mercoledì 18 febbraio 2009

Storia di Chiaiano - 19 punt/lutto del !7/2/ 2009


Capitolo ventiquattresimo

 LUTTO A CHIAIANO

Scusate l'interruzione delle puntate sulla storia di Chiaiano, ma negli anni Duemila , esattamente  il 17 febbraio del 2009 è stato perpetrato un delitto che non ha pari nella nostra circoscrizione; l'apertura della mefitica discarica di tal qual.

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LUTTO CITTADINO proclamato dal Sindaco di Marano di Napoli per tutto il territorio di Marano e sul confine tra CHIAIANO MARANO, dove è stata aperta una discarica per rifiuti solidi urbani il 17 febbraio 2009 alle ore 2,30 di notte con uno schieramento di ingenti forze dell’ordine, quasi fosse la conquista, chi sa di che cosa?
E’ una pagina nefasta per la storia di Chiaiano, ma che dico di Napoli, verificatasi quando alla guida del comune governa una donna. Scelta più scellerata non si poteva fare, la storia lo racconterà alle generazioni future. L’incapacità, la cocciutaggine, l’impreparazione ha caratterizzato il periodo amministrativo della città durante lo scettro del comando concesso per la prima volta ad una donna, che fregandosi del parere contrario dell’assise cittadino, indicò le cave della Selva di Chiaiano, (unico ed ultimo polmone verde di Napoli) come sito per una discarica di rifiuti.

Non si può perdonare chi ha permesso l’apertura della discarica con l’inganno, con false giustificazioni, disattendendo le reali dimostranze dei locali cittadini onesti rispettosi della legge. La Natura e non la giustizia farà il suo corso producendo le adatte punizioni a chi ha perpetrato un tale affronto, imponendo con la forza una scelta scellerata, ne condivisa perché nociva alla salute dai residenti attuali, che prevedono danni irreparabili alle generazioni future.
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Continuerà e riprenderà con nuovi capitoli appena sarà possibile.
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire

domenica 15 febbraio 2009

Storia di Chiaiano - 18 punt/come si vestiva

Capitolo ventitreesimo

CHIAIANO
Come si vestiva e si mangiava negli anni dal 1961 al 1970


Dopo il periodo dell’arrangiamento che va dal 1950 a tutto il 1960, dove si vestiva alla meno peggio, come quello di utilizzare vestiti vecchi, che erano rivoltati e ricuciti con un diverso taglio da apparire come nuovi di zecca per l'abilità di sartine e sarti provetti.
Si utilizzavano, in mancanza di tessuti nuovi, vestiti militari smessi, come cappotti e divise usate dei soldati, nonché tendaggi militari, tute mimetiche, che bravissimi sarti riuscivano a confezionare pantaloni e vestitini per giovanotti con tali speciali tessuti, mentre maestre cucitrici, infine recuperando la stoffa dei paracadute, erano capaci di confezionare camicette, come fossero di seta, ed abiti per cerimonie religiose, (gli abitini bianchi per la prima comunione), vestitini per signorinelle.

Vistito di sposa confezionato con stoffa di paracadute







S'inventarono giacche a doppio petto per camuffare qualche vecchia magagna sottostante, che scompariva a seconda se la bottonatura era a destra od a sinistra, i pantaloni poi, erano con le pieghe ribaltate, in modo che una volta consumate si potevano rivoltare la piegatura, facendoli sembrare come nuovi.
Opera meritoria fu in quel periodo un antico mestiere napoletano esercitato a nero e che oggi è completamente desueto, tanto che se ne’è persa l’esistenza, e la conoscenza “‘o Rammariello
‘O Rammariello fu il primo ideatore delle cosiddette vendite rateali a domicilio,
La popolarità e precipuità della vendita, del “Rammariello”, era data dal fatto che, dopo la consegna della merce richiesta, riscuoteva al domicilio della clientela il pagamento della stessa passandovi una volta il mese; la riscossione avveniva con comode rate, piccoli esborsi, che anche i meno abbienti potevano permetterseli, ottenendo così buona merce con piccolo sforzo economico.
Il Rammariello, l’etimologia della parola deriva dal diminutivo di Rammaro, una volta, venditore di stoviglie ed utensili da cucina, tutti generalmente di rame, poi soppiantate con l’avvento dell’alluminio, e le sue vendite si tramutarono in altra merce, che diventò biancheria personale (camicie da notte, sottovesti, reggiseno, mutande) e biancheria da casa (coperte, lenzuola, asciugamani etc.)
Che dire delle scarpe, che si utilizzavano! Erano di un solo tipo per gli uomini con il cosiddetto mascariello, dove la tomaia terminava con una mascherina sovrapposta attaccata al resto della scarpa con una sottilissima cucitura di pelle, mentre sia al tacco, sia alle suole erano spesso apposte le famose “Centrelle” (bullette inchiodate sotto la suola o le “Puntette”, (mezze lunette sottili di ferro o di stagno per evitare un consumo precoce della suola).

'e puntette (salvapunte)


'e centrelle (slvatacchi)


Erano conosciute le puntette, come le salvapunte (in italiano) a forma triangolare metalliche, e si inchiodavano sulle punte della scarpa "mentre ’e centrelle" , di forma di mezze lune anch'esse metalliche erano inchiodate ai tacchi ,dette appunto salvatacchi, che evitavano il rapido consumo di queste due parti importanti della scarpa.


