacchi sempre crescenti ed apocalittici nacque il sottoscritto fra la gioia oltre dei suoi genitori, anche dell’intera gente dei rifugiati, era il 29 luglio dell’anno 1943 e la sua nascita fu festeggiata con una gran mangiata d'anguria napoletana, (angurie rosso fuoco, che erano vendute dal giovane, " ‘O Scianno ", alias Giovanni Rusciano, -meglio conosciuto come   
 " 'o frate 'e Eugenie 'o sagrestane 'e Poreche ", che le ritirava dove erano coltivate da un Parzunale della masseria delle Cesinelle). 
Intanto il terrore dei bombardamenti e le rappresaglie tedesche erano arrivati al culmine, dopo i proclami del colonnello Scholl (Comandante a Napoli delle truppe tedesche), che ordinò lo stadio d’assedio, minacciando feroci rappresaglie per gli inadempienti, che non avessero ottemperato ai suoi proclami, (come quello che tutti gli uomini validi si dovevano presentare nei vari comandi nazifascisti dislocati in città per essere istradati a lavorare in Germania) i contravventori sarebbero stati fucilati all’istante.L’altro proclama non meno barbaro era il piano di sterminio per far diventare tutta Napoli (Fango e Cenere), perciò, si doveva procedere a far saltare gli ultimi depositi di benzina, a distruggere i pochi stabilimenti siderurgici rimasti illesi dai tanti bombardamenti ed, infine, a minare le strade principali e tutti i ponti, che portavano fuori città, in modo da rallentare l’avanzata delle truppe degli alleati (Anglo Americani), come era richiesto dal Field Maresciallo Kesselring per volontà diretta del Fùrher.

 I misfatti delle truppe tedesche in quei tristi momenti, raggiungono tutti i quartieri della città, anche Chiaiano ed allora si organizzò, anche qui, un gruppo d'insorti, formato da giovani soldati riformati, reduci od in licenza, come lo era in quel periodo Guglielmo Chianese, alias Sergio Bruni, che si trovava in licenza, (era in forza al Novantesimo Reggimento Fanteria d’Istanza a Torino).

 
Il cantante "Sergio Bruni" 
alias Guglielmo Chianese





 Il nostro Sergio Bruni con una decima di giovani del posto si procura le armi necessarie ed il 29 settembre, il gruppo da lui capitanato, riesce a togliere e disinnescare le mine, poste dai tedeschi, dal ponte di Chiaiano.



Sulla strada del ritorno a casa l’improvvisata squadretta di guastatori nostrani s’imbatté con una pattuglia tedesca ed il nostro, Sergio Bruni, fu ferito gravemente ad una gamba, che lo renderà claudicante per tutta la vita, ed alla bocca , producendogli una cicatrice sulle labbra per un colpo ricevuto di striscio. La tempestività dei compagni di lotta gli salva la vita, perché, afferrata una "carrettella", corsero attraverso Via Margherita fino all’Ospedale Principe di Piemonte, l'attuale ospedale Vincenzo Monadi, dove gli fu praticata assistenza medica amorevolmente e dove conobbe poi la sua anima gemella, la signorina Maria Cerulli, che sarà la sua paziente compagna per tutta la vita e con la quale metterà al mondo quattro figlie.




