mercoledì 7 novembre 2007

'O Castagnare


'O Castagnare  antico mestiere. Italiano  è detto il Castagnaio, il Caldarrostaio.
Non è altro che il venditore di castagne cotte od arrostite, svolgendo la sua attività in un posto fisso o andando per le strade di Napoli ambulantemente.
Il suo mestiere furoreggiava in un solo periodo dell'anno (quello autunnale inoltrato), in quanto le castagne duravano dalla loro prima raccolta nei primi giorni di settembre e opportunamente trattate (prima bagnate e poi essiccate) fino a tutto dicembre
'O Castagnare
offriva un frutto ( la castagna), che sfama e sazia, donato degli alberi del bosco ( i castagneti).




Castagne ( tipico frutto della selva di Chiaiano - Napoli)



                       
‘O Castagnare o ‘A Castagnara, quando svolgeva la sua attività di mattina presto, vendeva ...
Allesse e Palluottele o Vallene - ossia castagne, cotte in un brodo condito con alloro, con sale e semi di finocchio, su un trabiccolo, dove era posto un calderone con una sottostante fornace alimentata da carboni, che faceva bollire il tutto e rendeva il prodotto finito, sfizioso, sfamante e riscaldante, a guisa di prima colazione.
L'invito ( il grido del Castagnare/a a consumare l’ Allesse ,’e Vallene o ‘e Palluottele) era :


Castagne lesse senza buccia esterna( dette anche allessa)


" Allesse, viene e virele !
- Mammà, je voglie Allesse ! - Criatù, ca bell' Allesse ! -
- Ventiquatte, te donghe pure 'o Pallone ! -"


Allesse(castagne sbucciate lessate solo con la pellicina senza la buccia che avvolge il frutto)
‘E Vallene o 'E Palluottele (castagne lessate con tutte la buccia marrone senza essere sbucciata)



Castegne lesse con tutrta la buccia
( dette in napoletano Vallene o palluottele, mentre in tascano Ballotte)


In alcuni quartieri periferici negli anni '50 ‘a Castagnara, in occasione delle Novene liturgiche,  quella in onore di San Nicola (5 dicembre festa del Santo patrono) e quella in onore dell'Immacolata (8 Dicembre), che si celebravano di primissimo mattino, la si poteva incontrare fuori della chiesa, dopo la celebrazione della santa messa che vendeva:
"'nu cuoppe allesse a sole 5 Lire”

’O Castagnare, quando svolgeva il suo mestiere di sera, era meglio noto, come 'o Caldarrustare,





Caldarrostaio


ossia il venditore di castagne arrostite ('e Verole) al grido di  :
"Castagne cavere, fumme…... Fummeche ! "
oppure con un’antica cantilena, che diceva :
"Curre, curre guaglione ca' cu’ ‘nu sorde 'o piattone-t'o scarfe 'o cannarone"
o con l'altra quasi una musica:
"Accattate! schieppene, schioppane, scaramucchieleiane e po’ se n' escene ".

Le vendeva generalmente fuori le cantine, perché le cosiddette  "verole" si sposavano magnificamente col vino.



Caldarroste ( dette anche verol
e)


 Il suo negozio o postazione era composto da un fornello a tre piedi su cui era posto un padellone sforacchiato, in cui si cuocevano le castagne ed uno scannetto, dove poggiava una cesta coperta da una coperta di lana, sotto la quale le caldarroste appena cotte conservavano, quanto più possibile, il tepore della cottura.
Per non farle schioppettare e poterle facilmente sbucciare dopo l'arrostimento 'e Verole si intagliavano crude sul dorso con il coltello, ; attualmente questo taglio si fa con il tagliacastagne (sorta di cucchiaio intrecciato con un coltello a seghetto da stringere come una pinza).