Nella metà degli anni sessanta comparvero in inverno le scarpe con la suola di crepe impermeabili, idrorepellenti per non far bagnare i piedi. (frutto di una prima ricerca di nuovi materiali per risolvere il problema della mancanza di materia prima, il cuoio animale)

Classiche scarpe con suola di gomma creps


In quell'epoca, infine, i ragazzi fino ai dodici e tredici anni erano castigati ad indossare pantaloncini corti, tenuti su da bretelle fisse cucite in vita, che li sorreggeva (‘e tirante), che specie in inverno lasciava le gambe infreddolirsi e soggette alle "serchie", (le ragadi) ed ad arrossamenti dolorosi, che si formavano all’interno delle cosce a contatto con i bordi degli stessi pantaloncini
Questo strazio per i meno poveri terminò con l’utilizzo dei pantaloni a zuavo, sorte di braca, che copriva la gamba fino allo stinco, terminante con un elastico su calzettoni con disegni romboidali, scopo questo, non per difendere le gambine dal freddo, ma perché nell’età dello sviluppo i coscioni dei giovincelli si coprivano di peli, ed erano sgraditi alla vista.
Ci si arrangiava come si poteva, avendo perso la guerra e per stare al passo del mondo civile ci accontentavamo di ciò che si trovava e perfino, le stoviglie (forchette, cucchiai e coltelli) ed i piatti erano di provenienza militare con il marchio U.S.A. 
 
posate in uso dopo la 2^guerra mondiale


 come pure le ciotole per il latte erano d'alluminio o di ferro (‘o sicchietielle), e poi la famigerata gavetta, e chi non li aveva conservati, o li aveva distrutti con l’uso, perché facevano parte della dote nuziale, i piatti , che si iniziarono ad utilizzare quotidianamente, erano  diventati di una lega di ferro ed alluminio, indistruttibili.
Tutto questo avveniva, perché fin quando si potevano utilizzare piatti e tegamini di creta o di coccio, e che necessitavano di una rudimentale riparazione, che effettuava   i famosi  maestri artigiani  “ Accongiapiatte e gli Accongiatiane”, allorché quelle stoviglie erano spesso scheggiati dall’usura o peggio si rompevavano.
Il cibo non era abbondante, ci si accontentava, si faceva forzatamente la dieta a base di verdure e prodotti della campagna, fave, finocchi, patate e pane di grano non burattato e molta frutta, quando si stava male, un po’ di pollo era una festa, la carne mancava, a parlarne costava troppo, era solo per i cosiddetti signori, la maggior parte della popolazione la consumava una volta a settimana spolpando specie quella, che rimaneva attaccata alle ossa, che era utilizzata per far il brodo di carne, un’acquosa brodaglia, dove ci si bagnava fette di pane raffermo. .
La prima colazione senza alcuna norma igienica si faceva con il latte munto direttamente dalle mammelle delle vacche e consumato, quando c’erano, con tozzole di pane cafone (Pane di grano non burattato o di granoturco, cotto nei forni a legna) rimasto il giorno primo. Il piatto più gustoso e che ti saziava facilmente reperibile, e che ci permetteva di sfamarci a pranzo , la sera e di mattino era (‘a Zuppa ‘e Fasule) la zuppa di fagioli, che si metteva a cuocere presto dalla mattina, giacché occorreva una cottura lenta e di parecchie ore.
Le nostre mamme, data la penuria delle varie scelte di derrate, c'invitavano a ringraziare il Signor Iddio, proponendoci che quel desinare era in ogni modo grazia di Dio, facendoci rivolgere il pensiero a quanti soffrivano la fame ed erano derelitti.





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Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile
E’ gradito un commento d’incoraggiamento a proseguire