In quei momenti terribili la vita procedeva inesorabilmente il suo corso, si nasceva, ci si ammalava, ci si moriva, mentre la paura accomunava tutti, possidenti, contadini, operai, artigiani, commercianti, in una gran famiglia. Il buon Dottor De Marino anche con scarsi mezzi si prodigava ad assistere ogni malato e poiché era anche un ottimo chirurgo, operava ove il caso con interventi di bisturi per eliminare infezioni e nel coadiuvare la “ Vammana” l’ostetrica Signora Cappiello nei parti più difficili, quando occorreva il suo specifico apporto. Entrambi senza risparmiarsi mai, né di giorno, né di notte (mi permetto di ricordarli con gratitudine :sono questi personaggi, che hanno permesso alla mia generazione di vivere la loro stagione di vita negli anni successivi al dopoguerra).
Un aneddoto che desidero ricordare del Dott. Giovanni De Marino, il medico condotto di Chiaiano, è che si prodigò con tutte le sue forze ed esperienza ad alleviare le fitte e le sofferenze di mio padre, operato d’urgenza da lui stesso, di un’infezione di un favo ad una spalla durante un bombardamento. Il giorno dopo lasciando la propria famiglia, si recò presso il letto del mio genitore, dichiarando.
“Ma che te credive, ca m’ere scurdate ‘e te! Ie a te penzave,e nun te veneve a medecarte “!
Mio padre si sentì cosi rinfrancato e sollevato, che quel gesto, così umano e caritatevole, non lo dimenticò mai più, anzi lo ripeteva fino alla noia per esaltare le virtù non sole terapeutiche del Dott De Marino, ma per additarcelo come un vero grande uomo, paragonandolo come un santo protettore.
Negli anni novanta nel Consiglio di quartiere di Chiaiano alla proposta della fazione opposta a quella da me rappresentata, di intitolare una strada al compianto Dott. De Marino non mi opposi anzi mi adoperai per farla votare all’unanimità, e così avvenne, mentre rigettammo quella di far lo stesso per il Comm. Lamberto Bunel, uno degli ultimi sindaci di Chiaiano, che a mio sapere e conoscenza si era macchiato d'intimidazioni ed abuso di potere nei confronti dei cittadini meno abbienti e bisognosi.
Anche se non dotto come il De Marino, desidero ricordare ai posteri, la figura di Luigge ‘ O Zaine, de’ Calure ‘e Vasce, alias Luigi Ruggiero ('o Comuniste), che nella sua ignoranza, era convinto di conoscere la vita e comprendeva i fatti, che accadevano, poiché aveva una fede incrollabile nel Comunismo, era un fanatico ed acceso comunista con i suoi baffoni alla Stalin. Le sue convinzioni erano così forti che non disdegnava di manifestarle specie durante il fascismo male estremo dell’umanità.
L’unica speranza per lui era il Comunismo per far cambiare l’esistenza, fatta da sempre di ingiustizie e sopraffazioni delle classi dominanti, dei padroni, dei nobili. Fu un instancabile difensore dei deboli, degli operai e si batte con tutte le sue forze contro i fascisti ed i tedeschi, difendendo Via Margherita dai guastatori nazisti, che volevano farla saltare.
Difese i suoi compagni “ ‘e Muntesi”, ossia cavapietre, operai che lavoravano estraendo pietre di tufo dalle cave disseminate dappertutto nella selva, per conti di vari padroni, che volevano spadroneggiare senza pagare il giusto dovuto al quel pesante, pericoloso e monotono lavoro.
Per arrotondare il suo reddito esercitava un’attività secondaria, quella del Taverniere, anche se il luogo dove vendeva il vino, non era né una bettola , né un taverna, ma la sua abitazione a Calori di Basso, con vino di produzione propria, che a prezzo modico offriva ai viandanti, che si recavano al borgo di Santa Croce od a quegli operai, che, terminato il loro lavoro dall’Ospedale Monaldi o dal Cardarelli, si ritiravano a casa, a cui non dispiaceva una piacevole sosta facendosi un quartino di quello buono di Luigge.
A questo punto facciamo un po’ di chiarezza sul soldato tedesco ucciso a sangue freddo nella nostra contrada, volutamente dimenticato per quest’assurda esecuzione, che, si sarebbe potuto evitare, per non sentirsi in colpa, anche se esistono tutte le attenuanti del caso e del periodo.
La domanda, che ci si pone dopo tanti anni trascorsi, a mente fredda: si poteva farne a meno? Così si è macchiato un periodo storico delle vite cittadine del borgo, facendo passare dei delinquenti comuni, chi tentava di difendere il proprio territorio dalle rappresaglie naziste del colonnello Schol, che auspicava di voler fare terra bruciata, dopo la forzata ritirata dopo l’insurrezione di Napoli durante le Quattro giornate per concentrarsi per una migliore difesa lungo gli altopiani di Cassino. Il fattaccio ha inizio dopo il ferimento di Sergio Bruni, per il disordinato ritiro verso l’entroterra dei militari tedeschi, lungo la Strada Santa Maria a Cubito all’altezza di Terravicina, dove era ubicato l’osteria “ ‘e Cape ‘e Cecce” 
 