Tagliacastagne

martedì 6 novembre 2007

'O Cammurriste

Il Camorrista era chi delinqueva. 
 Don Raffaele Cutolo, un  camorrista degli anni  '80

 Chi taglieggiava negozi, chi gestiva traffici loschi ed illegali, come il contrabbando di sigarette, la prostituzione, lo spaccio di sostanze oppiacee,  nell' ambito di un determinato territorio (per lo più nei quartieri della città di Napoli e nei Comuni ad essa confinanti).
Il Camorrista aveva una speciale classificazione nella gerarchia della Annurata Suggità o come meglio definita Bella Società Rifurmata. 
Salvatore De crescenzo, Noto Camorrista come " Tore 'e Criscenze"
nominato Prefetto di Polizia.
  Dal ministro degli interni Liborio Romano
 per tenere in ordine la cIttà di Napoli 
duranteil passaggio dai Borboni ai Savoia


 Vi erano vari gradi e titoli conferiti in funzione dell'importanza del compito da svolgere e dall'autonomia e dall'autorità illimitata
Cammuriste a voce.
Titolo di camorrista dato al neo ammesso nella "Suggità" con riserva, della durata di quindici giorni. Durante tale periodo era esposto a tutti i reclami o rimproveri dei Camorristi di grado superiore e doveva offrire la rituale scamapgnata e superare la non meno rituale “Tirata “(duello tra camorristi con pugnale)
Cammuriste ‘e duvere
Titolo conseguito dopo aver effettuata la Tirata e da quel momento otteneva il diritto del rispetto e della spartizione dei profitti finanziari
Cammuriste 'e jurnata.
Si chiamava così il Camorrista responsabile dell'ordine nel quartiere per una intera giornata.
Alla fine della giornata, doveva fare rapporto insieme al Contajuolo  ed al Cammurriste Capintrito
Cammurista Cape 'e Tirata.
Era il Direttore di scontro nella Tirata rituale. Il suo compito era quello di far rispettare le regole dello scontro intervenendo nel duello, e nel caso di irregolarità, poteva uccidere con un pugnale quello dei due avversari contravventore
Cammurista Terribbele .
Camorrista terribile, che incuteva terrore, sia negli atteggiamenti, sia nell'acconciatura e nell'aspetto.
 Per il suo modo di fare ed apparire veniva indicato come "'O Mammasantissime"
Cammurriste Capintrite
Il Camorrista capo, il Bos del quartiere, che veniva eletto dai vari camorristi del quartiere, cioè da Cammurriste 'e duvere, da Cammurriste 'e jurnata, dal Contajuole e doveva essere accettato poi dal “ Capintesta “ .
In tutta Napoli erano 12, quanti
come lo erano i Quartieri storici, poi 14, quando la città fu divisa in 14 circoscrizioni . Tutti insieme i Capintrite formavano l'assise per l'elezione del Capintesta.
Nel Quartiere, dove erano eletti godevano di grandissima autonomia e illimitata autorità, ma erano obbligati a riferire sull'andamento della loro giurisdizione con un rapporto settimanale solo al Capintesta
Cammurista Capinteste.
Era il massimo grado, che si poteva raggiungere nella Camorra, era definito il generalissimo, il Gran maestro della Camorra.
La sua elezione avveniva ogni anno da un'assemblea generale di tutti Camorristi, nella quale avevano diritto al voto solo i Capintrite o in loro mancanza i capi momentanei del Rione. Nel passato avevano spesso la precedenza a svolgere questo ruolo i Capintrite del Rione Capuano o del Pendino.
La carica era rinnovabile per le eccezionali doti del Capintesta, come lo era stato il celebre "Ciccio Cappuccio." 
'O PREGE ". Il Pregiato,
il Camorrista per eccellenza, che non si nominava, di cui non si conosceva nemmeno il nome.
Era il riferimento della Camorra la cosiddetta (Cupola dell'organizzazione). Era il rappresentante napoletano della famosa Compagnia della Guarduna ( Honorata Compagnia de la Guarduna ) Società segreta costituita la prima volta in Spagna a Toledo nel 1417 con un suo particolare statuto promulgato nel 1420 dal "Camilludo" (lo zannuto, che era il capo della Guarduna. La Camorra napoletana si rifaceva ad essa per redimere le sue controversie interne e la regolamentazione del suo esistere.
Francesco Schiavone ( detto Sandokan)
   Facente parte della camorra di Casal di Principe
      operante negli anni 90 fino al 2010


lunedì 5 novembre 2007

'O Cafettiere

'O Cafettiere era un venditore ambulante della bevanda di caffè oggi noto come barista, in quanto prepara la bevanda di caffè con una macchina espressa stando dietro un banco di un bar.