giovedì 29 gennaio 2009

Storia di Chiaiano - 17 Pun/ Il tempo libero


Capitolo ventiduesimo

CHIAIANO – come si trascorreva il tempo libero
negli anni dal 1950 al 1970


Negli anni, che vanno dal 1950 al 1960, gli adulti di ambo i sessi a Chiaiano, dopo una giornata di lavoro, sia a lavorare nei campi, che a prestare la loro opera negli ospedali, come infermieri o portantini, inservienti, nelle poche fabbriche esistenti (come la manifattura dei tabacchi o nell’industria cotoniera) e sia chi esercitava il mestiere di tranviere o chi s’arrangiava a fare il venditore occasionale di frutta e verdura (‘o verdummaro, 'o fruttajuole), mentre chi non aveva una occupazione stabile, la maggior parte per guadagnar qualcosa, si dedicava a fare il manovale di muratore (come si soleva indicare a quella epoca “ievene a faticà dint’’a fraveca”). Generalmente la sera per le strade c’era il coprifuoco anche, perché erano per lo più stanchi e desideravano riposare all’interno delle loro case e andavano poi di buona ora a dormire per risvegliarsi l’indomani pronti a ripetere la routine di tutti i giorni. Gli scapoloni e chi senza figli, dopo una frugale cena, si ritrovavano per non annoiarsi nella propria abitazione,  o nella cantina (do’ Scuonceche, abbasce ‘o Municipie, o a quella do’ Cape ‘e Cecce ‘a Terravicine) e fra un bicchiere e l’altro erano soliti svagarsi facendo una partitina a carte con altri bevitori di vino e così sbronzi si ritiravano poi nei loro giacigli.
Si era agli inizi degli anni ’50, è tra un bicchiere e l’altro nell’osteria “Do’ scunceche” nacque l’idea di fondare anche a Chiaiano una Sezione del Partito Comunista Italiano, anche se alcuni dei convenuti erano già scritti, e lo erano gia affiliati nella vicina sede di Marianella.
La Nuova sede fu aperta a Polvica nella Piazza Nicola Romano e tra i fondatori ci furono, Sequino Gennaro, “’o pate do’ sarte, Di Vaia Luigi, conosciuto come "‘o Braciuolo", Sarnelli Francesco, detto“‘a posizione”, Riccio Alberto, noto come “‘Alberto o ‘ncazzuse”, Severino Francesco, detto Ciccio 'e cremente e noto pure come “core ‘e mamme”, don Vicienzo Izzo, detto "Macchione", Della Corte Antonio, detto 'o luonghe, Palladino Gennaro, detto semplicemente 'o palatine, Russo Francesco, con esperienza di prigionia americana era detto “'o diavole”, Priore Gennaro “‘o l’eletricista”, Di Bernardo ‘e reta ‘a treglia, Mele Mario “ ‘o scaricatore ‘e puorte” Nicola  Iodice“‘o Stagnare”,  Nicola Maiorana, -o verdummare, Don Vincenzo Brandi, 'o pensiunate, Pasquale 'e Stefane, coltivatore diretto di Giù alla fondina;  Luigi Cannone, -pensionato dei tram,.
Quest'ultimo ebbe un ruolo fondamentale per la tenuta della sezione, perché si impegnò a tenere aperta la sede l’intera giornata, facendola diventare punto di riferimento per l’intera collettività e nello stesso tempo (per le spese occorrenti per il mantenimento della sezione), e  per non  far pesare  il costo del fitto ai compagni iscritti,spesso privi di alcun salario, creò un banchetto all'interno della sezione, dove si effettuava la vendita di caramelle e giuggiole varie per bimbi a prezzi molto modici ed infine permetteva con una semplice moneta da dieci lire di poteva giocare una partita di calcio balilla per i ragazzi più grandicelli su un bigliardino simile a quello classico, (che era smaltato avente il campo da gioco disegnato su un cristallo temprato di  vetro, mentre quello tenuto nella sede del PCI di Chiaiano, era più rozzo e massiccio con uguali stecche di ferro, ma portavano infilati al posto dei giocatori ben disegnati, solo sagome di legno, che li raffiguracvano, (in poche parole era un bigliardino di calcio balilla proletario senza colori e le sembianze dei giocatori erano solo stilizzate).
Il Compagno don Luigi Cannone era molto stimato e ricordato da tutti i ragazzi della zona per le sue fantastiche interpetrazioni dell’aldilà, che lui esplicitava, affermando che : era bello andare all’inferno con il fuoco sempre acceso, specie in inverno, quando faceva freddo e lì si mangiavano sempre cose cucinate buone, come  pasta e fagioli con le cotiche, maccheroni con la salsa, braciole, salsicce, non mancava mai un buon bicchiere di vino e poi c’erano belle donne di spettacolo, ci si divertiva gratuitamente ogni giorno e solo la domenica Lucifero, il padrone dell’inferno, per pietà, concedeva agli angeli del paradiso un po’ di fuoco per far cucinare, per le vecchie bizzoche sdentate e per i bambini, un po’ di pastina in brodo.
Era una filosofia spicciola per sfatare gli slogan che ci propinava a quell'epoca la chiesa cattolica, che andava affermando che i comunisti ed i loro seguaci erano condannati a finire nell'aldilà dopo la morte negli abissi dell’inferno. Che dire della sua filastrocca, cantata con l’accompagnamento di tutti gli astanti col noto."tze tze”, rumore che si faceva strisciando il pollicce della mano destra sulla tavola  della sezione:
 l'ormai famosa  filastrocca  “ Ca se magnaje la zita li sette sere”.
I versi dicevono prassappoco così :