Via S.Maria a Cubito entrata di Campodisola a Terravicina



 
da dietro la siepe, che l’affiancava, una pattuglia di giovani partigiani lì appostata, armati di soli moschetti per contrastare il ritiro degli ex occupanti nazisti per non fare loro commettere ulteriori danni e rappresaglie. Era il pomeriggio del 1* Ottobre del 1943 lungo la strada “La Via Nova”, così era indicata quel tratto della Santa Maria a Cubito in località Terravicina, s’intravide un Sidi-car con a bordo due militari tedeschi con compiti di ricognizione, che doveva raggiungere il presidio militare di Mugnano di Napoli, dove era ubicato il comando strategico della difesa ad oltranza all’avanzata degli alleati, dopo aver intimato l’alt da parte della piccola pattuglia partigiana, formata da  ‘o Storto, ‘o Surde, ‘o Vurpare e da  ‘o Scunceche, non fermatasi, s’intraprese un'aspra sparatoria, che terminò con l’uccisione del militare tedesco, che guidava la moto e la resa di quell'occupante il sediolo carrozzina del Sidi car.
Non avendo specifiche direttive sul da farsi, se non quella di presidiare la postazione e controllare l’andirivieni degli spostamenti dell’esercito tedesco, dopo un conciliabolo improvvisato, i quattro spontanei, improvvisati partigiani, presero una prima decisione di far scomparire il morto ed il motociclo Sidi car, scaricandoli nel fossato del ponte di Chiaiano-Mugnano, in modo che se ne fossero perse le tracce, mentre per l’altro militare arresosi, si pensò di tradurlo alla locale caserma dei Carabinieri per consegnarlo, come prigioniero, all’autorità ancora esistente in quel momento, il maresciallo dell’Arma della Benemerita.
Con le mani alzate gli intimarono di andare verso la Purchiera, da dove proseguirono poi attraverso Via Ponte (oggi Via Aldo Cocchia) tagliando per Via Arco di Polvica e raggiungere definitivamente la piazza di Polvica, dove era ubicata la Caserma dei Carabinieri, per consegnare colà, nelle mani del comandante dell’Arma, il soldato tedesco arresosi. Con ampi gesti, il prigioniero implorava, profferendo un italiano sgrammaticato, d'essere si, un soldato dell’esercito tedesco, ma era di nazionalità austriaca ed era ammogliato e padre di due figli.
Sotto lo sguardo atterrito di ragazzi e gente comune, il prigioniero tedesco fu condotto a Polvica nella caserma dell’Arma con l’intenzione di consegnarlo al Comandante e così per spossessarsi dell’immane preda, capitata a loro e perciò i volenterosi improvvisati partigiani non erano pronti, né addestrati per quel tipo d'impresa bellica.
Alla vista del prigioniero il maresciallo, il capo incontrastato dell’arma, si rifiutò di prenderlo in consegna, dato il periodo transitorio di quel particolare momento bellico senza alcuna direttiva di organismi istituzionali riconosciuti, adducendo pericoloso affrontare a viso aperto il nuovo nemico tedesco dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943.
Dopo il rifiuto del Maresciallo, i quattro partigiani presero la decisione di portare il prigioniero nella selva e li farlo sparire. Intanto per non percorrere strade principali, inforcarono il sentiero della Fondina attraverso Via Barone, che portava alla Masseria detta del Barco. Giunti all’inizio della Via Toscanella nei pressi della cappella, ormai abbandonata, detta della Madonnella, legarono il prigioniero ad un albero, che era dietro la chiesetta nell'attesa di parlamentare con il Padrone della Masseria, il vecchio Del Barco, per chiedergli il permesso di tenerlo prigioniero nel pozzo, che era lì accanto.