Caffettiere ambulante


Anticamente ’O Caffettiere era un ambulante, iniziava a lavorare ed offrire la sua opera solo dopo le otto di sera, cioè dopo la chiusura delle caffetterie o dei Bar delle principali zone della città frequentate di sera tardi e di notte (quelle di via Toledo, di via Chiaia, di piazza Garibaldi).
Terminava il suo lavoro alle sei del mattino.
 Il suo mestiere era quasi ritenuta una missione, perché serviva i nottambuli, i lavoratori dello spettacolo, gli operai mattinieri e tutti coloro, che erano costretti a vivere una serata od una nottata fuori di casa.
 Era solito ‘O Cafettiere emettere una sua voce invitante :
"l'agge fatte cavere cavere, l'agge fatte doce doce, 'o
Cafettiè…"
Un'altra voce più invitante era : " è longa 'a notte scarfateve cu 'na bona tazzulella 'e cafè.... Lucì cammina" Il riferimento era che la notte fosse lunga e generalmente di notte faceva freddo ed una buona tazzina di caffè era ciò che occorreva,. come pure l'invocazione ad un santo (Lucì cammina) per dire che non era ancora finita la nottata, c’era ancora buio.
Esercitava il suo mestiere portando con se un vassoio, dove poggiava un grosso bricco con manico, mentre nell'incavo del braccio una cesta con bicchieri, zucchero, bottigliette di rum e anice ed alcune tazzine sospese a degli uncini. Il suo caffè era di quello buono, ossia di provenienza della macina di cicchi di caffè e non come spesso capitava di bere caffè di cicoria, d'orzo, di ghiande, definito dai Napoletani "'Na cefeca". (Posatura, fondiglio di caffè)-
Attualmente tale mestiere viene esercitato ancora, ma solo sui treni, che vanno da Napoli in giù della penisola appena sorge il sole.



Thermos utilizzato per il caffè
La bevanda di caffè servita,  in bicchierini di carta, è consevata e mantenuta calda in un  grosso Termos con il tappo di sughero, che termina con un beccuccio.

sabato 3 novembre 2007

Il filo di Arianna


Il mito di Arianna e Teseo ed il Minotauro

Scultura che rappresenta l'uccisione del Minotauro da parte di  Teseo




Dipinto  che rappresenta Arianna mentre dona un gomitolo di filo di lana a Teseo


Arianna è diventata famosa per aver aiutato Teseo, donandogli un gomitolo di filo, che srotolandolo gli fece ritrovare la strada del ritorno nel labirinto, in cui era rinchiuso il Minotauro, noto anche come Asterio (mostro dal corpo da uomo e con la testa da toro).
Il mito di Dioniso (Bacco) ed Arianna sull'isola di Naxos



Dai greci, Arianna, era chiamata anche Aridela (la visibile da lontano), Egle (la luminosa), Fedra (la splendente) per significare che era la luce che aiuta nelle tenebre,
Arianna
era sorellastra del Minotauro, perché anch' Ella era figlia di Minosse e di Pasifae.
Per sfuggire alla vendetta del padre Minosse, per aver permesso all’Ateniese Teseo la vittoria sul temutissimo mostro fratellastro, che si cibava di carne umana, Arianna lasciò l’isola di Creta con Lui, anche perché se n’era innamorata violentemente.





 Teseo, infatti, con le vesti macchiate di sangue, emerse dal labirinto, ( noto come il  famoso labirinto di Dedalo) e trovò Arianna che lo abbracciò appassionatamente e guidò il gruppo di tutti gli Ateniesi al porto. Salirono in fretta sulla nave e si allontanarono rapidamente a forza di remi.










 
Labirinto di Dedalo( che si trova sull'isola di Creta a Cnosso)






Alcuni giorni dopo, sbarcato nell'isola allora chiamata Dia e ora nota col nome di Nasso, Teseo abbandonò Arianna, quando la poverina dormendo profondamente, al risveglio si trovò sola ed abbandonata.
Per Teseo non ci fu un vero amore per la fanciulla, anzi alla prima occasione, appena  approdò nell'isola di Nasso, se ne liberò velocemente.
Piangendo Arianna fu ritrovata dal Dio Dioniso, che per caso si fermò con suo carro trainato da pantere sull’isola ed innamoratosi perdutamente di Lei, la sposò e la condusse poi con un corteo di baccanti, Sileni e Satiri a festeggiare sull’Olimpo.