Ca se magnaje la zita li setti sere quanno si mmaritò!
'a primma sera ... 'na Nzalata ncappucciata, 'nu capecuolle e  'na supressata
......e pe fenì'.... duje turturine cu mieze picciuncine:
li siconne sera  .....duje Picciune mbuttunate, ' 'na nzalata -ncappucciata , nu capecuolle e 'na supressata    .......e pe fenì ....duje turturine cu mieze picciuncine;
li terzi sera...... tre Cetrole e tre Palumme a testa,  duje picciune mbuttunate, -na nzalata ncappucciata,, -nu capecuolle e -na supressata,   .....e pe fenì ....duje turturine cu mieze picciuncine;
la quarti sera....  diece casce 'e Maccarune se magnaine mieze  crure,  quatte ranate buone spaccate,  ... -na nzalata ncappucciata, -nu capecuolle e na supressata,tre cetrole e tre palumme a testa, duje picciune 'mbuttenate,    e pe fenì. ....duje turturine cu mieze picciuncine;
la quinta sera..... Quatte stoppole 'e marenare, seje anguille sflilettate  dinte all- acite 'nzuppate ,...
 -na nzalata -nacuppucciata,, -nu capecuolle  e -na supressata,. diece casce -e maccarune se magnaine mieze crure, quatte ranate buone spaccate, .....e pe fenì.. duje turturine cu mieze picciuncine;
La sesta sera......sette Valle cantatore  c'abballavene cape e core, nove piecure muntature
se magnajene cuotte e cure ....... 'na nzalata-ncappucciata, 'nu capecuolle, 'na supressata, diece casce 'e maccarune se magnaine mieze crure, quatte ranate buone spaccate, quatte stoppole 'e marenare, seje anguille sfiulettate dint'all'acite nzuppate ...e pe fenì duje turturine cu mieze picciuncine,
La settima sera...'na Fellata e 'na Tagliata,
'na nzalata ucappucciata, -nu capecuole e -na supressata, sette valle cantatore c'abballavene cape e core, nove piecure muntature se magnine cuotte e crure  quatte stoppole -e marenare , seje anguille sfilettate  dint-all-acite 'nzuppate,  diece casce -e mmaccarune se magnaine mieze crure, quatte ranate buone spaccate e  po...pe caccià lu cuoppe 'e cunfiette, ca, la zita, se l'ere mise 'mpiette, capriole dint''o liette, : mamma mie, alluccaje che d'è stu capitone dint' 'a lenzole, chiudette 'la porta pe' favore, ma areta  'a porta appriparate  'nce stev'astipata,  'na rannissima paliata .
'Accussì fernesce la serata, de la zita li setti sere ca s'era spusata.
Quanne po' lu povere priore
saglie 'ncoppa 'a bintun' ore
truvaje dint'o cunvente 'e moneche cappuccine
ca futtevene  pe' dint' 'o ciardine
aizannese sule 'o mantesine
e diceveve stamme  cuglienne  'o petrusine
sotto  'e sepe e sotte 'o mure ,
pecchè aimme regnere 'e cufenature .

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Dopo la nascita del PCI di Chiaiano,
che rappresentava l’intera circoscrizione, che comprendeva il centro del paese ( Chiaiano)  fino al borgo di Santa Croce e dei Camaldoli, quasi come risposta, all’organizzazione proletaria sorsero in occasione delle elezioni comunali e provinciali, le distaccate sezioni del Msi,  il primo segretario locale fu un certo Smeraglia, medaglia d'oro a valor militare, del Pmp, Partito Monarchico Popolare,  Psdi, Pri, giacchè le locali sedi della Dc ed del Psi, già operavano da qualche anno, essendosi costituite le rappresentanze durante le prime elezioni a carattere nazionale, tenutesi dopo la proclamazione della Repubblica italiana nel 2 Giugno 1948, per eleggere gli elementi del Primo Parlamento Italiano (i Deputati ed i Senatori). Si tenevano con l’approssimarsi delle consultazioni elettorali, nelle poche piazze e negli spazi larghi o agli angoli delle strade, comizi, riunioni all'aperto e convulsamente si discuteva di politica, come affrontare i problemi del quotidiano, l’aumento del costo della vita, del lavoro, che non c’era, e tante altre problematiche, che sono continuate fino a nostri giorni senza essere mai risolte.
I giovani d’allora provarono a cimentarsi nell’arte del teatro ad organizzare spettacoli, improvvisandosi cantanti, attori e qualcuno anche a fare il comico, il macchiettista.
Non essendoci sale teatrali si sfruttavano i locali adiacenti le parrocchie, quella di Polvica, come la famosa congrega dell’Immacolata, dove si svolgevano le riunioni dei confratelli (‘e papute, alias gli incappucciati) o la sacrestia di San Giovanni a Chiaiano. Da tali spettacoli improvvisati  emersero dei veri artisti, come Guglielmo Chianese, divenuto il famosissimo cantante, con il nome artistico di Sergio Bruni, poi  negli anni successivi i vari cantanti, Enzo Cortese, Dante MIcacchi, che prese il nome d'artista di Dante Lauri, l comici, Salvatore De Matteis e Guglielmo Esposito,  grandi interpetri nelle parti di Sarchiapone e Strazzullo della commedia, de " la cantata dei Pastori " e tanti altri, che si persero le tracce nel mondo dello spettacolo.
Intanto la popolazione si moltiplicò, grazie anche alle leggi fasciste, che avevano instaurato il premio di natalità e la tassa sul celibato,  per effetto delle quali si ebbe un incremento moltiplicatore nella popolazioni con moltissimi nascite.
Negli anni dal 1960 al 1970 le famiglie con molta prole furono numerose e pertanto occorrevano tante nuove necessità, mai pensate prima, come una buona istruzione, una buona alimentazione, una buona vestizione, come quella che provvidero a confezionare sartine provette seguendo la moda, attraverso i modelli, chiamati figurini, che le riviste apposite riproducevano delle nuove acconciature, proposte con foto inedite a seguito delle grandi sfilate, estate ed inverno tenutesi nelle grandi città, come a Roma, a Milano. (  Tali riviste vendute nelle edicole dei giornali avevano per titolo :      “Mani di fata"," Sorrisi e Canzoni", "Milano veste", "Piazza di Spagna")
Dopo un primo momento di svalutazione della Lira, si passò dal sistema centesimale (quando con 20 centesimi alias 4 soldi, ci si poteva fare colazione, con 50 centesimi del valore di mezza lira ci si poteva permettere un pranzo completo)
Moneta da 20 cent, ( il 4 soldi)

Moneta da 50 Cent. ( mezza Lira)





 a quello decimale, dove la lira, prettamente cartacea passo specie per gli spiccioli in metallica.
Monete da 1, 2, 10 e 5 Lire metalliche coniate negli anni 1950

Moneta metallica da 50 lire (tipo di nikel)
Moneta metallica da 100 lire ( tipo nikel)

Fece epoca , infine l'emissione della cinquecento Lire  coniata in argento e come pure d'argento  fu coniata nel 1970 quella da mille Lire, che furono ben presto tesaurizzate  e non se ne trovarono in circolazione.