L' anziano massaro, don Giovanni, scosso per la richiesta, li cacciò con mali modi e li invitò ad andarsene dalla sua terra con il soldato tedesco, rappresentante, in quel periodo, un pericolo per l’incolumità sua e della propria famigliola, non desiderando esporsi alla rappresaglie dell’esercito germanico in rotta, che non avrebbe sentito ragioni a punire chi li ostacolava o chi li combatteva.
I quattro, scacciati e sconsolati, si convinsero di tradurre il prigioniero nella vicina selva e sperderlo e così fecero. Senza altri tentennamenti sì incamminarono decisi attraverso la cupa, confinante la terra di Andriucce (Rusciano) e si portarono nei pressi del cimitero all’altezza del Monte dei Cani e di lì proseguirono sul piazzale antistante il palazzo del Munaciello,(‘ncoppa ‘a Saurella). Il prigioniero, intanto andava ripetendo, che lui non era tedesco e nulla c’entrava con la ferocia nazista, anzi n’era anch’egli una vittima. I nostri improvvisati partigiani, non si fecero per nulla commuovere, né impietosirsi e presi da una tremenda paura di essere scoperti da lì a poco dall’esercito nazista, si vollero sbarazzare dell’ingombrante preda bellica e decisero di buttarlo giù al pendino dall’alto della scarpata sottostante piazzale Savorelli. Prima di spingere il prigioniero giù, lo tramortirono a calci di fucili e moschetti, finché il malcapitato perse i sensi e cadde senza dare segni di vita nel castagneto sottostante, in un viottolo all’altezza del ponte delle Gesine.
 Fu una scena agghiacciante e del misfatto ne venne immediatamente a conoscenza l’intera cittadina. Solo un certo “ Vicienzo ‘o Scarafone, (al secolo Vincenzo Riccio, fratello di Raffaele Riccio, noto come Raffaiuolo fattore della Paratina dei signori De Simone, che portava un paio di baffi alla messicana come i dolci chiamati raffaiuoli ) si seppe che ebbe pietà del malcapitato, e , sotto una pioggerellina autunnale verso sera, andò alla sua ricerca per portargli aiuto, se ancora potesse averne. Quella sera non vi riuscì, ma l’indomani, di buon mattino rovistando tra i folti cespugli e tra i cumuli di foglie di castagno trovò il cadavere del povero soldato tedesco, con il corpo sfigurato, perché forse azzannato da qualche volpe o da qualche animale notturno o da qualche serpente, che infestavano di notte da sempre la selva. Con gran fatica se lo caricò sulle spalle e lo portò nel quadrato del cimitero, per dargli poi una cristiana sepoltura. Vi riuscì con gran difficoltà trovando l’ostilità del guardiano ed assumendosi ogni responsabilità lo immise nell’Ossuario Generale, dove riposa oggi anche lo stesso Vicienzo ‘o Scarafone.
Questa è la vera storia ricavata dalle testimonianze raccolte dai nostri genitori, parenti ed amici.
Sono passati tanti anni, mi domando oltre alla vigliaccheria del Maresciallo dei Carabinieri, che poteva salvare il soldato tedesco, e quanti che potevano e non lo fecero? La Chiesa dov’era? Dov’erano le cosiddette persone per bene?
A voi che leggerete questa vera storia di guerra del 1943 la risposta.
Fu solo paura o spirito di conservazione! La colpa di tutto fu la guerra, il fascismo, il nazismo.