Dioniso le regalò come dono nuziale, un diadema d’oro, opera di Efesto (Vulcano), che in seguito diventò una costellazione.
Dall’unione con Dioniso, Arianna, ebbe quattro figli, Toante, Stafilo, Enopione, e Pepareto.
Arianna fu uccisa da Artemide (Diana) sull’isola di Nasso per gelosia, poiché s’era invaghita anche ella di Dioniso e mal sopportava quella unione felice e serena.

L’amore è, spesso, causa di grandi dispiaceri e delusioni e quando, appare sereno e duraturo, conduce alla sopportazione ed è oggetto d’invidia e di gelosia, per cui non esiste la piena felicità.
Quante cose c'insegna la mitologia, quindi si può dedurre che ogni cosa che facciamo e viviamo, non è la prima volta, altri prima di noi, l'hanno già vissuto.

 

venerdì 2 novembre 2007

Bancarellare - Bancaruzzare - Bancunare

'O BancarellareAntiche mestiere Napoletano in italiano è lo si identifica cone  " il Bancarellaio". 
Bancarella con bancarellaio


Artigiano che realizzava un tempo con solo pezzi di legno banchetti e bancarelle per esposizioni di varia mercanzia, ora anche in ferro od alluminio componibili, più resistenti e utilizzabili alle intemperie.
La bancarella tipica napoletana è chiamata  "Vampiette", 
Bancarella per vendita di ( 'o pere e 'o musse)


 sorta di banchetto con scansie a scalini per mettere in bella mostra cianfrusaglie, frattaglie ( 'o pere e 'o musse, 'a cientepelle)  od un piccolo emporio (con matassine colorate, filo per ricamare, aghi, bottoni e bottoncini e tutto l'occorrente per cucire) era situato su  carrettino a mano  e dopo l'ultima guerra su un furgoncino.

'O Bancaruzzare
Antico mestiere napoletano in italiano è detto "Bancarozzolaro".
Rivenditore di libri vecchi ed usati, nonché ogni sorta di vecchia roba su un banchetto o bancarella appostata sulla strada. Attualmente si possono trovare dappertutto nelle strade di Napoli, specie fuori ai negozi di libri.
Nei pressi della Posta Centrale, a piazza Matteotti,  è possibile trovare alcuni esempi di Bancaruzzare che vendono varie cianfrusaglie, da libri usati antichi, vecchie cartoline, santini, bottoni, quadretti, carillon. e monete antiche e moderne.
Attualmente il mestiere è stato acquisito e svolto specie nelle strade principali, presso le stazioni ferroviarie e delle metropolitane dagli extracomunitari ( Cinesi, Coreani, Africani del magrebino),  denominati ( 'E Vuo' Cumprà').

'O Bancunare
Antico mestiere  è noto come il Banconista.
Si identifica con chi attende al lavoro di soddisfare le richieste di avventori dietro un banco di vendita di un negozio o di uno sportello d'informazione.
 In senso dispregiativo in Napoletano ha il significato di girovago, di uno che non dà affidamento.



giovedì 1 novembre 2007

Il Leone di Nemea

Il Leone di Nemea è l’altra delle due fatiche di Ercole non riconosciute, come quelle proposte, da Euristeo.

Il mostro Echidina (Titano)
il mostro Tifone ( Titano)



Il Leone di Nemea era un mostro invulnerabile, che fu generato dalla Dea serpente Echidna e dal titano Tifone ed era quindi fratello dell’Idra di Lerna e della Sfinge Tebana.