Moneta da 500 lire ( Le Tre caravelle di Colombo)

Moneta da 1000 d'argento


Oltre alle lire di carta negli ultimi tempi fu coniata una moneta del valore di 500 Lire con una emissione antifrode bimetallica.

Moneta da 500 lire bimetallica (detta antifrode)






 finchè nel 2002 con la nascita dell’Eurolandia utilizziamo per assolvere ai nostri bisogni l’Euro, sia come moneta metallica da centesimi( di Euro 1, 2, 5. 10, 20, 50, e 1 e 2 euro o utilizzando cartamoneta da 5,10,20,50,100 200, 500 euro (ma questa è storia dei nostri giorni).
Dimenticavo in quegli stessi anni era in vigore una carta di credito speciale, che potevano utilizzare per lo più il ceto più povero e bisognoso la famosa “cartuscella” , che il Salumiere o il pizzicagnolo (‘o putecaro) era solito concedere a chi non si poteva permettere il contante immediato, perché non ne disponeva abbastante per sopravvivere e si acquistavano i beni di prima necessità a credito, prodotti, il cui prezzo era  annotato su un pezzo di carta, che era utilizzato espressamente per avvolgere la spesa di coler celeste lavagna, dal proprietario del negozio e consegnato come copia all’acquirente, lo stesso resoconto era trascritto, poi, con la data e l’importo concesso su un suo libro dei crediti.  A fine dell'anno il debito era  saldato, quando i debitori prendevano la tredicesima o quant’altro.
Nel Caso di perdita della cartuscella, il salumiere (‘o putecare) ne compilava un’altra e spesso, poiché si trattava quasi sempre di povera gente analfabeta, era solito sbagliare a riportare le cifre ed l'ammontare del debito a suo vantaggio.








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giovedì 8 gennaio 2009

Storia di Chiaiano - 16 Punt/ gli anni 1960/70





Capitolo ventunesimo

CHIAIANO – durante gli anni dal 1960 al 1970



Superato nel bene e nel male il periodo del dopoguerra, la vita quotidiana si andava normalizzando, le varie attività riprendevano a poco a poco a funzionare, non si viveva più nelle ristrettezze economiche, si trovava anche il tempo per ascoltare liberamente i programmi di canzoni e commedie alla radio, si aprivano nuove sale cinematografiche e perfino Chiaiano finalmente ebbe il suo cinema al coperto “il cine-teatro Felix", proprietario era un signore maranese, "Don Antonio Cavallo“, mentre prima di allora per vedere un film si doveva andare nei comuni vicini, a Marano (nelle sale del Cinema Lily o del Cinema Primavera) od a Mugnano di Napoli (nella sala cinematografica “Iris”) utilizzando il tram per arrivarci o si doveva aspettare l’estate e così ammirare qualche vecchio film d’avventura nello spiazzo all’aperto del Cinema Giardino, contiguo dietro il bar di “Zi’ Totonno”, poi diventato Bar Risorgimento dopo un incendio, sulla Strada S. Maria a Cubito.
S'iniziò poi a comprare alcune comodità ritenute necessarie, grazie soprattutto all’utilizzo della cambiale (il pagherò)





la Cambiale


 

con la quale ogni famiglia si poté indebitare ed accedere così ad avere qualche moderno accessorio casalingo, come il fornello a gas con le bombole


I primi fornelli a gas  (erano della ditta Triplex)



Bonbola di gas per cucina (Liquigas)
   (i primi modelli furono la Triplex e la liquigas), mettendo così fuori uso, le vecchie cucine di pietra, dove erano incastrate le fornaci. 
(‘e furnacelle di ghisa, che si alimentavano a carbone),


Fornacella di ghisa (si riempiva di carbone da bruciare)

 
il mobilebar con la radio incorporata con il giradischi per ascoltare musica con i dischi a 78 giri.

Mobilebar con  radio e giradischi da 78giri


Giradischi con piatto per dischi da /8 e 45 giri


     
                  
Verso metà decennio degli settanta  fu possibile acquistare la lavatrice ed anche qualche mobiletto da cucina appendibile, il ferro da stiro elettrico ed il relativo tavolo.