Cimitero di chiaiano
dove riposano i resti del soldato tedesco
ed  i resti di vincenzo 'o scarrafone







Continuerà appena possibile con altri capitoli
se possibile scrivete un commento per incoraggiamento a continuare









sabato 2 agosto 2008

Storia di Chiaiano - 2^ punt/ Vie di comunicazione


Capitolo Sesto




Chiaiano dopo l’unità d’Italia


Fino a che non fu costruita la Strada Provinciale Santa Maria a Cubito, il comune di "Chiaiano ed uniti" era considerato solo un borgo agricolo attraverso il quale si accedeva alla capitale del regno, Napoli, per andare a vendere i prodotti agricoli ed altre mercanzie, trasportate da villici, sia del borgo medesimo, che quelli dei vicini comuni della zona nord, Mugnano, Marano, Calvizzano.
Il viaggio avveniva attraverso viuzze, percorse da carri e carretti, a piedi col barroccio, od in groppa ad un asino, ad un mulo od ad un cavallo facendo frequenti soste presso taverne, ubicate lungo il percorso, (la più nota era “ Taverna del Portone " al Furlone) giacché il viaggio, per raggiungere il centro, era lungo, tortuoso e stancante.
. Verso la metà dell’Ottocento, le stesse vie per giungere a Napoli, iniziarono ad essere solcate da qualche diligenza per i signori padroni o dagli sciaraballi (carri senza copertura con posti a sedere fatti con panche di legno) per i meno abbienti, contadini, plebei, artigiani e spaccapietre.
La Strada S. Maria a Cubito fu progettata ed ultimata per interessamento dei Re Borboni, quale prosecuzione verso nord dell’avvenuta costruzione del Corso Amedeo di Savoia (prima noto come Corso Napoleone, voluto da Re Gioacchino Murat nel 1807 per giungere da piazza de Plebiscito alla Reggia di Capodimonte), che terminava all’altezza del bosco e proseguiva scendendo verso i casali di Miano - Piscinola e congiungendosi a quello di Secondigliano per poi arrivare attraverso Melito ad Aversa, a Capua e infine a Roma.

Tratto della Via s.Maria a Cubito dal Bosco di capodimonte fino a Chiaiano



La sua inaugurazione avvenne nel 1861, quando ormai era già stata proclamata l'Unità d'Italia, misurava 30 Km, ed aveva 40 ponti, iniziava dal Garittone e terminava a Sessa Aurunca come indica la storia del tracciato riportata, in latino, su un marmo a forma di edicola, che tutt’ora si può ammirare sul muro di fronte al Deposito del Garittone dell’ A.N.M. (ex A.T.A.N.) dove è riportato quanto segue :

 
Via nuova san Rocco a Capodimonte
( tratto di fronte il deposito ex ATAN, il Garittone)
in curva è posta su muro l'edicola marmorea















Deposito tranviario di Capodimonte detto " Garittone"

Di fronte al deposito tranviario di Capodimonte, detto Garittone, esiste un edicola marmorea  costruita nel muro di una antica villa dove è riportata una targa commemorativa dell'apertura della strada:





Targa commemorativa dell'apertura della S. Maria a Cubito





VIAM HEINC AD MONTEM USQUE
DRAGONIS PAR MILLE PASS - XXV CUM
TRIENTE ET CASCANUM
APUD SESSAM
PER XXX PASSUUM MILLIA
STRATAM ABSOLUTAMQUE.
ANNO MDCCCLXI
VIATOR VIDES
QUAE
PONTIBUS ARCUATIS XXXX INTERIECTIS
COMMODO PUB INSIGNI
VIAS VIII COMMUNES APTE SECAT
PARS OPERIS COSPICUA
AQUOR COERCITIONES ALVEI


INFER – VOLTURNI
QUAE SUBFECIT ANTE AEQUORA CAMPI
LATE PASSUM DABANT






La traduzione letterale dell’epigrafe sta a significare che fu posta per ricordare:


Questa Via che va da Capodimonte
fino a Mondragone per circa 25 Km.
e giunge a Cascano presso Sessa Aurunca.
Per 30 miglia è una strada lastricata perfettamente completa.
Nell’anno 1861 -
O Viandante - vedi (osserva che)
Furono edificati 40 ponti arcuati ad intervalli per adattare il terreno d'attraversamento per farne un tragitto di pubblica utilità,
unendo otto Comuni
ed intersecandoli convenientemente per una cospicua parte.
Sono state imprigionate le acque dell’alveo inferiore del Volturno
rendendo quei terreni acquitrinosi una perfetta pianura.