Il leone di Nemea che lotta con Ercole




 Ercole doveva affrontare e eliminare il Leone Selvatico, che rendeva malsicura l’ampia vallata, nota come Nemea, circondata dalle montagne, che delimitavano Argo, Tirinto e giungono fino a Corinto.
In quest’impresa Ercole fu aiutato da Malorco, che viveva ai margini dei boschi di Nemea, che l’ospitò e desiderando di vendicarsi della morte del figlio, gli indicò come doveva affrontare il mostro.
Il Leone di Nemea simboleggiava la morte e il mondo dell’aldilà, prova ne è che era dipinto a rilievo sulle tombe a rappresentare l’avvenuto trapasso.
Dopo i consigli di Malorco, Ercole impiegò trenta giorni per stanare il Selvaggio Leone dalla caverna del monte Tretos, in cui si nascondeva, ed una volta a vista, dopo una grande lotta gli vibrò la sua clava stordendolo, ma per l’immane fatica cadde anche egli in sonno profondo.
Svegliatosi, Ercole si presentò ad Euristeo, ma quest’ultimo non riconobbe l’impresa per lui misteriosa ed impossibile e per paura della reazione dello stesso, si nascose in un recipiente di bronzo sottoterra.
Ercole alla fine sezionò il Leone di Nemea e con la sua pelle invulnerabile si rivestì diventando agli occhi del popolo di Micene un Eroe, adorato come una divinità.
Il Leone di Nemea per volere di Giove fu assunto in cielo, in ricordo dell’ immane fatica del figlio Ercole, e divenne Il Leone dello Zodiaco
Costellazione Zodiacale del Leone


mercoledì 31 ottobre 2007

'O Baccalajuole

Venditore ambulante di Baccalà e stoccafisso
  'O Baccalajuole non è altro che il Baccalaraio, colui che vende il Baccalà  (merluzzo conservato sotto sale e seccato al vento) e lo Stocco o meglio lo Stoccafisso (anch'esso disseccato all'aria, ma senza sale e meno pregiato).
Anticamente 'o Baccalajuole era un venditore ambulante, che vendeva la sua merce con un carrettino a mano e poi con la modernità con un triciclo a motore. 
Negozio moderno di baccaleria
  Nei tempi moderni il Baccalà o lo Stoccafisso si vende in negozi specializzati, che hanno il caratteristico puzzo, che trae origine dal dissalamento dei tranci di tale pesce in vasche attrezzate, dove è tenuto in ammollo per circa 48 ore con soventi cambi di acqua. (il cosiddetto "Spugnà' 'o Stocche - Spumà' ' o Baccalà" )..
E' da tener presente che, anche se il baccalà o lo stoccafisso una volta erano considerati la carne dei poveri, non tutti, però, si potevano permettere i tranci migliori quali :
'o Mussille 'e baccalà = la parte dorsale del baccalà ; 
Mussillo di Baccalà

  'o Curenielle 'e stocche = la parte alta dello stoccafisso. 
Coronello di stoccafisso

La poverissima gente per gustare questo salutare pesce
 si doveva accontentare delle parti meno pregiate quali:
'o Musciulille, cioè la pancetta del baccalà da soffriggere in cassuola con il pomodoro ed olive nere; 
'o musciulille 'e Baccalà

 'e Murzelle, ritagli residui da mangiarsi solo fritti,.prima infarinati.
'e murzelle
 Nel gergo Napoletano, in senso traslato, Baccalajuolo sta a significare grossolano, uomo volgare

l'Assistite

 Assistite , detto pure Cabbalista non era altro che un Indovino di numeri della cabala.

Monaco cabalista
  
A Napoli esistevano ed esistono molti indovini di numeri della cabala (quali Gobbi, Monaci, Mendicanti, che hanno fama di prevedere i novanta numeri dell' estrazione del Lotto, meglio nota come 'a Bona Afficiata), che basandosi sulla credulità delle persone,che dietro minimo compenso, predivano ed invitavano a giocare determinati numeri, che sicuramente sarebbero usciti nella prima estrazione ufficiale valida.
Era denominato anche ”l'Assistite" . poichè il popolino credeva
che fosse assistito di qualche santo o che la sua predizione gli fosse suggerita da qualche nume tutelare ( 'O MUNACIELLO).
assistite con scatiello (gobbo)

 
Il Cabbalista era tenuto in grande considerazione, quando
aveva la sagoma personale ricurva (teneve 'o Scartiello = aveva la gobba), ritenuta un portafortuna, solo però se maschile.
(’O Scartellate  (il gobbo) era accarezzato sulla gobba non in segno di affetto, ma perché il gesto portava fortuna).