 
Prima lavatrice automatica anni 60



















 
           
Tavolo da stiro








 







Con l’avvento delle trasmissioni televisive verso la fine degli anni cinquanta non tutti potevano acquistare il televisore, l’apparecchio, che permetteva di vedere ed ascoltare i primi sperimentali programmi, 






I programmi televisivi più famosi furono :
Lascia e Raddoppia “ "l’amico degli animali", i telefilm per ragazzi come “Rin Tin Tin” e qualche commedia teatrale più nota. La visione di tali programmi era possibile a Chiaiano solo nel locali dei Partiti politici, che acquistarono gli apparecchi, (degli enormi cassettoni) a rate e chiedevano per assistere alle trasmissioni un modico obolo di cinquanta lire (per il Borgo di Polvica ci pensò il PCI, per quello di Chiaiano e S.Maria a Cubito il PSI e ....... poi la DC.
In somma stava cambiando un’epoca, Chiaiano era collegata con il centro città non più solo dai tram, (ma, dopo varie petizioni condotte in prima linea dal segretario del PCI locale, Giacinto Rossi, di concerto con il parroco, Don Angelo Ferrillo) si ottenne la possibilità di poter utilizzare come trasportI pubblici l’autobus, (il primo autobus fu il 111 barrato, che aveva come percorso Chiaiano, (Piazza Nicola Romano a Polvica, Napoli,  a Piazza Garibaldi, passando per il Museo, Via Foria, Via C. Rossarol, Porta Capuana, stazionamento sotto la statua di Garibaldi).









 
In quei decenni (anni 50 e 60 ed inizio 70) si costruirono nuove scuole pubbliche moderne elementari con annesse palestre e refettori, la prima al Corso Chiaiano “Giovanni XXIII” ed un’altra ai Camaldoli, quella di Nazarerth
Il Paesino, Chiaiano, contava all'incirca seicento famiglie, che erano collocatecon abitazioni lungo il Corso Chiaiano e presso le stradine, che portavano alle due chiese principali. Le altre case erano quelle che ubicate nelle sparse masserie sulle colline dal borgo Tirone fino a Casaputano e masseria delle Gesinelle dei Camaldoli.
Volendo essere esatti si potevano contare circa 1200 famiglie, se si fossero aggiunte gli agglomerati di Santa Croce e dei Camaldoli.
Per lo più le abitazioni erano ad un solo piano o al massimo due, erano state costruite con pietre di tufo scavate sul posto, giacché tutta la zona poggiava su una vasta roccia come una gran piattaforma di sedimenti di ignipirite, accumulati da antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. S’incontravano vari palazzi ottocenteschi ed inizio nuovo secolo, con grossi androni ed ampi cortili, dove s’affacciavano gli appartamenti (o meglio come si diceva allora ‘e quartine), formati di due e più stanze concatenate, che avevano generalmente l’entrata su lunghe e sottili balconate, che fuoriuscivano dai muri principali maestri, sorrette da supporti con travi di ferro incastonati su detti muri (maestri) per guadagnare spazio.
Non esistendo un sistema fognario per convogliare le acque reflue sia bianche, che nere, per questo motivo ogni palazzo era dotato di un suo pozzo nero assorbente per ricevere liquami di ogni genere e quindi, poichè facilmente si ripempiva fino all'orlo, occorreva almeno una volta al mese, che lo stesso fosse spurgato. Sul finire degli anni sessanta ci si poté attingere finalmente l’acqua potabile direttamente da rubinetti d’ottone installati con un lavandino nelle proprie case, ciò fu possibile, dopo che fu costruito un moderno efficiente impianto idraulico con nuove condutture per tutto il paese, sufficiente ed adeguato alle necessità della cittadinanza.
Si facevano ristrutturazioni agli appartamenti, ci si dotava di gabinetto in casa, eliminando finalmente il pitale ed i rinali, là dove era possibile si trova un po’ di spazio per adibirlo a zona cucina per il fornello a gas e quando ’era possibile si allestiva anche la stanza da bagno con doccia.
Si entrava pian pianino a far parte della cosiddetta civiltà del boom economico, cambiando anche mentalità da popolo risparmiatore, che sapeva riutilizzare le cose vecchie, anche, fuori moda ad ottenere il passaporto per la mania del consumismo distruggendo ogni cosa dopo l’esaurimento della funzione principale, credendo cosi di essere una generazione evoluta, emancipata al passo dei tempi moderni.
Il lavoro non mancava, i nuovi mestieri s’improvvisavano, e in mancanza di normative per la sicurezza, accadevano morte bianche, come quella, che capitò ad un giovane manovale, un certo Ciro Marigliano, utilizzato come carpentiere muratore, nel realizzare l’impalcatura, (per procedere alla costruzione della sopraelevazione di un piano alla palazzina degli Schiattarella nei pressi del Municipio tra Via Napoli e Corso Umberto I), che perse la vita precipitando da una scala, senza reti di protezione nell’atto di perforare con un palo di ferro ed un maglio il muro maestro per ficcare un palo di sostegno. Ricordo con grande stupore e dispiacere quella vita strozzata, il sangue raggrumato sul selciato dell’entrata del palazzo, che fuoriusciva da sotto il lenzuolo bianco, che fu messo sopra per coprire il cadavere.