La denominazione di questa strada sarebbe derivata per la presenza di un'antica chiesuola di campagna, a cui fu dato il nome di S. Maria a Cubito, perché si vuole che durante una battuta di caccia in quella zona Carlo II, Re di Napoli,  e  noto anche, Carlo il saggio ) nel 1297 venne a conoscenza che suo zio Ludovico, meglio conosciuto come San Ludovico d'Angiò, morto trenta anni prima, era stato canonizzato per divenire poi “ San Ludovico dei Francesi” e per la somma gioia CUBAVIT SE (s’inginocchiò, o si prostrò) e baciò la terra della chiesetta. (aneddoto riportato dallo studioso D. Chianese nel suo famoso libro “ I casali antichi di Napoli “). è dal momento si denominò " la Chiesa di Santa Maria a Cubavit, e poi in S. Maria a Cubito.
Attualmente ha preso vari nomi nel tratto  cittadino dei quartieri  di Napoli, che attraversa. Nel tratto da Capodimonte a San Rocco,   si chiama  "Via nuova San Rocco ".  Dal Furlone lambendo Marianella fino a Chiaiano  si chiama Via Emilio Scaglione. Dall'incrocio di Via G. Antonio Campamo fino all'altezza del Bivio di Mugnano, riprende il suo nome originale Via S. Maria a cubito, mentre ,quando attraversa il corso principale di Marano, prende il nome di Corso Europa.
E' denominata ancora strada provinciale S. Maria a Cubito, quando collega attraversandoli  molti  comuni  della Zona Nord,  quali ( Calvizzano, Villaricca, Giugliano, Qualiano, Villa Literno e Cascano di Sessa Aurunca).










Capitolo Settimo





Il BRIGANTAGGIO A CHIAIANO






La selva di Chiaiano ( zona Collinare)








la selva di Chiaiano ( zona si accesso da Via Pendino)




Una delle grotte  nella selva di Chiaiano, detta del Brigante




















Da fanciullino nelle passeggiate durante l’estate chiaianese insieme ai miei coetanei negli anni del dopoguerra, guidate dalle assistenti, (reclutate tra le giovani dell’Associazione cattolica locale, le signorine, Melina Pennino e Teresenella ‘e copp’ ‘o barone, Teresa Maione), che facevamo nelle calde giornate estive, sotto l’egida delle colonie per i ragazzi, (indette dalla parrocchia di San Nicola di Bari a Polvica e finanziate con i soldi, che attraverso la Pontificia Assistenza e per conto dell’ERP(Ente della Ricostruzione Europea, furono stanziati dal Piano Marshal americano), per far trascorrere il periodo estivo ai molti ragazzi, che altrimenti sarebbero vissuti per strada, come tanti lazzari. Procacciatore di quest'iniziativa assistenziale fu il sacerdote pro tempore della parrocchia,  don Angelo Ferrillo. La maggior parte della giornata della cosiddetta colonia si trascorreva negli spazi contigui della chiesa o facendo nella mattinata lunghe passeggiate nella vicina Selva o meglio (dint’ ‘a Severa) percorrendo Via Croce, Via Margherita, lo spiazzale della Saurella e poi scendevamo ancora per la discesa della terricciolla ‘e Zi-Matalena , costeggiando la grande Cava profonda circa 100 metri, (o’ Monte de’ cane) e ci immettevamo nella strada sterrata, detta (Mieze ‘e tre vie), ombrosa per alcuni tratti per i lunghi rami degli alberi di castagno, che la coprivano, in modo da farla apparire quasi un tunnel. Ricordo che spesso ci fermavamo nei pressi del
(’O Monte do’ Brigante), anch’essa una grande Cava, che a noi ragazzi appariva come una grossa Spelonca, perforata nella roccia della collinetta sovrastante.
A quei tempi le cave si facevano al chiuso, dove si estraevano pietre di tufo giallo, e solitamente poi erano utilizzate per rifugi durante i mesi invernali, quando avvenivano abbondanti piogge e per l’altro validissimo motivo, quello di lasciare il bosco circostante rigoglioso di castagneti e per far continuare alla flora e alla fauna locale il loro ciclo vitale.
Quella grossa spelonca c’era indicata come “la Grotta del Brigante”, qualcuno per sentito dire, affermava che ci avesse soggiornato il brigante Musolino, e, noi ragazzi lo confondevamo con Mussolini, il dittatore fascista, per il fatto che ancora se ne sentiva parlare nelle nostre famiglie, si era negli anni cinquanta.