martedì 30 ottobre 2007

Il mito del Pianeta Giove


IL mito del Pianeta Giove

Il PIaneta Giove fotografato il 1980 dalla sonda Voyager 1 ( lanciata 1979)



il Pianeta Giove è il più bello ed il più splendente, l'unico avvolto con i cerchi?
Vuoi conoscere perchè e come fu  creato,  e da chi ?
Il desiderio dell’uomo moderno di saperne sempre più sulla sua esistenza e su tutto ciò che lo circonda, ha fatto si, che in questi giorni una sonda spaziale, lanciata diversi anni fa, è riuscita a superare e penetrare l’atmosfera, che circonda il Pianeta Giove e ci ha inviato le prime foto a colori dei cerchi, che gli ruotano attorno e che lo rendono il pianeta più bello e splendente dell’universo.
Gli antichi greci credevano che FETONTE, così chiamavano il pianeta Giove, fosse stato creato da Prometeo, che pare fosse un figlio extraconiugale di Giunone (la sposa legittima di Giove) , in risposta alla creazione di Pandora, avvenuta ad opera di tutti gli dei olimpici.
FETONTE era di una meravigliosa bellezza e Prometeo lo teneva nascosto, prevedendo le ire del Supremo Dio dell’Olimpo Giove (Zeus), che non accettò mai l’esistenza
del figliastro della propria consorte, Giunone (Era), punendo ogni sua azione.
La creazione di questo Essere, fu rivelata a Zeus da CUPIDO (EROS per i Greci)
che essendo stato estromesso dal concepimento, era desideroso di vendicarsi per dimostrare il suo ruolo fondamentale (l'amore) in ogni nascita, specie se di esseri umani nati tra mortali ed immortali.
Zeus, come aveva fatto con il furto della scintilla del fuoco, punì Prometeo, mandando a prendere la bellissima creatura, e dopo avergli fatto bere a quest’ultima la bevanda dell’immortalità, la pose poi nel cielo per farla ammirare da tutti come…… Fetonte 
  “Lo Splendente “ a sua immagine e somiglianza.

Confronto tra il pianeta Giove e la terra



lunedì 29 ottobre 2007

L' IDRA DI LERNA



 Il mito dell'Idra di Lerna



L'idra di lerna , ( come viene raffigurata)


Innanzitutto diciamo che l’ IDRA è un mostro della mitologia Greca raffigurante un serpente d’acqua con molte teste, che se recise, si rigeneravano e per tale motivo non si conosce l’effettivo numero. 
  L'IDRA nacque dall’unione di TIFONE ed ECHIDINA, antichissimi Titani, che osarono sfidare Giove e, sconfitti, furono fatti sprofondare negli abissi pieni di acqua dolce con la loro prole.
L’IDRA e suo fratello CERBERO 


Tifone ( il titano sposo di Echidina) genitore dell'Idra di Lerna




Echidina (Titano sposa di Tifone) madre della Idra di Lerna







Cerbero, il mostro figlio di Echdina e di Tifeo, fratello dell'Idra di Lerna


erano i custodi degli INFERI, a cui si accedeva attraverso le profondi paludi di LERNA presso la città di ARGO.


La pianura di Argo, a circa 12 km dal mare e a 9 dalla città moderna di Argo.

  l




 Eracle(Ercole) e l'Idra di Lerna. Anfora attica a figure nere. 540-530 a.C. Parigi, Louvre

La storia dell’Idra di Lerna è ricordata, perché fa parte di una delle dodici fatiche, a cui Ercole doveva sottoporsi per conseguire l’immortalità e diventare Deo Olimpico .
L’eroe (Ercole) per superare le 12 fatiche impostegli da Euristeo si recò presso la sorgente Amimone nella piana di  LERNA in cerca del Mostro acquatico e non trovatolo, perché intanato in una caverna sotterranea, scoccò delle frecce infuocate in essa e costrinse il mostro serpente a venire allo scoperto.
L’Idra si avviluppò immediatamente con le sue teste ad un piede di Ercole, che non riusciva a liberare pur colpendo con la sua clava il mostro. Per aver il sopravvento sul mostro Ercole fu costretto a prendere una spada ricurva simile ad un falcetto ed incominciò a mozzare, così, le lunghe teste al serpente acquatico, che tagliate emanavano un olezzo mortale e dopo un po’ risorgevano.
La testa più importante era situata al centro ed era immortale, per la qual cosa Ercole per riuscire ad abbatterla pensò di cicatrizzare il taglio della stessa con del fuoco prodotto da una torcia e per tale scopo si fece aiutare dal nipote tebano IOLAO.