 Sono passati tantissimi anni da quella visione indimenticabile, ero appena un ragazzo anche, perché fu il mio primo approccio con la morte improvvisa di un giovane lavoratore, (le cosiddette morti bianche) che mi fece capire come quanto era difficile e pericolosa la vita degli operai in genere senza alcuna tutela ed inesperienza.
Senza ulteriore precauzione il lavoro della sopraelevata continuò e fu edificato il secondo piano alla palazzina, com’é tuttora, e se, non erro, il buco, che quel poveretto stava praticando sul muro maestro frontale, s’intravede ancora sul balcone del lato destro a suggellare quell'iniqua morte di un giovane improvvisato muratore. Non essendoci alcun piano urbanistico edificatorio, si costruirono senza particolari licenze di costruzione casette e palazzotti lungo tutti gli spazi delle strade principali, che lo permettevano e quindi da paesino prettamente rurale, divenne una cittadina moderna vivibile con i tutti i conforti necessari per una vita tranquilla e serena, anche se fu classificata dispregiativamente periferia, paese dormitorio.
In quegli anni l’unica cosa, che rappresentava la continuità col passato erano le tradizioni con i suoi appuntamenti annuali, che puntualmente avvenivano come se fossero sanciti da norme di legge.
Le feste parrocchiali, con le processioni liturgiche per il paese e quella ormai divenuta stabile, la famosa festa dell’Unità del P.C.I. locale, che sfociavano tutte alla fine della serata conclusiva con un concertino strumentale con esibizioni canore di artisti (così erano chiamati i cantanti) professionisti e dilettanti. Erano occasioni attese e partecipate da tutti, ragazzi, fanciulli, anziani d’ogni ceto sociale era un modo di stare insieme e vivere nella speranza di un futuro, che appariva roseo in un clima di pace e serenità



Continuerà con nuovi capitoli appena sarà possibile

E’ gradito un commento d'incoraggiamento a proseguire

venerdì 26 dicembre 2008

Storia di Chiaiano - 15^ Punt/ la selva-il Tesoro di Chiaiano




Capitolo Ventesimo



I tesori della Selva di CHIAIANO


 i funghi – la legna – le castagne




Entrata della selva di Chiaiano




Perché distruggere il tesoro dei suoi prodotti tipici, che rappresenta l’immenso naturale dono, “ i funghi, le castagne, le tante erbe medicinali” che si possono trovare e raccogliere nel sottobosco della Selva di Chiaiano, dove annualmente nelle sue lussureggianti colline si sviluppano spontaneamente durante tutte le stagioni dell’anno?

E’ una domanda, che, chi non conosce Chiaiano, non sa o gli fa comodo non rispondere.

 E’ forse solo uno sprovveduto, chi potrà dire è colpa della civiltà dei consumi, è il progresso con tutte le sue implicazioni: adducendo giustificazioni, perché costretti da eventi non più procrastinabili, come l’emergenza rifiuti e per questo l’unica soluzione praticabile, era requisire il terreno della Selva per farlo diventare un immondizaio.

Discarica di Chiaiano aperta  il 7/2/2009





 Distruggere questo patrimonio naturale è da criminali, ma è mia convinzione sempre più, che la natura non perdona, farà sì che questi scellerati pagheranno il loro misfatto, implorando inutilmente comprensione.

Eppure tante generazioni hanno potuto godere i benefici, provenienti dal fogliame sempre verde dei castagneti durante le stagioni estive fino all’autunno inoltrato, facendo lunghe passeggiate ossigenandosi ed ammirando la bellezza della natura, che, senza chiedere nulla, ogni anno si rinnova e dona i suoi migliori prodotti, quali : (i funghi, le castagne, la legna, frutti varipinti di bosco ed alcune erbe medicinali).

 
Porcino della Selva di Chiaiano



Alcuni funghi bianchi  (detti fungecchie, 'e peperinie)

Ovulo della selva  (amanita cesarea) detto 'o ruocele


porcino buono / detto Cerefoglie)






Manelle 'e Gesù (clavaria rosa)


I tassi (porcino che diventava bluastro)  (boletus lurido)






Iniziamo dai Funghi, come dalle nostre parti vengono meglio definiti e detti "‘e funge, ‘e fungetielle, e fungecchie, ‘e peperinie, ‘e ruocele, ‘e cerefoglie, ‘e tasse, ma i più interessanti e quelli più ricercati sono " 'e Capenire " come implorati nella filastrocca :

Madonna de’ Gesine, fammee truvà ‘nu capenire, Madonna de’ Janneste fammene truvà na bella ceste, tu ca si tante putente, famme contente, m’abbasta pure sule ‘na ‘nzerta

Grazie madunnella mia

 (la traduzione in italiano è “ Madonna della Masseria delle Cesinelle, fammi trovare un porcino, Madonna delle Ginestre fammene trovare un intero cesto, tu che sei tanto potente, accontentami, mi basta anche se me ne fai trovare uno soltanto, che infilzerò in un inserto di felce, Grazie madonnina mia.

Con questo canto ci s’inoltrava e ci s’inoltra tuttora anche se il tabernacolo della madonnina, che s’ammirava nello spiazzo sopra il ponte che portava alla Masseria delle Cesinelle, è stato derubato anche delle mattonelle, che raffiguravano l’immagine della Madonna ed è rimasto attualmente solo un monumento di pietra, che indica il posto dove si trovava.

Famigliole intere s’inoltravano per il passato nella Selva di Chiaiano, per trascorrere una giornata all’aria aperta, era una vacanza necessaria per ritemprarsi in qualsiasi periodo dell’anno, tranne quello invernale, perché l’intera boscaglia diventava una sorta di fiumiciattoli, che invadevano le straducole e le mulattiere, mentre in autunno ci si cimentava a raccogliere castagne, cadute dagli alberi nei loro scrigni acuminati, (i cardi),

'o cardo ( pagnocchia spinosa che racchiude le castagne)

   e violette profumatissime, di cui se ne facevano dei bei mazzetti di ciclamini odorosissimi, detti pure “spaccatiane”.