 
LA GROTTA DEL BRIGANTE A CHIAIANO


Solo ora, dopo aver raggiunto sessanta anni, sono venuto a conoscenza di chi veramente c’è vissuto in quel nascosto ricovero, divenuto famoso negli anni appena dopo l’unità d’Italia, poiché ospitò i patrioti del disciolto esercito borbonico, (i cosiddetti Briganti) che lì trovarono rifugio sottraendosi alle rappresaglie sabaude, indette dal generale Cialdini per volere dell’usurpatore Piemontese, il savoiardo Vittorio Emanuele II-
Di ciò che andrò a narrare e confermato dai racconti citati nel libro “I figli della Selva” scritto dal Generale Giovanni Baiano, parlando della grotta del brigante con aneddoti raccontatogli dal proprio nonno, Vicienzo ‘o Vurpiciello, che in quei luoghi visse dal 1880 al 1957, ed anche se non li conobbe personalmente, delle sue gesta sicuramente ne sentì parlare e tramdandò ai figli ed ai nipoti la storia degli abitanti della Grotta del Brigante della Selva di Chiaiano,e dallo storico Maranese, Domenico Barberi nel suo libro “il Brigantaggio post-unitario a Nord di Napoli” e riportato nei suoi scritti storici sugli antichi casali del nord di Napoli di Carmine Cecere.


   il ponte dei Gesini sulla strada  " Mieze 'e  tre Vie "


                                         

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Chi era nella realtà il Brigante della Selva di Chiaiano, è subito svelato :
Era un certo, Alfonso Cerullo, il capo banda di un manipolo di uomini, circa una cinquantina ed in seguito un centinaio, ex soldati del disciolto esercito borbonico, che, non volendo sottostare alle vessatorie condizioni di resa dopo Gaeta, (siglate da Re Francesco II delle Due Sicilie, alias Francischiello ed il Generale Cialdini, per conto del re sabaudo, Vittorio Emanuele II), si dettero alla macchia, altrimenti sarebbero stati rinchiusi nelle galere, sparse in tutto il territorio Italiano, specie in quello piemontese, che erano dei veri lager, come quelli, che divennero famosi, le famigerate “Finestrelle”, dove, che, se non si faceva atto di sottomissione alla sovranità ed alla sudditanza alla casa Savoia, si veniva massacrati senza pietà.
Questa crudeltà era dettata per evitare qualsiasi tentativo di far riorganizzare il disciolto esercito di Francischiello, e per tale motivo furono commessi genocidi ad intere popolazioni meridionali: come dimenticare “ PonteLandolfo e Casalduni il 14 agosto 1861” e tanti altri innumerevoli massacri a popolazioni inermi.
Alfonso Cerullo, nacque nelle fertili campagne di Marano di Napoli nel 1837 da padre contadino, Cerullo Salvatore, e da Angelamaria Napolano, casalinga.
Si arruolò giovanissimo nella Reale Gendarmeria Borbonica a cavallo, che aveva compiti d'ordine pubblico, forza armata della giustizia e vigilanza e sicurezza del territorio, ed all’età di ventisette anni rivestì il grado di caporale, che assolse con perizia e carisma, tanto che dopo la capitolazione di Gaeta, con il suo reparto, che era di stanza nella regione Abruzzi, ripiegò a Cisterna e da lì si diede alla macchia, non volendo sfruttare l’opportunità avuta di continuare il servizio militare nell’esercito di un nuovo Sovrano, di un altro Re.
Tornato nella sua Marano e conosciuto un sostenitore del deposto Regime, un certo Macedonio di Maria, che esercitava il mestiere di sarto e che asseriva che Re, Francesco II, sarebbe ritornato presto al suo posto, si fece convincere da quest’ultimo ad organizzare una rivolta per resistere all’esercito occupante piemontese.
Una prima banda di circa venti uomini a cavallo, il Cerullo la raggruppò fra gli ex soldati sbandati del circondario dei casali del Nord di Napoli, rimasti fedeli al loro giuramento e nostalgici del regno borbonico, e con essa iniziò a depredare i posti della guardia nazionale di Marianella, di Polvica, di Mugnano, prendendo i fucili e abbattendo lo stemma dei Savoia e distruggendo i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi.
Per rendere più clamorose le sue sortite, obbligava agli uomini di guardia dei presidi, che sorprendeva di gridare :“ Viva Francesco II e Maria Sofia, i veri reali di Napoli”
Questi inaspettati attacchi alle caserme ed ai presidi del disciolto Reale Corpo dei Carabinieri, che nel 24 gennaio del 1861 si trasformò in Arma dei Carabinieri, dislocati nel territorio, resero necessaria l’istituzione di un tour de fource, di più uomini, costituito dalla Guardia Nazionale in collaborazione con reparti speciali di Bersaglieri e di soldati della Guardia Mobile per setacciare il Nord di Napoli, dove operava la banda Cerullo.
Più che un Brigante, il nostro Alfonso Cerullo, era un autentico partigiano borbonico, tanto che osò sfidare l’esercito piemontese con un manipolo di compagni, innalzando su un albero nel bosco della collina dell’Eremo Camaldolese il Vessillo Gigliato dell’antico Regno, donatogli da alcuni affiliati, che l’avevano requisito ad abili tessitrici mugnanesi, e tanto era grande, che era ben visibile dai paesi sottostanti della collina.
Vessillo gigliato del regno borbonico di Napoli