 Ercole e l'Idra di Lerna
Opera diAntonio del Pollaiolo


Il combattimento di Ercole contro l’ IDRA DI LERNA non fu riconosciuto, come una delle 12 fatiche ordinate da Euristeo, a causa dell’intervento di IOLAO,

domenica 28 ottobre 2007

'O Capillò

'O Capillò era un ambulante, che percorrendo i vicoli al grido di
Capillò Capilloò, chi me chiamma? comprava trecce e capelli specie lunghi di donna per poi rivenderli ai fabbricanti di parrucche e touppè: 
Trecce lunghe

Capelli lunghi

Per svolgere la sua attività portava sempre con sé un paio di forbici da barbiere ben affilate, un sacco od una sporta (cesto di vimini) per riporvi qualche bella treccia d'oro, qualche bella coda di cavallo o una cascata di capelli corvini, tagliate a qualche bella popolana, in cambio di qualche danaro per sfamare sè stessa e la propria prole.
Salvatore Di Giacomo, il grande poeta napoletano,  ha immortalato "'o Capillò" in una sua poesia come un mestiere molto redditizio, ma spesso crudele, in cui descrive un’innamorata, che vende le sue trecce d’oro, che si è tagliate, per mandare il ricavato al suo uomo, che era stato arrestato.

'A Capera

'a capera ( pettinatrice a do,icilio)


'A Capera era l'odierna Parrucchiera - Pettinatrice.
 ‘A Capera andava a casa delle sue clienti per esercitare il suo mestiere.
Il suo era un lavoro duro e faticoso, per il fatto che doveva di solito arrampicarsi per vicoli e scale irte e dovendo poi sopportare le lamentele delle clienti difficili ed esigenti.
Per questo motivo, fu coniato il detto : " Lu denare de la capera è denare ca sa de fele ".
Doveva 'a Capera essere sempre ben ricercata nel vestire e doveva tenere il suo capo sempre ben pettinato, quasi fosse un modello da portare in mostra per la clientela, sia popolana, che aristocratica.
 Passando di casa in casa veniva a conoscenza di fatti, che le riferivano le clienti, che, approfittando delle lunghe sedute, erano solito spettegolare di tutto e di tutti, per cui nel linguaggio comune -"Capera" è sinonimo di donna pettegola.
Oltre al pettine " 'e Capere " erano fornite di altri ferri del mestieri, quali pinze, che infuocate arricciavano i capelli in Boccoli tirabaci.
'E Capere generalmente si chiamavano Luisella, Giuvannina, Carmilina, la più nota era "Onna Maria 'a faccia tagliata" che aveva uno sfregio fattole sulla guancia con una rasoiata dal suo spasimante geloso, che nascondeva con un variopinto foulard o con sciarpa scura

sabato 27 ottobre 2007

Appojalibbarda

L'Appojalibbarba era un antico atteggiamento che utilizzavano i soldati di ronda nel periodo vicereale spagnolo. Divenne poi sinonimo di  Scroccone, parassita.

Alabarda utilizzata dalla ronda nel Medio Evo

Il. Poggia -alabarda ebbe origine a seguito della ronda degli alabardieri, che girava per le strade di Napoli la sera, che era solita, quando era stanca di sedersi nel primo basso o cantina, che incontrava per riposarsi. Senza chiedere permesso i componenti della ronda entravano all’interno e s'accomodavano con tutte le alabarde poggiandole sull'uscio e scroccavano così un pranzo o una cena ai malcapitati, sia se si trattava di povera gente, che abitava nel basso o all’oste, i quali, intimoriti dallo loro presenza, senza opporsi concedevano loro ospitalità.

La Sfinge

Chi era la Sfinge, come trascorreva le sue giornate e che fine fece ?
La Sfinge nella piana di Ghiza
 
 Il vocabolo Sfinge è sinonimo di un indovinello difficile o anche di, un breve componimento detto Enigma, con allusione di non facile comprensione e soluzione.