 

Ciclamini  ('e spaccatiane) della selva di Chiaiano

 


 


 

 La gioia più grande dell’intera escursione nel bosco rimaneva sempre quella di portarsi a casa i deliziosi doni della selva, i gustosissimi funghi porcini e dulcis in fundis anche gli ovuli. (‘e ruocele).

 
porcino detto pure capenire

 
ovuli ( ' e ruocele) amanita cesarea

 I funghi nostrani, per lo più i porcini, s’incominciano ad intravedere, quando fanno capolino tra i raggi di un tiepido sole autunnale sotto le latifoglie largamente presenti nel territorio della Selva di Chiaiano. E’ uno spettacolo sublime vedere la nascita di un prelibato porcino (‘o capenire), che appartiene alla commestibile famiglia dei funghi boleti, il cui nome scientifico ed altisonante è “Boletus aereus”.









           ‘0 CAPINIRE





Questo tipo di porcino è definito addirittura reale, per il suo cappello vellutato scuro, che somiglia ad una regale veste, poi con la sua carne bianca e soda profuma inconfondibile il sottobosco dell’intera selva. E’ un fungo di specialità termofila, perché ama svilupparsi su terreni caldi ed asciutti e per questa particolare vocazione si distingue dagli altri suoi simili, rendendone una specie eccelsa.

Si consuma fresco per preparare pietanze a base di questi prelibati funghi e sono utilizzati principalmente per condire primi o come un ricco contorno per i secondi a base di carne, od essiccato e conservato sott’olio o sott’aceto per conservarlo più a lungo e per gustarne il sapore durante tutto l’anno.

scuola nel pomeriggio, così me ne beai con i compagni della Un ricordo indelebile di una raccolta avvenuta, per puro caso capitatomi, di due magnifici esemplari di funghi porcini di dimensione enormi con l’amico compagno di scuola Ciruzzo Montesano di Polvica, era il 31 ottobre del 1953, giacché correndo su e giù per le scarpate della selva nei pressi della Cava dei Briganti, (meglio conosciuta come ‘o Monte de’ Brigante).sentiero non eccessivamente battuto dai cercatori di funghi nostrani, inciampai in una ceppa di porcini del tutto inusuali, vecchiotti, ma pieni di carne bianca con un grande cappello scuro, che quasi si confondeva con l’abbondante fogliame, sparso sull’asciutto terreno boschivo. Riuscii a farmi preparare con questa ceppa di porcini, una volta giunto a casa, un’abbondante merenda, perché me li feci friggere con cipolle ben consumate in abbondante olio d’oliva e li consumai con due fette di pane fresco. A quell’epoca, si andava a classe per il mio fiuto di cercatore di funghi, in quella memorabile avventura nei sentieri della Selva di Chiaiano.

Che dire degli altri funghi tutti per lo più commestibili, anche se non di prelibata qualità, come le fungecchie, dette anche ‘e peperinie, quelle, con gambo e cappella, bianche, nome scientifico agarici e russulelle (le russole) e manelle ‘e Gesù Criste (spugnole bianche o rosastre).

Agarico  bianco ( detta fungecchia  o peperinia)


Russula ermetica, ( 'a russulella)





Clavaria bianca ( 'e manelle 'e Gesù Criste)





Nei giorni antecedenti le festività natalizie, si andava nella selva a raccogliere erbe particolari, come le felci dette ‘a restina ed ‘a ruscata, pianticelle con foglioni sempre verdi e con fiorescenze a palline di colore rosso, nonché ‘o pellicce, muschio fresco di colore verde scuro per rappresentare viottoli e selciati per adornare il presepe nel simulare i luoghi, dove nacque Gesù

 
Felci di bosco ( 'a restina)


 
Felci di bosco ( 'a restina)



Erba pungitopo ( a ruscata)



 
Muschio per presepe ( 'o pellicce)





Il tesoro più concreto era la legna che si ricavava dal taglio degli alberi di castagno più vecchi, che erano utilizzati per fare travi, travetti, botti, tini, travicelle come ‘e chiancarelle, in italiano dette panconcelli  (chiancarelle) piú o meno sottili assi trasversali di legno di castagno, assi che poste di traverso sulle travi portanti facevano da supporto ai solai e alle pavimentazione delle stanze.

 
Tronchi di alberi per fare Chiancarelle


  
con il taglio degli alberi più giovani “ ‘e vaccelle” ridotti a sfoglie, si costruivano un’infinità di contenitori (cesti, panari, sporte, sportoni, connole, terzaroli, fescene)

fasciame di castagno per fare cesti

 
ceste varie con fasciame di castagno (le vaccelle)




 con i rami secchi, che s’intrecciavano al fine di fare degli inserti da ardere, le note fascine per alimentare il fuoco nel forno. 

Fascine di castagno della selva di Chiaiano



 

Altri prodotti che si potevano ricavare nel sottobosco della Selva erano, le Erbe e Radici per preparare medicinali, Cipolline selvatiche, Fragole. More.

salvia  (erba curativa della Selva di Chiaiano)





Erba cipollina della selva di Chiaiano


Fragole  di bosco della selva di Chiaiano)

 


Mora di bosco della selva di Chiaiano






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