 
Terminate le proficue incursioni nelle varie masserie della zona, si rifugiava nella Selva di Chiaiano, nella famosa Grotta del Brigante, antica cava ben nascosta dalla folta vegetazione, per sfuggire ad un’eventuale cattura e da cui poi ripartiva per altre e nuove scorribande per procacciarsi viveri e vettovagliamenti per la sua banda.



La banda del Cerullo era anche in contatto con altri gruppi di briganti, anch’essi operanti nell’entroterra della Provincia di Napoli, come quella di Crescenzo de Matteo nel aversano, la banda di Salvatore Reppe nella zona di Qualiano Quarto, la banda di Salvatore D’Alterio detto “‘o Squarcione” in quella di Giugliano e tanti altri gruppi e tutti insieme formavano il comitato insurrezionale dell’area nord di Napoli, che aveva come disegno strategico militare, il ritorno, appena possibile, del Re Borbone.
Queste bande Partigiane Borboniche divennero padrone incontrastate del territorio e spaziavano dai Camaldoli al Lago di Patria fino a Soccavo e Pianura e per il numero sempre crescente d'esse, costrinsero a Vittorio Emanuele II, ad ordinare al Generale Cialdini di procedere ad una massiccia repressione.
Si misero taglie sulla testa dei più noti capibanda e così iniziò una vera caccia ai cosiddetti briganti di casa nostra. Scesero in campo circa cinquemila uomini armati per stanarli oltre alle forze locali ed ai carabinieri.
Il nostro eroe, Alfonso Cerullo, fu preso nei pressi della Taverna del Portone, vicino al posto di Dogana al Furlone sulla Strada Santa Maria a Cubito, tradito da un certo Lucchesi Michele, la sera del 28 novembre del 1864.
Interrogato l’indomani, il 29 novembre 1864, dall’Ispettore Federico Sbarri della Questura di Napoli, com'è riportato dallo storico maranese Barberi nel suo libro, il Cerullo “giustificò la sua ribellione, non volendo sottostare al nuovo regime e dichiarò che non si era mai macchiato né lui, né i componenti della sua banda, di nessun crimine, specie ,quello addebitatogli, dell’assassinio del carabiniere Maurizio Gorelli, avvenuto il 16 maggio 1863, che gli era attribuito, dichiarando altre sì che non si era mai scontrato con l’arma, anzi la rispettava, essendo stato lui stesso un gendarme per il passato”.
Con un processo sommario fu richiuso in Castel Capuano e dovette scontare una pena di 25 anni di galera.
Scontata la pena all’età di 53 anni il 29 marzo del 1890 morì a Marano.
Alfonso Cerullo esempio di uomo leale, rispettoso del giuramento fatto al suo Re, fu per più di un secolo dimenticato, e poiché la storia, molto spesso la fanno i vincitori, fu facile per i conquistatori piemontesi (passati alla storia come i liberatori del Regno delle Due Sicilie) decretare il nostro eroe e tanti altri martiri, che si batterono contro la tirannia savoiarda per difendere la loro patria nel rispetto delle proprie idee, dei briganti malfattori, coprendoli d’ignominie

Via fragolara nei pressi del ( ex Monte de' cani)
                                     


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