La sfinge come era immaginata dai greci

 La Sfinge rappresenta il celebberimo mostro egiziano, raffigurato con un viso di donna e dal petto, zampe e coda di leone e nelle leggende Tebane era provvisto d'ali, come un uccello da preda ed aveva la coda da serpente.
La Sfinge era figlia d’Echidna, che la partorì accoppiandosi con il proprio figlio, il cane Ortro ed era dunque sorella del Leone di Nemea e dell’Idra di Lerna (mitici mostri d'alcune fatiche d'Ercole).
Questo mostro fu inviato da Giunone (Era) per esaudire l’invocazione di Pelope, che chiedeva giustizia e vendetta al fine di punire la città di Tebe, dove regnava, Laio, reo di aver rapito suo figlio Crisippo, dopo averlo sedotto ed amandolo spasmodicamente, costringendolo a fare l’amore contro natura.
S’insediò su una rupe presso Tebe e sconvolgeva l’intero paese, quando entrava nella piazza del mercato e sgozzava e divorava i passanti che non sapevano risolvere gli enigmi, che proponeva cantando sotto forma d' oracolo.

La Sfinge a colloquio con Edipo
 
Soltanto Edipo riuscì a rispondere esattamente ai difficili quesiti, tanto che costrinse il mostro, indispettito a precipitarsi dall’alto della roccia sulla quale era appollaiato e perse la vita.
Quali erano gli indovinelli, che faceva la Sfinge: Siete “ Curiosi “ eccoveli:

1) Sulla Terra esiste un animale, che può avere quattro, due o anche tre gambe ed è sempre chiamato con lo stesso nome. E’ l’unico essere vivente, che muta natura. Quando cammina, appoggiato al maggiore numero di piedi, è più debole e la velocità delle sue estremità è minore.

2) Esistono un fratello ed una sorella, dei quali l’uno genera l’altra e dei quali la seconda, a sua volta, è generata dal primo.

3) Qual’ è quella vacca, che cambiava di colore tre volte al giorno: da bianca essa diventava rossa, poi nera e ricominciava lo stesso ciclo l’indomani.

A tutti piace cimentarsi nella soluzione d'indovinelli, specie se molto intricati e difficili, ed ora grazie alla televisione sono chiamati Quiz, e come diceva una canzoncina “ La vita è tutto un quiz “
Questa leggenda mitologica ci fa capire che senza scervellarsi più di tanto, gli ostacoli della vita si possono risolvere ragionando in modo semplice e con l’esperienza della propria esistenza e con molta tenacia senza abbattersi. A tutto c’è rimedio.

venerdì 26 ottobre 2007

'O Lattare

Lattare si appresta portare il latte a domicilio dopo averlo munto




Lattaio. Fino agli anni Cinquanta “‘o Lattare “ era un mestiere utilissimo e sinonimo dell’alzarsi presto la mattina, poiché, per prima cosa doveva ritirare il latte, appena munto dalle stalle dei contadini, disseminate un poco per tutta la città e poi distribuirlo al domicilio degli abituali clienti.

contenitore per trasportare il latte ( anni '50 )

I contenitori, che si utilizzavano per il trasporto del latte per le grandi distanze erano generalmente di acciaio a forma di bidoncini chiusi ermeticamente e a da questi poi venivano riversati

latte in bottiglia di vetro pronto per versarlo in tazza e berlo


in bottiglie di vetro con collo basso e largo, sigillate, che venivano consegnate a domicilio dietro ritiro di altrettante vuote,
Man mano che le poche masserie residenti dentro e fuori le mura della città iniziarono a scomparire, finì anche il latte munto dalle mucche da latte .
L’approvvigionamento del latte doveva pervenire dalla periferia e quindi occorreva un punto di ricezione e smistamento permanente, per cui fu necessario la nascita di una Centrale del latte.



Furgoni con celle frigorifere per trasporto del latte
Il lattaio ormai è solo colui che approvvigiona i negozi alimentari ed i supermercati con il suo bianco furgone refrigerato recante dipinto il nome del latte imposto dal Consorzio o dalla Centrale, che lo pastorizza e poi lo smista ai vari concessionari di Zona per la quotidiana distribuzione in bottiglie una volta di vetro ora in quelle di plastica
Latte in distribuzione nei supermercati

’O Lattare ormai non è più il personaggio che conosceva il produttore e consegnava al consumatore.di buon mattino un prodotto genuino senza trattamenti, senza la giusta pastorizzazione e non poteva essere utilizzato per una lunga conservazione, perché coagulava.